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20 settembre 2005

Recensioni

Filed under: — Franz Krauspenhaar @ 18:12

Recensioni cartacee a “Le cose come stanno”

Scheda del libro

Il Tirreno – 13.9.2003
NARRATIVA
Franz Krauspenhaar “Le cose come stanno”, Baldini & Castoldi, pp.114, euro 12,40.
Due fratelli, Puch il sacrestano e Fritz l’artista. Il sacrestano scrive all’altro, che è andato in Danimarca e ha trovato il successo a lungo cercato. Gli raccconta la sua vita: vuota, insulsa, con la fede che vacilla e forse non c’è più. Il fratello diventa per Puch un’ossessione quasi acida, ma non c’è riscatto alla mediocrità, per nessuno dei due.

AVVENIRE

Martedi 25 novembre 2003
LA RECENSIONE
Krauspenhaar scopre il Dio delle povere cose

di Fulvio Panzeri

E’ una buona prova narrativa questa opera seconda di Franz Krauspenhaar, un autore quarantenne, milanese di padre tedesco. Cresciuto tra il capoluogo lombardo, dove vive e lavora, la Germania e gli Stati Uniti, ha già al suo attivo molte collaborazioni editoriali, come traduttore dal tedesco, dall’inglese e dal francese, nonché un primo romanzo, Avanzi di balera, pubblicato tre anni fa da Addictions Libri. In questo secondo romanzo mette in scena la discesa agli inferi di un giovane sacrestano di una cittadina tedesca che «assomiglia a Düsseldorf, a Francoforte, all’inferno». È la sua esistenza a non funzionare più, a essere assediata dai fantasmi interiori, a sentirsi preda di un vuoto abissale, in cui il Dio che ha sempre servito nella chiesa dei frati con dedizione e passione, si fa assente, sordo ai richiami della disperazione umana. All’inizio del romanzo, scritto in forma di lunga lettera indirizzata al fratello che ha scelto di abbandonare la cittadina per stabilirsi in Danimarca e continuare, con successo, la sua attività di pittore, troviamo un Dio che è possibile incontrare non soltanto all’interno di una chiesa, ma nella realtà quotidiana più comune. Un Dio «che si avvicina con l’odore delle cose più povere» quello che sente vicino a sé il giovane sacrestano, anzi: è un Dio che può allontanarsi dalla cognizione umana, ma poi miracolosamente ritorna a far sentire la sua presenza. Dopo l’inesorabile discesa nei gorghi del nulla e della propria impotenza a sopportare il peso della realtà, cambia il rapporto con Dio, anch’esso inficiato dall’impotenza a pensare alla propria vita, intuita senz’anima, provata «dal passato, dal presente e dal futuro». Il giovane sacrestano appesantito dalla propria alienazione esistenziale intuisce la presenza di un Dio sordo, muto, che non riesce più a essere segno di speranza per l’uomo. È un po’ una parabola alla Bernanos e alla Mauriac: la perdita di sé come dissoluzione del proprio rapporto con il sacro, il lasciarsi andare al nulla e al vuoto dell’esistenza, che il corso del breve romanzo sottolinea, anche attraverso l’assenza di un vero e proprio plot narrativo. È infatti la confessione del proprio tormento interiore, costruito come una naturale possibilità di analisi, ad avere lo spazio privilegiato nel racconto, che mette in scena anche il rapporto con i frati, l’innamoramento per una prostituta, perfino un assassinio che complica la già precaria entità del giovane. Un libro senza consolazione e senza pace, che ha il pregio di condurre il lettore dentro ai labirinti di un’anima, scoprendo la lacerazione esistente tra la realtà vissuta e quella intuita come forma onirica. Funzionale è anche la scrittura densa, ben calibrata nelle sue modulazioni e difficile, soprattutto nel modello adottato, quello della confessione in prima persona, da portare ad un equilibrio così lucido tra disfatta di sé e invettiva sul mondo abitato.

Franz Krauspenhaar
Le cose come stanno
Baldini & Castoldi
Pagine 114. Euro 12,40

LA STAMPA TUTTOLIBRI17 GENNAIO 2004.
UNA «LETTERA» DI KRAUSPENHAAR
Lo sfogo del sacrestano Puch al fratello

di Giovanni Tesio

Voce di un’ossessione è invece quella dell’io che si dice nel romanzo
Le cose come stanno pubblicato da Baldini&Castoldi (pp. 114, £12,40), opera seconda di Franz Krauspenhaar, quarantatreenne italo-tedesco che vive a Milano facendo il traduttore e il consulente editoriale.
Viene formalmente dal pretesto di una lettera avviata alla vigilia di un Natale e diretta al fratello Fritz il lungo sfogo del sacrestano Puch, ma imbocca molto presto la diversa strada del monologo mascherato, imbarcando ogni sorta di zavorra esistenziale.
Fritz è in Danimarca ad inseguire le sue scelte d’artista, Puch è rimasto invece con la madre a Húbschenhausen, dove vive rintanato e solitario, facendo il sacrestano in una chiesa cattolica: Puch ha un passato ma il suo passato si è come incistato in un coagulo di rabbia compressa e dunque vive avvitato ad un presente che mostra tutti i segni della precarietà. Puch non ha futuro perché si è vietato di averlo, mortificando ogni possibile incontro in una desolante sordità; che lui chiama la sua “destinazione”. Nella visione del mondo di Puch tutto s’imbeve di luce livida, tutto si contamina, tutto s’inaridisce.
A prevalere è la sconfitta a ripetere, l`eterno ritorno nella rassegnazione”, dal momento che “nulla si può cambiare” e che “le cose restano sempre nella stessa sbagliata posizione di sempre”. Nella massacrante claustrofobia che cresce di pagina in pagina, il romanzo non concede un filo d’aria e di respiro. E tuttavia nella lettera- monologo di Puch s’aprono illuminazioni formidabili: sul silenzio di Dio, sulla noia, sull’amicizia, sull’amore, sull’odio, sulla malattia, sull’apparenza, sull’ipocrisia, sulla meschinità, sulla simpatia, sulla solitudine, sul conformismo della “falsa arte” che piace a tutti. Venendo a sua volta da suggestioni e letture più mitteleuropee che italiane, Krauspenhaar disegna nel suo romanzo assonanze e affinità sgradevoli, corrispondendo all’ideale di una letteratura che non conceda spazio a chi con i romanzi si vuol solo “divertire”.

LETTURE
Lettera di un infelice al proprio fratello

Il rapporto tra due fratelli, Fritz, pittore, e Puch, sacrestano, è al centro del libro di Franz Krauspenhaar, autore di padre tedesco e madre calabrese, che esce presso Baldini & Castoldi: Le cose come stanno (2003, pagg.114, euro 12,40). Si tratta di un romanzo epistolare, nel senso che Puch, il fratello minore, scrive all’altro una lunga lettera, raccontandogli il grigiore e le frustrazioni della sua misera esistenza. Lo scandaglio psicologico negli abissi dell’infelicità è la modalità narrativa prescelta dallo scrittore, che emerge attraverso quest’opera quale voce assai originale della nostra narrativa.
(r.car.)

Gazzetta di Parma – 6.1.2004
LO SCAFFALE
A cura di Francesca Dallataga

FRANZ KRAUSPENHAAR: Le cose come stanno (Baldini & Castoldi; pp. 114; euro 12,40).
Un romanzo epistolare. Una lunga lettera scritta a se stesso, indirizzata pretestuosamente al frateòlo pittore emigrato in Danimarca. La confessione di Puch, il sacrestano che affida alle lettere le note cupe, annoiate, malate di contorcimenti intimisti fortemente mitteleuropei, è scandita solo dall’inizio e dalla fine dei componimenti indirizzati altrove.
Un romanzo european style. Un’opera che guarda l’ombelico dell’intimo peregrinare del pensiero. Da se stesso al mondo, dal narcisismo al turbamento esistenziale il passo è davvero breve. “… siamo tutti pittori della nostra vita, e l’autoritratto è l’unico soggetto che davvero ci interessa”. Cronaca di un’esistenza concentrata nel tempo scivolato via sulle pietre di un rosario annoiato che ha smesso di accompagnare la speranza della preghiera.

OGGI
4 Febbraio 2004

Scrittori italiani alla riscossa, con romanzi di qualità e nuove proposte! Cominciamo dai giovani. A riempire il vuoto lasciato dagli “indifferenti” e dai “cannibali”, Meridiano Zero lancia un nuovo filone della giovane letteratura italiana d’avanguardia: sono “Gli intemperanti” (€10,00), nuove penne scoperte dalla casa editrice che si propongono in questo volume con i loro racconti, diversissimi tra loro ma accomunati da un’ottima confidenza con la scrittura e spesso da capacità sorprendenti. Autori che potremo poi leggere con scritti più corposi in una collana che avrà lo stesso nome della raccolta, a cominciare dal romanzo di Marco Archetti, classe 1976, con “Lola Motel” (€10,00), una storia di disillusioni e speranze tra padre e figlio, sullo sfondo di una Cuba la cui utopia sociale si rivelerà ben diversa nel vissuto quotidiano. Da Cremona arriva Andrea Cisi, che ci racconta con grande umorismo la storia di un giovane che cerca di inserirsi nel mondo del lavoro. Non avendo né esperienza né ambizioni, si aggira nel sottobosco del lavoro interinale come un umano gentile e disincantato tra gli alieni, collezionando una serie di deliranti esperienze senza futuro. Tra lavori temporanei, partite di calcetto e sogni di una musica diversa, “AYE – Are you experienced?” (Francesco Bevivino Editore, €10,00) corre veloce e spassoso, regalando al lettore uno spaccato vivissimo di una certa realtà giovanile, piena nonostante tutto di speranze in un mondo che non ne dà. Salutiamo anche un nuovo giallista, che affronta la sua prima prova nel thriller con mano già esperta: è Marco Bettini, che in “Color sangue” (Rizzoli, €16,50) mette in campo sul caso del brutale assassinio di un giovane arabo ben tre investigatori: un capitano dei carabinieri, un giornalista e il capo della Scientifica. I tre, nonostante le tormentate vicende personali, perseguiranno la verità nella melma di una Bologna cupa e crudele, tra magia e razzismo, in un romanzo teso e crudo. Dulcis in fundo, un romanzo davvero bellissimo che si avvale di una magnifica penna: è quella di Franz Krauspenhaar, scrittore di padre tedesco e madre calabrese. “Le cose come stanno” (Baldini & Castoldi, €12,40) è la storia di un sacrestano licenziato dalla Chiesa, che trova sfogo alla solitudine scrivendo al fratello pittore, unica persona che sente vicina e proiezione di “riscatto” per la mente confusa e al tempo stesso lucidissima del giovane, i cui giorni non passano, ma crollano uno dopo l’altro. Il grande protagonista del romanzo è in realtà il silenzio: il silenzio della musica perduta del padre, il silenzio di un inverno bagnato di neve sporca e dura, il silenzio di una vita senza futuro, e soprattutto il silenzio di Dio per un’anima spenta che non riesce più ad ascoltare che il suo fallimento, in uno “zittimento assoluto, che è la costola dell’assenza”. La scrittura di Krauspenhaar è densa, avviluppante, straordinariamente poetica: un autore da non perdere. Alla prossima!

di Alessandra Casella

Recensioni web a “Le cose come stanno da ‘LA FRUSTA’di Piero Sorrentino

In tempi di fiction televisive e narrazioni cinematografiche in cui i preti e gli uomini di chiesa sono e restano ormai le sole risorse messe in campo dalle penne sempre più scariche e secche dei nostri sceneggiatori, capaci di far risuonare le loro storie solo con le note di possenti organi e profumarle di incenso e cotte inamidate, imbattersi in una figura come quella di Puch, protagonista de Le cose come stanno (Baldini Castoldi Dalai editore, 114 pagine., 12,40 euro), secondo romanzo di Franz Krauspenhaar, può trasformarsi in un’esperienza immunizzante: una blindatura a prova di bidimensionali parroci di frontiera, preti investigatori e “don” assortiti.
Sfruttando l’espediente classico (e tuttavia spesso ignorato dalla recente narrativa) del romanzo epistolare, Krauspenhaar affida la narrazione a una lunga lettera (“risentita”, aggiunge il sottotitolo) che Puch, giovane sacrestano di una piccola chiesa cattolica tedesca, scrive al fratello Fritz, pittore in cerca di successo emigrato in Danimarca, nei giorni del Natale del 1966. Attorno a questo esile spunto di partenza, Franz Krauspenhaar si avventura nelle profondità della vita interiore dei suoi personaggi con tutte le prerogative di una spietata onniscienza e restituisce al lettore pagine (il suo è un testo composto soprattutto di pagine: sgraziate, nervose, poetiche, malinconiche…) di una densità capace di dare la polvere a opere assai più ponderose e fameliche.
“Le cose restano nella stessa sbagliata posizione di sempre”: la lettera di Puch trabocca di un senso di immedicabile immobilità che si trasforma nella stessa immobilità fisica di Puch, chino sul tavolino a vidimare l’atto di accusa peggiore che si possa fare: un decreto contro quello che si è, o si vorrebbe essere. Perché ogni frase che Puch scaglia contro Fritz è in realtà una spietata requisitoria contro sé stesso, e saggia è stata la scelta per la foto di copertina.
L’immagine è leggermente fuori fuoco; in primo piano, i due maschietti sembrano immersi nella nebbia, stanno vicini ma è come fossero in competizione – più che in posa – per una fotografia. Lo spazio che hanno a disposizione è stretto, e uno dei due sembra di troppo. Assegnare un’identità ai due bambini ritratti è un’operazione delicata: chi è Puch? Chi Fritz? L’immagine Photonica non può presentare meglio di così l’indecidibile lacerazione del povero sacrestano, costretto a sputare su una vita che in fondo, ma nemmeno tanto in fondo, desidera. Come in un racconto di tarda iniziazione, l’indagine contro sé stessi si svolge nel tempo, col tempo, e quello che viene conosciuto modifica profondamente colui che conosce, che accoglie in sé l’ignoto, l’inquietante, il riprovevole che si annida nelle pieghe (e nelle piaghe) della carne.
“Io sono come Dio, perché lascio sempre le cose come stanno, possono pregarmi, scongiurarmi, ma niente, io lascio tutto come sta, non muovo un dito, rimango qui, nella mia quiete rintronante, nella mia enorme muta dissonanza, nella mia sordità da dopoguerra in continuo aggravamento, a parlar male di tutti, di tutti voi che almeno fate qualcosa, ma siete, seppur disgustosamente, degli esseri umani, mentre io sono un essere simile a Dio, non a sua immagine e somiglianza, proprio simile, proprio apparentabile, un dio senza deità, un Dio senza cuore (…)”
Questa è la radice ipotattica della scrittura di Krauspenhaar, che diramandosi sulla pagina allestisce la struttura di un romanzo breve e densissimo sul quale (si spera che col prossimo, in imminente uscita sempre da Baldini Castoldi Dalai, ci sarà un riscatto) la critica ha esercitato il più idiota e immotivato dei silenzi, lasciando immeritatamente le cose come stanno.

Franz Krauspenhaar
Le cose come stanno
(Una lettera risentita)

“Do giudizi su tutti, ma io chi sono? E la mia vita cos’è, se non una vita pienamente squallida, con un impiego a termine, presso dei frati che licenziano i dipendenti senza un valido motivo, come fa il tuo amico Krausbernard?”

Il romanzo è la lunga lettera del trentaquattrenne Puch, sacrestano in una chiesa cattolica di un piccolo paese tedesco, destinata al fratello maggiore Fritz, un pittore che sta tentando la fortuna artistica in Danimarca. La lettera giorno dopo giorno si trasforma in una specie di diario che, iniziato l’antivigilia di Natale del 1966, proseguirà nei giorni successivi e occuperà molti dei vuoti e infelici giorni del sacrestano. Anche l’atteggiamento mentale dello scrivente, pur dolorosamente negativo fin dalla prima pagina, diventa via via sempre più distruttivo: parlando di sé, del presente e del passato, dei suoi rapporti con gli amici e con le donne, infine analizzando il suo legame con il fratello e la stessa personalità di Fritz. Ma chi è Puch, o almeno che cosa vuole che di lui si sappia? È chiaramente un inetto, un individuo che si è sentito eterodiretto fin dall’infanzia. Il padre musicista gli aveva attribuito una certa attitudine musicale e lo aveva convinto di questa dote. Morto il padre però anche il suo “orecchio” era venuto meno, così l’unica occasione che gli si era presentata era stata quella di diventare sacrestano, attività che non gli richiedeva nessun investimento intellettuale o emotivo e che avrebbe volentieri mantenuto fino alla vecchiaia. Ora però sa che verrà licenziato ben presto e la cosa acuisce la sua rabbia contro il mondo. Diverso il carattere del fratello, che Puch giudica un vero artista, un pittore autentico e che, con il coraggio che a lui manca, era fuggito dal villaggio cercando altrove, al Nord, il meritato riconoscimento. Pagina dopo pagina però, la stima e l’ammirazione si trasformano in risentimento. L’atteggiamento di Fritz nei suoi confronti viene giudicato insopportabile per il passato (“l’unica cosa che temo è l’insincerità del protettivo caposcuola”) e diventa disistima nel presente perché Puch denuncia con una forma di delusione risentita la commercializzazione della produzione pittorica del fratello. Ma ogni cosa e ogni persona che in questa lettera/diario viene descritta sembra rapidamente deteriorarsi, diventare squallida, disgustosa, fonte di una infelicità sempre più ossessiva. Il romanzo si chiude con una breve lettera del pittore che scrive al fratello senza per altro aver ricevuto da lui la lettera promessa. La fuga di Fritz e la sua capacità di essere libero si sono esaurite: inaspettatamente l’artista annuncia il suo ritorno a casa.

Le cose come stanno (Una lettera risentita) di Franz Krauspenhaar
114 pag, Euro 12,40 – Editore Baldini Castoldi Dalai (Romanzi e racconti n. 262)
ISBN: 88-8490-302-5

Le prime righe

23 dicembre 1966Caro Fritz, è quasi notte fonda e non ho sonno. Questa è la prima lettera che ti scrivo in vita mia. Fuori fa freddo. Le previsioni meteorologiche dicono che pioverà per Natale. Avremo di che bagnarci. In Danimarca ha già nevicato, pare. Copriti bene, caro fratello espatriato, e dipingi la neve, l’aria e la notte dello Jutland, la notte tua e mia, anche la mia. Hai fatto bene ad andartene da questa città. Questa città assomiglia a Düsseldorf, a Francoforte, all’inferno. Ci sono delle belle giornate, delle belle giornate di sole, ma troppa fuliggine, troppa fretta, troppa indifferenza. La senti sferragliare l’indifferenza, l’indifferenza la senti proprio sferragliare, come un tram. Non serpeggia come faceva una volta, silenziosamente; ora fa un gran rumore di metallo arrugginito, segue sempre lo stesso percorso, e a ogni stazione sempre più gente sale, sale, sale. A volte penso che questa e la Germania, che questo è il posto peggiore del mondo. A volte penso in maniera diversa. Forse qui non c’è più indifferenza di quanta ve ne sia in Danimarca. Tu potresti dirmi qualcosa in proposito, Fritz. Tu non sei una persona indifferente. Ma sono già stanco. E da tanto tempo che non telefoni a casa. La mamma è preoccupata. Io ti so in buone mani, nelle mani della tua arte.© 2003 Edizioni Baldini&Castoldi
di Grazia Casagrande

HOT – Aprile 2005

di Gianni Biondillo

Franz Krauspenhaar
LE COSE COME STANNO, Baldini e Castoldi, 2003
Uno dei libri più belli e meno recensiti degli ultimi anni. Un disperato, unico, monologo interiore, un urlo muto, il senso dell’immobilità delle cose, dell’esistenza terribile di un Dio che vigliaccamente non risponde ai nostri accorati appelli. Una preghiera blasfema, un uomo sul baratro della solitudine estrema.

Vibrisse Bollettino (http://www.vibrissebollettino.net/) 28.07.2005

Franz Krauspenhaar: Le cose come stanno

di Bartolomeo Di Monaco

Classe 1960, l’autore nasce a Milano da padre tedesco e madre calabrese. Pellegrino del mondo, ad un certo punto decide di fermarsi e di fare lo scrittore. Avanzi di balera, del 2000, è il suo primo libro. Poi, nel 2003, viene questo Le cose come stanno.
Puch ne è il protagonista; è “diventato un buon sacrestano, un ospite di Dio”. Non si lamenta della propria condizione, così scrive in una lunga lettera indirizzata al fratello maggiore Fritz, che ha lasciato, un anno prima, la Germania in cerca di successo come pittore nella vicina Danimarca. In realtà, la lettera assume immediatamente il valore di un’aperta confessione contro le delusioni della vita. Suo padre gli aveva preconizzato un destino di musicista, anche Fritz ci credeva. Invece Puch è finito prima a lavorare in una fabbrica, ed ora è sagrestano. È arrabbiato, deluso. Ce l’ha con il mondo.
La forma epistolare scelta dall’autore ci avverte che ci troviamo di fronte ad un personaggio che ha deciso di non nascondersi più e di aprire il suo animo, prima che al destinatario della lettera, a se stesso. La grande letteratura fornisce esempi, da Goethe al Foscolo, di questo sciogliersi a poco a poco di una personalità costretta e avvinghiata per troppo tempo ai suoi segreti: “carcerato alla speranza, io, come solo chi crede.”; “Fa buio e fa freddo nel nostro ruvido cuore”.
L’autore sceglie il punto di vista di un uomo, non più giovane, che ha vissuto molti anni a contatto con la chiesa e, quindi, con Dio. Il pensiero di un Dio che ogni tanto si allontana dall’uomo e poi vi ritorna, è sempre presente in lui. Vi è, ossia, anche se non espressa, la consapevolezza di un contatto costante della sua anima con Dio: “quando Lui tace, e tu senti vivamente che tace, e quando tace, e con quale profondità tace, quando tace come la notte, o come tace un morto, allora, in tutto, e per tutto, in Lui ci puoi davvero credere.” È un richiamo al Diario di un curato di campagna di Georges Bernanos, del 1936, interpretato, questa volta, da uno spirito più luterano che cattolico, nonostante il protagonista faccia il sacrestano presso un convento di “Frati Minori Cappuccini”, a Hübschenhausen. Il periodo scelto per avviare questo contatto con il fratello è quello delle festività natalizie (la lettera comincia con la data del 23 dicembre 1966), quando Dio si manifesta all’uomo attraverso l’incarnazione del Figlio, il segno più alto della sua vicinanza e della sua dedizione.
La scrittura di Krauspenhaar segue il tumultuare dell’animo del protagonista. I pensieri sono resi, più che secondo una analisi razionale, secondo le inquietudini di un esistenzialismo tenebroso, che si fonde con una religiosità nascosta, percepita ma non ancora del tutto cosciente. I giorni si uccidono, o precipitano. Vi si manifesta la violenta reazione di una generazione profanata che grida la sua ribellione; brandisce le illusioni con la ferocia di un cavaliere che agiti la sua spada in tutte le direzioni allo scopo di abbattere e distruggere, di frapporre una definitiva barriera psicologica con il mondo: “andrei in giro a mendicare oltraggi alla mia memoria…”
Krauspenhaar, nel mentre si appropria di una rabbia che non appartiene solo al suo protagonista, ma ad una lunga progenie di scrittori e di personaggi (per restare in Europa, basterebbe citare Ricorda con rabbia di John Osborne), egli mette nel grido i sussulti e le paure di un espressionismo alla Munch: “non occorre una guerra per sterminare tutti: basta la sera, per condurre il principio alla sua fine, per condurre l’autosegregazione; e l’uomo non è più lui, ma è nient’altro che la sua casa, il posto coperto dove nasce vive e muore: diviene il proprio microcosmo, nel quale le stelle elettriche di un lampadario illuminano una scena che lui vedrà senza un solo testimone presente.”
L’inquietudine che consuma Puch ha la sua correlazione all’esterno, visto come lo specchio in cui egli ha la possibilità di rimirarsi: la prostituta polacca “portava addosso i lustrini opachi di un riscatto con Dio: il cui brillio soltanto io potevo vedere, tra le ombre della sua precoce decadenza”. Anche il barista Arno Guelich, pur così diverso, è simile alla prostituta polacca, in un destino che, se lo ha fatto eroe di guerra, non gli nasconde che egli è uno di quei “soldi bucati”, con i quali si diverte a giocare. L’autore comincia a dipingere l’umanità con i colori grigi di un Heinrich Mann de L’angelo azzurro, e noi scopriamo che il sacrestano va assomigliando in qualche modo al Professor Unrat, come il mondo che gli sta intorno si immedesima sempre di più “nella Vienna della fine, nella Vienna che, sparendo sotto le bombe e le fucilate, ha sentenziato la fine dello scorso secolo con diciotto anni di ritardo, la Vienna del ritardo, del ritardo incolmabile. Vienna. Una città malsana, coperta di acidula panna montata”. La lunga lettera, che egli stesso riconosce essere, più che una lettera, un diario e una confessione, non ha una logica in sé, se non quella di uno scontento diffuso, sregolato e decadente che sta cercando una dolorosa giustificazione ed un riscatto, di fronte agli occhi del fratello, ma una giustificazione ed un riscatto anche per se stesso: “un maledetto romanzo di formazione dell’infelicità”. Sta cercando, ossia, in quel suo disordinato pensare, sfogarsi e riflettere, una via di uscita che lo preservi da una qualche calamità interiore: “Una confessione al fratello lontano, un dirgliene anche quattro, che anche questo ci vuole, una dichiarazione d’amore e d’odio, che anche questo ci sta, tutto, nel nostro serio gioco, nel senso delle nostre cose, nel senso delle nostre giornate, variegate le tue, tutte, proprio tutte infallibilmente uguali le mie.” E soprattutto: “la tua estroversione è l’altra faccia, la faccia illuminata, della mia introversione.” Fritz diventa così il pretesto narrativo, “un affettuoso pretesto”, al quale affidare il compito di segnare le tappe di un percorso personale accidentato lungo il quale il protagonista potrebbe anche perdersi: “Queste mani dovrebbero servire per liberarmi, per farmi fuggire da tutto e da tutti, per ricominciare a vivere da qualche altra parte. Da una parte nuova. Stringendo un destino nuovo.”
Ormai la scrittura di Krauspenhaar ha preso la sua corsa; il suo compito principale è ora quello di tener dietro ai pensieri, comporre intanto il primo sedimento psicologico sul quale insediare la vulnerabilità del personaggio. I temi si susseguono: le donne, gli uomini, la fede, il talento personale, l’ipocrisia, l’amore, l’arte, l’amicizia, in uno srotolarsi di movimenti che si spingono a vicenda, come se una cateratta si fosse rialzata lasciando scorrere la piena a valle. Il lettore non è sollecitato ad interpretare, a prendere posizione, ma ad osservare, come accade allorché ci si fermi sull’argine del fiume per seguire l’arrivo dell’onda di piena, e ci si sente impotenti ad agire, e, tuttavia, non si ha la forza di andarsene, e si resta spettatori. Una delle onde di piena porta questo terribile pensiero: “Dio non è un essere che c’è o non c’è, ma è un essere al quale, proprio in definitiva e senz’appelli, non importa nulla di nessuno.” Ed anche: Dio “lascia le cose proprio come stanno”. Il percorso lo sta conducendo a un Dio peggiore, nuovo e diverso, che si pone in contraddizione con il Dio conosciuto, presente e affidabile, e ne usurpa il posto. Anche l’amore è visto ora come una devastazione, così che si ha l’impressione che in questo personaggio ogni fibrillazione del sentimento diventi una minaccia, una ossessione vendicativa. Ci domandiamo se possa mai essere felice uno come lui, e se egli, invece che essere un personaggio verosimile, non sia in realtà il risultato, o meglio, l’espressione di uno speciale esistenzialismo inconciliabile con la vita: “non sono conveniente, non frutto un solo marco a nessuno, come schiavo valgo zero, sono un uomo libero di cui nessuno può fare uso”. Il protagonista è – ci pare – in cerca di un momento di respiro, di sosta, forse per comprendere ciò che egli è, ma in verità per compiacersi unicamente proprio di quella perenne insoddisfazione che gli consente di esistere: “Do giudizi su tutti, ma io chi sono?”. Un brano particolarmente dimostrativo di questa singolare vocazione del personaggio nonché del risultato più alto raggiunto dalla scrittura-fiume di Krauspenhaar è quello in cui si parla della vicenda di Krausbernard, uomo cinico che riesce a appropriarsi di ogni cosa e perfino dell’umanità delle persone che gli si avvicinano, tra queste la sfortunata Margarete. Il contatto con una tale “belva”, che è stato ed è ancora amico del fratello Fritz, riesce addirittura a far pensare al protagonista, a proposito del fratello: “se uno è il miglior amico di un individuo simile, allora c’è qualcosa che non va, c’è qualcosa che addirittura puzza, e forse, devo proprio dirtelo, puzzi anche tu”.
Torna di nuovo a farsi robusto il motivo dell’incredulità in un Dio che ci segue e non ci abbandona, e questo motivo diventerà l’ossessione capace di imprimere sul protagonista un pessimismo profondo e irreversibile: “Dio fa sempre così, lascia le cose come stanno; ma per alcuni, troppi, questa è una condanna, mentre per altri, per quegli altri di cui il tuo migliore amico è il campione, è la salvezza; e l’impunità, soprattutto.” Sembrerebbe, dunque, al sagrestano umiliato e sanguinante di orgoglio, che le ingiustizie di questo mondo debbano ascriversi all’indifferenza di Dio, che forse – dubita ad un certo punto – nemmeno esiste.
Anche il terribile Krausbernard si comporta allo stesso modo, come quel Dio, lasciando “sempre le cose come stanno”. Lasciare le cose come stanno assume, perciò, finalmente, il suo connotato negativo, individuando nella immobilità, nell’assenza di movimento e di mutamento nella natura e negli uomini il principio corrosivo della distruzione. Lasciare le cose come stanno, ossia, non significa nemmeno conservare, mantenere lo “status quo”, bensì distruggere: “quel suo modo di non cambiare nulla per distruggere tutto”.
Da quando è giunto a “questa spiegazione”, il protagonista ha imposto un diverso ritmo, più lento, meno aggressivo alla sua “lettera spasmodica e gonfia come un pallone”, quasi che gli insulti e le maledizioni scagliati avverso ai rapporti umani abbiano cominciato a produrre in lui una ancora lieve ma incipiente devastazione.
Individua in Krausbernard un obiettivo per dare una svolta alla sua vita, conseguire una speciale liberazione da ciò che egli rappresenta. Krausbernard è anche l’uomo che, senza farsi troppi scrupoli, lo ha licenziato dalla sua fabbrica, e solo quell’occupazione di sagrestano gli ha consentito di sopravvivere, ma ora i frati del convento non hanno più bisogno di lui. Fra poco perderà anche quel lavoro. Tutto il cattivo e il perfido che si è accumulato in lui (“non che ormai mi manchi la capacità di odiare pressoché chiunque”) discende da Krausbernard; a lui, perfino, deve imputarsi la colpa dell’aggressione che il protagonista ha perpetrato nei confronti di Luise, la segretaria di Krausbernard. Un giorno, perciò, sale sul treno che abitualmente ogni due settimane, un mercoledì, Krausbernard prende per recarsi a Brema, con l’intenzione di ucciderlo. Ma sul treno Krausbernard non c’è, questa volta. Puch torna a casa, consapevole che “nulla si può cambiare, le cose restano sempre nella stessa sbagliata posizione di sempre.” Egli, deluso, si considera “Né carne né pesce, né bestia né tantomeno uomo.” In un momento di esaltazione della sua rabbia devastatrice egli si paragona a Dio, entrambi incapaci di mutare le cose.
Se possiamo capire il suo odio contro il mondo, e perfino contro se stesso (“io sono peggiore di tutti”), non siamo d’accordo con lui. Le cose, infatti, non restano sempre come stanno, e Fritz, che non riceve la sua lettera ma ne ha scritta una assai più breve che s’incrocia con quella del fratello, fa qualcosa che forse nessuno si aspettava: gli dichiara il suo affetto (“Ti voglio bene, Puch, non ti ho mai capito, ma ti voglio piuttosto bene”), proprio nel momento in cui Puch, accecato dall’odio verso tutto e tutti, gli dichiara il suo disprezzo. È la deflagrazione del personaggio: il suo urlo disperato, alla Munch, contro il silenzio di Dio e del mondo.

“Nelle prime pagine, un accumulo di pensieri, un groviglio. E uno squarcio splendido come quello del direttore del negozio sbirciato da Puch. Poi, da pagina quaranta, fino in fondo, il libro s’impenna, e scivola via. In particolare Ferdy e Margarete danno la stura alla carica esplosiva ed implosa di Puch. Allora il lettore (io-in-quanto-lettore) assiste a bellissime, furiose cavalcate dal sapore bernhardiano. E alla costruzione di un delirio cosmico, il regno dell’impotenza e dell’indifferenza, il pensiero deposto e abbandonato, l’indiscernibilità di colpe e di valori. All’esistenza impossibile che si costruisce dio, e questo dio non può che essere un dio assassino. Pagine splendidamente blasfeme. Immensità criminale, gridava Bataille. Qui, questo grido diventa un sussurro impotente, ma dice lo stesso. Ecco, è questo che cerco nei libri. Un grido. E qui c’è.”

Marco “Alderano” Rovelli – (http://alderano.splinder.com/) 16.09.2005 – da www.ibs.it

Viaggi di testa(Totem- dic.05/gen.06)

di Giancarlo Tramutoli
Questi due testi (che per un caso ho letto uno dopo l’altro) hanno in comune un’idea. Quella di un Dio distratto, indifferente alle umane vicende, incapace di occuparsi del suo regno, di governarlo. Di intervenire con giustizia e misericordia. Lascia, appunto, le cose come stanno.
Franz Krauspenhaar, Le cose come stanno, Baldini & Castoldi, 2003, pagg.114, euro12,40
Il protagonista (fa il sacrestano laico) scrive una lunga lettera al fratello (che con un certo successo fa il pittore in Danimarca). In questa lettera prevale un paranoico oscillare tra sete di giustizia e frustrazione di anima incompresa. E’ un pendolo che va dal senso di colpa al bisogno di amare e farsi amare, senso di inadeguatezza al vivere ma anche a star dietro alle proprie idee belle. Il desiderio di espiazione e di riscatto. Insomma ‘sto pendolo oscilla sempre più veloce man mano che si va avanti nella lettura con la concitazione del godimento. C’è dentro una magnifica aria dostoevskjana (penso al tono febbrile di certe pagine di Delitto e Castigo, o al climax paranoico del mio preferito Memorie del sottosuolo). Questa specie di confessione totale, anche sgradevole, livorosa dal ritmo serrato, contagioso, ti trascina in una vertigine lucida e delirante insieme. Ho apprezzato molto anche l’uso calibrato delle ripetizioni che danno al monologo grande credibilità (come se un amico ti si confidasse senza freni davanti a una bella bottiglia…). Senza quella patina finta di letterarietà. Poi c’è questa dolorosa constatazione di un Dio assente. Un libro di grande intensità. La sensazione finale, anche per questa atmosfera un po’ retrò, è quella di aver letto un classico.

Tiziano Scarpa, Groppi d’amore nella scuraglia, Einaudi 2005, pagg. 109, euro 9,80.
Qui si racconta una favola simbolica con dentro temi universali come il potere, l’amore, Dio, con una neolingua. Una specie di idioletto meridionale arcaico. Un napoletano primitivo inventato da un veneziano. Diciamo subito che noi meridionali, quando sentiamo uno del nord che parla napoletano (fosse pure Fabrizio De Andrè, o Paolo Conte in alcune loro canzoni) abbiamo sempre un sottile fastidio, perché anche quando le intenzioni sono buone, il risultato sa sempre di parodistico. Questo succede anche con Tiziano Scarpa. Si capisce che cerca la poesia, che nel suo fantastico bestiario usa uno stile quasi francescano che risulta pure suggestivo. Quando parla dell’eterna lotta tra la paura e la bellezza. Per esempio. O quando rappresenta il dolore de “lu surcio pantecano”, triste e solitario (come il binario della nota canzone), che ha su di sé tutte le puzze del mondo e che invidia il gatto gattaro (che lui sì che sa farsi accarezzare), a tal punto da farsi mangiare per entrare in contatto con quell’amore da cui è sempre escluso. Beh, lì Scarpa è veramente struggente e poetico.
Ma questo miracolo emotivo non accade nelle altre pagine. Si vede un teatrino di cartone con delle sagome di compensato, con fondali senza profondità e dietro le quinte, si vede lo schemino ideologico, antiberlusconiano, fastidioso nella sua scontatezza.
Mi è piaciuta invece la continua invocazione a un Dio latitante e inadempiente, che ritorna ogni anno a Natale per non combinare mai nulla di buono. Tutto resta marcio come prima. Infatti.
Nei Groppi, Scatorchio racconta in un lungo monologo di come perde l’amore di Sirocchia. Come, per vendetta del rivale ecologista Cicerchio, aiuta il sindaco a trasformare il paese in una discarica di rifiuti. Poi si pente e cerca di vendere ai suoi compaesani antenne paraboliche per contrastare l’impianto di un grande ripetitore televisivo che è il simbolico risarcimento del sindaco per la discarica.
Intanto, in un contesto apocalittico fatto di montagne di monnezza e di miasmi tossici, il paese si svuota. Scatorchio resta da solo con la vedova Capecchia ipnotizzata davanti al televisore fino al finale (lieto?) in cui incontra Priscilla e (forse) di nuovo l’amore. Il monologo di Scatorchio è interrotto dalle varie figure di questo bestiario reinventato da Scarpa: lu rundenello, lu bombo muscario, lu scuiattulo, lu surcio pantecano, lu gatto gattaro, lu pepestrello, la lucertula, lu pullo gallinaro, lu gabbianozzo.
La storia è un pretesto. Conta il linguaggio. Ma io ho fatto fatica ad apprezzarlo. Ad arrivare fino alla fine. Ora, il paradosso è che, se in Krauspenhaar quel linguaggio quasi dostoevskiano, produce un effetto emotivamente intenso e nuovo nel panorama della narrativa italiana di oggi, il testo di Scarpa, fallisce le sue intenzioni sperimentali con esiti opachi che ti fan venir voglia di rileggere la secentesca prosa brillante di Basile nel famoso Lo Cunto de li Cunti.

Le cose come stanno.

di Marco Rovelli  – luglio 2006 – www.alderano.splinder.com
Le prime pagine sono uno sferragliamento. Sferraglianti sono le parole a mezzo di Puch, che non riesce a partire, che s’incastra nei fogli di una lettera che deve trovare un senso. Nelle parole di Puch è lo sferragliamento dell’indifferenza a risuonare, quell’indifferenza sferragliante (sferragliante, dunque un’accozzaglia di rumori indistinguibili) che domina l’universo (l’universo del libro, l’universo-universo), un universo di Notte, Ombra, Nebbia, Umidità, Silenzio esangue.
E’ un universo ottenebrato dalla sordità di Puch, che non ha orecchio musicale, e chi non ha orecchio musicale non sente il ritmo, e senza ritmo non c’è che l’indifferenza terribile di un universo tenebroso.
E’ un universo ottenebrato dal senso dei giorni che è il crollo (il tempo come catastrofe, avrebbe scritto Bataille), così come il crollo è il senso della storia, che si raccoglie tutto nelle macerie dell’Europa, è un universo del crollo, dove ogni cosa è ridotta a poltiglia, come il Nilo di merda argentea di un Capodanno di provincia.
E’ un universo di solitudine, e la solitudine – come la scrittura stessa del resto, la scrittura in cui la solitudine cerca di dirsi, di raffigurarsi, e la scrittura è atto di riflessione – si sdoppia, crea fantasmi. “Ognuno vede se stesso come in uno specchio, e nessun altro, proprio nessun altro, lo spia”. Un universo silenzioso e tenebroso è – immediatamente, nello stesso tempo – un universo popolato di occhi e bocche, di visioni e di parole. Rimbalzi, rimandi da specchi, frantumi, lacerti di lingue. Sguardi che si moltiplicano e non si incontrano mai, Sein Sinn Ist Zwiespalt, Il suo senso è la scissione, scriveva Rilke. La scissione, la duplicità, è un destino. Un destino/destinazione cui siamo meccanicamente, necessariamente diretti, come su un treno (e l’impotenza non a caso trova il suo culmine su un treno sferragliante), come marionette dietro un vetro, impotenti e necessitate, che parlano e non si ascoltano, che guardano e non si vedono.
(Brano p. 18/19)
Il cielo è sordo ad ogni invocazione. Così come sordo è il fratello Fritz, pittor decorativo post-klimtiano, il doppio fantasmatico di Puch. Fritz, come Dio, lascia sempre le cose come stanno. Lascia che il treno continui a sferragliare sui suoi binari all’infinito. Al fratello e a Dio non gli importa nulla di nulla, lasciano le cose come stanno. A Puch, che si trova senza volerlo in una riflessione, preso in un atto di scrittura, non resta altro che dipingere il cielo, immortalandolo. Solo così si può far fronte alla sua indifferenza, fissarlo, rifletterlo scrivendone, sdoppiarlo nella scrittura, facendone caput mortuum.
Così la scrittura produce una serie di immagini, usa similitudini bizzarre tra cose nobili e cose vili, accomunate nella loro indifferenza. Se tutto è indifferente, non c’è più cosa nobile né cosa vile.
Tutto è indifferente, perché “Dio sfortunatamente esiste, e solo nel suo proprio silenzio si propaga e si afferma, indefettibile, nell’eternità”. Non c’è qui il Dio rahamim, misericordioso, materno, uterino; questo Dio, qui (ma vedremo che la questione “teologica” si porrà diversamente), sembra più vicino a quello di Lutero, imperscrutabile, insondabile. Imperscrutabile, eppure assolutamente, oscenamente evidente nella sua assoluta, oscenamente esibita indifferenza.
 
A un certo punto il libro cambia passo, ritmo. La lettera era nata come un saluto di circostanza, e il movimento stesso della scrittura la porta a essere una confessione, e poi ben più di una confessione: un atto di riflessione assoluta, l’elaborazione della planimetria di un universo, un’enunciazione teologica e filosofica, ontologica. Lo sferragliamento iniziale, fatto di frasi smozzicate, di similitudini, di periodi brevi, di frammenti, nella seconda parte si apre in cataratta, e si apre in una vera e proprio cavalcata verbale, dal sapore bernhardiano, quando la scena si popola di tutti i fantasmi di Puch, di tutte le macerie morali del suo universo, con i loro ritratti devastanti: l’ex fidanzata Margaret (anche l’amore è interessato in questo universo, “amiamo sempre chi ci ama”), l’ex grande amico Ferdy, “l’essere più ipocrita e mellifluo”, Leinsdorf ingegnere e assassino, e soprattutto Krausbernard (evidentemente il sommo sdoppiamento), il motore immobile di ogni delitto, l’infame porco schifoso, nazista naturale. “Vuole un cavo?” (p.71)
Anche Krausbernard, come il fratello, più del fratello, riproduce le fattezze di Dio: Iddio è un mostro di reticenza universale. Arrivato a Krausbernard, il fratello si rivela come un’emanazione inferiore dell’abiezione, che si rivela, al sommo, in Krausbernard.
Due bagliori di differenza, in questo universo, sono Padre Alfred (l’unico uomo che sembra sottrarsi alla corruzione universale, che peraltro dice a Puch, a proposito del suo caso lavorativo come sagrestano, “non posso lasciare le cose come stanno”, anche se questo cambiamento è proprio ciò che nuocerà a Puch) e Agnietzska B., la prostituta uccisa da Leinsdorf, quasi che l’esibizione del dare-avere sia la forma suprema di autenticità possibile, la sola relazione in cui si può andare al fondo. (e anche lei, del resto, non ha lasciato le cose come stanno, per quanto involontariamente: ha tirato fuori da Leinsdorf, uomo tipico di una provincia ipocrita, con la sua cristianità tipica, “cristianità da lupanare”, le sue vere fattezze di mostro)
Poi, a lato, c’è la mamma, con la quale Puch vive. Non ha colpa di niente, dice lui. E la lascia ai margini. Ma è una figura inquietante, e in questo scagionarla totalmente da ogni colpa – simmetricamente, del resto, a ciò che fa lei con Puch nell’episodio dell’aggressione di Luise Von Borri – ci pare da assistere a una denegazione esibita, a un’accusa implicita. E se fosse lei il fantasma con la F maiuscola, se fosse sua la generazione, la de-generazione, la colpa con la C maiuscola?
Puch lo sa, la sola salvezza possibile sarebbe nel prendere le distanze da questo teatro tragico, da questo proscenio criminale (la salvezza è la ridicolaggine di tutto questo, scrive) – ma non è possibile, lui è preso già da sempre in questo universo torrenziale, prima di scrivere, e non può smettere di farlo, deve arrivare in fondo, è costretto.
Puch è costretto nel suo destino, nella sua impotenza (non posso picchiare nessuno), nel suo fallimento. E la sola forma di salvezza paradossale diventa quella di apparentarsi agli altri, nella meschinità, come un vero e proprio uomo del sottosuolo.
Perciò Puch deve scoprirsi come il peggiore di tutti. Sono come Dio, perché lascio le cose come stanno. E così il cerchio si chiude: Krausbernard, del quale Fritz era un’emanazione inferiore, torna in Puch/Krauspenhaar, come fossimo al termine di un percorso gnostico, che riconduce le cose alla sua origine, e all’origine c’è un demiurgo cattivo.
Puch mette in opera un percorso gnostico mediante la scrittura, e questa è davvero la salvezza: una salvezza impotente, che non può mettere in atto altro se non se stessa, ma questa salvezza ha un corpo, ha preso corpo in una lettera che è una meraviglioso profluvio di parole e di coscienza, alle frasi smozzicate succedono le ultime pagine di un flusso ininterrotto, la costruzione compiuta di un delirio cosmico, il regno dell’impotenza e dell’indifferenza, il pensiero deposto e abbandonato, l’indiscernibilità di colpe e di valori. Pagine peraltro splendidamente blasfeme. Immensità criminale, gridava Bataille. Qui, questo grido diventa un sussurro impotente, ma dice lo stesso. Ecco, è questo che cerco nei libri. Un grido. E qui c’è.

L’ASSORDANTE SILENZIO DI DIO – LA POESIA E LO SPIRITO www.lapoesiaelospirito.wordpress.com
aprile 2007. di Francesca Matteoni

E’ la fine del 1966. In una sperduta cittadina della Germania occidentale il sacrestano Puch scrive una lettera al fratello Fritz, pittore affermato, residente in Danimarca. La lettera prende la misura delle notti in cui viene freneticamente scritta, un monologo di tempo arrestato e sconvolto sulla pagina, un urlo strozzato di brama inferocita, del fiato sempre troppo corto davanti all’equazione che fa della vita una sconfitta. L’unica amante fedele, l’abbraccio disperato e certo nell’assordante, ubiquo silenzio di Dio. F.M.).

Che cos’è la noia, Fritz? Tu lo sai? È l’Europa, la noia. Ne sono sicuro, di questo. È la cara, nobile, vecchia Europa che cammina traballando. Che ci fa camminare tutti. Non sentiamo, noi tutti, odore di macerie? Non fumano più, no: ma comunque esistono, vengono da noi, avanzano, senz’aria, piene di un duro passato, duro a dimenticarsi. A volte questa terra sembra che preghi una preghiera lancinante, vorrebbe Dio, lo cerca, ma Lui non c’è, Lui non c’è. È andato via, e tornerà. Ne sono sicuro. Si allontana, ritorna. Lui fa così. Fa buio, spesso. Spesso fa buio. Non bastano i fari, non bastano le lampade, né le luminarie. Fa buio e fa freddo nel nostro ruvido cuore, fa freddo in qualunque cantuccio, fa freddo pregando e fa freddo bestemmiando, e fa freddo semplicemente aprendo la bocca, e parlando, e soprattutto, fa freddo parlando con le nostre solite dure parole. La fredda noia mangia la mia aria, e calpesta il mio pavimento coperto di sogni sbolliti come rabbie.

Sono appena tornato dal mio servizio. L’odore dell’incenso comincia a darmi la nausea. Una ragione c’è, c’è sempre. Oggi vedevo la chiesa sempre più scusa, come se fosse scesa dal tetto la notte dei pensieri, la notte dei sentimenti. Come se qualcuno più in là, avesse spento la luce. Ero, io invece, che mi perdevo tra le falde dell’ombra. Ero io, invece, che camminavo su foglie morte, su erba marcita, su morenti macerie, sul fiato mozzo del mondo. Il solito mendicante è entrato per rubacchiare qualcosa: non ce l’ho fatta, oggi, a trattarlo con la solita durezza. Non veniva per disturbare: ho sperato che riuscisse a rubare davvero qualcosa, che rubasse addirittura tutto, e lo portasse altrove, per rivenderlo altrove. Forse queste statue, e queste sedie, e questi banchi, e quest’altare, non appartengono più a questa chiesa. Questa chiesa non appartiene più alla mia vita. È coperta di neve sporca, indurita. La neve mi rende ancora più sordo. Non ascolto, non parlo, a malapena respiro. Quel mendicante poteva rubare persino le anime di tutti: poteva guadagnare il silenzio, e rivenderlo. Questo silenzio è merce rara, ma non vale nulla. Il silenzio non vale più nulla. Il silenzio è una corda allentata, in riposo; non ha tensione, giace nel magazzino dell’inutile. Se alla gola neghiamo la voce, le neghiamo il suo scopo. In questi giorni, il Natale a pochi centimetri, qualcosa nega il mio scopo; al di là della sopravvivenza di un uomo, di un uomo che sono io, non resta più, per me, quel qualcosa di grande che ti rende felice di essere vivo, di pregare, di praticare il tuo taglio, di luce, di conservare la tua fiammella per il tuo calore, il tuo calore umano. Quando ti scacciano, ti tolgono la voce. La mamma mi chiama, vuole che vada a fare la spesa al Multimarkt. Devo interrompere, adesso.

È passata un’altra notte. Ho riletto quanto ti ho scritto. Già non è nemmeno più una lettera. Cos’è, allora, un diario? Che allora lo sia. Ti avevo promesso una lettera, e forse non sto mantenendo la mia promessa. Sono solo, Fritz: con chi parlare, se non con la mamma, se non con i frati? Altrove, non conosco più nessuno. È stato pian piano, a volte; a volte d’improvviso. Ma i pochi amici che avevo li ho allontanati, ne ho fatto a meno, e tutto sommato non ne rimpiango l’inutile presenza. Noi due, tu e io, andavamo d’accordo, ma tu dovevi partire, e partire ti ha fatto bene: all’anima, al lavoro, a tutto quel che richiami alle tue luci. Avevo deciso di vivere di questo, io: del mio servizio, della mamma, della nostra casa. Non avevo bisogno di molto altro. Credevo che bastasse, credevo che il resto, tutto il resto, fosse cibo per gli altri. Non lo desideravo, credevo che Dio avesse scelto così, che fosse, tutta quanta, un’opera sua. Fors’anche un suo merito. Ma no, invece: prima che iniziassi a scriverti e successo il brutto, il brutto imprevedibile. E forse è soprattutto per questo che questa lettera sta diventando così lunga, sta diventando qualcosa di diverso. Il Padre Guardiano mi ha chiamato e mi ha detto: “ Mi dispiace, ma non possiamo tenerti oltre il settembre dell’anno prossimo. Io devo lasciare questo convento, e non sono io che decido. Purtroppo tutto è stato deciso dal Padre Provinciale. Sai che qui ospitiamo frati studenti: ebbene, verrai sostituito da due sacristi…” E in più, mi ha detto che dal mese di gennaio avrei lavorato solo tre ore al giorno, anziché sei. Attendevo il nuovo contratto, e questo è stato, invece, il trattamento: questo. La mamma è amareggiata, e io mi sento ancora più sordo, senza voce, ma penso ancora al futuro: d’altronde questo presente mi fa troppo male; perché, ora, capisco di non essere più utile, capisco che questa gente è uguale all’altra, a quell’altra che io ben conosco, e sono diventato ancora più sordo, e non ho voce, e grido con queste pagine, sottili come lame di piuma. A volte lo strascichio di uno straccio bagnato mi richiama alla sordità catacombale di questo ambiente, plumbeo e al contempo evanescente. È come se Dio si fosse staccato dalla materia, smaterializzato ulteriormente in piombo volatile, in una cappa di radioattività spirituale. Questo silenzio mi rende feroce con la vita. L’afferrerei, se potessi, la strizzerei come uno straccio, questa mia vita, ma non mi è possibile; resto a guardare l’altare senza vederlo, una nebbia sorda di umidità m’invade le palpebre stanche, la coscienza vorrebbe rendersi incosciente, ma essa attende, dentro di me, la fine del servizio, la fine del turno di guardia a questa casupola insensata. Non c’è vita, in una chiesa: e non è perché questa gente, questa santa gente, ha deciso di farmi fuori, che io lo dico, che io questo lo affermo, no: è perché da tempo, qui, ormai, ci sentivo i sordi colpi dell’assenza, la disperazione dell’assenza. E per quanti sforzi faccia, rimangono gli stracci bagnati sul pavimento, rimangono i colpi di tosse dei fratelli, questo codice Morse insensato, forse insano, questo sonoro segno di costipazione dell’anima. Rimane il vuoto, ribaltabile in ogni senso, vuoto nell’aria, vuoto a perdere, senza commozione, senza emozione. (…).

Ho ripreso a scrivere che è notte quasi avanzata: mi sto trasformando in uno scrittore di memorie scandite al tempo presente. Pensavo di poter dipingere, un giorno: ma me ne manca la forza, mi manca la benedetta forza di afferrare le mie budella e schiantarle, così come si trovano, contro la tela. Solo così potrei dipingere, ora. Lascio fare tutto a te, che nel vento fai entrare, risucchiato da un violento pensiero, tutto il tuo pancreas, che nella bile insanguinata fai scorrere il fiume delle tue ore ispirate, che nei minuti feroci fai sprizzare il sangue dell’espressione di uno scarafaggio antropomorfo, un mostro surreale. Mi sto trasformando, nella notte. La notte trasforma, purifica, getta nei gangheri l’apparente bontà del giorno; il giorno,già, che indossa l’abito talare del salvatore di anime, quelle anime, appunto, che riescono a salvarsi soltanto se invischiate nel grigiore senza speranza di una normalità circostanziata, melliflua, e funerea. A proposito: ieri c’è stato un altro funerale, questo è il periodo buono, le buone anime a quanto pare lasciano tutte insieme il mondo in questo freddo, conveniente periodo. Domani è il Natale, e per me sarà un giorno di fiera. Dovrei dormire per recuperare le forze, se mai ne ho avute, ma non importa. Mi sto trasformando nello scrittore delle mie angosce, delle mie assenze angosciose. Sai come funziona: prendi il turibolo, aggeggio manda-avanti-e-indietro-incenso, ci ficchi dentro un paio di pastiglie di carbone, dai il turibolo al sacerdote, il quale, al momento della comunione, ci infilerà l’incenso. Io posso metterci solo il carbone. Accidenti. A me l’incenso niente. Ma poco male. Quel buon tizio insomma era morto, tutto morto nella sua bara, una bara proprio da povero, e tutt’intorno fluiva un buon silenzio cerimoniale. E anche Dio stava ben attento a non dire nulla. Lo sentivo distintamente tacere, infatti: e questa, secondo me, è la prova più inconfutabile della sua esistenza. Già, quanto è difficile credere nelle apparizioni, nei miracoli. Nelle manifestazioni… Mentre quando Lui tace, e tu senti vivamente che tace, e quanto tace, e con quale profondità tace, quando tace come la notte, o come tace un morto, allora, in tutto e per tutto, in Lui ci puoi davvero credere. E ieri, mentre quel tizio era distesamente morto nella sua bara, ho sentito Dio tacere come non aveva mai taciuto, l’ho sentito tacere d’incanto, tacere con inaudita potenza; ma non come un morto, no, no assolutamente: bensì come un vivo, che nel silenzio esprime, pezzetto per pezzetto, il suo carbone da bruciare, per alimentare il fuoco di una consacrazione a esistere.

È una notte, questa, che potrebbe risvegliare duemilacinquecento diverse alienazioni mentali. È una notte che potrebbe risvegliare l’incubo dal suo turibolo. È una notte che potrebbe essere un vuoto, dentro il quale potremmo non esistere, e saperlo perfettamente, senza peraltro dolercene. È una notte che potrebbe essere la morte vivente della nevropatia, se essa non fosse così abbarbicata al grigiore senza speranza del giorno che, in maniera sorniona, afferma nonostante tutto di vivere. Ti scrivo quasi al buio, un buio che parla di me, che fa parlare una matita vibrante. L’aria si fa matita, la matita corre, sola, nel buio, e incide una scorza aerea del sogno a occhi aperti. Sono il candore acceso. Sono il gigante invisibile che crede nell’infallibilità della pena. Carcerato alla speranza, io, come solo chi crede. Ho spalancato la finestra: nemmeno un cane che abbai, nemmeno un gatto che miagoli, nemmeno una minima mistificazione notturna. Tutto è così naturale, così naturale alla notte, così perfettamente notturno, che la mia carne non trema neppure per il freddo che agevolmente s’è incuneato dalla finestra: eppure sono quasi nudo. Potrei uscire, così come sono, e non sentire un bel nulla sulla mia pelle. credo nella spossatezza dell’estate e nel bisogno di incoraggiamento dell’inverno: l’inverno ha quella voglia di vivere e quell’ingenuità speranzosa che ti viene dalle difficoltà; l’inverno ha lo slancio di chi ha bisogno del pane; nella primavera vive l’esaudimento dei nostri desideri di sole; nell’estate, invece, il sole immancabile si soffoca da solo; l’inferno sarà forse caldo come l’estate, e il purgatorio sarà quest’inverno, così immancabilmente rigido e così pieno di voglia di riscatto? E il paradiso, allora? Il paradiso è la foglia d’autunno. Forse è la foglia di fico della vita, con la quale nasconderemo il sesso nudo: ma un paradiso senza sesso è meglio di un purgatorio asessuato: che è questo mio presente interminabile, questo mio sadico inverno di notti, nelle quali la luna è una cipolla di tristezza, il sole maionese impazzita, la neve sperma sulla carne ossuta d’una città frigida.

Franz Krauspenhaar, Le cose come stanno (Milano: Baldini e Castoldi, 2003)

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