The FK experience il sito di Franz Krauspenhaar

9 giugno 2008

Recensioni

Filed under: — Franz Krauspenhaar @ 15:06

Giorgio Vasta, scrittore, consulente editoriale, editor, docente della Scuola Holden ed ex redattore di Nazione Indiana, è una persona che stimo molto. Ha sempre seguito il mio lavoro con attenzione e curiosità, e così è stato uno di coloro che hanno letto Era mio padre in anteprima. Ecco il testo di una sua mail – che pubblico con la sua autorizzazione – di pochi giorni fa. (01.05.2008)

Il tuo libro mi ha impressionato per l’intenzionale – o inevitabile, ma non ha importanza – irregolarità, per il suo modo di procedere a strappi, sempre in salita, sempre per percorsi impervi, come la gara di un ciclista che si conficca da solo i vetri nelle gomme e poi si mette a pedalare distruggendo i rapporti, smaltendo la gomma e rigando la strada con i cerchioni nudi. Leggendo e perdendomi nella scrittura e nel legame mi è sembrato di trovarmi dentro un quadro di Pollock, in un sistema puntiforme aspro e concreto, dentro un materiale tangibile, contundente, pericoloso.
Insomma, un libro che mi è stato utile.

Franz KrauspenhaarEra mio padre di Paolo Cacciolati

Vibrissebollettino.net, 03/05/2008

Se ci fosse uno strumento per misurare la tensione morale presente in un libro, l’intensità emotiva del suo autore, bene, nel caso di Era mio padre questa sorta di amperometro schizzerebbe alle stelle, con la lancetta a sobbalzare frenetica sulle tacche rosse del fine scala.
Un’intensità emotiva che non è possibile descrivere o filtrare, si può solo lasciar passare, come la mia scelta di far passare più testo possibile in questa lettura.
Ecco Krauspenhaar partire subito all’attacco, in apertura, con una sorte di furente dichiarazione programmatica rivolta al lettore:

voglio che vedi cosa c’è sotto la terra che calpesti, voglio che senta che sto parlando anche di te, perché un padre l’hai avuto anche tu, forse lo hai ancora. Voglio regalarti uno sguardo molteplice, un occhio febbrile sulle cose. Devi affondare con me e con lui.

Non c’è dubbio che uno dei pregi di questo libro consista proprio nel trasmettere al lettore, senza filtri, la tensione emotiva dell’autore, in questo caso nel ripercorrere la memoria del padre e le ferite cauterizzate a fuoco per la sua scomparsa, nonostante siano già passati molti anni.
Il libro procede con un ritmo a singhiozzo, è come un viaggio fatto di stop e continue ripartenze, di accelerazioni, di frenate brusche, di avanti e indietro nel tempo e nello spazio.
E’ un percorso che l’autore ci invita a compiere accanto a lui, è un percorso sui cui esiti all’inizio c’è più che incertezza, anche per la persistenza del passato nel presente, con il suo carico di dolore, tant’è che nelle prime pagine dice:

Rimango sempre sintonizzato col mio passato. Gli anni passano ma il passato non passa….Questo libro lo voglio fare come mi viene. Non uso griglie, non attingo che da questa mia testa piena- o alle volte anche vuota- di ricordi, di immagini, di fotogrammi, flash, rumori, raggi gamma di pensiero, sollecitazioni, odori lontani ma persistenti. Madeleines che non si induriscono mai. Come pensare che il passato possa svanire? Il passato è qui, ora, perché noi siamo passato, noi siamo il passato…

Così si parte in questo viaggio, in questo lessico famigliare senza filtri che affonda le radici nelle generazioni precedenti e nei patimenti subiti, come nelle piccole grandi gioie che hanno attraversato la vita della famiglia, con l’autore ostinato nello scrostare ogni possibile paramento di perbenismo, di buoni sentimenti, per far emergere anche il male, e non solo quello subito, ma quello più subdolo che si insinua nelle pieghe dell’anima.
L’espediente utilizzato per portare il ricordo nel testo, senza imbalsamarlo, è di parlare anche (e molto) del presente, della lotta quotidiana dell’autore con quelle che altri hanno definito le piccole cose di poco conto, degli incontri galanti, dell’amicizia con altri scrittori, delle difficoltà nel portare avanti il libro stesso, con un tono apparentemente minimalista, sotto il quale cova l’angoscia del vivere, o del non vivere come si vorrebbe.
L’espediente -ammesso che sia tale- funziona perché serve ad evitare che l’autore, e la figura stessa del padre, trasfigurino in una sorta di personaggio letterario, perdendo l’autenticità, la carne che palpita dentro ogni pagina del libro.

Del resto non siamo in presenza di un romanzo, e non si aspetti il lettore di trovarvi trama e personaggi.
Oggetto letterario non completamente identificato, si legge nell’aletta. E in effetti potrebbe essere inteso in molti modi, autobiografia, autofiction o anche come una ricetta dolorosa quanto necessaria per attraversare indenni il dolore della memoria.
Comunque, è lo stesso Krauspenhaar a consegnarci qualche indizio sulla natura del libro:

Questo libro è un salvataggio estremo. Un mio bisogno che spero attiri altri bisognosi. Uno specchio in cui spero possano rispecchiarsi in tanti…

e, rivolgendosi al lettore, aggiunge:

Voglio che soffri con me, che patisci con me…voglio che ti prendi una vacanza dall’intrattenimento, dalle storielle sordide di morti ammazzati di carta…voglio che ti senti stanco di sesso di carta, di amori improponibili, di padri infantili e figli drogati. Il romanzo è diventato un genere di conforto, non d’indagine. Io qui sperimento me stesso, io sono il topo da laboratorio che corre drogato per la gabbia.

C’è una sorta di dialogo continuo con la figura del padre, anche quando non parla direttamente di lui, anche quando si ferma sulla propria condizione attuale, su ciò che non va nella sua vita, sulle relazioni andate a male. Così si può dire che l’autore parli del padre soprattutto quando parla di sé. L’assenza è la protagonista. Ed è ciò che consente al libro di esistere.

Se lui fosse qui questo libro non esisterebbe; e dunque, cinicamente: oggi come oggi sceglierei lui o il libro? Strano, non so rispondere; ho fatto troppo l’abitudine alla sua assenza.

Conseguente all’assenza, ecco emergere l’altro protagonista del libro: il dolore.

Papà vampiro della mia anima, di molto del mio dolore trapassato.

E ancora, le pagine dedicate alla scomparsa del carissimo fratello, Stefano:

Mi rendo conto che questo libro è fatto di troppo dolore che vorrei arginare. Ma il dolore è sgorgato come un fiume e continua defluendo in scuri rigagnoli, anche se io non piango più da molto tempo. Continuo a scrivere per non pensare.

Un dolore che ritorna continuamente anche nell’oggi, o comunque nel passato prossimo, descritto in modo vivido, ad esempio nella pagine che trattano della depressione che lo ha morso negli ultimi anni.
Altre volte il tono assume accenti più lirici, come quando sogna di poter tornare indietro, in Svizzera, per fare a ritroso l’ultimo viaggio compiuto dal padre.

La Svizzera, che mi vedrà solcarla per tornanti ritornanti, per venirti a riprendere poco tempo dopo, da morto, nel ritroso da soma, col tuo corpo sulle spalle, con tutto il tuo peso di anni, di storia, di affetto, tenerezza, rabbia, incomprensioni, con tutto quello che ti riguarda, col nostro rapporto.

Le parti di lessico famigliare sono a mio parere le più genuine, le più riuscite, come quelle dedicate ai nonni paterni.
Ci sono descrizioni bellissime, come quando è rievocato il periodo di Sanremo, negli anni ’20, quando il nonno era direttore di uno degli alberghi più prestigiosi, l’Hotel des Anglais.

Papà nasce là, guardando il mare punteggiato da spilli di sole. La sua mamma, Marie Antoniette, è un misto di paesi: tedesca, francese, italiana appunto di Sanremo. Se il nonno è biondo e occhiceruleo, la nonna è bruna e aggraziata come una provenzale…
Tu papà sei nato tra i ricchi, hai cominciato benissimo il tuo lungo cammino nella vita. Più tardi ti accorgerai dell’amaro e sentirai il duro, il pietroso, l’acuminato.

Da qui in poi si dipana -nella storia del padre- un gomitolo fatto di molte sofferenze, e lutti, la morte prematura del nonno, la guerra e gli anni difficili del dopoguerra, con qualche intermezzo felice come quello dedicato ai primi anni di matrimonio dei genitori, in una Milano già locomotiva della ripresa.
Mi sono piaciute meno, invece, le parti del libro di meta-romanzo, dove si parla delle difficoltà nel portare avanti il libro stesso. Riconosco che si tratta di una tendenza che si sta diffondendo sempre più nella nostra narrativa. C’è questo sovrapporre le impronte del book in progress a quelle della storia che si narra, come ad esempio Mauro Covacich prova a fare nel suo ultimo libro, Prima di sparire. Ma non è una tendenza che mi entusiasma più che tanto.
E’ un equilibrio difficile, che richiede un continuo sforzo di accordare i toni dei due livelli narrativi, come un triplo salto mortale che Krauspenhaar esegue con successo. O perlomeno lo scrivere assolve a una funzione terapeutica, utile a far affondare anche il dolore del ricordo.

Ci ho provato a farti affondare nella prosa. E’ tutto quello che ho potuto fare, che posso fare

conclude verso il finale.

In questo viaggio al termine di questa notte Franz Krauspenhaar trova così la forza di far emergere una fiammella di luce, come un indizio di aurora.
Questo è quello che dice all’inizio del libro:

Rimango sempre sintonizzato col mio passato. Gli anni passano ma il passato non passa.

Ma verso il finale l’autore può finalmente guardare al domani con l’anima più leggera.

Gli anni che ci hanno separato non sono stati perduti. Se non s’è perso l’amore, in fondo non s’è perduto niente.
Franz Krauspenhaar, Era mio padre, Fazi Editore, 16.50 euro.

Pubblicato da Paolo Cacciolati il 03.05.08 00:24

LA POESIA E LO SPIRITO www.lapoesiaelospirito.wordpress.com
di EZIO TARANTINO – 06.05.08

I miei si conobbero nel 1955, a Sanremo, al matrimonio di Erna col sanremese Nicola Pitto, figlio del maresciallo dei carabinieri Giuseppe Pitto, genovese purosangue, e di una zia della mamma, calabrese,sorella di mia nonna….”
Non comincia così Era mio padre, di Franz Krauspenhaar, infatti questo brano si trova a pagina 168. Forse avrebbe potuto. Sarebbe stato, però, un’altra cosa. Una cosa già vista, probabilmente.

Era mio padre è un memoriale atipico, un dialogo sguaiato e malinconico, un atto di dolore e di autocompiacimento. Ma è anche qualcos’altro.

La famiglia Krauspenhaar era originaria dei Sudeti, una regione tedesca incastonata nel cuore dell’imperio austro-ungarico. Una famiglia facoltosa, di commercianti. La loro storia poteva essere raccontata come un’epopea novecentesca affascinante e drammatica, una nuova Heimat multinazionale (divisa fra Boemia, Germania, Svizzera e naturalmente Italia, da San Remo alla Calabria). Oppure con il tono affettuoso, sul filo dell’avventuroso dramma epocale, di un altro Lessico famigliare.
Franz non aveva bisogno né dell’una dell’altro. Franz aveva bisogno di fare a cazzotti con la sua storia e con la sua vita, e con qualche ragione.Era mio padre è questo: una scazzottata purificatrice senza esclusione di colpi, sangue a volontà, lividi, lacrime. Una confessione sfrontata e risoluta, un cuore messo a nudo per trovarvi le ragioni del coraggio di vivere. Mica uno scherzo.
La vicenda storica della famiglia Krauspenhaar fa da sfondo meraviglioso, mitico, ma non si fa mai davvero centro della narrazione. Centro della narrazione è il rapporto fra un padre e un figlio. E quindi il racconto è strutturato su tre piani: il trapassato riferito di seconda o terza mano; il passato di una vita insieme e il presente. L’urgenza porta qualche volta FK a trasferire sulla carta lacerti di una quotidianità imbarazzante nella sua purezza e sincerità. Ma non aveva alternative. Questo non è un memoriale, né una banale seduta di psicanalisi (la scrittura che si fa medium per la redenzione privata). La scrittura, la prosa, è la terra fredda dove lasciare marcire i corpi e vivere la completa maturità, la differenza depurata dal peso dei sensi di colpa.

Il libro è il terzo protagonista del libro. Infatti, oltre alla storia di Franz e di Carl, e dell’intera famiglia Krauspenhaar, c’è anche la storia della scrittura del libro. I brani entrano ed escono dalle pagine, vanno in Rete (su Nazione Indiana, come il bellissimo brano “Affonda nella prosa” – ma non è l’unico – dove si fa emblema la natura dell’operazione: memoria, terra, ossa, scrittura, sono la stessa cosa) prima di essere piombati definitivamente sulla carta stampata; sono già commentati dalla comunità di blogger (“un OK Corral del dilettantismo dividente e imperante”, “un Far West del pensiero debole”, eppure indispensabile).

(aperta parentesi: di brani “bellissimi” ce ne sono molti. Strazianti, dolorosi, divertenti. Franz ha un talento incredibile nel cambiare registro, nel passare dalla chiacchierata fintamente “come viene” al tono lirico ed emozionante della nostalgia, come nell’epica disfatta della Wehrmacht sul fronte russo, o la prematura morte del padre di Carl e la consapevolezza di quest’ultimo di non poter mai più imparare ad andare sul kayak e che “le cose avvenivano a caso, con feroce ritardo, o con ancora più feroce anticipo”, o la dolente iterazione “Papà, che macchina è?”, epitome terminale del rapporto fra un genitore mitizzato e un figlio che del mito ha deciso di liberarsi senza tradirlo).
Insomma il libro è talmente parte della vita di Franz che ne è parte come esperienza già vissuta, che Franz ha già attraversato. Davvero non c’è alcuna distanza fra la propria esperienza e la scrittura, proprio come negli amati Céline o Henry Miller, o in un Luciano Bianciardi, che come numi tutelari ne accompagnano il cammino.

Un libro che riserva sorprese e forse imbarazzi, che, scritto davanti allo specchio, potrà risultare indigesto, narcisista e ridondante, ma che avvince per la sua urgenza. E per la sua disperata vitalità, e anche per la magistrale costruzione del pathos.

E allora: si parla molto di questi tempi, dell’invasione dell’Io nella letteratura (Walter Siti, Mauro Covacich… Giulio Mozzi torna sui suoi libri “scandalosi”). Era mio padre irrompe con la forza della assoluta sincerità e della assenza di schermi intellettuali e i raffinati depistaggi. Ma se la costruzione della trama narrativa (se così si può dire) certamente induce a pensare questo oggetto narrativo come un libro al quadrato, o un meta-libro, una autobiografia in progress, pur sempre di un libro si tratta. Il suo valore sta nella lingua, nel sapiente dosaggio di elementi costruttivi e, ad esempio, nella risalita romanzesca verso la scoperta della verità sulla tragica morte del padre. Una risalita che è un colpo basso, un colpo secco, in un finale acido e devastante, alla Dürrenmatt.

Franz Krauspenhaar, Era mio padre. Roma, Fazi, 2008. Euro 16,50

FRONTE DEL PADRE
D- DI REPUBBLICA (La Repubblica delle donne) 3.5.08

Un corpo a corpo con la scrittura, un pugno gettato tra le ombre dell’inchiostro per trovare una luce che si chiami memoria. Franz Krauspenhaar, nato a Milano nel 1960, dopo l’ultimo noir Cattivo sangue, nel nuovo Era mio padre consegna al lettore un romanzo che ha il coraggio di fare i conti, nelle pagine come a bordo vita, con la lacerazione tra la realtà vissuta e quella intuita. La storia è quella di un padre soldato nella Wehrmacht sul fronte russo in Ucraina, che (non) cancellati gli orrori della guerra, con lo spettro di Hitler che diventa quasi un fantasma di crudeltà innominabile, affronta da reduce l’Italia del boom economico e della ricostruzione. Tra rabbia, violenza, passione, tenerezza un romanzo che, travalicando ogni trama, è tra i migliori libri italiani di quest’anno.

Citando Céline, Miller e Malaparte, nel libro rivendica il progetto che lo scrittore torni a parlare di ciò che conosce meglio: se stesso. Che è molto diverso dall’osservare il proprio ombelico…

E’ la letteratura di quegli autori che mi interessa: nutrirsi totalmente della realtà, addirittura esserne assorbiti. Che è diverso dal realismo, cioè raccontare la realtà secondo i canoni classici del romanzo. All’opposto c’è la scelta di raccontarsi facendo della propria vita un romanzo. Quando il corpo dello scrittore, che racchiude la sua vita, diventa il centro radiante della storia.

Il protagonista, suo padre “è un uomo di confine: attaccato mani e piedi alle sue radici…”

Lui era dei Sudeti, terra di confine tra ovest ed est. In Cecoslovacchia ma di cultura, tradizioni, lingua tedesche. A pochi chilometri dal confine con la Germania. Un uomo che è stato al confine tutta la vita, che ha vissuto sul crinale delle cose, sempre.

Il romanzo è un racconto epistolare. Ma è anche l’epopea di una famiglia nel boom dell’Italia anni Sessanta.

Oggi si vuole parlare del presente e viverlo senza accettare il passato; io ho voluto sfidarlo con tutto il suo carico di dolore ma anche di gioia: ho voluto rimuovere proprio il velo delle cose e fissare in maniera letteraria anche la storia della mia famiglia, nata all’estero ma divenuta profondamente italiana. Attraverso i decenni.

Paradossalmente va alla ricerca del padre per dimenticarlo…

Ho cercato di chiudere i conti con un padre amato. E forse è anche più difficile che farlo con un padre odiato.
Gian Paolo Serino

“Era mio padre” di Franz Krauspenhaar dal blog www.lunamareterra.wordpress.com di Lisa Sammarco – 5.5.2008

Un errore che si potrebbe fare nel leggere “Era mio padre” è quello di pensare di avere fra le mani il romanzo di una saga familiare che attraversa un’epoca della storia europea rappresentata, nel susseguirsi delle generazioni, in tutta la sua dimensione dilatata.In realtà la narrazione, anche se inserita in un contesto ampio, è molto più intima.

Gli eventi che fanno da sfondo sono raccontati “ a vista” , il loro svolgersi non va oltre lo sguardo dei protagonisti, tutto è vissuto e narrato sulla pelle, perfino la guerra stringe il proprio scenario nello spazio della terra che viene calpestata, nei dossi dove morire o vivere è questione di centimetri, nelle frontiere che lasciate alle spalle o varcate spogliano e rivestono, nelle radici e i legami che invece perdurano senza confini. Senza latitudini o longitudini.

C’è un filo da riavvolgere e ai due estremi ci sono un padre e un figlio che si cercano. Che devono riunirsi. Nella morte dell’uno, nella vita dell’altro. Come navigando nel buio e senza bussola.

Ho letto “Era mio padre” in una notte. Ora che da quella notte è passato un po’ di tempo credo che sia stato un bene leggerlo nel respiro trattenuto dell’oscurità. Le tenebre mi hanno collocato in una posizione privilegiata perché questo libro ha della notte lo stesso scenario, la stessa mancanza di punti di riferimenti, e la stessa assenza di pietà.

Non ci sono luci che entrano dalle finestre, non ci sono ombre che determinano un’ora, non ci sono rumori. Le scene scorrono e, anche lì dove qualche dialogo serpeggia nel silenzio dei ricordi, anche lì dove la luce della riviera ligure e la calura di un Sud dell’infanzia s’intrecciano al profilo di una Germania scarnificata dalla guerra per implodere nel presente di una Milano ostica e amorevole, tutto sembra scorrere in bianco e nero, e senza sonoro. È un libro in 8mm.

La sua scrittura sembra consistere nel fermare ad uno ad uno i fotogrammi per poterne scoprire tutti i particolari, ingrandirli con una lente togliendoli dai contorni sfumati dei ricordi e ridefinirli in un’ottica nuova e con una nuova consapevolezza, comprenderli, smussarli per incastonarli in un sentimento d’affetto nuovo. Sostituirlo a quello che vive ormai quasi in forma astratta.

E poi riavviare di volta in volta lo scorrimento, e fermarlo nuovamente, e così via, fino alla fine. Fino ad arrivare al padre, alla concretezza dell’amore per lui. Pieno. Reale. E finalmente espresso.

Infatti il montaggio narrativo sembra seguire una struttura dove i piani della trama si avvicinano, s’intersecano e si allontanano continuamente, sottoposti come sono a questo lavoro di recupero, quasi fosse un affresco sul soffitto di una stanza ricoperto dalle scorie del tempo e a tratti andato perso nei frammenti caduti in terra.

La figura del padre diventa un’immagine da restaurare, da riportare alle sue tinte originali, da ricostruire facendone ricombaciare perfettamente i minuscoli pezzi, raccogliendoli ovunque lo si può: nelle fotografie, nei racconti di chi lo ha incontrato, e nei ricordi.

Ecco allora la scelta di chi scrive di fare se stesso, la propria stanza, la propria vita quotidiana da canovaccio alla trama rinunciando al privilegio di essere “voce fuori campo”, di essere spettatore asettico della storia e assumere invece una consistenza fisica, di carne e sangue, forse anche per una sorta di rispetto verso un padre che, in un certo senso, è protagonista indifeso, quasi violato nell’intimo in questo suo cercarlo.

Chi scrive cerca di porsi così alla pari offrendosi, non al lettore a cui invece un po’ cinicamente toglie ogni idea romantica del suo mestiere di scrivere, bensì al padre, mostrandosi a lui come l’uomo che è diventato, colui che lui non ha potuto vedere andare oltre la giovinezza, l’uomo che ora scrive di lui. Del padre.

-Ecco- sembra dire – questo è tuo figlio – E mentre lo cerca, ne cerca le radici, mentre osserva ogni minuscolo tassello che possa ridefinire il disegno di quel loro rapporto interrotto, gli racconta di sé, da uomo a uomo, perché ciò che deve essere colmato è anche questo. Forse soprattutto questo: potergli parlare ancora e ridargli così il ruolo di padre.

Allora gli racconta delle sue donne, che entrano ed escono dalla sua vita, dell’amore e delle scopate, degli amici vicini e di quelli da cui si sente tradito o dimenticato, delle delusioni, della solitudine, delle difficoltà contro cui sbatte anche nello scrivere, gli parla di chi lo ha conosciuto e amato e che resta ora in questa sua assenza, e perfino delle cose apparentemente di nessun rilievo come i piccoli malesseri con cui lotta ogni giorno, dei pasti consumati in cucina, delle baruffe webbiche. Stralcia morsi del presente per trarne la linfa vitale e rianimare così le immagini statiche di un tempo passato. Un paradiso perduto.

Chi scrive si mostra nella sua quotidianità e nella stessa semplice e forse inadeguata umanità con cui lui, il padre, ha forse dovuto affrontare invece una Storia invadente che ha terremotato la sua esistenza. Con le stesse macerie a pesargli sulla schiena e con la stessa fatica per rimetterle in piedi. Con la stessa fragilità di uomo che può opporre all’immensità dell’esistere solo il proprio esistere come uomo: una identità, il lavoro, la famiglia. Le piccole grandi cose che fanno la vita… quando c’è.

Era mio padre – Franz Krauspenhaar- Fazi Editore

PRENDERE A CAZZOTTI I MORTI NON E’ FACILE SE SCRIVI DI TUO PADRE. (LIBERAZIONE 11.5.2008) DI SERGIO GARUFI

La migliore letteratura autobiografica, quella che evita di rappresentare la propria vita attraverso una lente deformante che tutto abbellisce, non ha mai giovato ai rapporti familiari dell’autore.
Lo dimostra la recente pubblicazione in Francia de L’innocente,un libro di Lucie Ceccaldi, la madre del noto scrittore Michel Houellebecq, in cui questa gli rivolge pesanti insulti e gli contesta il ritratto impietoso fattole anni fa nel romanzo Le particelle elementari. Anche nella nostra illustre narrativa novecentesca esempi di questo tipo non mancano.Gadda e Manganelli dichiararono addirittura di aver atteso la morte della madre per pubblicare i loro testi più intimi e sofferti. Altro caso clamoroso è quello di Kafka. Max Brod riferisce infatti che lui avrebbe voluto dare alla sua opera il titolo globale di Tentativo di evasione dalla sfera paterna, cosa che evoca l’eterno regolamento di conti fra padre e figlio, quasi un necessario rito di passaggio alla condizione di adulto.
C’è sempre una certa insolenza nell’atto della scrittura, una fastidiosa mancanza di riguardo, perchè quel gesto non può che costituire una sconfessione dell’ordine tradizionale. Nelle intenzioni di Franz Krauspenhaar, Era mio padre doveva essere appunto questo:”Un libro fatto con le viscere e col sangue”, tutto meno che “un’agiografia”, che “un santino letterario”; e ciò soprattutto in odio alla “falsità romanzesca”, perchè oggi “il romanzo è divenuto un genere di conforto”. Giunto alla sua quarta e più ambiziosa opera, Krauspenhaar ci racconta la travagliata vita del padre, un tedesco dei Sudeti nato in Italia, che partecipò alla Seconda Guerra Mondiale sul fronte russo, si sposò con una calabrese, andò a vivere a Milano, ebbe tre figli e morì su un treno mentre si recava per lavoro in Svizzera.
La narrazione della storia del padre è intervallata dagli incontri e dagli amori del figlio durante l’estate e l’autunno della stesura del libro, e i ricordi riaffiorano carsicamente da colloqui con parenti, dall’accensione di una sigaretta o dalla visione di fotografie (meravigliosa quella del padre-bambino in copertina). La scrittura padroneggia molti registri:a volte è dolcissima e disarmata, altre volte è rabbiosa, altre ancora malinconica, e il ritmo serrato non è però frutto di un’evoluzione narrativa, di un progredire della storia in qualche direzione, bensì di un ipnotico movimento circolare, quasi un ossessivo rimuginare sui pesanti sensi di colpa generati da quell’assenza. I momenti più alti e struggenti sono la rievocazione del suicidio del fratello Stefano e certe accensioni liriche, come quella su “Milano non mi ama” o “Affonda nella prosa”, in cui l’occasione del trasferimento della salma paterna dalla tomba all’ossario chiarisce la segreta volontà del figlio di andare ben oltre il mite pensionamento della decomposizione, di scendere giù, più giù, fino all’inferno, dove non si mettono radici se non di souffrance.
Le obiezioni di un immaginario lettore antipatico, di quelli che intervengono sempre alla fine di una presentazione libraria, inglobate nella narrazione quasi a prevenirle, sono quindi totalmente infondate. Non è certo perchè Krauspenhaar è meno noto di Kureishi, o di Amis, o di Auster, che la storia del padre può risultare meno interessante. E neppure osta qualcosa il fatto che alla figura paterna spesso si sovrapponga quella del figlio, con le sue angosce e i suoi desideri di pacificazione. E’ semmai l’eccessiva preoccupazione di esser stato troppo crudo, “di non avere trattato papà nel giusto modo”, tanto da attendere “la lettura della mamma e del fratello Ernesto con una certa preoccupazione”, ciò che impedisce forse un’autentica resa dei conti, che in quanto tale non può prevedere sconti. A tratti, insomma, si ha l’impressione che all’autore sia mancato il coraggio di dire fino in fondo “le cose come stanno”, di fare davvero “a cazzotti con i morti”, come gli succede in sogno con il padre e il fratello; ma pur con questo limite Era mio padre resta una delle testimonianze più profonde e sofferte sul senso dell’esistenza che la letteratura italiana ci abbia dato in questi ultimi anni.

ERA MIO PADRE
Franz Krauspenhaar
Fazi
pp.281, euro 16,50.

SILVIO BERNELLI – SCRIVERE DI SE’ PER TUTTI – Il primo amorewww. ilprimoamore.com 13/05/2008

Una storia d’amore improvvisa che strappa uno scrittore dalle braccia della moglie per gettarlo in quelle di una nuova donna. Lo stordimento colposo che colpisce un uomo nel pieno delle forze quando si trova a scegliere tra una persona e un’altra. La necessità di scendere a patti con le proprie pulsioni. Tutto questo e molto di più si trova in Prima di sparire (Einaudi, 16€) ultima fatica letteraria di Mauro Covacich. Scrittore tra i più in vista della generazione dei quarantenni, autore del potente A perdifiato e del best seller Fiona, Covacich sceglie questa volta la strada dell’autobiografia. Tutto romanzesco il suo approccio alla messa in pagina del passato. Uomini e donne in carne e ossa, ciascuno con il proprio vero nome, entrano ed escono di scena come personaggi letterari. La tecnica del dialogo diretto aiuta a comprimere in unità narrative brani di realtà che da soli in un libro proprio non ci potrebbero stare. Un filo tirato dalla prima all’ultima pagina tiene il lettore agganciato alla storia.Insieme alle vicende dell’uomo alle prese con i drammi del tradimento coniugale, Covacich racconta la sua vita di scrittore di successo. Ed ecco quindi gli squarci aperti sul mondo degli autori di professione, presi in una girandola di articoli per giornali patinati, riunioni per mettere a punto sceneggiature di fiction puntualmente abortite, incontri con il pubblico degli eventi letterari.

Fa in qualche modo da contrappunto all’esperienza dell’autore la storia che questi tenta di scrivere, utilizzando alcuni personaggi di A perdifiato.

Non si tratta qui però di un escamotage simile a quello usato da Mario Vargas Llosa nel celebre La zia Julia e lo scribacchino, in cui la narrazione fantastica che alterna quella autobiografica – appena nascosta da un velo fiction – rispecchia il deragliamento emotivo dei protagonisti di quest’ultima vicenda. In questo Prima di sparire la parabola del maratoneta-artista Dario Rensich serve invece a Covacich a proiettare sulla pagina un altro sé tradito invece che traditore, tentando di riscattare la propria debolezza umana con la forza della letteratura. Una forza che il libro dispiega soprattutto grazie alla scrittura imperiosa e percussiva con cui l’autore offre al lettore il proprio stesso sbigottimento per la piega presa dagli eventi. Da questo assunto Covacich giunge, freddo, disturbante, a condividere con il lettore una dura verità: la nascita di un amore richiede in pari quota passione e spietatezza.

Anche Franz Krauspenhaar, appena più vecchio di Covacich, è in libreria con un nuovo romanzo di matrice autobiografica, Era mio padre (Fazi, 16,50€). Lo scrittore milanese racconta l’avventura esistenziale del padre Karl, un uomo davvero “larger than life”, per usare una felice espressione americana. Rampollo di una famiglia della borghesia Ceca dei Sudeti, terra di lingua e tradizioni tedesche, l’appena diciassettenne Karl si trova a combattere tra le file della Wehrmacht, l’esercito di Hitler, una delle campagne belliche più spaventose della storia: l’assalto, con successiva disfatta, all’Unione Sovietica. Scampato a una lunga serie di traumi e lutti, il giovane torna in Italia, già sua terra di nascita per caso, si sposa, mette al mondo tre figli maschi, si costruisce una carriera nel commercio, muore improvvisamente durante un viaggio di lavoro in Svizzera.

Franz Krauspenhaar, già autore di un pugno di romanzi ma più noto come blogger di Nazione Indiana, mette nero su bianco la vicenda dello scomparso Karl, ma fin dalle prime pagine di Era mio padre è chiaro che l’omaggio al genitore amatissimo è anche il pretesto per lo scrittore di raccontare le sue faccende. Gli amori pigri e malandati con donne spesso impegnate in altre relazioni. Il continuo arrovellarsi sul suo ruolo di autore. Le difficoltà di una vita divisa tra lavoro regolare e letteratura. I legami famigliari traumatizzati dal suicidio del fratello Stefano. Al centro di questo universo narrativo troneggia il padre Karl, così imponente da divorare tutte le altre presenze del libro. Una figura titanica, con la quale Krauspenhaar si confronta grazie alla sola fiducia nella letteratura in questo romanzo che ha l’andamento frammentato e circolare del mémoire, privo di veri punti d’inizio e di fine, ma con un colpo di scena nelle ultime pagine.

Interessanti gli strumenti narrativi utilizzati da Krauspenhaar: l’introspezione, l’affabulazione e più di tutto di una scrittura partecipata, toccante e sopra le righe che sembra fatta apposta per essere contrapposta a quella rigorosa e spietata di Covacich. Due autori inconciliabili tra loro. Due modi speculari d’intendere la letteratura autobiografica. Un solo tratto comune: la fiducia in uno scrivere di sé che riesce a comunicare con intensità agli altri un mondo intimo segnato da una perdita. Una ferita che, Covacich e Krauspenhaar lo sanno benissimo, continuerà a sanguinare. Ed è proprio in questa ammissione pubblica di vulnerabilità che entrambi i romanzi trovano il loro senso ultimo. La loro urgenza. La loro verità irrinunciabile.

(23.05.08 Metto qui il testo di una recente mail della poetessa aretina Cristina Annino – ultima sua fatica poetica “Casa d’aquila” da poco uscita per Levante Editori, Bari – una persona che stimo moltissimo da un punto di vista letterario e umano e che mi onora della sua amicizia. FK)

Io il tuo libro lo trovo eccezionale anche per questo strano gioco “ottico” (forse te l’ho già detto) per cui il personaggio principale aspettiamo sempre che sia il padre ma sei tu, e altri, i figli, la narrativa, l’arte, il lavoro, Milano. Il padre è quel che deve essere, un generatore di energie e disastri, un’origine lontana. Bello, compatto, tragico con remissione di “peccati” come dico spesso, intenso, mai retorico. E’ un libro vero, come si dice: è un uomo vero. La tua immagine campeggia in modo apparentemente sottile, ma è enorme, è la vera, se possiamo dirla, “tragedia”. Ho capito e anche gli altri lo avranno capito, cosa possa essere la scrittura, ecco, la vita per una scrittura, il mio regno per un cavallo. Che dire di più? Poi si potrebbe scendere maggiormente nei particolari, perché dentro c’è il mondo.

Franz Krauspenhaar – Era mio padre – Fazi Editore – 16.50 Euro. (CORRIERE NAZIONALE) DI VALTER BINAGHI

Franz Krauspenhaar, scrittore milanesissimo eppure di origine tedesca, al suo quarto romanzo. Ma sarà poi un romanzo, un libro interamente dedicato alla memoria del padre dell’autore (“un uomo ormai maturo che ha nel suo cuore ancora questo lutto scosceso che passa per il suo sterno, e talvolta prova ancora dolore”)? Si che lo è. Ed è il romanzo di ogni uomo, se è vero come è stato detto che la vita spirituale è una lunga, inesausta ricerca del Padre.

Non che qui si stia raccontando di uno qualunque: Krauspenhaar senior, combattente tedesco nella seconda guerra mondiale, imprenditore in Italia, ostinatamente onesto come solo certi tedeschi sanno essere, morto in circostanze drammatiche che hanno sconvolto la vuita dei familiari superstiti, è in realtà soprattutto per noi un grande personaggio, le cui memorie s’intrecciano a quelle del figlio in uno di quei dialoghi tra vivi e morti che furono impossibili nella vita ma che l’immaginario della vera letteratura restituisce, all’autore e attraverso lui a tutti noi, che abbiamo nell’Ade i nostri fantasmi senza pace. Krauspenhaar lo sa bene, sa che questa inestinguibile smania di dipanare le nostre origini, di seguire la polla vitale che è scorsa dal genitore a noi, di riconoscerne la continuità e insieme affermare rabbiosamente la differenza, sta la cifra simbolica di ogni ricerca: “Si, questo libro è un salvataggio estremo. Un mio bisogno che spero attiri altri bisognosi”. Qui si tratta di evocazione, niente di meno, e di una scrittura che torna ad ammettere la propria origine sciamanica: “scrivo con la matita dell’improvvisatore, ho gli occhi bendati, vago per la notte della scrittura”. E senza tanti fronzoli, prende il lettore per la collottola e lo attira a sè: “Voglio che ti prendi una vacanza dall’intrattenimento, dalle storielle sordide di morti ammazzati di carta, dallo stile ben temperato, dalle passioni inventate di sana pianta, in interni borghesi indecenti di sozzura e pulizie di primavera. …Il romanzo è diventato un genere di conforto, non d’indagine. Io qui sperimento me stesso, io sono il topo da laboratorio che corre drogato per la gabbia, io sono il topo di fiume che viene colpito dai Flobert dei ragazzacci sporchi di dura terra”.
Come si scrive un libro del genere, con questa spudorata fragilità (lo sai, Franz, c’è chi dirà che non sai più cosa inventarti, che ti spogli in pubblico: ma io dirò a questi che ci vuole grande cuore per un grande canto, la falsa modestia è solo dei mediocri), come riescono a convivere la tenerezza del figlio e la freddezza del cronista e creditore? “Papà…non credeva più di tanto nel mio talento. Credo avesse ragione, perchè allora di talento ne avevo davvero poco o punto. Quella dose di talento che detengo come un piccolo premio alla carriera l’ho acquistata dal centro di me stesso dopo la sua morte. E’ allora che ho cominciato a fare un po’ più sul serio, con la scrittura. Come se mi fossi liberato di un testimone scomodo: lui”.
Una cosa è certa: Franz Krauspenhaar ci è riuscito, regalandoci un romanzo che non può entrare in uno dei cassetti del merchandising letterario, e pertanto vi consiglio di ritenere per quello che è: un viaggio lucido e febbricitante nell’anima, a spiare lo stato nascente dell’emozione che si fa offerta di canto, della parola che evoca le fiere del dolore per renderle mansuete con la cetra di Orfeo, un’allegoria pagana dei dialoghi nell’Ade, che si apre alla cristiana rivelazione dell’amore che giunge al perdono: l’unica salvezza possibile. “Io ora cammino con te, mio perduto amore. Ti porto alle giostre ma sei troppo piccolo per salirci. Hai caldo, sudi tutto. Sei stanco. Ti prendo in braccio, bambino mio. Ti guardo negli occhi. Mi sorridi. Ti sorrido. Io oggi, papà piccolo, papà bimbo mai visto…io oggi vorrei tanto che tu fossi mio figlio.”

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