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20 settembre 2005

Recensioni

Filed under: — Franz Krauspenhaar @ 18:19

Recensioni cartacee e web a “Cattivo sangue”

CHI – 20-25 maggio 2005

Cattivo sangue (Baldini Castoldi Dalai, pagg.430 Euro 15,80).

Franz Krauspenhaar, milanese dal nome teutonico munito di testa europea, mette in gioco un uomo qualunque che per caso, destino o anomalia genetica diventa un killer spietato. Seguiamo le sue folli avventure, costellate da colpi di scena, in un romanzo magmatico e generoso che per qualche verso ricorda gli exploit di Faletti. Un tomo che esplora i volti del crimine ma anche la lotta di un’anima persa per la redenzione.
(Nicoletta Sipos).

LA REPUBBLICA Milano– 20 maggio 2005

Se il manager diventa killer

Un ordinario manager milanese diventa implacabile killer al soldo di una misteriosa organizzazione criminale, prima di sancire una feroce alleanza con il padre di una delle sue vittime, viatico per la vendetta e il tormentato riscatto morale. Ambientato tra Milano e Parigi, Cattivo sangue (Baldini Castoldi Dalai) è il nuovo romanzo del quarantacinquenne milanese Franz Krauspenhaar, un noir elegante e disincantato, scritto con stile incalzante ma anche capace di riflessioni e introspezione psicologica. Introdotto da Andrea G. Pinketts, lo scrittore sarà oggi alla Fnac per parlare del libro e incontrare i lettori.
(a.ber.)
Fnac, Via Torino ang. Via della Palla, ore 18.00

Corriere Magazine Giovedì 26 maggio 2005

In venticinque parole.

Qualcuno, meglio se un parente, dovrebbe comunicare a Tommaso Pincio che scrivere libri non fa per lui. Per il suo bene (e il nostro, soprattutto) La ragazza che non era lei – di Tommaso Pincio (Einaudi)

Qualcuno, meglio se un fidanzato, dovrebbe comunicare a Rossana Campo che scrivere libri non fa per lei. Per il suo bene (e il nostro, soprattutto). Duro come l’amore – di Rossana Campo (Feltrinelli)

Qualcuno, meglio se un poliziotto, dovrebbe comunicare a Franz Krauspenhaar che scrivere noir non fa per lui. Per il suo bene (e il nostro, soprattutto).Cattivo sangue – di Franz Krauspenhaar (Dalai)

News – venerdì 27 Maggio 2005

Cinque bestseller in una colonna

Franz Krauspenhaar – Cattivo sangue – Baldini &Castoldi euro 15,80
Un uomo qualunque si trasforma in un killer spietato, che fugge attraverso l’Europa braccato da poliziotti senza scrupoli. Il terzo romanzo di Franz Krauspenhaar è un noir dal ritmo incalzante, denso di sorprese e accelerazioni. Scritto in uno stile asciutto che non disdegna il paradosso.

Franz Krauspenhaar: Cattivo sangue

di Piero Sorrentino ‘Stilos’ e ‘I Miserabili’ 3 giugno 2005

[Questa recensione/intervista, opera dell’impagabile Piero Sorrentino, è uscita sull’ultimo numero di STILOS, altrettanto impagabile supplemento letterario del quotidiano ‘La Sicilia’ e diretto da Gianni Bonina. gg]

Un Export Manager Europe viaggia per mezza Europa per conto di un’azienda cartotecnica vicino a Milano. A quarant’anni Bruno Bruide, il protagonista io narrante, decide di cambiare vita. O forse sono solamente le circostanze che impongono questa scelta. Si lascia assoldare da una misteriosa e segretissima organizzazione criminale per la quale veste i panni del killer, approfittando dei suoi viaggi di lavoro in Francia per eseguire le missioni e riuscendo a non destare sospetti nonostante una metamorfosi tanto radicale. Un uomo molto qualunque che si trasforma in killer spietato. In questo vitale ma anche mortale paradosso, Bruide stringerà una sorta di alleanza con il padre di una delle sue vittime in cerca di un riscatto morale, destinato a fallire. Due anni dopo (la trama nel frattempo riserva al lettore snodi che è bene non rivelare) Bruide ricomincerà a farsi trascinare e spingere da una forza che va oltre la sua volontà e che forse è proprio il destino, e fuggirà per mezza Europa braccato da poliziotti senza scrupoli. Fino all’amaro ma inevitabile finale.

Quarantacinque anni, milanese nonostante il nome mitteleuropeo, due romanzi pubblicati tra il 2000 e il 2003, traduttore, consulente editoriale e redattore di Nazioneindiana.com, Franz Krauspenhaar manda in libreria Cattivo sangue (430 pagg., 15,80 euro, Baldini Castaldi Dalai editore): un romanzo vorace, lungo e, come dicono gli inglesi, “unputdownable”, che letteralmente non può essere messo giù prima della fine.

Da dove nasce Cattivo sangue? E quanto tempo ti ci è voluto per scriverlo? Hai buttato giù schemi, scalette, strutture di preparazione di qualche tipo?

Nasce da un’idea forte: raccontare in modo romanzesco la brutale discesa agli inferi dell’omicidio prezzolato di un uomo assolutamente normale; e raccontarla viaggiando, nella narrazione, su due binari: perché da un lato Bruide, il protagonista io narrante, racconta di se stesso e del proprio vissuto; dall’altro egli racconta ciò che gli accade e che soprattutto fa accadere. Dunque, in una sorta di “fuoco incrociato”, Bruide alterna monologhi interiori e descrizioni anche scabre da tipico romanzo d’azione. Ciò che m’interessava più di ogni altra cosa era narrare, oltre l’azione, anche il pensiero come miccia e come conseguenza di tali comportamenti. Tra prima stesura, revisioni, tagli, pause di riflessione e di nuova incubazione anche parecchio lunghe, ci ho messo tre anni e mezzo, a completarlo. Non ho buttato giù né schemi né scalette, solo qualche appunto durante la stesura, bussole cartacee d’orientamento nel magma. Non potrei scrivere in maniera programmata, sono un viscerale e voglio essere sorpreso e avvinto io per primo da quello che sto scrivendo. Se si stacca l’interruttore della sorpresa per me vuol dire che è meglio prendersi una pausa.

Senza svelare troppo di una trama fittissima di svolte, agnizioni, colpi di scena, vuoi provare a riassumere la storia?

E’ la storia di un venditore milanese di articoli cartotecnici che lavora sul mercato francese, e che diventa killer di una misteriosa organizzazione criminale approfittando dei suoi viaggi di lavoro in Francia per eseguire i suoi “incarichi”. Il lavoro come copertura, insomma. Il romanzo è in continua presa diretta, al presente, con questo Bruno Bruide che dopo un “incarico” dal quale viene particolarmente turbato (ma non voglio spiegare il perché dal momento che così facendo svelerei una delle tante sorprese e nodi del romanzo) comincia internamente a crollare, e così tenta di riscattarsi moralmente, ma invano; mentre intanto, proprio per aiutarsi a non crollare, ritorna a un vecchio amore mai davvero finito, una donna con cui aveva interrotto il rapporto quattro anni prima. Il romanzo riprende nella seconda parte, ambientato due anni dopo, vale a dire oggi, nel 2005: ci sarà un’evasione, una fuga attraverso la Francia, la Germania e l’Olanda, dove Bruide scoprirà la “voce del sangue”- incarnata in un antico parente che nasconde antichi peccati- e troverà un altro amore; e dove il passato tornerà a bussare coi suoi cupi e duri rintocchi. Fino a un ritorno in Francia, per il gran finale. Ma non voglio dire di più: come hai detto, il libro è tutto un rutilante susseguirsi di svolte, colpi di scena, sorprese di ogni tipo, ovviamente fino alla fine. Di certo ho voluto rappresentare, con questa storia,(al di là della trama, anzi delle trame) l’irrazionalità della vita, delle nostre scelte, l’imprendibilità della realtà; Bruno tra l’altro è un impulsivo, uno che prima fa una cosa e solo dopo si accorge davvero di quello che ha fatto, e allora se ne pente, ovviamente quando è troppo tardi. Quante volte tutto questo, con gli opportuni distinguo di situazioni, è successo anche a noi? E poi è un uomo capitato in un gioco troppo grande per lui; e forse questo grande gioco è proprio la vita, una vita che forse – dico forse perché nulla è sicuro, beninteso- è dominata dal fato. C’è un’idea di fato possibile – tipicamente noir – presente come robusta cornice in tutto il libro, anche se nulla viene dato per scontato. Tutto può essere in un modo, ma può essere anche in un altro. Tale relativizzazione del punto di vista è dato soprattutto dall’uso della prima persona, dal macerarsi e domandarsi frequente dell’io narrante: ciò che abbiamo sulla pagina è la presa diretta, anzi direttissima, del suo punto di vista, per cui la realtà, così filtrata attraverso la sua personale interpretazione, la sua personale visione, è assolutamente soggettiva proprio perché ripresa “in soggettiva”. Ciò che appare può anche non essere, ciò che sembra essere a volte, forse, non è nemmeno stato.

Jean Pierre Melville è un regista verso il quale hai ammesso più di un debito (a un certo punto del romanzo Bruno Bruide si spaccia per lui, o meglio, usa il suo nome). Nella biografia di Melville mi colpisce un evento che non è difficile associare a te: prima di passare al noir, Melville esordisce con “Il silenzio del mare”, tratto dal racconto lungo di Vercors: un testo, fragile, intimo, struggente; come il tuo libro precedente, il piccolo e delicato Le cose come stanno…

Hai toccato un punto d’acutezza al quale nemmeno io avevo pensato. Effettivamente Melville ha esordito con quel film tratto dal testo intimo di Vercors, che in qualche modo può essere apparentato al mio romanzo epistolare Le cose come stanno, poi ha ridotto I ragazzi terribili da Cocteau (libro per me fondamentale, detto per inciso) e dopo un film poco rilevante è passato al noir e da quel genere (a parte un paio di incursioni non particolarmente significative in altri generi) non si è scostato più. In Cattivo Sangue c’è un certo debito con questo regista straordinario per quanto riguarda un uso del genere noir (sia nel cinema che ovviamente in letteratura) nel quale si può essere avvincenti senza essere consolatori, nel quale l’azione – non solo di tipo negativo – si può sposare con efficacia e profondità con lo scandaglio psicologico dei personaggi.

Quali altri autori ci sono dietro Cattivo sangue e più in generale nella tua idea di scrittura, di letteratura? Per Cattivo sangue butto lì io due nomi: Jean Patrick Manchette e (per certo uso dell’ironia, soprattutto nei dialoghi) Raymond Chandler.

In generale amo molto i classici dell’Ottocento, da Dostoevskij a Zola, Maupassant, Henry James ecc. e poi, tra i grandi scrittori del 900, Bernhard, Boll, Duerrenmatt, Hemingway, Gadda, Burgess, Faulkner, Beckett, Buzzati… L’elenco sarebbe molto lungo, in effetti. Dietro a Cattivo Sangue c’è ovviamente una gran mole di gialli e noir di tutti i tipi e di tutte le epoche letti da vero appassionato fin da quand’ ero piccolo. Manchette e Chandler sicuramente, li amo molto entrambi e penso sia vero che l’ironia dei dialoghi di Cattivo Sangue derivi in qualche modo da quella del vecchio Raymond. E poi per me, nel noir, sono stati importanti anche il Simenon di libri secondo me eccelsi come L’uomo che guardava passare i treni o la La camera azzurra (cito solo questi due ma si potrebbe continuare a lungo), e poi Léo Malet con la sua eccezionale trilogia di noir in qualche modo surrealisti (e in Cattivo Sangue un filo anche robusto di surrealismo a mio avviso sussiste); e per finire gli americani Jim Thompson, il noirista più nero del nero, l’autore di Getaway e sceneggiatore di due dei primi film di Kubrick, e la grande regina del brivido, Patricia Highsmith.

A un certo punto di Cattivo sangue (la prosa di Rimbaud in Una stagione all’inferno, dico: è un riferimento letterario che ha contato per te?) si legge: “Voglio la libertà nella salvezza: come ottenerla?”. A me sembra che anche Bruno in fondo sia uno che vuole salvarsi, e liberarsi: e tutte le 430 pagine del romanzo sono un tentativo di risposta a quella domanda: “come ottenerla?”

Ha contato come spunto di partenza diciamo così psicologico, proprio pensando alla Stagione all’inferno, anzi a qualche stagione passata all’inferno proprio da Bruno Bruide. E ha contato anche dove in Mauvais Sang si legge: “ Il sangue pagano ritorna! Lo Spirito è prossimo, perché Cristo non mi aiuta, dando alla mia anima nobiltà e liberta. Ahimè! Il Vangelo è passato! Il Vangelo! Il Vangelo. Attendo Dio con ingordigia. Sono di razza inferiore da tempo immemorabile”. Bruno è così che sostanzialmente si sente, un uomo che attende Dio e che allo stesso tempo lo disattende con le sue malefatte. Ma il titolo ha anche una spiegazione meno letteraria, ne possiamo dire più avanti. Comunque sì, come dici tu giustamente Bruno vuole salvarsi; e non solo dagli agenti esterni, non solo dai nemici e dall’ambiguità che lo attorniano, ma anche, o forse soprattutto, da se stesso. Io col Sud ho una stretta parentela perché, nonostante il mio nome da mezzo corazzato tedesco (ma quella è diciamo così “colpa” di mio padre) mia madre è calabrese della provincia di Reggio. Qui, sul “farsi cattivo sangue”, c’è la spiegazione meno letteraria del titolo di cui ti dicevo prima: vale a dire che il cattivo sangue è quello che Bruno si fa, spesso ma non volentieri, macerandosi, avvelenandosi l’animo per colpa di eventi incontrollabili e di persone che odia, ed è anche quello che lui sparge a intere pozzanghere, il sangue di questi suoi nemici, il sangue che è cattivo perché scorre nelle vene di questa gente proprio cattiva. E per finire, il cattivo sangue del titolo riporta anche alle radici di Bruno, che sono in Olanda, all’incontro con un parente stretto – cattivo sangue del suo cattivo sangue, insomma- che forse nasconde qualcosa di terribile. Anche il sangue cattivo, come quello buono, non mente…

Nel romanzo fai ciao con la mano almeno due volte ai tuoi lettori più attenti: quando compare un personaggio (secondario ma non per questo poco misterioso) che si chiama Edwin Krausenaar; e quando Bruno, in Germania, sosta con l’automobile davanti a una fabbrica del posto, la Siegfried Zahn GmbH &Co.KG (che è la parte finale del lunghissimo nome del tuo diario in Rete, http://www.uffenwanken.splinder.com/)…

Sì, si tratta di un paio di velate autocitazioni: un personaggio soltanto evocato che ha un cognome simile al mio e un’azienda tedesca che ha una ragione sociale (GmbH&Co.KG – in pratica Società in Accomandita a Responsabilità Limitata) tale e quale a quella, ovviamente fittizia, del mio blog, che io amo definire “fabbricone di cultura”.

(Pubblicato da Giuseppe Genna , il Venerdì 3 Giugno 2005)

Il Venerdì di Repubblica – 17.6.2005

IN LIBRERIA, UNA LUNGA ESTATE CALDA:QUALI SONO I BRIVIDI CHE CI ASPETTANO.

Franz Krauspenhaar
CATTIVO SANGUE
Baldini Castoldi Dalai
pp.430 euro 15,80

Un oscuro dipendente di un’azienda cartotecnica vicino Milano decide di cambiare vita e si trasforma in spietato killer su commissione. Approfitta dei viaggi di lavoro per compiere le sue missioni al soldo di una misteriosa organizzazione criminale. Nome tedesco, l’autore è nato a Milano nel 1960. E’ al suo terzo romanzo

La Repubblica – Milano 19 GIUGNO 2005
Lo Scaffale

di Gian Paolo Serino

IL COMMESSO VIAGGIATORE SERIAL KILLER

Cosa puo’ trasformare un rappresentante in uno spietato serial killer? A indagare sull’enigma è Franz Krauspenhaar, scrittore milanese di origine tedesca, in un romanzo noir che ha per protagonista un insolito commesso viaggiatore della morte.
Muovendosi tra Milano e la Francia questo pendolare del crimine lascia dietro di sé una serie di omicidi apparentemente inspiegabili: una furia assassina che segue il preciso disegno di una misteriosa organizzazione criminale. La sua carriera, se così possiamo definirla, ha vita breve. Braccato dalla polizia di mezza Europa, l’uomo viene arrestato e sbattuto sui giornali come un mostro da prima pagina. L’evasione dal carcere lo farà tornare ad essere, di nuovo, un uomo in fuga: dalla società come da se stesso.
Tormentato dai rimorsi e dai fantasmi delle proprie paure l’assassino diventa così metafora dell’uomo contemporaneo: soltanto sentendosi inseguito, messo alle strette dai rimorsi, divorato dall’istinto di redenzione e facendosi il sangue cattivo l’uomo puo’ sentirsi davvero libero. Una “morale” che comprendiamo attraverso i monologhi interiori del protagonista. Proprio in queste pagine, che da sole fanno perdonare dialoghi che troppo spesso sanno di costruito, l’autore esprime al meglio la propria sensibilità. E’ in questi (p)assaggi che lo scrittore riesce a liberarsi dai recinti della letteratura di genere e a sondare i limiti di coscienze – le nostre – che hanno scrupoli sempre più telegrafici.
“Cattivo Sangue” di Franz Krauspenhaar (Baldini Castoldi Dalai, pagg. 430, euro 15,80) verrà presentato domani alle 18 alla Libreria Archivi del ‘900 (via Marino, angolo via Ragazzi del ’99) dall’autore con Gianni Biondillo e Raul Montanari.

La Padania – Martedì 21 Giugno 2005

Quarta di copertina – a cura di Elena Percivaldi.

Franz Krauspenhaar CATTIVO SANGUE Baldini Castoldi Dalai pp.430 euro 15.80 (lire 30.593)
Export manager in un’azienda cartotecnica vicino a Milano, Bruno Bruide ha quarant’anni quando decide di cambiare vita. O forse sono solo le circostanze a spingerlo a diventare un killer al soldo di una misteriosa organizzazione criminale. Approfittando dei viaggi di lavoro in Francia su auto a nolo, esegue le sue missioni. Ma il gioco è fin troppo sporco, e le sorprese non mancheranno. “Cattivo sangue” (pubblicato da Baldini Castoldi Dalai) è un “romanzo europeo” dal ritmo adrenalinico, con uno stile asciutto e un umorismo paradossale. Ottima prova del giovane (classe 1960) Franz Krauspenhaar, scrittore (a dispetto del nome) milanesissimo, già autore di “Le cose come stanno” e “Avanzi di balera”, qui alle prese con il suo primo noir. Davvero un buon inizio.

Il Falcone Maltese – Anno 2 – N°4

SOPRA MANAGER, SOTTO SOTTO… KILLER

Cattivo sangue segna l’esordio nel noir di Franz Krauspenhaar con un romanzo tagliente e crudele, che tiene incollati al libro fino all’ultima pagina

di Alessandra Buccheri

La scheda del libro.
La trama. Tra Parigi e Milano scorre un fiume di sangue, alimentato dalla rabbia e dalla paura di un uomo. Bruno Bruide, di professione venditore (anzi, Export Manager Europe per la Francia), ha dei problemi abbastanza comuni: il suo nuovo capo, Sebastiani, gli sta col fiato sul collo; la sua professione lo porta a essere nomade; la donna che ama, Paola, lo ha lasciato e si è sposata con un ricco avvocato. Ma in realtà Bruno è incredibilmente anche un killer. Con la copertura del lavoro, compie omicidi su commissione di tale Magrini. Dopo aver ucciso Michelle, una bella donna dai costumi disinvolti, Bruno comincia a sentirsi braccato. La donna, scopre dai giornali, era figlia di un giudice e Bruno ritiene che il suo committente gli abbia taciuto questa e altre cose. Non potendo fidarsi di nessuno, inizia una fuga disperata, lasciandosi dietro troppe vittime. Questo nella prima parte del libro, Automobilcrimes.
Nella seconda parte, Bruno ha due anni in più e tanti debiti da pagare e da riscuotere nei confronti di vecchie conoscenze…

La critica. Un bel noir d’esordio, questo di Krauspenhaar, serrato e veloce, che lascia il segno. Costruito come un gioco di scatole cinesi, con continui colpi di scena, ma molto realistico. Bruno è un uomo normale: odia i telefonini, è irascibile e sarcastico, fuma, fa un lavoro che non ama particolarmente, spesso si contraddice da solo. Ma quest’uomo qualunque finisce per scatenare attorno a sé, e dentro di sé, un inferno, solo per seguire, con inquietante determinazione, “la voce del sangue”. In un mondo crudele, popolato per lo più da personaggi ambigui, il lettore finisce col prendere le parti di Bruno Bruide perchè non ci sono alternative. C’è, in Krauspenhaar, un gusto per la scrittura, per il senso della frase, per il gioco linguistico che rende la lettura piacevole; ma c’è anche una visione del mondo ironicamente sconfortante.
Un consiglio: non affezionatevi troppo ai personaggi, perchè Krauspenhaar segue fedelmente la legge di Murphy e quindi se qualcosa può andar male, sicuramente lo farà.

Chi è Franz Krauspenhaar.
E’, a dispetto del nome, italianissimo. Milanese di padre tedesco, classe 1960, ha iniziato a scrivere fin da piccolo. Il primo romanzo, Avanzi di balera, è stato pubblicato nel 1994 dalla Swan Edizioni e rieditato nel 2000 dalla Addictions Libri. Nel 2003 è uscito Le cose come stanno (Baldini Castoldi Dalai), un breve romanzo epistolare ambientato in Germania. Con Cattivo sangue debutta nel noir, che ha sempre amato sia come lettore che come appassionato cinefilo. Krauspenhaar cura e amministra il blog “Markelo Uffenwanken GmbH &Co KG” (www.uffenwanken.splinder.com) e collabora al blog culturale collettivo “Nazione Indiana” (www.nazioneindiana.com) insieme a Raul Montanari, Tiziano Scarpa, Antonio Moresco, Dario Voltolini, Gianni Biondillo e altri, e alla webzine “King Lear” (www.kinglear.iobloggo.com)

PANORAMA – 30 GIUGNO 2005.

HARD – LA NUOVA GEOGRAFIA DEL ROMANZO POLIZIESCOSCRiTTORI DEL BRIVIDO – ECCO L’ITALIA IN NOIRDalle Alpi alla Sicilia, dalle metropoli alla provincia, si moltiplicano le capitali della narrativa criminale. Ognuna con la propria fisionomia e con i propri capiscuola. Una vocazione li accomuna: svelare il lato oscuro dei luoghi più apparentemente tranquilli. Perché il mistero puo’ essere dietro l’angolo.Dalle Alpi alla Sicilia, dalle metropoli alla provincia, si moltiplicano le capitali della narrativa criminale. Ognuna con la propria fisionomia e con i propri capiscuola. Una vocazione li accomuna: svelare il lato oscuro dei luoghi più apparentemente tranquilli. Perché il mistero puo’ essere dietro l’angolo.di Giorgio IeranoDalle Alpi alla Sicilia, dalle metropoli alla provincia, si moltiplicano le capitali della narrativa criminale. Ognuna con la propria fisionomia e con i propri capiscuola. Una vocazione li accomuna: svelare il lato oscuro dei luoghi più apparentemente tranquilli. Perché il mistero puo’ essere dietro l’angolo.Lombardia: Andrea G.Pinketts, Gianni Biondillo, Piero Colaprico, Sandrone Dazieri, Barbara Garlaschelli, Franz Krauspenhaar, Raul Montanari, Nicoletta Vallorani. Emilia Romagna: Carlo Lucarelli, Eraldo Baldini, Andrea Cotti, Loriano Macchiavelli, Giuseppe Pederiali, Gianluigi Schiavon, Grazia Verasani. Puglia: Gianrico Carofiglio, Osvaldo Capraio. Campania: Nicola Quadrano. Sardegna: Marcello Fois, Giorgio Todde. Sicilia: Christine von Borries, Roberto Alaimo, Andrea Camilleri, Piergiorgio Di Cara, Valentina Gebbia, Gery Palazzotto, Santo Piazzese. Piemonte: Margherita Oggero, Alessandro Perissinotto. Lazio: Giancarlo De Cataldo. Veneto: Massimo Carlotto. Toscana: Marco Vichi. Calabria: Gianfrancesco Turano, Domenico Gangemi.Dalle Alpi alla Sicilia, dalle metropoli alla provincia, si moltiplicano le capitali della narrativa criminale. Ognuna con la propria fisionomia e con i propri capiscuola. Una vocazione li accomuna: svelare il lato oscuro dei luoghi più apparentemente tranquilli. Perché il mistero puo’ essere dietro l’angolo.Lombardia: Andrea G.Pinketts, Gianni Biondillo, Piero Colaprico, Sandrone Dazieri, Barbara Garlaschelli, , Raul Montanari, Nicoletta Vallorani. Emilia Romagna: Carlo Lucarelli, Eraldo Baldini, Andrea Cotti, Loriano Macchiavelli, Giuseppe Pederiali, Gianluigi Schiavon, Grazia Verasani. Puglia: Gianrico Carofiglio, Osvaldo Capraio. Campania: Nicola Quadrano. Sardegna: Marcello Fois, Giorgio Todde. Sicilia: Christine von Borries, Roberto Alaimo, Andrea Camilleri, Piergiorgio Di Cara, Valentina Gebbia, Gery Palazzotto, Santo Piazzese. Piemonte: Margherita Oggero, Alessandro Perissinotto. Lazio: Giancarlo De Cataldo. Veneto: Massimo Carlotto. Toscana: Marco Vichi. Calabria: Gianfrancesco Turano, Domenico Gangemi.C’era un Italia in nero. Dalle metropoli padane ai quartieri popolari di Palermo, dalle truculenze nascoste dietro la facciata del Nord-Est operoso alla violenza arcaica dell’entroterra calabrese, una nuova geografia criminale attraversa la Penisola. Un’Italia segreta, violenta, a volte raccapricciante, raccontata da scrittori spesso non estranei all’ambiente del delitto:giudici, poliziotti, cronisti, pesino ex galeotti. E, a sorpresa, da molte autrici donne. E’ il boom di quello che gli americani chiamavano hard boiled e i francesi hanno ribattezzato noir. Un genere letterario in cui, rispetto al giallo tradizionale, gli eroi positivi fanno difetto, i confini tra il bene e il male sono assai sfumati e le soluzioni non sono mai definitive e rassicuranti. Le case editrici hanno collane dedicate al noir: Marsilio Black, Nero Mediterraneo della e/o, la serie nera della Stile Libero Einaudi, dove proprio in questi giorni esce Crimini, un’antologia di inediti di nove scrittori tra cui Andrea Camilleri, Carlo Lucarelli, Giorgio Faletti.

Dalle Alpi alla Sicilia, dalle metropoli alla provincia, si moltiplicano le capitali della narrativa criminale. Ognuna con la propria fisionomia e con i propri capiscuola. Una vocazione li accomuna: svelare il lato oscuro dei luoghi più apparentemente tranquilli. Perché il mistero puo’ essere dietro l’angolo.Lombardia: Andrea G.Pinketts, Gianni Biondillo, Piero Colaprico, Sandrone Dazieri, Barbara Garlaschelli, , Raul Montanari, Nicoletta Vallorani. Emilia Romagna: Carlo Lucarelli, Eraldo Baldini, Andrea Cotti, Loriano Macchiavelli, Giuseppe Pederiali, Gianluigi Schiavon, Grazia Verasani. Puglia: Gianrico Carofiglio, Osvaldo Capraio. Campania: Nicola Quadrano. Sardegna: Marcello Fois, Giorgio Todde. Sicilia: Christine von Borries, Roberto Alaimo, Andrea Camilleri, Piergiorgio Di Cara, Valentina Gebbia, Gery Palazzotto, Santo Piazzese. Piemonte: Margherita Oggero, Alessandro Perissinotto. Lazio: Giancarlo De Cataldo. Veneto: Massimo Carlotto. Toscana: Marco Vichi. Calabria: Gianfrancesco Turano, Domenico Gangemi.C’era un Italia in nero. Dalle metropoli padane ai quartieri popolari di Palermo, dalle truculenze nascoste dietro la facciata del Nord-Est operoso alla violenza arcaica dell’entroterra calabrese, una nuova geografia criminale attraversa la Penisola. Un’Italia segreta, violenta, a volte raccapricciante, raccontata da scrittori spesso non estranei all’ambiente del delitto:giudici, poliziotti, cronisti, pesino ex galeotti. E, a sorpresa, da molte autrici donne. E’ il boom di quello che gli americani chiamavano hard boiled e i francesi hanno ribattezzato noir. Un genere letterario in cui, rispetto al giallo tradizionale, gli eroi positivi fanno difetto, i confini tra il bene e il male sono assai sfumati e le soluzioni non sono mai definitive e rassicuranti. Le case editrici hanno collane dedicate al noir: Marsilio Black, Nero Mediterraneo della e/o, la serie nera della Stile Libero Einaudi, dove proprio in questi giorni esce Crimini, un’antologia di inediti di nove scrittori tra cui Andrea Camilleri, Carlo Lucarelli, Giorgio Faletti.I romanzi neri diventano sempre più spesso film: ora é nelle sale Quo Vadis, Baby di Gabriele Salvatores, basato sul libro di Grazia Verasani: il ritratto impietoso di una città, Bologna, che dietro una calma sonnacchiosa nasconde meandri segreti di crudeltà e di dolore. Michele Placido sta girando un altro film epico-criminale sulle imprese della romana banda della Magliana, ispirato al romanzo di Giancarlo De Cataldo. Claudio Bisio si sta calando nei panni del Gorilla, detective da bassifondi metropolitani inventato da Sandrone Dazieri: le riprese sono in corso in questi giorni. E se una volta esportavamo neorealismo e commedia all’italiana, ora il noir nostrano inizia ad essere apprezzato anche all’estero: Andrea G.Pinketts, capofila della milanese “Scuola dei duri”, è stato appena premiato al Pol’art (festival della letteratura poliziesca) di Parigi. La cronaca aiuta. Le imprese criminali di un Angelo Izzo superano per bestialità e squallore qualsiasi trama noir. La vecchia polemica sulla possibilità di un poliziesco all’italiana è ormai superata. Alberto Savinio sosteneva che “il giallo italiano è assurdo per ipotesi”, perché il giallo ha bisogno delle “metropoli tentacolari” e non delle nostre cittadine “rinettate dal sole” e popolate da “una brava borghesia”. Mentre Augusto De Angelis, uno dei padri del poliziesco italiano, ribatteva:” Dicono che da noi mancano i detective, i policemen, i gangster. Sarà, a ogni modo a me pare che non manchino i delitti”. Ha vinto De Angelis. Prendete il caso di Milano: è da sempre una delle capitali del noir italiano. Anche grazie al capostipite del genere, Giorgio Scerbanenco, di cui ora Garzanti propone i Racconti neri, apparsi su varie riviste tra il 1959 e il 1969. Ma ora il panorama è quanto mai variato. Oltre ai già citati Dazieri e Pinketts, di cui è appena uscito da Mondadori L’ultimo dei neuroni, una novità è Franz Krauspenhaar che, con Cattivo sangue (Baldini Castaldi Dalai), narra le metamorfosi in killer prezzolato di un tranquillo manager brianzolo. Mentre Gianni Biondillo, con il recente Con la morte nel cuore (Guanda), bazzica a Quarto Oggiaro, nell’estrema periferia milanese. E sono da segnalare le prove al femminile di Nicoletta Vallorani e Barbara Garlaschelli, che il noir lo cercano soprattutto a partire dalle regioni più segrete del cuore. L’altra capitale del noir è Bologna, patria del Gruppo dei 13 capitanato dall’ormai lanciatissimo Carlo Lucarelli, e con un altro punto di forza nei collaudati polizieschi di Loriano Macchiavelli. Ma anche qui si fanno sentire presenze nuove. La Mondadori ha appena pubblicato Un gioco da ragazze di Andrea Cotti, che parte dalla strage (con violenza sessuale) di una tranquilla famiglia di un paesino del Bolognese (anche qui superflui i rimandi alla cronaca). Mentre i cronista Gianluigi Schiavon ha prodotto un curioso libro (50 minuti, edizioni Girali) dove un agente immobiliare racconta, da morto, la sua storia. Il noir è un genere per sua natura metropolitano. Ma in ambito emiliano c’è chi, come Eraldo Baldini, si è inventato un noir rurale, mentre Giuseppe Pederiali ambienta le sue storie poliziesche, una serie in uscita da Garzanti, nel Modenese. E metropoli finora in seconda fila si affacciano più prepotentemente alla ribalta. I protagonisti di questa riscossa sono spesso magistrati: Giancarlo De Cataldo, giudice in Corte d’assise a Roma, con il suo Romanzo criminale sulla banda della Magliana (Einaudi); Gianrico Carofiglio, che ha scrutati i vizi di una città dura e crudele come Bari, Nicola Quadrano, che si è invece dedicato a Napoli; e ora Christine von Borries, pubblico ministero a Palermo, che ha appena esordito con Fuga di notizie (Guanda), intrecciando mafia e servizi segreti. Al Sud, del resto, la Sicilia rimane regina indiscussa. L’ambiguità, nel genere poliziesco, è un’eredità che viene da Leonardo Sciascia. Andrea Camilleri, poi, ha imposto gli scenari siciliani. Però Camilleri ha ben poco di nero, come si vede anche dal racconto Il medaglione, che esce ora dalla Mondadori, ambientato nell’immaginario paesino di Belcolle. Il noir siculo va cercato altrove, nelle pagine di autori trentenni e poco più: nella Palermo paranoica di Gery Palazzotto (cronista), nelle inchieste raccontate da Piergiorgio Di Cara (commissario di polizia), nei toni ironici di Valentina Gebbia, con le indagini della Mangiaracina Investigazioni. Ma se la Sicilia ha sempre offerto materiale per storie “nere” (e la Sardegna ha due suoi rappresentanti già affermati in Marcello Fois e Giorgio Todde), la new entry del noir italiano è la Calabria. La ‘ndrangheta, mondo ben più chiuso e omertoso della mafia e della camorra (quanti pentiti di ‘ndrangheta conoscete?), viene esplorata ora da Gianfrancesco Turano, giornalista esperto di criminalità economica, nel suo Ragù di capra (Dario Flaccovio editore). Un libro che racconta l’avventura grottesca di un piccolo faccendiere milanese deciso a creare una sua cosca personale nella Locride, sullo sfondo di traffici d’armi e truffe finanziarie. Che qualcosa si muova in Calabria lo testimoniano anche le storie di “lupara bianca” di Domenico Gangemi. Alla sacra corona unita pugliese provvede invece ora Osvaldo Capraro, ex cappellano in carcere, raccontandola in Né padri né figli (edizioni e/o). Mentre dalla Mondadori è uscito Arriveranno i fiori del sangue di Stefano Tura, inviato della Rai: qui il noir va in trasferta in Kosovo, con l’indagine sulla morte sospetta di una giovane giornalista italiana, tra un vasto assortimento di traffici sporchi: armi, droga, prostituzione, organi umani. Ma la vera vocazione del noir è svelare il lato oscuro di luoghi apparentemente tranquilli. Come fa ora Margherita Oggero con Torino (dove peraltro su ogni poliziesco pesa l’eredità della Donna della domenica di Fruttero & Lucentini) scoprendo delitti e intrighi dietro la quiete sabauda (L’amica americana, Mondadori). O come fa, già da tempo, per l’editore e/o, Massimo Carlotto, padovano, che si è fatto svariati anni di galera con l’accusa di omicidio, indagando il lato oscuro del Nord-Est opulento.
Anche qui il cinema non sta a guardare: a luglio, il regista Davide Ferrario inizierà a girare un film tratto da un romanzo di Carlotto, L’oscurà immensità della notte. Andrà a finire, prima o poi, che la memoria dell’Italia di questi anni sarà affidata al noir.

GIOIA – IL giallo e il nero. – 18.07.2005
Dieci titoli da non perdere,a “gradazione” crescente di brivido. Dal più soft (per tutti) al più terrorizzante (solo per iniziati), scegliete il vostro. E buona lettura.

di Erica Arosio

SICARIO DI SE STESSO.
Bruno Bruide è un uomo qualunque. Vende imballaggi per tutta Europa, con un nome pomposo, Export Manager Europe, ma in realtà è solo un piazzista. Per noia, per superomismo, per contare qualcosa, si trasforma in killer a pagamento. Il noir vira presto in romanzo esistenziale su un uomo che fa i conti con se stesso e con la prigione, un freddo sicario diviso fra sesso a pagamento e amori struggenti. L’approdo ultimo, il più cupo, è al suo passato, angosciante e incancellabile. Scrittura trascinante.
Franz Krauspenhaar, “Cattivo sangue”, BCD, pp-430, euro 15,80

OGGI – 20 LUGLIO 2005.

Ecco i thriller più… agghiaccianti per una lunga estate calda
CHE BRIVIDI SOTTO L’OMBRELLONE

Ambientati nel Medioevo, nel Rinascimento o ai giorni nostri. Con detective ipertecnologici, commissari scalcinati o personaggi storici. Una mappa per non smarrirsi tra i gialli in libreria.

di Alessandra Casella.

E’ un classico: quando fa caldo si cerca refrigerio ovunque, anche nei brividi… letterari! Persino il Corriere della Sera dedica ai thriller di Jeffery Deaver la sezione gialla della sua nuova collana di libri in edicola (dal 13 luglio c’è Il collezionista di ossa). Ecco allora le migliori novità.
Best seller.
Deaver, oltre che in edicola, è in libreria con La dodicesima carta, che vede il ritorno del detective tetraplegico Lincoln Rhymes alle prese con una minaccia che dal passato arriva alla Harlem d’oggi (Sonzogno, euro 19,00). Ma torna anche l’antropologa forense Tempe Brennan, creata da Kathy Reichs, con Ossario (Rizzoli, euro 18,00): le “osteo-indagini” la portano in Israele. Riappaiono il mercante d’arte Jonathan Argyll, creato da Iain Pears, in Il quadro che uccide (Longanesi, euro 17,50) e il commissario Wallander di Henning Mankell, lo svedese più amato in Italia; in Muro di fuoco (Marsilio, euro 18,00) sventa un complotto informatico.
I casi.
In America il giallo dell’estate è Il discepolo (Rizzoli, euro 19,50), opera prima di Elizabeth Kostova in corso di traduzione in 27 paesi: una giovane ricercatrice si confronta col terribile mistero che circonda la figura di Vlad III l’Impalatore, il principe Valacco cui è ispirato Dracula. Si nasconde dietro lo pseudonimo di William Golden un notissimo antiquario che fa tremare il mondo dell’arte con Scintillio d’inganni e di morte (H&H-Idea Libri, euro 13,00), tra quadri falsi, frodi e delitti. Luca Di Fulvio scrive sotto pseudonimo solo fiabe per bambini, per i suoi macabri e vendutissimi gialli usa il suo nome: La scala di Dioniso (Mondadori/Coloradonoir euro 17,00) si svolge all’alba del Novecento sulle orme del primo serial-killer del secolo.
Storie dal passato.
Per la gioia dei suoi tanti lettori ritorna la Napoli deò Settecento raccontata con penna felice e trame avvincenti da Livio Macchi: con La formula dell’Arcanum (Piemme, euro 16,90) trascina il capitano Chilivesto nel mondo delle porcellane artistiche. Elena e Michela Martignoni ci portano nella Roma del Rinascimento per un delitto che vede coinvolto nientemeno che papa Alessandro VI con Requiem per il giovane Borgia (Carte Scoperte, euro 18,50), a metà tra thriller e romanzo storico; Alda Monico ci fa vivere la Venezia del tardo Cinquecento, in cui una cortigiana e un’ostessa risolvono il caso del Delitto al casìn dei nobili (Corbaccio, euro 14,00).
Le curiosità.
Gian Franco Orsi e Lia Volpatti, storici direttore e redattore capo del Giallo Mondadori, ci raccontano storia e curiosità dell’età d’oro del mistery nell’imperdibile C’era una volta il giallo (Alacràn, euro 14,80). Un menu alla Agata Christie? Maurizio Gelatti ci propone tutte le ricette che apparvero nei suoi gialli in Il delitto è servito (Leone Verde Edizioni, euro 9,00)!
Protagonisti celebri.
E’ Niccolò Machiavelli il testimone di un delitto che lo porta a investigare nella Firenze del 1498 in La vendetta di Machiavelli di Raphael Cardetti (Piemme, euro 17,90). Un ex ufficiale della Marina napoleonica indaga su Lord Byron e le spie inglesi in La casa delle onde di Giuseppe Conte (Longanesi, euro 16,50). Dante Alighieri ritorna per la terza volta tra delitti, miracoli e navi fantasma in I delitti della luce di Giulio Leoni (Mondadori, euro 17,00). Infine la vicenda della rivalità tra Bernini e Borromini ci trascina nei misteri della Roma barocca con La congiura di Bernini di Peter Prange (Mondadori, euro 18,00).
Le signore del crimine.
Sono tante e molto brave. Io ne ho scelte tre di casa nostra: Margherita Oggero ha ormai un seguito sempre più vasto per la sua insegnante ficcanaso Camilla Baudino, la cui curiosità viene stuzzicata da una villetta sempre chiusa in L’amica americana (Mondadori, euro 17,00). Un nuovo, ottimo arrivo sulle scene è Christine von Borries, magistrato italianissimo: con Fuga di notizie (Guanda, euro 14,00) ci porta all’interno del Sisde per un caso di mafia, talpe e amori illeciti, mentre Patrizia Debicke van der Noot (si, italiana) narra una cupa storia di pedofilia nell’affascinante campagna lussemburghese in Il dipinto incompiuto (Lampi di Stampa, euro 18,00).
Gli italiani.
Ecco ottimi scrittori come Antonio Scurati, che affronta la violenza nelle scuole nel bellissimo Il sopravvissuto (Bompiani, euro 16,00), o giornalisti apprezzati come Gianfrancesco Turano, che si misura con un western moderno dall’inedita ambientazione calabrese in Ragù di capra (Dario Flaccovio Editore, euro 13,00), e come Andrea Santini, alle prese con riciclaggi e politica in La trappola (Tropea, euro 15,00).
Intanto tornano l’ispettore Ferraro di Gianni Biondillo (indaga nella periferia milanese Con la morte nel cuore, Guanda, euro 16,00) e il commissario Bordelli di Marco Vichi con le 4 storie di Perché i dollari? (Guanda, euro 14,00), a conferma dell’abilità di intrigo e di scrittura dei nostri autori.Chiudiamo in bellezza con Franz Krauspenhaar (italiano pure lui!) e col suo viaggio nel crimine e nei meandri oscuri dell’animo umano in Cattivo sangue (Baldini Castoldi Dalai, euro 15,80), a riprova che nel giallo bisogna cercare le nostre migliori penne.

Il Nostro Tempo – Luglio 2005

INTERVISTA “Cattivo sangue” l’ultimo lavoro dell’autore milanese

La ricerca del silenzio di Dio nell’opera di Franz Krauspenhaar

di Jacopo Guerriero

Un “romanzo di genere” che evade dal recinto della letteratura di massa. O un libro di cui non si scorda facilmente la lettura. Si sprecano le definizioni per “Cattivo sangue”, Baldini Castoldi Dalai, (pp.430, 15,80 euro) l’ultimo lavoro di Franz Krauspenhaar. Classe 1960, milanese con origini tedesche, scrittore giunto alla sua terza opera, un debutto in chiave noir. La storia racconta la vicenda di Bruno Bruide, export manager per un’azienda di Milano, che da uomo qualunque vive una metamorfosi in killer spietato. Finirà al centro di un’evoluzione violenta che lo porterà a stringere una paradossale alleanza con il padre di una delle sue vittime. Poi, dopo la cesura dettata dalla conclusione della prima parte del romanzo, ci sarà tempo per evasioni, inseguimenti, ma soprattutto per un’estenuante lotta contro se stessi, alla ricerca del silenzio e di Dio. Un tema che animava già il precedente lavoro di Krauspenhaar, “Le cose come stanno”, un’opera disperatamente cristiana.

Perché ha deciso di scrivere un noir dopo “Le cose come stanno”? Sono due libri molto diversi tra loro.

Il noir è un genere che mi è sempre piaciuto. E’ una specie di robusta cornice, dentro la quale è possibile, per un appassionato come me, far entrare ciò che sta prima, durante e dopo il delitto, che non è solo un espediente, un passe-partout. Il delitto, la colpa, il senso di colpa, il riscatto morale e materiale: sono temi universali che il noir di un certo livello permette di sviluppare in maniera non solo efficace, ma anche coerente.

Nonostante le diversità in entrambi i libri si ritrova il suo rapporto con la fede.

Nei miei libri è presente in maniera spesso marcata questa mia ricerca affannosa di Dio. Il mio essere credente io lo vivo in modo a volte drammatico. Nei momenti difficili della mia vita ho trovato in Dio una sorta di presenza-assenza; come qualcuno che amiamo ma che non si fa conoscere né trovare nel momento del bisogno. Ma il problema sta in noi. Ne “Le cose come stanno” siamo dalle parti dell’invettiva, dell’urlo incessante (la formula epistolare e breve mi è servita proprio per scatenare e sviluppare quest’urlo che è come un coagulo di rabbia e risentimento implosi, volevo mostrare anche l’impotenza del credente, in certo senso malgré lui , che si sente abbandonato da questo suo Dio presente-assente). Anche in “Cattivo sangue” c’è il silenzio di Dio, ma è più laterale, è un alito che sfiora Bruno Bruide tra un misfatto e l’altro: Bruide è un uomo che ha sbagliato, se ne rende conto, tenta di riparare e, quando capisce che questo è ormai impossibile, rinuncia alla fede; sopraffatto dal senso di colpa e di straniamento, finisce con l’accontentarsi di credere in ciò che vede, anche se ciò che vede spesso è deformato e allucinato.

Credo poi che sia necessario sviluppare anche una riflessione sull’uomo, sulle sue potenzialità. Mi sembra che, al riguardo, lei sia di un pessimismo radicale.

Non sono io il pessimista: sono i miei personaggi che trasudano disgusto. Io enfatizzo, tramite la scrittura, i miei sentimenti più negativi anche per liberarmene, metto in gioco i miei peggiori momenti; non sono sempre come i miei personaggi, anzi. Il mio personale e comunque provvisorio disgusto io lo enfatizzo e lo sviluppo, in tutti i sensi, nella drammatizzazione letteraria. Me ne libero usandolo. Certo, non ho una eccessiva fiducia nell’uomo, questo si. Penso che l’uomo sia un animale essenzialmente smemorato: la storia dovrebbe insegnarci a non ripetere sempre gli stessi errori. Penso anche che la malattia più grave dell’uomo sia l’egoismo, la mancanza di solidarietà, la competitività esasperata. I miei personaggi sono uomini allo sbando perché attorno a loro manca vera solidarietà, vero amore.

Recentemente, in rete, è stato tra i tanti protagonisti di una lunga discussione sulla cultura popolare. Come motiva la sua scelta di scrivere un libro “di genere”, proprio mentre molti critici accusano questo tipo di produzione di togliere dagli scaffali delle librerie “la vera letteratura”?

Non credo nei generi. Infatti sono passato da un “genere” all’altro con una certa facilità, senza sforzarmi; per me tra “Le cose come stanno” e “Cattivo sangue” non c’è differenza sostanziale se non nel modo di raccontare il dolore e anche l’amore, la perdita, la ricerca della propria identità. Dunque per me noir, thriller, Bildungsroman, possono essere pari non solo nella popolarità, ma anche nella qualità. Possono essere: perché dipende da come vengono trattati, con quale grado di partecipazione, quanto ci si mette in gioco, quanto ci si spende personalmente. Dunque, per quanto sia ovvio, mi permetto di ricordare che c’è thriller e thriller (o noir, o giallo) e c’è Bildungsroman e Bildungsroman. Secondo me non sono i buoni thriller che tolgono spazio ai libri di vera letteratura, perché anch’essi sono vera letteratura, a pieno titolo: a togliere spazio alla qualità sono le caterve di libri inutili di tutti i generi, fatti a tavolino, col regolo e con le regole tutte perfettamente applicate, che vengono sfornati a getto continuo, spesso senza nemmeno raggiungere significativi risultati di vendita. Sta tutto nel sistema industriale di produzione di massa.

Tornando al suo ultimo lavoro: ogni scrittore riconosce se stesso nel personaggio principale del libro che scrive. Questa è una regola che si insegna in molti corsi di scrittura creativa. Ma c’è un personaggio secondario di “Cattivo sangue” al quale è particolarmente affezionato?

Sicuramente Rhinos, il compagno di cella di Bruide; un delinquente dal cuore d’oro, uno che, nonostante il suo passato di ragazzo di strada e poi di delinquente, è rimasto un puro. Ecco, Rhinos è un personaggio che secondo me si fa amare, come lo stesso Bruide, nonostante tutto. Amo i personaggi sfaccettati e paradossali: d’altronde io la vita la vedo così, un lungo paradosso nel cui interno esiste la spiegazione. Da credente posso dire che la spiegazione c’è, ed è essa stessa, in un certo senso, paradossale.

Progetti per il futuro?

Sono pieno di progetti: ho avviato un paio di romanzi diversissimi tra loro, ho dei racconti inediti sui quali lavoro da anni. Si tratta di portare a compimento ciò in cui si crede di più, quello che ci preme di più.

Gazzetta del Sud – 31.7.2005

Romanzo di Franz Krauspenhaar
CATTIVO SANGUE IN CHIAVE NOIR.
di Arcangelo Badolati

La storia di un uomo qualunque diventato un killer spietato. Un sicario a “contratto” incaricato di sparare su commissione. Un quarantenne dalla doppia vita: ufficialmente frustrato e malpagato export manager per un’azienda italiana di cartotecnica e, segretamente, assassino senza scrupoli e sentimenti. Il romanzo noir “Cattivo sangue” di Franz Krauspenhaar, 45 anni, nato a Milano da padre tedesco e madre calabrese (di Palmi), è un testo carico di adrenalina, di sapore cinematografico. Il volume, pubblicato dalla Baldini Castoldi Dalai, ha come protagonista Bruno Bruide che uccide dando sfogo alle sue più nascoste e incoffessabili pulsioni. Il protagonista della storia – io narrante del libro – si rivela nei suoi aspetti più oscuri e inquietanti. “A pensarci bene nell’autoanalisi più spietata, mei momenti duri mi era più volte balenata in mente l’idea di risolvere le mie personali questioni – con la mia ex fidanzata, con la sua ex amica del cuore, con i datori di lavoro, persino con mia madre – passando direttamente a vie di fatto. Un’idea, trasformata in voglia, che ho sempre controllato a stento”. La doppiezza del personaggio è il filo conduttore del romanzo di Krauspenhaar che sorprende e convince per il ritmo incalzante, lo stile asciutto e raffinato. L’autore, che è consulente editoriale e traduttore, è al suo terzo lavoro letterario. Dopo l’esordio con “Avanzi di balera”, ha pubblicato nel 2003 il romanzo breve-monologo “Le cose come stanno”, sempre per Baldini Castoldi Dalai. “Cattivo sangue”, tuttavia, lo consacra come autore d’un genere difficile già ricco di grandi autori. Psicanalizzare un assassino è opera complessa e improba, ma l’autore vi è riuscito senza forzature e, soprattutto, senza annoiare. Anzi, più si scorrono le pagine di questo noir più ci si appassiona alla lotta all’ultimo sangue combattuta dal protagonista contro se stesso e le proprie debolezze. Bruno Bruide, appassionato di tirassegno, sfoga sparando al poligono le tensioni accumulate sul lavoro e la rabbia per la disastrosa situazione sentimentale in cui s’è cacciato. Solo a quarant’anni e grazie alla singolare e inaspettata offerta fattagli dal titolare di una ditta di distribuzione con cui aveva contatti professionali, accetta di sparare su mandato. Approfittando dei viaggi compiuti in Francia per conto dell’azienda di cui è dipendente, comincia a eseguire i “contratti” mortali affidatigli da una misteriosa organizzazione. Come assassino prezzolato guadagna molto e pensa che sia venuto il momento di lasciare il lavoro di export manager. Quell’occupazione l’ossessiona perché è costretto a fare quotidianamente i conti con un responsabile delle vendite (Jean Claude Sebastiani) che lo perseguita. Bruide, forse, vorrebbe ucciderlo ma non ha il coraggio di farlo. Il romanzo diventa un ancor più appassionante viaggio nell’animo umano, quando il protagonista, in cerca di un riscatto morale, stringe una sorta di alleanza con il padre di una delle sue vittime. Il riscatto morale fallirà miseramente e Bruno Bruide finirà in galera. Dopo due anni di dura detenzione riuscirà a evadere e verrà inseguito per mezza Europa da investigatori senza scrupoli. Pure in questa fase lascerà ampio spazio al tragico destino che ha ormai deciso di trascinarlo nel baratro. Il baratro conosciuto quando aveva scelto d’ammazzare su commissione.
Confessa il protagonista:” Sugli scrupoli di coscienza non ho niente di particolare da dire. Sarò quasi telegrafico, perché sugli scrupoli non ho da dire quasi niente davvero. Da quando ho cominciato la “professione” non ne ho ancora avuti. Uccidere uno sconosciuto, dal punto di vista del sentire, è la cosa più facile che esiste. E’ meno di zero…”

BARCHE – Agosto 2005- Speciale vacanze. Leggere in barca.
Adrenalina attraverso l’Europa.
Franz Krauspenhaar, Cattivo sangue, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2005. euro 15,80
Noir senza confini letterari né geografici, Cattivo sangue è un romanzo di sapore cinematografico e al tempo stesso il racconto di una lotta contro se stessi, le proprie debolezze e un passato incancellabile. L’io narrante è Bruno Bruide, uomo qualunque che si trasforma in killer spietato e, dopo essere fuggito dal carcere, attraversa mezza Europa inseguito da poliziotti senza scrupoli. Lo stile è asciutto e raffinato al tempo stesso, il ritmo è incalzante. Intriso di umorismo nero e paradossale, questo libro puo’ essere letto anche come un viaggio attraverso l’animo umano, il crimine e il disperato tentativo di redenzione di un’anima persa.

Famiglia Cristiana – 21 Agosto 2005

TRA LE PAGINE
L’UOMO NORMALE DIVENTA UN KILLER
Il nuovo romanzo di Krauspenhaar racconta una livida discesa agli inferi.

di Fulvio Panzeri

I suoi punti di riferimento sono i grandi scrittori di lingua tedesca, da Heinrich Boell a Thomas Bernhard, fino al grande Duerrenmatt. E il loro richiamo si sente forte nella scrittura di Franz Krauspenhaar, milanese, classe 1960, al terzo romanzo con Cattivo sangue (Baldini Castoldi Dalai, pp.430, euro 15,80), con il quale tenta una strada narrativa diversa, quella di un intreccio più serrato, senza mai però abbandonare l’indagine dell’animo umano, quell’affondo nella coscienza individuale per mettere a nudo dilemmi e contraddizioni. E contrastare l’inquietante silenzio di Dio, quando la coscienza del male diventa troppo stringente e nessuna grazia sembra poter essere concessa.
Con questo terzo libro, Krauspenhaar ci racconta una storia nerissima, quella di un uomo comune, un semplice venditore milanese di articoli di cartotecnica, che lavora sul mercato francese. Coinvolto in una misteriosa organizzazione criminale, diventa uno spietato killer, usando i suoi viaggi di lavoro in Francia come copertura. Il romanzo oscilla da un racconto in presa diretta, secco e affilato, di taglio cinematografico, a una più densa azione monologante in cui Bruno Bruide, il protagonista, interroga sé stesso e questa sua discesa agli inferi del male, cercando un riscatto morale che non verrà. Nemmeno quando, nella seconda parte, due anni dopo i fatti, evade dal carcere e inizia una fuga, braccato, lungo le autostrade di mezza Europa.
Krauspenhaar usa vari toni, che vanno dal grottesco all’umorismo amaro, fino alla pietà per il perdersi del suo protagonista in questo intricato labirinto dell’anima. Non si puo’ definire un noir tradizionale, questo: non segue le regole del romanzo di genere, ma cerca un modo per reinventare il tema di una contemporaneità che ha perso ogni punto di riferimento e la sua identità morale e si specchia nell’immagine della propria dissoluzione, in cerca di una coscienza che sia in grado di registrare un allarme.

Corriere della Sera – 4 Settembre 2005

SCRITTORI D’ITALIA – FRANZ KRAUSPENHAAR

Il lettore si stanca se il noir si tinge di rosa di Ermanno PaccagniniF.Krauspenhaar
Cattivo sangue
Baldini Castaldi Dalai
Pagine 432 Euro 15,80
F.KrauspenhaarCattivo sangueBaldini Castaldi DalaiPagine 432 Euro 15,80Ma qual’è il vero Krauspenhaar? Questo il dubbio sorto a fine lettura di Cattivo sangue. E’ il Krauspenhaar Francesco di Avanzi di balera, vita spericolata di due pendagli da polka in una Milano dal vuoto esistenziale (Swan 1994); divenuto Franz nella riproposta Addictions del 2000, pagg.94)? O il Franz Krauspenhaar di Le cose come stanno (Baldini Castoldi 2003, pagg.114), denso romanzo in forma di risentito monologo epistolare del sagrestano licenziato Puch al fratello Fritz, in un calibrato crescendo verbale sul mondo (sino a meditare un delitto), il fratello, se stesso e quel Dio che ama nascondersi? E’ quello di Automobilcrimes, parte prima di Cattivo sangue, (pagg.1-206), dal ritmo indiavolato? O quello della seconda parte, La voce del sangue, (pagg.207-430)? Me lo chiedo perché – a parte il lontanissimo Avanzi di balera e preso atto di talune continuità: ambientazioni non italiane; i protagonisti: uomini solitari, senza amici, persone comuni piccolo borghesi che si ritrovano a fare altro da quello che avrebbero desiderato; donne affascinanti, insoddisfatte e inaffidabili – a mutare sono tono, stile, ritmo. E se questo è comprensibile nel passaggio dalle Cose come stanno (ritmo tutto interiore che approda dall’accusa alle domande: “Do giudizi su tutti, ma io chi sono?”) a un romanzo tutto azione come Cattivo sangue , resto disarmato dalla costruzione di quest’ultimo, dove la seconda parte è si la prosecuzione della prima, ma col sospetto (e la realtà) d’una storia a sé, con tanto di riassunti-richiami all’inizio e qua e là. Una seconda parte deludente. E non solo per il ritmo rallentato (e che suona rallentatissimo rispetto alla felice frenesia di prima), ma anche per scelte narrative non convincenti e appiccicaticce. Insomma, Krauspenhaar ci avrebbe dato un noir memorabile, che non molli fino al termine, se si fosse limitato alle prime duecento pagine, che si svelano come romanzo-memoriale di successo, steso dal protagonista in carcere, dove ha avuto modo di acculturarsi, al termine della ricca e frenetica serie di avventure. Perché nella prima parte il Bruno Bruide commesso viaggiatore trasformatosi in killer che si rivolta poi contro i suoi stessi committenti (faccio stop, per ovvie ragioni) è raccontato con scrittura pulita e scattante, sempre a ridosso dell’azione, dall’andamento cinematografico. Un ritmo inizialmente da film d’azione (alla Getaway di Peckinpah), che si tinge presto del bianco e nero di certo noir francese tra il cinema del più cupo Duvivier e J.P.Melville (con commissari alla Lino Ventura e personaggi femminili dalle ambiguità delle loro protagoniste) e romanzi di Malet e certo Simenon. Poi, con la seconda parte: nuove avventure dopo l’evasione, soprattutto alla ricerca della “droga che si chiama Paola”, la sua donna scomparsa, in cui mescola ricerca delle proprie origini, paturnie su omicidi altrui, morti che non son morti, feuilleton con tanto di agnizioni e altro ancora. Insomma: narrativamente un pastrocchio sballato. Da suggerire di fermarsi inizialmente alla prima parte. Come romanzo a sé. Come pensato dallo stesso autore.F.KrauspenhaarCattivo sangueBaldini Castaldi DalaiPagine 432 Euro 15,80Ma qual’è il vero Krauspenhaar? Questo il dubbio sorto a fine lettura di Cattivo sangue. E’ il Krauspenhaar Francesco di Avanzi di balera, vita spericolata di due pendagli da polka in una Milano dal vuoto esistenziale (Swan 1994); divenuto Franz nella riproposta Addictions del 2000, pagg.94)? O il Franz Krauspenhaar di Le cose come stanno (Baldini Castoldi 2003, pagg.114), denso romanzo in forma di risentito monologo epistolare del sagrestano licenziato Puch al fratello Fritz, in un calibrato crescendo verbale sul mondo (sino a meditare un delitto), il fratello, se stesso e quel Dio che ama nascondersi? E’ quello di Automobilcrimes, parte prima di Cattivo sangue, (pagg.1-206), dal ritmo indiavolato? O quello della seconda parte, La voce del sangue, (pagg.207-430)? Me lo chiedo perché – a parte il lontanissimo Avanzi di balera e preso atto di talune continuità: ambientazioni non italiane; i protagonisti: uomini solitari, senza amici, persone comuni piccolo borghesi che si ritrovano a fare altro da quello che avrebbero desiderato; donne affascinanti, insoddisfatte e inaffidabili – a mutare sono tono, stile, ritmo. E se questo è comprensibile nel passaggio dalle Cose come stanno (ritmo tutto interiore che approda dall’accusa alle domande: “Do giudizi su tutti, ma io chi sono?”) a un romanzo tutto azione come Cattivo sangue , resto disarmato dalla costruzione di quest’ultimo, dove la seconda parte è si la prosecuzione della prima, ma col sospetto (e la realtà) d’una storia a sé, con tanto di riassunti-richiami all’inizio e qua e là. Una seconda parte deludente. E non solo per il ritmo rallentato (e che suona rallentatissimo rispetto alla felice frenesia di prima), ma anche per scelte narrative non convincenti e appiccicaticce. Insomma, Krauspenhaar ci avrebbe dato un noir memorabile, che non molli fino al termine, se si fosse limitato alle prime duecento pagine, che si svelano come romanzo-memoriale di successo, steso dal protagonista in carcere, dove ha avuto modo di acculturarsi, al termine della ricca e frenetica serie di avventure. Perché nella prima parte il Bruno Bruide commesso viaggiatore trasformatosi in killer che si rivolta poi contro i suoi stessi committenti (faccio stop, per ovvie ragioni) è raccontato con scrittura pulita e scattante, sempre a ridosso dell’azione, dall’andamento cinematografico. Un ritmo inizialmente da film d’azione (alla Getaway di Peckinpah), che si tinge presto del bianco e nero di certo noir francese tra il cinema del più cupo Duvivier e J.P.Melville (con commissari alla Lino Ventura e personaggi femminili dalle ambiguità delle loro protagoniste) e romanzi di Malet e certo Simenon. Poi, con la seconda parte: nuove avventure dopo l’evasione, soprattutto alla ricerca della “droga che si chiama Paola”, la sua donna scomparsa, in cui mescola ricerca delle proprie origini, paturnie su omicidi altrui, morti che non son morti, feuilleton con tanto di agnizioni e altro ancora. Insomma: narrativamente un pastrocchio sballato. Da suggerire di fermarsi inizialmente alla prima parte. Come romanzo a sé. Come pensato dallo stesso autore.Recensioni web a “Cattivo sangue”.F.KrauspenhaarCattivo sangueBaldini Castaldi DalaiPagine 432 Euro 15,80Ma qual’è il vero Krauspenhaar? Questo il dubbio sorto a fine lettura di Cattivo sangue. E’ il Krauspenhaar Francesco di Avanzi di balera, vita spericolata di due pendagli da polka in una Milano dal vuoto esistenziale (Swan 1994); divenuto Franz nella riproposta Addictions del 2000, pagg.94)? O il Franz Krauspenhaar di Le cose come stanno (Baldini Castoldi 2003, pagg.114), denso romanzo in forma di risentito monologo epistolare del sagrestano licenziato Puch al fratello Fritz, in un calibrato crescendo verbale sul mondo (sino a meditare un delitto), il fratello, se stesso e quel Dio che ama nascondersi? E’ quello di Automobilcrimes, parte prima di Cattivo sangue, (pagg.1-206), dal ritmo indiavolato? O quello della seconda parte, La voce del sangue, (pagg.207-430)? Me lo chiedo perché – a parte il lontanissimo Avanzi di balera e preso atto di talune continuità: ambientazioni non italiane; i protagonisti: uomini solitari, senza amici, persone comuni piccolo borghesi che si ritrovano a fare altro da quello che avrebbero desiderato; donne affascinanti, insoddisfatte e inaffidabili – a mutare sono tono, stile, ritmo. E se questo è comprensibile nel passaggio dalle Cose come stanno (ritmo tutto interiore che approda dall’accusa alle domande: “Do giudizi su tutti, ma io chi sono?”) a un romanzo tutto azione come Cattivo sangue , resto disarmato dalla costruzione di quest’ultimo, dove la seconda parte è si la prosecuzione della prima, ma col sospetto (e la realtà) d’una storia a sé, con tanto di riassunti-richiami all’inizio e qua e là. Una seconda parte deludente. E non solo per il ritmo rallentato (e che suona rallentatissimo rispetto alla felice frenesia di prima), ma anche per scelte narrative non convincenti e appiccicaticce. Insomma, Krauspenhaar ci avrebbe dato un noir memorabile, che non molli fino al termine, se si fosse limitato alle prime duecento pagine, che si svelano come romanzo-memoriale di successo, steso dal protagonista in carcere, dove ha avuto modo di acculturarsi, al termine della ricca e frenetica serie di avventure. Perché nella prima parte il Bruno Bruide commesso viaggiatore trasformatosi in killer che si rivolta poi contro i suoi stessi committenti (faccio stop, per ovvie ragioni) è raccontato con scrittura pulita e scattante, sempre a ridosso dell’azione, dall’andamento cinematografico. Un ritmo inizialmente da film d’azione (alla Getaway di Peckinpah), che si tinge presto del bianco e nero di certo noir francese tra il cinema del più cupo Duvivier e J.P.Melville (con commissari alla Lino Ventura e personaggi femminili dalle ambiguità delle loro protagoniste) e romanzi di Malet e certo Simenon. Poi, con la seconda parte: nuove avventure dopo l’evasione, soprattutto alla ricerca della “droga che si chiama Paola”, la sua donna scomparsa, in cui mescola ricerca delle proprie origini, paturnie su omicidi altrui, morti che non son morti, feuilleton con tanto di agnizioni e altro ancora. Insomma: narrativamente un pastrocchio sballato. Da suggerire di fermarsi inizialmente alla prima parte. Come romanzo a sé. Come pensato dallo stesso autore.FRANZ KRAUSPENHAAR
“CATTIVO SANGUE”
(Baldini Castoldi Dalai, pp.430, euro 15,80)

F.KrauspenhaarCattivo sangueBaldini Castaldi DalaiPagine 432 Euro 15,80Ma qual’è il vero Krauspenhaar? Questo il dubbio sorto a fine lettura di Cattivo sangue. E’ il Krauspenhaar Francesco di Avanzi di balera, vita spericolata di due pendagli da polka in una Milano dal vuoto esistenziale (Swan 1994); divenuto Franz nella riproposta Addictions del 2000, pagg.94)? O il Franz Krauspenhaar di Le cose come stanno (Baldini Castoldi 2003, pagg.114), denso romanzo in forma di risentito monologo epistolare del sagrestano licenziato Puch al fratello Fritz, in un calibrato crescendo verbale sul mondo (sino a meditare un delitto), il fratello, se stesso e quel Dio che ama nascondersi? E’ quello di Automobilcrimes, parte prima di Cattivo sangue, (pagg.1-206), dal ritmo indiavolato? O quello della seconda parte, La voce del sangue, (pagg.207-430)? Me lo chiedo perché – a parte il lontanissimo Avanzi di balera e preso atto di talune continuità: ambientazioni non italiane; i protagonisti: uomini solitari, senza amici, persone comuni piccolo borghesi che si ritrovano a fare altro da quello che avrebbero desiderato; donne affascinanti, insoddisfatte e inaffidabili – a mutare sono tono, stile, ritmo. E se questo è comprensibile nel passaggio dalle Cose come stanno (ritmo tutto interiore che approda dall’accusa alle domande: “Do giudizi su tutti, ma io chi sono?”) a un romanzo tutto azione come Cattivo sangue , resto disarmato dalla costruzione di quest’ultimo, dove la seconda parte è si la prosecuzione della prima, ma col sospetto (e la realtà) d’una storia a sé, con tanto di riassunti-richiami all’inizio e qua e là. Una seconda parte deludente. E non solo per il ritmo rallentato (e che suona rallentatissimo rispetto alla felice frenesia di prima), ma anche per scelte narrative non convincenti e appiccicaticce. Insomma, Krauspenhaar ci avrebbe dato un noir memorabile, che non molli fino al termine, se si fosse limitato alle prime duecento pagine, che si svelano come romanzo-memoriale di successo, steso dal protagonista in carcere, dove ha avuto modo di acculturarsi, al termine della ricca e frenetica serie di avventure. Perché nella prima parte il Bruno Bruide commesso viaggiatore trasformatosi in killer che si rivolta poi contro i suoi stessi committenti (faccio stop, per ovvie ragioni) è raccontato con scrittura pulita e scattante, sempre a ridosso dell’azione, dall’andamento cinematografico. Un ritmo inizialmente da film d’azione (alla Getaway di Peckinpah), che si tinge presto del bianco e nero di certo noir francese tra il cinema del più cupo Duvivier e J.P.Melville (con commissari alla Lino Ventura e personaggi femminili dalle ambiguità delle loro protagoniste) e romanzi di Malet e certo Simenon. Poi, con la seconda parte: nuove avventure dopo l’evasione, soprattutto alla ricerca della “droga che si chiama Paola”, la sua donna scomparsa, in cui mescola ricerca delle proprie origini, paturnie su omicidi altrui, morti che non son morti, feuilleton con tanto di agnizioni e altro ancora. Insomma: narrativamente un pastrocchio sballato. Da suggerire di fermarsi inizialmente alla prima parte. Come romanzo a sé. Come pensato dallo stesso autore.FRANZ KRAUSPENHAAR”CATTIVO SANGUE”(Baldini Castoldi Dalai, pp.430, euro 15,80)di Mia Hoffmann – www.kanji-collection.splinder.com– 25.05.2005
“…questo film è la mia vita, qualcosa che si dipana in una pellicola spessa e dura e piena di macchie grigie, formicolii d’immagine, snodi di montaggio sbagliati, da cancellare, eliminare, dimenticare. Se fossi un film resterei impressionato in pellicola soltanto nelle scene scartate da produttore e regista in sala di montaggio.”
In questo suo terzo romanzo Franz Krauspenhaar ci cala, con discrezione nelle prime pagine e concitatamente all’accelerare della narrazione, nei panni di Bruno Bruide; un Bruno Bruide qualunque, con le noie di molti e le inculate – professionali, esistenziali e sentimentali – subite da tutti: “Sono convinto che tutte le cose bisogna provarle di persona prima di formulare un giudizio; e io ho provato l’inaffidabilità del prossimo a tutte le latitudini. (…) Ancora dieci anni fa pensavo che con le buone maniere si ottiene tutto e che io quel tutto lo avrei prima o poi ottenuto. (…) Naturalmente mi sbagliavo.”
Bruno Bruide è un Export Manager Europe della Negrotto s.p.a. (azienda cartotecnica), ha quarant’anni ed è single, anzi no, è solo: “Il mio vero hobby è il lavoro. A ben pensarci questo suona deprimente e la dice lunga sulla mia esistenza. (…) Non credo più da un sacco di tempo al grande amore. Se è vero che la vita è un romanzo, bisogna anche aggiungere che spesso è roba di pessima qualità (…). E poi c’è che gli altri si servono di te anche per amare, e nel momento in cui non ti amano più non servi più, e quindi ti abbandonano.” Ma Bruno Bruide è un innamorato cronico, che cerca di combattere il vizio senza riuscirci: “Lei è andata via quattro anni fa, è andata via, è andata, via, è andata, ha chiuso quella porta ed è andata, io non riesco a dire nulla, avevo voluto accarezzarle una guancia con il dorso della mano e commuovermi ma non c’ero riuscito dopo che lei aveva urlato che l’avevo come uccisa, lei urla quella cosa, che l’ho uccisa, urla che l’ho uccisa e io non so reagire, guardo in basso, sento i suoi passi che vanno verso la porta, il suo ultimo sguardo assordante, uno sguardo che m’infligge e che non dimenticherò mai, la porta si chiude, quattro anni, quattro anni senza di lei, senza i suoi occhi, senza di lei, senza i suoi occhi, senza di lei.” Bruno Bruide è un essere umano a tutto tondo umanamente dominato dall’impulsività (“Maledico la mia sfortuna o la mia sfortunata impulsività, decidete voi cosa scegliere…”), onesto suo malgrado (“E di nuovo il senso di colpa, ancora questo grumo infernale, questo grumo d’assenza che diventa viceversa una presenza instancabile nelle viscere infettate della mia anima”), impaurito ma coraggioso perché il coraggio è spesso l’unica arma che ci rimane tra le mani disarmate (“sono un uomo nudo dentro e fuori…”), e diretto in questo sporco gioco da vivere da un destino in overdose di coincidenze paradossali (“i paradossi sono il sale e il pepe della vita e della morte…”). A proposito di morte, si sa che dall’essere banalmente umani al divenire umanamente assassini il passo è breve, Franz Krauspenhaar fa indossare perfettamente il ruolo di killer-qualunque a Bruno Bruide, e ci fa finalmente stringere in mano ad ogni incazzatura tutti quei revolver che solitamente spettano di diritto agli stronzi o agli eroi ma mai a noi. Krauspenhaar ci fa ammazzare – con le mani di Bruno – per soldi, per vendetta amorosa, per vendetta morale e anche per sbaglio, ci fa scappare ammanettati e in mutande da un auto della polizia capovolta, ci fa spegnere una gustosissima sigaretta in mezzo alle folte sopracciglia di un vigliacco traditore, ci fa rapire Machosex ed entrare in un commissariato parigino imbracciando un mitragliatore. Krauspenhaar ci fa attraversare il cuore geografico e immorale d’Europa, ci fa sgusciare tra i piatti sporchi della bilancia del potere e ci salva l’antro anale dalle avances prorompenti di tre galeotti nel carcere della Santé.
Questo Bruno Bruide qualunque dice che: “Gli uomini e le donne di questo mondo schifoso sono tutti bersagli accovacciati in attesa della fine. Si accucciano in loro stessi come feti nel grembo materno. Si riparano dalla vita che hanno dovuto vivere senza averlo nemmeno chiesto, tanto meno preteso.”; eppure, ci fa saltare la coscienza tra le righe urlandoci contro sottovoce: “Sono volubile come la verità, io.”

Cattivo sangue / Franz Krauspenhaar
di Ezio Tarantino – www.blogsenzaqualita.splinder.com – 02.06.05

“Sì, sono il peggiore dei criminali, su questo non permetterei a nessuno di dire il contrario, a costo di ucciderlo”.

Non sono molto esperto di noir italiani. Forse di noir in generale. Non sono titolato quindi ad esprimermi sull’argomento, il che forse è un vantaggio.
Per cui non potrò parlare del libro di Franz Krauspenhaar, Cattivo Sangue, mettendolo in rapporto a qualche altra cosa.
Né tornerò ora sulla simpatica querelle con Gianni Biondillo a proposito della sussistenza o meno del genere (lui dice di no, che esistono libri e basta, io dico di sì, che esistono libri di genere, libri che si ispirano al genere, che lo tradiscono, che ci giocano, autentici capolavori e autentiche monnezze…), e mi fiderò del risvolto della copertina, nonché del sito della BCD, che parla senza porsi tanti dubbi di noir. Il primo noir di FK.
Cos’è CS: in poche parole è la storia di Bruno Bruide, un rappresentante di commercio che un bel giorno decide di intraprendere la rischiosa e molto remunerativa professione di killer. Non perché ami il rischio o i soldi, non particolarmente. Malgrado i lauti guadagni continua a girare con la macchina più sfigata del mondo (dopo la Skoda vecchio tipo), una Fiat Brava.
Questa scelta lo porterà, come è ovvio, a farsi carico di un destino tragico (ma anche alquanto bizzarro) ma soprattutto a ingollarsi di sensi di colpa, come capita ai duri dotati di una spiccata sensibilità.
Bruno non comincia a uccidere così, dal nulla. Non sappiamo bene perché lo fa, di sicuro lo aveva già fatto. Non con la pistola, ma con i sentimenti. Bruno si porta addosso (e quelli che gli stanno intorno lo stesso) le ferite dei tanti piccoli omicidi esistenziali, che via via diventano piaghe incurabili. Incapacità di amare, di rimanere fedele, di essere d’aiuto. La pistola diventa solo un’arma più appropriata e più risolutiva.
Senso di colpa, speranza di redenzione, di purificazione, di espiazione, voglia di risalire e di perdersi, di farla finita e di accettare, di odiare e di amare si alternano, sempre accompagnati da una voglia di capire, di capirsi, senza reticenze, continuamente frustrata.
Il viaggio allucinante che lo porta per mezza Europa in fuga dalla polizia che lo ha scoperto (aiutato dai suoi continui errori), incarcerato e di nuovo inseguito è un peregrinare in cerca (un po’ casuale un po’ voluta) di una risposta, di radici, che però si scoprono così profonde da prendere linfa direttamente dall’inferno.
Ma tutto questo non è che lo scheletro della storia. Detta così ancora non sappiamo di che libro si tratti. Potrebbe essere un qualunque romanzo psicologico con strizzate d’occhio al thriller. Bruno potrebbe essere un nuovo Michel Poiccard, o un personaggio di James Ellroy.
La scommessa di FK è invece di aver accettato di giocare con le regole del genere. Scommessa vinta, secondo me. Come?
Scomparendo.
CS mantiene le aspettative: la storia è incasinata quanto basta; il tono è ironico e su di giri come ci si aspetta da un noir americaneggiante; c’è la giusta dose di sangue e di inseguimenti, di sesso (poco), di schematismi psicologici.
C’è soprattutto l’io narrante. Un io narrante, Bruno Bruide, cui FK assegna, anche diegeticamente direi, il ruolo vicario di autore tout-court. Bruno infatti, durante i due anni di prigionia, aiutato da un detenuto bibliotecario (una specie di Andy Dufresne di The Shawshank redemption, libro, di Stephen King, diventato Le ali della libertà, nei cinema italiani), s’è fatto un po’ di cultura e ha scritto un libro di memorie, e un altro ne scriverà (ed è quello che abbiamo in mano).
L’io narrante, qui sta la grande scommessa, vinta, non è per niente Franz Krauspenhaar, non gli assomiglia per niente (a dispetto di alcune note puramente biografiche – note però solo a chi lo conosce, anche solo via blog): la voce di Bruno Bruide è di Bruno Bruide e basta.
E cioè di un uomo abbastanza ignorante ma sveglio, che gli piace fare giochi di parole, che mica gli vengono tanto bene (anche se sono divertenti), che non può permettersi di fare alta letteratura (ma nemmeno bassa), non può elaborare pensieri tanto profondi, (ma nemmeno stupidi). Non può essere onnisciente come un autore, anzi, dà l’impressione di non capirci niente di quello che gli succede. Ecco: il libro è davvero il libro di Bruno Bruide, senza sbavature, senza finzioni. Non è mai banale perché è il libro sincero e perfettamente coerente.(E qui sta il divertimento del lettore: come puo’ essere così sopra le righe e così vero? E’ lo stile, ragazzi, lo stile).
E’ come se la materia fosse espulsa dalle pagine senza mediazioni.
Questo totale spossessamento porta ad essere indulgenti con il testo, anche nelle sue apparenti lacune, bizzarrie, là dove sembra zoppicare, lì dove le battute sembrano non perfettamente riuscite.
La storia sembra qua e là un po’ strafalaria, ma conserva sempre una sua coerenza, giustificata dai suoi presupposti e giustificante le sue conseguenze.
Qualche volta, specie nella prima parte, ci piacerebbe vedere di più, annusare, tastare meglio il mondo di Bruno. Ecco, la sua claustrofobia (altro tratto caratteristico del noir), il suo tessere ragionamenti, ipotesi, vagliare sospetti tutto all’interno della propria mente, in una dimensione separata dal resto, in qualche caso mutila la percezione della storia, facendola diventare traccia, parole, non fatti (Franz qualche suggerimento avrebbe potuto darglielo: un corso di scrittura creativa in quattro lezioni, per corrispondenza).
Bruno è lucido e consapevole narratore della sua storia, ma non per questo ne può essere il migliore interprete: spesso, come ho detto, non capisce niente di quello che gli succede, spara e uccide le persone sbagliate. E questo non genera mai un sovrappiù di grottesco, di ironia esterna alla scena. Come nei migliori film dei fratelli Coen (Fargo, Il grande Lebowsky, L’uomo che non c’era) le cose non hanno bisogno di essere sottolineate dieci volte per esprimere il loro grottesco.

(“La tragicommedia assurda della vita sta nel fatto che “Beckett attende Godot all’angolo di un bar e Godot arriva puntuale all’appuntamento”).

Critica dell’Interfaccia (http://solotesto.splinder.com/) 07.07.2005

CATTIVO SANGUE
l’ultimo libro di Markelo

di Anna Setari

Ho letto Cattivo sangue di Franz Krauspenhaar non solo perché, a furia di frequentare le discussioni del suo Caffè, Markelo Uffenwanken GmbH & Co.KG, conosco il suo autore, che di quel Caffè è l'”amministratore unico”, come ama definirsi, ma perché avevo già letto il suo precedente libro, Le cose come stanno, e mi era parso molto intenso, per nulla scontato, bello. Quel romanzo, di un centinaio di pagine, era costituito da una lunga lettera che un giovane sacrestano, Puch, scrive al suo fratello maggiore, artista affermato, e che man mano che la scrittura avanza diventa, in un crescendo che prende il lettore e non gli permette più di lasciare il libro, una rabbiosa, ironica e dolente confessione, dove gli aspetti introspettivi, psicologici e di riflessione si intrecciano e fanno corpo con l’azione di una vera e propria storia drammatica.
Anche Cattivo sangue non permette al lettore di lasciarlo, sebbene sia quattro volte più grosso di Le cose come stanno. Quattrocento pagine è la sua lunghezza. Ma bisogna considerare che in realtà Cattivo sangue è costituito di due libri con un unico protagonista: due libri che si completano a vicenda, chiusi in un unico volume.
Avanzando nella lettura, ho scoperto che il doppio, lo sdoppiamento, la duplicità, costituiscono uno degli aspetti più intriganti di questo romanzo, che perciò acquista il fascino tipico del gioco delle scatole cinesi.
Si comincia dal protagonista, Bruno Bruide, un uomo qualunque, per così dire, che a quarant’anni, attraversando un momento critico della sua esistenza, comincia una doppia vita, accettando di diventare killer professionista per conto di una misteriosa organizzazione.
Ma la duplicità di Bruno Bruide all’interno della storia narrata si specchia anche in quella di essere da una parte il protagonista della storia, e dall’altra, il suo narratore in prima persona.
Anche come narratore, tuttavia, Bruide non è uno dei tanti che sia io che voi siamo abituati ad incontrare nei romanzi: lui è un vero e proprio scrittore. Anche di un certo successo. Uno scrittore che ironicamente s’è fatto la sua brava scuola di scrittura, favorito e sostenuto da uno specialissimo editor. Che evidentemente lo induce a trovare quello stile asciutto, stringente, ironico, che poi è quello che subito piace in questo libro fin dall’inizio. E, in quanto scrittore, il protagonista-narratore Bruide parla della sua scrittura, ne è consapevole, ce ne rivela le origini – e con questo va a un pelo dallo specchio, posto lateralmente, in cui potremmo vederlo riflettersi nel suo autore.
E però va a un pelo anche dallo specchio in cui potremmo rifletterci noi. Perché Bruide è anche lettore, da un certo momento in poi. Da quando decide di voler scrivere. Famelico lettore.
In quanto tale, si mette nei panni nostri e fa in modo che, come ho detto, non possiamo annoiarci mai.
Non si tratta solo del ritmo, che è serratissimo, degli eventi che si incalzano nel romanzo attraverso continui colpi di scena, ma anche del fatto che Bruide/Krauspenhaar usa il tempo presente, non l’imperfetto o il passato della memoria. Usa insomma il tempo dei film.
Bruide propone al lettore la sua storia come una vicenda in atto che si svolga sotto i suoi occhi e di cui nessuno ancora, nemmeno lui che la sta raccontando, conosce il finale. Questa è certamente una delle ragioni per cui il lettore si mette a sua volta nei suoi panni, e nasce così un gioco di complicità col protagonista e narratore.
Tale complicità dipende pure da un altro sdoppiamento del nostro Bruide, il quale è, sì, un killer, ma diventa anche un investigatore – e si sa che il lettore tende sempre a fare un po’ il Watson in gara col suo capo: cerca di superarlo in sagacia e intuizione, ma, nello stesso tempo, si aspetta di essere da lui sorpreso e smentito.
Qui questo gioco è condotto con grande ironia. Bruide non è Sherlock Holmes. È un uomo intelligente ma sostanzialmente ingenuo. Sicché spesso quando il lettore azzarda tra sé e sé qualche ipotesi astuta, ecco che un paragrafo dopo se la vede riproposta come ipotesi di Bruide. Il quale quasi sempre, va detto, non ne imbrocca una, e viene smentito continuamente dagli eventi della realtà sempre più complicati, assurdi e ironicamente sorprendenti di quanto lui e il lettore credono.
Viene smentito e si smentisce. Perché un’altra delle caratteristiche che rendono vivo questo personaggio è la sua contradditorietà, nella quale molti di noi si possono riconoscere – o almeno riconoscere un senso vivo di verità.
Potrei continuare ancora su questi aspetti strutturali del romanzo, e del piacere che procurano in chi legge. Ma il romanzo è bello anche per altri motivi.
Primo fra tutti: Cattivo sangue non è un semplice romanzo di azione o noir che si voglia dire. Bruide non è solo un killer/investigatore che insegue ed è inseguito per mezza Europa cercando di venire a capo di una misteriosa organizzazione che sembra a poco a poco includere tutto e tutti. Bruide è anche un uomo alla ricerca di se stesso, uno sradicato che tenta di ritrovare le proprie radici.
Bruide è un viaggiatore. O forse si dovrebbe dire automobilista: gran parte del libro lo vede alla guida di una qualche auto lungo le autostrade notturne e diurne che da Milano portano a Parigi e in Germania e in Olanda e nei vari alberghetti estranianti in cui si può fermare un automobilista come lui. Questo forse è il primo romanzo che mostra un’Europa unita, dalle autostrade. La situazione del viaggio automobilistico su grandi distanze ma sempre rimanendo all’interno del proprio territorio, a me pareva legata esclusivamente a film e romanzi americani. Krauspenhaar me l’ha fatta scoprire e riconoscere come realtà già in atto in Europa, con caratteristiche di realtà assolutamente nostrana.
Il fatto è che l’Europa è patria del suo Bruide in un modo più specifico di quanto non lo sia generalmente per tutti noi: la madre di Bruide infatti è un’italiana e vive, come lui stesso, a Milano, il padre invece, che è morto, era figlio di un olandese che aveva italianizzato in epoca fascista il suo cognome.
Forse è per questo che Bruide – sostanzialmente un homeless, privo di una terra che sia davvero casa per lui – gira per le autostrade e quasi si direbbe che “abiti” in queste arterie che collegano Nord e Sud dell’Europa, linea paterna e linea materna, la verticalità della storia con l’orizzontalità del presente, i morti con i vivi, e che nello stesso tempo formano una specie di gabbia della quale pare impossibile trovare la chiave.
C’è in questo libro una geografia interiore del personaggio che invade e in parte persino deforma, o sforma, in tinte oniriche la geografia esterna.
Mentre la narrazione resta sempre ancorata ai fatti e al susseguirsi di eventi, sempre più lo spaesamento interiore del protagonista, la sua rabbia esistenziale, la sua ansia inappagata di trovare qualcosa di più, di andare più addentro, non solo nell’oggetto dichiarato della sua indagine, ma in se stesso, la sua ansia di salvezza infine non solo dagli inseguitori, ma nel senso più pieno del termine, penetrano in chi legge, lo coinvolgono emotivamente e lo toccano nel profondo.
Come ho detto, sono due i libri contenuti in questo libro. Non sappiamo alla fine se la narrazione di Bruide corrisponda in tutto e per tutto agli eventi vissuti o sia in parte una loro libera ricostruzione. Il secondo dei due libri, incentrato su un’evasione e ricco di elementi che hanno un che di allucinatorio e onirico, potrebbe anche essere un viaggio che lo scrittore Bruide compie tutto all’interno della gabbia o prigione del proprio sé, cercando allo stesso tempo di evadere da una totalizzante realtà reclusoria che non sa accettare, e di penetrarla attraverso la virtù della scrittura.
La scrittura, appunto. Questa è un altro grande pregio del libro di Franz Krauspenhaar. È a lui infatti che alla fine riconduce, nel gioco degli specchi, Bruide: lui il romanziere, e perciò contaballe, ergastolano della sua rabbiosa e felice scrittura. Una scrittura felicissima, anzi: ironica, paradossale, amara, divertente, in cui alla descrizione tutta cose e azione si intreccia il monologo interiore del protagonista, in presa diretta, per così dire, il suo insonne almanaccare ipotesi e congetture una sigaretta dopo l’altra guidando lungo le autostrade notturne d’Europa, il suo rodersi e ricordare, il suo cercare il filo per uscire dal labirinto infernale in cui la sua vita è andata a cacciarsi.

TUTTO IL “CATTIVO SANGUE” DI FRANZ KRAUSPENHAAR 15.07.2005

di Giuseppe Iannozzi

(Recensione e intervista pubblicate su: http://kinglear.ilcannocchiale.it http://www.bioiannozzi. splinder.com http://intercom-sf.com/ )

Esistono romanzi scritti bene e romanzi che invece no. Raramente si ha la fortuna d’incontrare una scrittura limpida, folgorante, che mira al centro del cuore: con il suo stile preciso Franz Krauspenhaar, reduce dall’ultima fatica “Cattivo Sangue”, spara esattamente al centro del cuore per attraversarlo tutto. In “Cattivo Sangue” si attraversa l’Europa in compagnia di Bruno Bruide, un ex Export Manager, la cui vita cambia di punto in bianco, improvvisamente, per tradursi nel più fitto nero esistenziale. Le circostanze, il caso, il destino vogliono che Bruno Bruide, apparentemente uomo insignificante e pacifico, si decida a diventare sé stesso una volta per tutte; e l’unico modo che ha per essere è quello di riconoscere il suo cattivo sangue, perché Bruide può essere anche un killer e un uomo che dimentica l’amore di sua madre. Il mondo che conosceva, che credeva gli appartenesse, in un men che non si dica gli si rivolta contro; ha ucciso una volta al soldo d’una fantomatica organizzazione criminale, e il perché non gli è chiaro neppure a lui, però sa d’aver ammazzato a bruciapelo, senza pensarci su. Ecco, tutto ha inizio così, o quasi: uccidere è facile, diventa una necessità viziosa (autodistruttiva) come fumare e bere, o una priorità come mangiare respirare e fare all’amore anche. Un assassinio tira l’altro, e ben presto Bruide perderà il numero dei morti dietro di sé e anche la donna che ama, Paola, una femme fatale forse, con la quale Bruno Bruide riallaccia i rapporti nel momento più estremo della sua vita. Paola torna ad essere la donna di Bruno Bruide dopo quattro anni di totale lontananza l’uno dall’altra, torna ad essere colei che (r)accoglie le sue confessioni, tutte, anche quella che le sbatte in faccia la verità di Bruno uguale killer. Bruide sa di Paola sposata e sa anche che l’unica possibilità per loro è una e una soltanto… E’ una girandola di assassini, una emorragia di vita che è quasi impossibile trattenere fra le mani, una emorragia che, per assurdo, si può arrestare solo attraverso il sangue. Alla fine Bruno non ce la fa, non resiste, perde Paola, perde sé stesso cercandosi nella catena di delitti dietro di sé, e decide di darsi un arresto. Pressappoco così termina quello che potremmo definire il primo “libro” di “Cattivo Sangue”, perché dopo due anni Bruide torna sulla scena dei suoi delitti per aggiungere sangue al sangue, per ritrovare Paola e chiudere definitivamente i conti con lei. Due anni di prigione servono a Bruno Bruide per diventare, o meglio per capire d’essere anche uno scrittore oltre che un assassino e un ex Export Manager: tra le sbarre divora libri su libri, divora vite su vite ormai consegnate alle pagine e all’inchiostro, in una parola impara a leggere, a scrivere soprattutto. Tra la durezza delle sbarre scrive di sé non omettendo alcun particolare, riesce a pubblicare le sue memorie che riscuotono un discreto successo, diventa conosciuto anche come scrittore: non è più un semplice killer. Però evade, perché tra le sbarre non può resistere ulteriormente, perché il mondo all’aria aperta ha ancora troppi conti in sospeso con lui e lui con Paola, il suo mondo, l’unico che credeva di conoscere a menadito. Bruno Bruide ha ancora bisogno di vita, della sua e di quella altrui, per tracciare la mappa del suo esistere, se un modo di esistere ancora c’è per lui. E’ così che inizia quello che potremmo definire il secondo “libro”, il libro nel libro di “Cattivo Sangue”. In “Cattivo Sangue” c’è rabbia, passione, disperazione; c’è un po’ di quel sole dei morenti che Jean Claude Izzo ci ha lasciato, c’è l’ironia feroce che fece nera e di più la verve di Léo Malet, e ci sono quelle latebre che James Ellroy ha messo in luce ne “I miei luoghi oscuri”, ma c’è anche una sana dose di cattiveria spinta al limite estremo d’un cinismo à la Céline. E sì, c’è pure dolcezza, una dolcezza che ha il sapore quasi d’un ricatto, quasi d’un riscatto impossibile, perché per Bruide nessuna redenzione possibile né in cielo né in terra: la dolcezza che Bruide sa è d’una qualità che non si dimentica, come in “Fight Club” di Chuck Palahniuk. Un’abbondante emorragia di schiettezza à la Dürrenmatt domina su ogni sentimento e durezza di Bruno Bruide: così è “Cattivo Sangue” di Franz Krauspenhaar, un noir onesto fino all’ultimo colpo. Devo essere io a dirvelo? E’ un libro da leggere, assolutamente, a costo di lasciar uccidere vostra madre per incoscienza, distrazione o troppo amore. Non capite? Tutto vi sarà chiaro, non preoccupatevi: è sufficiente che leggiate “Cattivo Sangue” tutto d’un fiato… tutto d’un colpo.

Franz Krauspenhaar – Cattivo sangue – Baldini Castoldi Dalai – Collana: Romanzi e racconti 319 – Pagine 430 – Anno 2005 – ISBN 8884906946 – € 15.80

Intervista a Franz Krauspenhaar

CATTIVO SANGUE

a cura di Giuseppe Iannozzi

Iniziamo con una domanda facile facile, anche se non è vero: chi è Franz Krauspenhaar? Parla di te, a ruota libera, insomma presentati come meglio credi.

Sono un uomo che ha vissuto per anni con una passione sfrenata per la scrittura facendo ben altro; tuttora mi sento in bilico tra la teoria e la pratica, tra le parole e i fatti. Ho scelto le parole in maniera definitiva a quasi 36 anni pensando che le parole possono essere fatti. Per il resto mi piace la compagnia, scherzare, l’umorismo, l’amicizia, la puntualità, le cose semplici. E le cose complicate espresse in maniera semplice. E amo parecchio la sintesi, nella scrittura. E anche nella comunicazione in generale. So che è un concetto un po’ vago, questo, ma è pur vero che a volte è giusto rimanere nel vago: non ci sono risposte certe per tutto (forse per quasi nulla) e allora tanto vale adeguarsi. Per il resto non so bene come descrivermi: come tantissima gente, sono un concentrato di contraddizioni mirate verso un’augurabile coerenza. Credo molto nell’onestà, questo si.

“Cattivo Sangue” è il tuo primo noir, il tuo romanzo, quello più lungo, ma prima hai scritto altri due romanzi brevi; prima di parlare della tua ultima fatica, mi farebbe piacere che mi parlassi un po’ delle tue esperienze narrative passate, di come sei approdato alla narrativa e perché.

Avanzi di balera l’ho scritto a 30 anni, nel 91. E’ un’idea nata in un taxi, ad Ibiza, in vacanza. Eravamo in quattro, volevamo fare un libro collettivo, da proto-wuming. Poi il libro l’ho scritto soltanto io e giustamente l’ho firmato io. E’ la storia tragicomica di due amici ridancianamente disperati che vanno per balere a rimorchiare. Uno spaccato di certi pseudogiovani anni 90 della Milano non più da bere da parecchi aperitivi. Un piccolo libro che si gioca tutto sul linguaggio, scritto in un gergo inventato, con parole milanesi, meridionali, con parole addirittura di mio conio. Niente trama, due monologhi interiori intervallati senza struttura. Avanzi di balera è stato pubblicato una prima volta nel 94 da una microcasa editrice, la Swan; rieditato nel 2000 con Addicions, forse troppo tardi. Leonardo Pelo, il direttore editoriale di allora (oggi a No Reply) mi disse che se fosse uscito appena dopo che l’avevo scritto avrebbe avuto altra risonanza. E’ proprio anni 90, e questo è un limite. Ci sono affezionato, a quel libro. Ogni tanto ne leggo qualche frase e ci rido sopra ancora, per me ancora funziona.
Le cose come stanno è un breve romanzo anch’esso, ma è completamente diverso. Scritto nel maggio 99 in 15 giorni nella sua prima stesura. Un romanzo epistolare ambientato nella Germania degli anni 60. C’è parecchio di Thomas Bernhard e di Heinrich Boell, dentro; due fari, per me. Un libro crudele e secondo me molto umano, dalla scrittura ipotattica, un monologo durissimo, senza appello, per e contro Dio, (la voce è quella di un giovane sacrestano). Contro tutto e tutti, soprattutto contro se stesso. E’ il libro che mi ha fatto sentire scrittore in maniera definitiva. Qualche mese dopo averlo limato e controlimato l’ho mandato senza nessun aggancio alle case editrici più importanti: io sono così, un giocatore di poker. Ero pronto a lasciar perdere tutto se mi avessero risposto tutti negativamente. O tutto il cucuzzaro o niente. Per mia grande fortuna rispose positivamente la Baldini & Castoldi (fu Michele Dalai – che oggi è il mio editor – che si innamorò all’istante del libro e decise di pubblicarlo). Ci vollero quasi 3 anni, ma nel giugno del 2003 uscì. Poche ma buonissime critiche, passò abbastanza sotto silenzio, anche per l’atipicità del testo. Come sono arrivato alla narrativa te l’ho spiegato: attraverso il servizio delle Poste Italiane. Il perché è presto detto: per necessità esistenziale e per passione viscerale.

Quali sono gli autori che maggiormente hanno influenzato il tuo stile e le tue idee?

Thomas Bernhard (che considero un genio assoluto) Heinrich Boell, Beckett, Cioran, Henry Miller, Duerrenmatt, Céline, Houellebecq, che secondo me è il migliore scrittore “giovane” europeo vivente. Questi sono i miei scrittori del cuore al di là del loro valore comunque immenso, quelli che rileggo quasi costantemente, che per me sono degli irraggiungibili padri mai conosciuti; ma leggendoli è come se li avessi conosciuti. Sono rimasto folgorato dalla lettura dei loro libri, e questa folgorazione perdura: mi hanno insegnato anche ad essere pessimista con creatività, quindi ad usare in maniera positiva il mio pessimismo di fondo.

A tuo avviso, perché oggi si scrivono così tanti noir, gialli, thriller? Il più delle volte il risultato finale è a dir poco meschino. Qual è la tua opinione in merito?

La prima risposta che mi viene è che il thriller, in tutte le sue forme, tira. Ma è una forma come un’altra. Nei generi non credo, come non credo nelle etichettature critiche, tipo: questo è postmoderno, questo non lo è, ecc. Cose che non servono a nessuno, men che meno ai lettori. Per me il noir, nel mio caso specifico, è una cornice entro la quale posso fare entrare quello che mi pare. O meglio, è una specie di abito da indossare; ma dentro c’è il mio corpo, il mio sangue, insomma ci sono io. Ho scritto un noir invece di un romanzo storico perché il noir, al momento, mi interessa proprio perché dentro questo genere posso sviluppare in maniera anche più organizzata le mie ossessioni, che poi sono quelle che mi spingono a scrivere. Nel noir ho il vantaggio di poter scrivere delle mie ossessioni (e dunque in parte liberandomene) divertendomi, appassionandomi; perché io per primo devo appassionarmi a quello che sto scrivendo. La passione è fondamentale, il piacere pure. A parte che scrivere è anche un impegno fisico notevole, a volte addirittura un tormento. Ma è giusto così, le cose devono venir fuori anche con difficoltà, c’est la vie.

“Cattivo Sangue” si contraddistingue per la sua energia investigativa dentro all’animo umano: assassinio dopo assassinio Bruide capisce un po’ meglio sé stesso, ma, paradossalmente, più acquista coscienza di sé più precipita nelle latebre della sua anima. E’ vero, e sì, perché?

E’ assolutamente vero. Bruide è anche un investigatore dell’anima, anzi più che altro (soprattutto nella seconda parte del libro) è questo. E scavare profondamente puo’ voler dire inabissarsi, precipitare nel buio. Il personaggio è esso stesso un conflitto incarnato, è un tormento per se stesso e per gli altri – quelli che hanno la sfortuna di avere a che fare con il suo spirito vendicativo da atipico giustiziere. Bruide più si analizza e scopre delle cose su di se più ci perde. La profondità è spesso pericolosa, forse più pericolosa della superficialità, che è pericolosissima.

“Cattivo Sangue” è un noir piuttosto lungo, oltre quattrocento pagine: un po’ inusuale per un noir, non trovi?

Si, di solito quella è la misura del thrillerone classico all’americana, quello con tutti gli ingredienti miscelati nel modo cosiddetto giusto. Il noir effettivamente ha un passo più breve. Ma io la misura del libro non l’ho mai decisa a tavolino, come per tutto; ho proprio lasciato fare a Bruide, era lui che doveva dare tutto quello che doveva, e poteva farlo in 430 pagine. Non in meno. Non voglio regole. E poi non mi considero un noirista anche se ho scritto un noir, peraltro atipico sotto molti punti di vista. Sono uno scrittore nel senso più ampio e anche più vago del termine.

Il protagonista principale, Bruide, è un killer occasionale, ma a mio avviso è anche un investigatore. Quanto c’è di te nel personaggio che hai disegnato per “Cattivo Sangue”?

Moltissimo. Bruide sono io. E non lo sono. Ma insomma, tante cose di lui mi appartengono, sono proprio mie. Bruide non è solo un ex venditore, un killer, un ergastolano, Bruide diventa uno scrittore. E’ evaso dalla galera ma anche dalla sua vita precedente e ha scritto; se non avesse scritto non sarebbe evaso. Un po’ come me, se ci penso bene.

Bruide è un sanguinario ma dal cuore tenero: ama la vita a suo modo, forse l’ama fin troppo visceralmente perché alla fine non esploda in lui il meccanismo che lo condurrà sulla strada dell’assassinio. E’ possibile che Bruide sia la rappresentazione ideale del tormento esistenziale che ognuno di noi si porta nelle viscere sin dalla nascita?

Penso di si, anche se non ci ho pensato prima. Bruide è tormentatissimo, pieno di paure e paranoie, pieno di rabbia ma anche di scoppi di generosità e d’amore genuini. Un personaggio complesso, sfaccettato, che si puo’ anche amare nonostante quello che fa. Non come si puo’ amare il classico cattivo dello schermo: a mio avviso lo si puo’ amare con partecipazione. Fa pure tenerezza, a volte. La tenerezza è un sentimento che amo molto. Ci sono sentimenti più amabili di altri, a mio modo di sentire.

In “Cattivo Sangue” c’è una vera e propria pletora di emozioni, di dissidi interni irrisolti, di conti in sospeso con la vita; è tutto un rincorrersi di strade, di città, di luoghi, di hotel, di comparse… c’è una emorragia di vita che è quasi impossibile trattenere fra le mani, una emorragia che, per assurdo, si può arrestare solo attraverso il sangue. E’ Bruide vittima o carnefice? o è più semplicemente un uomo che cerca di metter ordine nella sua vita di quarantenne deluso…?

Ti ringrazio per la descrizione così efficace. Bruide è una vittima, secondo me. Io lo vedo come tale. E’ una vittima di se stesso, principalmente. A un tratto, quando nella prima parte tenta di rimediare in maniera paradossale con il giudice Ferrieux, è vero che tenta di mettere ordine nella sua vita; ma anche questa si rivela una illusione, che lo porta all’ennesima delusione. Certo, in lui è sempre presente la necessità di fare i conti: con i suoi nemici, col passato, con i fantasmi di famiglia, con le proprie radici, con l’amore. Bruide è un uomo che non si dà tregua, che s’impegna – soprattutto nello sbagliare, nello scendere a rotta di collo la china. Ma è così, lui tenta di fare i conti, e i conti naturalmente non gli tornano mai. Questo succede praticamente a tutti, nella vita. Tanto vale saperlo prima. Anzi no, sarebbe proprio meglio non saperlo…

“Cattivo Sangue” è in realtà due libri: perché questa necessità? Io, personalmente, ho avuto l’impressione che con la prima parte del romanzo tutto fosse stato detto intorno a Bruide, ed invece nella seconda parte scopro che Bruide è ancora sulla scena dei delitti, ma questa volta con una coscienza di scrittore. Dopo l’esperienza come killer, dopo due anni di prigione, dopo aver scritto un noir di successo, Bruno Bruide evade di prigione e comincia a narrarsi. La domanda che ti voglio porre è questa: il bisogno di narrarsi nasce esclusivamente dal dolore, o anche dal dolore che ogni uomo cova dentro di sé? Possibile che soltanto il dolore spinga l’uomo a creare?

Cattivo sangue è l’insieme di due romanzi anche nella finzione letteraria; dunque finzione e realtà in questo collimano perfettamente. Volevo in qualche modo dimostrare che tra realtà e fantasia spesso non c’è separazione. Che ci si mette in gioco sempre e comunque, nello scrivere con intensità e partecipazione. Ora rispondo alla tua domanda: il dolore non è l’unico motore della creatività. Per me lo è, passando però attraverso la gioia intensa dello scrivere. Scrivere per me equivale a riscattare il dolore nella gioia che è data dall’atto creativo.

Anna Setari, recensendo il tuo romanzo su Critica dell’Interfaccia, ha avuto modo di scrivere: “La scrittura, appunto. Questa è un altro grande pregio del libro di Franz Krauspenhaar. È a lui infatti che alla fine riconduce, nel gioco degli specchi, Bruide: lui il romanziere, e perciò contaballe, ergastolano della sua rabbiosa e felice scrittura. Una scrittura felicissima, anzi: ironica, paradossale, amara, divertente, in cui alla descrizione tutta cose e azione si intreccia il monologo interiore del protagonista, in presa diretta, per così dire, il suo insonne almanaccare ipotesi e congetture una sigaretta dopo l’altra guidando lungo le autostrade notturne d’Europa, il suo rodersi e ricordare, il suo cercare il filo per uscire dal labirinto infernale in cui la sua vita è andata a cacciarsi.” Se ti è possibile, vorrei che dilatassi questa osservazione critica di Anna Setari, spiegandola con tue parole a quanti si accingono a prendere il tuo libro in mano per immergersi nel “labirinto infernale” di Bruide che è, alla fin dei conti, anche un po’ il nostro.

Per me è onestamente difficile espandere il discorso così profondo di Anna, e anche la tua osservazione finale. Sinceramente non ho altro da aggiungere, Anna ha capito il senso, ha afferrato il nocciolo d’uranio e lo ha mostrato.

Bruno Bruide ha un amore, un amore che oserei definire interrotto e che a un certo punto della sua esistenza – che è apparentemente pacata e insignificante – Bruide riprende in mano con la forza. Chi è in realtà Paola per Bruno? che ideale, che via di fuga rappresenta per Bruno?

E’ l’ amour fou; ma è anche l’unica persona che per lui ha contato qualcosa fino a quel momento. E’ l’ altro da sé che lui spera sia lì per salvarlo; e per un certo periodo è così. Ma anche Paola è umana, come tutti; come tutti con i suoi limiti. Paola è l’amore idealizzato che si incarna in una persona con i suoi pregi e difetti, con i suoi slanci e le sue vigliaccherie, con la sua follia e il suo opportunismo. Il sentimento di Bruide per Paola si sviluppa come in una vita, una qualsiasi: ma qui questo sviluppo lo si ha in due anni; in due anni Bruno passa dall’amore adolescenziale (anche se condito di sesso – ma fatto con amore) a un sentimento più maturo e perciò più contraddittorio; un sentimento nel quale fa capolino anche l’odio, ma soprattutto l’angoscia. Paola è anche il femminino che scompare, è una donna che si rivela del mistero pagina dopo pagina.

Una domanda con più colpi in canna, una domanda veramente cattiva: cos’è la letteratura? E la narrativa di genere? C’è una differenza sostanziale fra letteratura e narrativa di genere?

Non lo so cosa sia la letteratura, non sono un teorico. Per me è la mia vita, tutto qui. La narrativa di genere esiste ed è un calderone incasinatissimo dove ci puo’ stare tutto e il contrario di tutto. Da Perry Mason a La trilogia di New York di Auster, che volendo potrebbe essere incasellato nel “genere”. A me non frega niente dei generi, ti dirò; e non c’è alcuna differenza tra un bel giallo o un bel noir e un mainstream, come si dice. Per me tutto è mainstream, per me tutto scorre. Prima o poi scriverò un rosa shocking, m’interessano molto i sentimenti, per esempio. Sarà un vero rosa o un mainstream che ha come argomento principale l’amore tra un uomo e una donna? (Come nel noir l’argomento principale è il crimine). Non lo so e non lo voglio sapere. Francamente me ne infischio…

C’è un messaggio sociale e/o politico in “Cattivo Sangue”? E se sì, quale?

Zero messaggi sociali e/o politici. Se non sottotraccia, forse. Cioè, forse, perché è inevitabile. Già non mi metto a fare grandi strategie prima di scrivere – e anche durante – figuriamoci se mi propongo prima di lanciare un cosiddetto “messaggio”. Se questo arriva, è merito (o colpa) del testo.

La tua esperienza con Nazione Indiana prima della dipartita di Antonio Moresco, Tiziano Scarpa e Carla Benedetti: che cosa ti senti in dovere di dire? Nazione Indiana 1.0 che cosa ti ha dato o tolto? Adesso è già avviata Nazione Indiana 2.0: che cosa farete?
Andrea Inglese su NI 2.0 scrive in data 12 luglio 2005: “Anticipo solo due intenti. Uno in perfetta continuità con la vecchia NI. Continuare cioè ad essere – uso qui l’espressione di Franz Krauspenhaar – “editori autonomi per altri, per nuovi talenti non ancora espressi perché magari lontani dalle “conoscenze”, da certe logiche, da certi aumma aumma”. E io aggiungerei: per talenti tanto nuovi, quanto vecchi: ma meno conosciuti del dovuto.”

Parto dalla fine: la precisazione di Inglese su quella mia frase scritta in una delle nostre mail interne è giusta. Io vado di fretta, a volte. Per me è fondamentale il discorso – a qualunque livello- dell’essere editori, di lavorare per altri, di dare. Altrimenti una cosa come Nazione Indiana sarebbe solo una bella (o meno bella) vetrina autopromozionale. Teniamo presente che si tratta di una cosa no-profit, dove ci si investe molto in termini di tempo e di energie. Per andare alla tua prima domanda, l’addio di Moresco, Scarpa e della Benedetti mi ha sinceramente sconcertato, all’inizio. Sono stato molto critico sulle modalità del loro abbandono. Ma ormai è acqua passata. Poi, quando ho capito meglio le loro ragioni, mi ha dato un po’ di dispiacere e di disorientamento. Loro (assieme ad altri che sono per fortuna rimasti) hanno creato questa bella realtà, e io sono entrato in questa strana e molto eterogenea compagine per ultimo. Nazione Indiana credo che mi abbia solo dato: mi ha aiutato ad uscire dal mio isolamento, mi ha fatto conoscere scrittori che sono diventati miei cari amici (ed è difficile coltivare un’amicizia in quest’ambiente così competitivo – competitivo sull’indimostrabile, in pratica, poi). Mi ha dato un po’ di visibilità, cosa di cui chiunque pubblica qualcosa ha bisogno come il pane. Ringrazio ancora Raul Montanari che nel settembre del 2003 mi parlò di NI, dicendomi che mi sarei divertito a commentare. Io non sapevo proprio cosa fosse Nazione Indiana, allora. Ora credo di saperlo: una realtà eterogenea di scrittori e artisti di un certo livello che cercano di fare qualcosa di veramente alternativo, di condividere esperienze, di dare agli altri, di spendersi. Nazione Indiana 2.0 vorrei che fosse più aperta verso l’esterno rispetto a prima: grande attenzione alla qualità come prima, ma più consapevolezza su ciò che è veramente il web. Un work in progress che scava nella contemporaneità e fa comunicazione, e non solo. Anche un mezzo per aggregare le persone, per uscire di casa e incontrarsi e discutere fuori. Se si rimane dietro lo schermo NI sarà servita fino a un certo punto. Il nuovo corso credo che si sforzerà maggiormente di comunicare in tutti i sensi, sempre tenendo presente l’estrema eterogeneità e la mancanza di un programma definito. E’ proprio nella varietà dei caratteri, degli stili e delle competenze che sta la ricchezza di questa iniziativa. Unico comune denominatore: l’onestà intellettuale e l’entusiasmo, la voglia, anzi la necessità di confrontarsi e di imparare dagli altri. A me Nazione Indiana è servita anche per imparare, tra l’altro. Ecco, in breve spero di averti risposto esaustivamente sull’argomento.

So che è difficile di per sé consigliare a qualcuno di leggere un libro, tuttavia a chi consiglieresti di leggere “Cattivo Sangue”, e soprattutto perché?

Consiglio di leggerlo agli amanti del “genere”; basta che non sia uno che ama a tutti i costi avere le rispostine giuste, uno che ama consolarsi coi gialli dove tutto s’incastra perfettamente, cosa che nella vita reale non succede praticamente mai. E poi lo consiglio anche a chi ama il cinema noir francese anni 50/60/70, agli amanti del noir sempre francese (lettori di Manchette, Izzo, Malét); e anche a chi non ha una particolare propensione per il genere: perché il libro esonda, anzi il genere lo sfonda proprio.

Questa è una richiesta stupida ma non troppo: fatti una domanda intelligente e datti una risposta stupida! O viceversa, se preferisci.

Okay. Mi faccio una domanda intelligente: A volte sei stupido? Risposta stupida: mai e poi mai!

Quali i tuoi progetti per il futuro? Stai già pensando al tuo prossimo romanzo, e se sì, potresti anticiparci qualcosa?

L’ho quasi finito, cioè lo sto limando. E’ un noir anche questo. Più breve dell’altro, più secco, credo ancora più veloce. E più crudele. Voglio arrivare sempre più a fondo. E poi c’è una struttura molto particolare, per me un esperimento, che spero piacerà e non sarà da ostacolo alla “ricezione”. Voglio cambiare a ogni libro, voglio sperimentare. Sono soddisfatto. Non moltissimo, ma questo per me è normale, ormai mi sono abituato a non essere mai contento. Sono sempre in fase di studio, io mi esercito.

Grazie infinite Franz, sei stato gentilissimo a rispondere a questa non facile inquisizione.
A Te, auguro ogni fortuna per “Cattivo Sangue”, per la tua vita professionale e artistica, e per quella privata ovviamente. Con sincera amicizia e stima.

Grazie mille a te, Giuseppe. Mi hai pressato per bene con delle domande difficili e profonde. Spero di aver chiarito un po’ di cose. E ringrazio anche chi ci leggerà. Un bell’abbraccio di amicizia e di stima.

VIBRISSE BOLLETTINO ( www.vibrissebollettino.net) – 13.09.2005

Cattivo sangue e follia

di Pamela Canali (www.pamelacanali.clarence.com)

Madri che ficcano i figli in lavatrice, impostando subito dopo un ciclo di lavaggio, madri che affogano i figli nel bagnetto, figli che uccidono i genitori, genitori che uccidono i figli. Persone insospettabili, tranquille fino a pochi minuti prima, compiono omicidi orribili, anche nell’ambito familiare. Franz Krauspenhaar spiega molto bene in Cattivo sangue le vere motivazione della violenza omicida. Prende un uomo qualunque, un uomo normalissimo, con un lavoro, una casa, dei rapporti. Bruno Bruide conosce delle persone, ha dei colleghi con cui intrattiene rapporti di lavoro, spingendosi anche a frequentarli, ma non sono amici. Non ha un amico al mondo, Bruno. E’ solo. Se pensa al suo tempo libero, preferisce guardare la partita in televisione,perché allo stadio si va in compagnia e lui la compagnia non l’ha, forse non la cerca nemmeno. Probabilmente da anni, forse da sempre, rifugge la frequentazione dei suoi simili, se non per necessità. Probabilmente da molto tempo gli altri hanno smesso di esistere per lui come esseri umani. Allora, uccidere un altro umano diventa la cosa più semplice del mondo, è facile, l’importante è non farsi scoprire.
Solo quando le cose si mettono male, quando la sua parte sana lo induce a comportamenti impulsivi, non in linea con le sue follie, che lo perdono dal punto di vista giudiziario e legale, ma lo salvano e gli consentono di ritrovarsi, di ritrovare sentimenti ed affetti, in situazioni estreme, solo allora Bruno diventa un essere umano.
Lo aiutano donne generose, donne che mettono l’amore al primo posto e vedono in lui non quello che è, ma quello che sarebbe potuto essere. Lo aiutano le situazioni estreme, il pericolo continuo e feroce, che gli consentono di vedersi, di vedere la follia e distaccarsene per qualche momento o qualche giorno.
Per quattrocentotrenta pagine Bruno oscilla tra il desiderio di felicità e impulsi autodistruttivi, fino a sfiorare il suicidio.
Probabilmente uno psichiatra farebbe una diagnosi di psicosi grave, fin dalle prime pagine, fin da quando Bruno ci descrive come passa il tempo libero. E’ un uomo gravemente malato che riesce a fare una vita normale, sembra agli altri un normale uomo qualunque, perché la sua malattia è annidata in profondità, tanto che neanche lui ne è cosciente.
Nel nostro mondo sono tante le persone come Bruno, che aspettano solo un pretesto, un figlio che pianga un po’ troppo, una discussione durante una festa familiare, l’offerta di un pugno di dollari, per manifestare la loro malattia.
Può anche non avvenire mai, per tutta la vita, un episodio di violenza tale da finire in cronaca nera. Si può trascorrere l’intera esistenza, dalla culla alla bara, in una piatta “normalità”. Di queste persone si dirà soltanto:erano brave persone, un po’ timide, riservate. Al loro funerale non andrà nessuno, saranno passati in questo mondo senza lasciare traccia né ricordo.
In fuga disperata dai suoi inseguitori e, ancora di più, dal vuoto che lo opprime, Bruno fugge alla ricerca della salvezza, alla ricerca di Paola, l’unica donna che ha amato, prima di diventare un killer, alla ricerca di sé stesso. Percorre quattro paesi europei, rischiando di essere ucciso o catturato, ancora costretto ad uccidere da un impulso mascherato di razionalità, ma sempre più convinto della necessità di consegnarsi alle autorità.
Si alternano due voci, che il protagonista non distingue bene: la voce della follia e della salvezza fisica e legale e un’altra, quella della sanità mentale, una voce che mantiene il contatto con valori e affetti. Questa voce avrà il sopravvento a varie riprese e lo perderà, la sua vita sarà devastata, il suo grande amore, Paola, che poteva essere il suo motivo di vita, persa per sempre. Delle altre donne generose che incontrerà non potrà accettare l’amore che offrono, perché le coinvolgerebbe nella sua perdizione, le metterebbe in pratica nei guai, guai grossi.
Ritrovandoci, nella nostra vita quotidiana, per la prima volta ad osservare situazioni di violenza agita e subita, nelle sue molteplici forme, ci domandiamo da dove nasca, quale sia la motivazione profonda di un comportamento insensato. Poi, con il tempo, forse ci facciamo l’abitudine, smettiamo di porci interrogativi. Classifichiamo le persone violente come “stronzi, imbecilli” e cerchiamo di tenerci lontano dalla loro sfera d’azione, se è possibile.
Il libro di Franz Krauspenhaar ripropone gli interrogativi, ce li dispiega davanti, indaga questioni mai risolte e prova a riprenderle dall’interno, facendo vestire al protagonista i panni del violento, facendolo scontrare con altri “cattivi”, che lo superano in malvagità. Ci mostra anche la grande fragilità che è dietro la maschera della violenza.
Riscopre la religiosità, Bruno e quando la nostalgia per emozioni dimenticate, che provava da bambino, lo prende, il male si allontana da lui. Non lo ammette neanche con sé stesso, ma qualcuno dentro di lui ha già ucciso il killer, il pazzo assassino. Quando sembra che Bruno si stia perdendo, perdendo la libertà e ogni possibilità di una vita normale, in realtà si sta salvando, sta salvando il suo benessere psichico e la sua essenza, che molti chiamano anima. La voce sana, la voce umana, ha vinto.
Posted by giuliomozzi at 13.09.05 09:36

AFFARI ITALIANI Noir/ Franz Krauspenhaar, il giallista degli incubi: “Così un impiegato si trasforma in un killer”Sabato 10.12.2005 20:00Sabato 10.12.2005 20:00di Bruno PeriniSabato 10.12.2005 20:00Un rappresentante anonimo, un uomo mediocre che vende imballaggi si trasforma in un killer a pagamento. Può accadere? Chissà. Nelle fantasie di un romanzo tutto può accadere e forse anche nella realtà del microcosmo umano si può compiere un cambiamento così radicale di vita. Franz Krauspenhaar, italianissimo ma di origine tedesca, autore di “Cattivo sangue”, ci prova a raccontare per Baldini Castoldi Dalai una storia di questo tipo. E’ la storia di Bruno Bruide che racconta in prima persona il salto mortale. “Un noir esistenziale”, azzarda l’autore ad Affari. “Con il noir, dicono tutti, si possono raccontare i tanti volti della realtà. Io dico che si possono raccontare anche i nostri incubi”.Sabato 10.12.2005 20:00Un rappresentante anonimo, un uomo mediocre che vende imballaggi si trasforma in un killer a pagamento. Può accadere? Chissà. Nelle fantasie di un romanzo tutto può accadere e forse anche nella realtà del microcosmo umano si può compiere un cambiamento così radicale di vita. Franz Krauspenhaar, italianissimo ma di origine tedesca, autore di “Cattivo sangue”, ci prova a raccontare per Baldini Castoldi Dalai una storia di questo tipo. E’ la storia di Bruno Bruide che racconta in prima persona il salto mortale. “Un noir esistenziale”, azzarda l’autore ad Affari. “Con il noir, dicono tutti, si possono raccontare i tanti volti della realtà. Io dico che si possono raccontare anche i nostri incubi”.Come le è venuto in mente di trasformare un travet in un killer freddo e spietato? C’è qualcosa che tocca le sue corde interiori, la vendetta del commesso viaggiatore? So che lei faceva l’impiegato…Sabato 10.12.2005 20:00Un rappresentante anonimo, un uomo mediocre che vende imballaggi si trasforma in un killer a pagamento. Può accadere? Chissà. Nelle fantasie di un romanzo tutto può accadere e forse anche nella realtà del microcosmo umano si può compiere un cambiamento così radicale di vita. Franz Krauspenhaar, italianissimo ma di origine tedesca, autore di “Cattivo sangue”, ci prova a raccontare per Baldini Castoldi Dalai una storia di questo tipo. E’ la storia di Bruno Bruide che racconta in prima persona il salto mortale. “Un noir esistenziale”, azzarda l’autore ad Affari. “Con il noir, dicono tutti, si possono raccontare i tanti volti della realtà. Io dico che si possono raccontare anche i nostri incubi”.“Non ho una doppia vita nella quale faccio il killer, ma qualcosa di autobiografico c’è nel mio ultimo romanzo: nel personaggio principale c’è davvero la solitudine e forse la disperazione del venditore. Anche se a pensarci bene Bruno Bruide diventa un killer quasi per caso, quando incontra un trasportatore che ha una doppia vita e che lo trascina in un avventura infinita… ma non voglio svelare troppo del romanzo. Diciamo però che quando il personaggio si trasforma in un killer entra in una nuova vita, scatta l’adrenalina, è una sorta di riscatto esistenziale, quindi drammatico”.

Sabato 10.12.2005 20:00Un rappresentante anonimo, un uomo mediocre che vende imballaggi si trasforma in un killer a pagamento. Può accadere? Chissà. Nelle fantasie di un romanzo tutto può accadere e forse anche nella realtà del microcosmo umano si può compiere un cambiamento così radicale di vita. Franz Krauspenhaar, italianissimo ma di origine tedesca, autore di “Cattivo sangue”, ci prova a raccontare per Baldini Castoldi Dalai una storia di questo tipo. E’ la storia di Bruno Bruide che racconta in prima persona il salto mortale. “Un noir esistenziale”, azzarda l’autore ad Affari. “Con il noir, dicono tutti, si possono raccontare i tanti volti della realtà. Io dico che si possono raccontare anche i nostri incubi”.“Non ho una doppia vita nella quale faccio il killer, ma qualcosa di autobiografico c’è nel mio ultimo romanzo: nel personaggio principale c’è davvero la solitudine e forse la disperazione del venditore. Anche se a pensarci bene Bruno Bruide diventa un killer quasi per caso, quando incontra un trasportatore che ha una doppia vita e che lo trascina in un avventura infinita… ma non voglio svelare troppo del romanzo. Diciamo però che quando il personaggio si trasforma in un killer entra in una nuova vita, scatta l’adrenalina, è una sorta di riscatto esistenziale, quindi drammatico”.C’è stato qualcuno che l’ha spinta a diventare uno scrittore?

“Le sembrerà strano, ma direi che sono stato molto incoraggiato da mia madre, da mio fratello e dagli amici. Non ho avuto un vero e proprio mentore. Devo ringraziare anche me stesso perché a un certo punto ho avuto il coraggio di lanciarmi e di mettermi a scrivere. Io facevo davvero il venditore per piccole aziende. A un certo punto mi è venuto in mente che dietro l’anonima personalità di un personaggio di fantasia che faceva il mio mestiere potesse scattare la scintilla fatale, quella per la quale Bruno Bruide cambia vita e si infila in un tunnel senza fine”.

Qual è il suo modello letterario di riferimento?

“Potrei risponderle banalmente Raymond Chandler, ma se ci penso bene le dico Jim Thompson, un autore americano che cura molto gli aspetti introspettivi. Un suo romanzo importante si chiama ‘L’assassino che è in me’. Devo però confessare che io non amo soltanto e prevalentemente la letteratura di genere. Leggo autori come Heinrich Boell o Thomas Bernhard che poco hanno a che fare con il noir”.

Se dovesse dare dei consigli di lettura che cosa leggerebbe?

“Oltre a Jim Thompson, che citavo prima, consiglierei di leggere un autore olandese, tale Harry Mulisch che ha scritto un romanzo molto strano e fantasioso che si chiama Siegfried. Amo molto anche autori italiani come Lucarelli, Fois, Montanari, Pinketts, Biondillo”.

Franz Krauspenhaar, Cattivo sangue – Baldini Castoldi Dalai, 2005
La Mosca di Milano – Macroscopio. di UlrichÈ probabile che, interrogato sul senso del suo ultimo libro (il terzo, dopo “Avanzi di balera” e “Le cose come stanno”), Franz Krauspenhaar divaghi parlando di donne o di politica. A chi crea dal nulla non si possono chiedere spiegazioni. In compenso, se leggete “Cattivo sangue”, in capo a qualche giorno finirete per battervi una mano sulla fronte esclamando: “Ma certo ! È proprio così !”
Cosa contiene “Cattivo sangue” ? Nient’altro che il solito “noir”. E Krauspenhaar addirittura esagera: risale alle origini del genere, al noir francese, a “Rififi”. Le avventure e i colpi di scena ripercorrono i classici snodi di questo genere letterario senza annoiare, ma senza stupire. Ciò che turba il lettore è altro. Il protagonista non conosce se stesso (in molti sensi), è sballottato dagli avvenimenti e reagisce nel modo tipico di chi non si raccapezza: istintivamente. Il vero mistero di “Cattivo sangue” è la ricerca di un inafferrabile perché.
Un uomo qualunque, uno di noi, diventa killer perchè ha smarrito il senso della vita (e della morte). Affetto dal complesso di Peter Pan (la cifra delle presenti generazioni), non ha progetti a lunga scadenza e, in ultima analisi, non ha uno scopo nella vita. Anche i suoi sentimenti sono elementari e quasi animaleschi: la tenerezza è quasi sempre legata al sesso, la stima diventa fiducia immotivata, la fiducia diventa fedeltà, la morte che si staglia sul futuro spinge a riprogettare il passato, a ricercare le origini.
È il ritratto dell’uomo contemporaneo: il nostro ritratto. Eterni bambini inseriti in una giostra così grande da non riuscire a vederla tutta, ci muoviamo freneticamente per restare al passo, per non farci emarginare da un gioco che non capiamo, mentre in fondo al nostro essere qualcosa ci dice che è un gioco al massacro.
Finché, in un ultimo tentativo di trovare una spiegazione a questa assurda voluttà di morte, il protagonista di “Cattivo sangue” arriva a domandarsi se esista la predestinazione. E a questo punto il lettore batte la mano sulla fronte: quello che un filosofo come Emanuele Severino chiama “impero della tecnica” non è un incubo da futurologi. È qui. Ci viviamo dentro. E ha scombinato il sistema dei valori. Anche le “religioni dell’umanità” che pretendevano di sostituirsi alle “superstizioni” sono crollate. L’uomo contemporaneo si aggira fra le macerie e non sa dove dirigersi.
(Ulrich)
È probabile che, interrogato sul senso del suo ultimo libro (il terzo, dopo “Avanzi di balera” e “Le cose come stanno”), Franz Krauspenhaar divaghi parlando di donne o di politica. A chi crea dal nulla non si possono chiedere spiegazioni. In compenso, se leggete “Cattivo sangue”, in capo a qualche giorno finirete per battervi una mano sulla fronte esclamando: “Ma certo ! È proprio così !”Cosa contiene “Cattivo sangue” ? Nient’altro che il solito “noir”. E Krauspenhaar addirittura esagera: risale alle origini del genere, al noir francese, a “Rififi”. Le avventure e i colpi di scena ripercorrono i classici snodi di questo genere letterario senza annoiare, ma senza stupire. Ciò che turba il lettore è altro. Il protagonista non conosce se stesso (in molti sensi), è sballottato dagli avvenimenti e reagisce nel modo tipico di chi non si raccapezza: istintivamente. Il vero mistero di “Cattivo sangue” è la ricerca di un inafferrabile perché.Un uomo qualunque, uno di noi, diventa killer perchè ha smarrito il senso della vita (e della morte). Affetto dal complesso di Peter Pan (la cifra delle presenti generazioni), non ha progetti a lunga scadenza e, in ultima analisi, non ha uno scopo nella vita. Anche i suoi sentimenti sono elementari e quasi animaleschi: la tenerezza è quasi sempre legata al sesso, la stima diventa fiducia immotivata, la fiducia diventa fedeltà, la morte che si staglia sul futuro spinge a riprogettare il passato, a ricercare le origini.È il ritratto dell’uomo contemporaneo: il nostro ritratto. Eterni bambini inseriti in una giostra così grande da non riuscire a vederla tutta, ci muoviamo freneticamente per restare al passo, per non farci emarginare da un gioco che non capiamo, mentre in fondo al nostro essere qualcosa ci dice che è un gioco al massacro.Finché, in un ultimo tentativo di trovare una spiegazione a questa assurda voluttà di morte, il protagonista di “Cattivo sangue” arriva a domandarsi se esista la predestinazione. E a questo punto il lettore batte la mano sulla fronte: quello che un filosofo come Emanuele Severino chiama “impero della tecnica” non è un incubo da futurologi. È qui. Ci viviamo dentro. E ha scombinato il sistema dei valori. Anche le “religioni dell’umanità” che pretendevano di sostituirsi alle “superstizioni” sono crollate. L’uomo contemporaneo si aggira fra le macerie e non sa dove dirigersi.(Ulrich)ORIGINE – Scritture in Movimento-N.13 Gennaio- febbraio 2006È probabile che, interrogato sul senso del suo ultimo libro (il terzo, dopo “Avanzi di balera” e “Le cose come stanno”), Franz Krauspenhaar divaghi parlando di donne o di politica. A chi crea dal nulla non si possono chiedere spiegazioni. In compenso, se leggete “Cattivo sangue”, in capo a qualche giorno finirete per battervi una mano sulla fronte esclamando: “Ma certo ! È proprio così !”Cosa contiene “Cattivo sangue” ? Nient’altro che il solito “noir”. E Krauspenhaar addirittura esagera: risale alle origini del genere, al noir francese, a “Rififi”. Le avventure e i colpi di scena ripercorrono i classici snodi di questo genere letterario senza annoiare, ma senza stupire. Ciò che turba il lettore è altro. Il protagonista non conosce se stesso (in molti sensi), è sballottato dagli avvenimenti e reagisce nel modo tipico di chi non si raccapezza: istintivamente. Il vero mistero di “Cattivo sangue” è la ricerca di un inafferrabile perché.Un uomo qualunque, uno di noi, diventa killer perchè ha smarrito il senso della vita (e della morte). Affetto dal complesso di Peter Pan (la cifra delle presenti generazioni), non ha progetti a lunga scadenza e, in ultima analisi, non ha uno scopo nella vita. Anche i suoi sentimenti sono elementari e quasi animaleschi: la tenerezza è quasi sempre legata al sesso, la stima diventa fiducia immotivata, la fiducia diventa fedeltà, la morte che si staglia sul futuro spinge a riprogettare il passato, a ricercare le origini.È il ritratto dell’uomo contemporaneo: il nostro ritratto. Eterni bambini inseriti in una giostra così grande da non riuscire a vederla tutta, ci muoviamo freneticamente per restare al passo, per non farci emarginare da un gioco che non capiamo, mentre in fondo al nostro essere qualcosa ci dice che è un gioco al massacro.Finché, in un ultimo tentativo di trovare una spiegazione a questa assurda voluttà di morte, il protagonista di “Cattivo sangue” arriva a domandarsi se esista la predestinazione. E a questo punto il lettore batte la mano sulla fronte: quello che un filosofo come Emanuele Severino chiama “impero della tecnica” non è un incubo da futurologi. È qui. Ci viviamo dentro. E ha scombinato il sistema dei valori. Anche le “religioni dell’umanità” che pretendevano di sostituirsi alle “superstizioni” sono crollate. L’uomo contemporaneo si aggira fra le macerie e non sa dove dirigersi.(Ulrich)-N.13 Gennaio- febbraio 2006«Cattivo sangue» di Franz Krauspenhaar
Baldini Castoldi Dalai editore pagg. 430 Euro 15,80
È probabile che, interrogato sul senso del suo ultimo libro (il terzo, dopo “Avanzi di balera” e “Le cose come stanno”), Franz Krauspenhaar divaghi parlando di donne o di politica. A chi crea dal nulla non si possono chiedere spiegazioni. In compenso, se leggete “Cattivo sangue”, in capo a qualche giorno finirete per battervi una mano sulla fronte esclamando: “Ma certo ! È proprio così !”Cosa contiene “Cattivo sangue” ? Nient’altro che il solito “noir”. E Krauspenhaar addirittura esagera: risale alle origini del genere, al noir francese, a “Rififi”. Le avventure e i colpi di scena ripercorrono i classici snodi di questo genere letterario senza annoiare, ma senza stupire. Ciò che turba il lettore è altro. Il protagonista non conosce se stesso (in molti sensi), è sballottato dagli avvenimenti e reagisce nel modo tipico di chi non si raccapezza: istintivamente. Il vero mistero di “Cattivo sangue” è la ricerca di un inafferrabile perché.Un uomo qualunque, uno di noi, diventa killer perchè ha smarrito il senso della vita (e della morte). Affetto dal complesso di Peter Pan (la cifra delle presenti generazioni), non ha progetti a lunga scadenza e, in ultima analisi, non ha uno scopo nella vita. Anche i suoi sentimenti sono elementari e quasi animaleschi: la tenerezza è quasi sempre legata al sesso, la stima diventa fiducia immotivata, la fiducia diventa fedeltà, la morte che si staglia sul futuro spinge a riprogettare il passato, a ricercare le origini.È il ritratto dell’uomo contemporaneo: il nostro ritratto. Eterni bambini inseriti in una giostra così grande da non riuscire a vederla tutta, ci muoviamo freneticamente per restare al passo, per non farci emarginare da un gioco che non capiamo, mentre in fondo al nostro essere qualcosa ci dice che è un gioco al massacro.Finché, in un ultimo tentativo di trovare una spiegazione a questa assurda voluttà di morte, il protagonista di “Cattivo sangue” arriva a domandarsi se esista la predestinazione. E a questo punto il lettore batte la mano sulla fronte: quello che un filosofo come Emanuele Severino chiama “impero della tecnica” non è un incubo da futurologi. È qui. Ci viviamo dentro. E ha scombinato il sistema dei valori. Anche le “religioni dell’umanità” che pretendevano di sostituirsi alle “superstizioni” sono crollate. L’uomo contemporaneo si aggira fra le macerie e non sa dove dirigersi.(Ulrich)-N.13 Gennaio- febbraio 2006«Cattivo sangue» di Franz KrauspenhaarBaldini Castoldi Dalai editore pagg. 430 Euro 15,80di Andrea Morelli

È probabile che, interrogato sul senso del suo ultimo libro (il terzo, dopo “Avanzi di balera” e “Le cose come stanno”), Franz Krauspenhaar divaghi parlando di donne o di politica. A chi crea dal nulla non si possono chiedere spiegazioni. In compenso, se leggete “Cattivo sangue”, in capo a qualche giorno finirete per battervi una mano sulla fronte esclamando: “Ma certo ! È proprio così !”Cosa contiene “Cattivo sangue” ? Nient’altro che il solito “noir”. E Krauspenhaar addirittura esagera: risale alle origini del genere, al noir francese, a “Rififi”. Le avventure e i colpi di scena ripercorrono i classici snodi di questo genere letterario senza annoiare, ma senza stupire. Ciò che turba il lettore è altro. Il protagonista non conosce se stesso (in molti sensi), è sballottato dagli avvenimenti e reagisce nel modo tipico di chi non si raccapezza: istintivamente. Il vero mistero di “Cattivo sangue” è la ricerca di un inafferrabile perché.Un uomo qualunque, uno di noi, diventa killer perchè ha smarrito il senso della vita (e della morte). Affetto dal complesso di Peter Pan (la cifra delle presenti generazioni), non ha progetti a lunga scadenza e, in ultima analisi, non ha uno scopo nella vita. Anche i suoi sentimenti sono elementari e quasi animaleschi: la tenerezza è quasi sempre legata al sesso, la stima diventa fiducia immotivata, la fiducia diventa fedeltà, la morte che si staglia sul futuro spinge a riprogettare il passato, a ricercare le origini.È il ritratto dell’uomo contemporaneo: il nostro ritratto. Eterni bambini inseriti in una giostra così grande da non riuscire a vederla tutta, ci muoviamo freneticamente per restare al passo, per non farci emarginare da un gioco che non capiamo, mentre in fondo al nostro essere qualcosa ci dice che è un gioco al massacro.Finché, in un ultimo tentativo di trovare una spiegazione a questa assurda voluttà di morte, il protagonista di “Cattivo sangue” arriva a domandarsi se esista la predestinazione. E a questo punto il lettore batte la mano sulla fronte: quello che un filosofo come Emanuele Severino chiama “impero della tecnica” non è un incubo da futurologi. È qui. Ci viviamo dentro. E ha scombinato il sistema dei valori. Anche le “religioni dell’umanità” che pretendevano di sostituirsi alle “superstizioni” sono crollate. L’uomo contemporaneo si aggira fra le macerie e non sa dove dirigersi.(Ulrich)-N.13 Gennaio- febbraio 2006«Cattivo sangue» di Franz KrauspenhaarBaldini Castoldi Dalai editore pagg. 430 Euro 15,80Il risentimento è finito. Non basta più. Franz Krauspenhaar, nel suo nuovo romanzo, passa all’azione. Cattivo sangue è la storia di Bruno Bruide. La storia del suo precipitare. Da export manager a killer, inanellando amori perduti, colleghi dalla doppia vita, giudici vendicativi e morti.
Attraverso la Ditta Negrotto, per cui lavora, tiranneggiato, dal suo superiore Sebastiani, Bruide incontrerà Magrini che da cliente abituale si trasformerà in fornitore di vittime. Da eliminare, su commissione. Da ottimo e allenato tiratore di poligono, Bruide non avrà altro da fare che alzare il tiro e colpire. Tutto liscio, facile, quasi più che conquistare un nuovo cliente. Fino a Michelle Ferrieux. Una vittima con un padre troppo ingombrante: Giudice di Corte D’assise. Da qui la vicenda inizierà a complicarsi e a trasformare il romanzo in una sorta di Bruno Bruide contro tutti. Le polizie che lo inseguiranno, la sua ex, Paola, che lo userà per sbarazzarsi del marito, l’Azienda che si rivelerà un covo di vipere.
L’esordio nel “noir” di Krauspenhaar ci conferma che l’ autore usa i generi per fare altro. Non si limita a costruire un intricato meccanismo in cui ad ogni pagina il buono diventa cattivo, ma usa le azioni di Bruide per punire. Quasi una vendetta personale, nei confronti di un passato impossibile da dimenticare.
Un passato che riaffiora prepotentemente nella seconda parte del libro, dove il Bruide, evaso dal carcere, batterà mezza Europa, alla ricerca di Paola. E dei suoi conti in sospeso. Dopo una rapina, per trovare fondi da spendere nella ricerca dell’amata, finirà in Olanda, braccato dalla polizia, dove la sua ricerca si materializzerà nel reverendo Van Bruyden, fratello del nonno. Lo zio lo proietterà nella storia di un vecchio omicidio e in un’ intreccio di affari e antiche vendette. Insomma, arriviamo alla netta convinzione che in qualsiasi angolo d’Europa ci saranno guai in agguato per Bruide. Ma non vogliamo certo raccontarvi tutto. Cattivo sangue è un romanzo doloroso, che pur presentando certi difetti dovuti ad una eccessiva lunghezza, fa centro. Proprio come Bruide con le sue vittime.

www.albertogiorgi.blog.com
C’E’ DEL GIALLO IN ITALIA
Intervista a Franz Krauspenhaar
– 16.1.2006

Franz Krauspenhaar, nato nel Novembre 1960 a Milano, ha deciso a 37 anni di non voler più stare “alla stanga” (Henry Miller dixit) e di fare una buona volta lo scrittore. Ha pubblicato nel 2000 Avanzi di balera (Addictions Libri), nel 2003 Le cose come stanno (Baldini & Castoldi) e nel 2005 Cattivo sangue (Baldini Castoldi Dalai) .
Consulente editoriale, critico e traduttore, sempre curioso e disponibile alle sperimentazioni e alle contaminazioni tra le arti e perché no i mestieri, in onore dei suoi vecchi e gloriosi tempi di commercio e industria è stato per un anno ovviamente breve e altrettanto ovviamente intenso Amministratore Unico del blog Markelo Uffenwanken GmbH & Co.KG, sorta di “ditta” specializzata nella “fabbricazione di cultura”, ora trasbordato con tutto il suo poderoso archivio (a imperitura memoria) su www.markelo.net.
E’ redattore dal Dicembre 2004 del blog collettivo Nazione Indiana. Vive e lavora ( a modo suo, su questo non transige) a Milano, città che ama e detesta con uguale, passionale vigore.

Ecco l’intervista…

Va di moda il noir. In Italia e non solo, si dice che il noir sia romanzo sociale, adatto per scavare dentro situazioni di disagio, di violenza e di prevaricazione, dentro la politica e l’istituzione corrotta, dentro la mente e le abitudini della gente. Secondo te questa impostazione è vera? Se si, può essere applicata anche al Giallo classico?

Il noir a mio avviso è il romanzo sociale, oggi, se per sociale intendiamo l’ombra scura della criminalità che ammanta la società. Attorno al crimine, infatti, si sviluppano inevitabilmente cerchi concentrici che vanno a toccare, della società, tutte le frange. In questo senso il noir ha al momento sostituito- seppure in parte- il grande romanzo sociale di decenni fa. Ma il noir non puo’ essere solo questo, il noir puo’ fare anche altro. O meglio: qualsiasi narrazione, di qualsiasi tipo, è sociale; bisogna vedere in che modo questa società malata è colta dallo scrittore e dunque, di conseguenza, da questi rappresentata. Perché si puo’ partire con una forte “indagine introspettiva” e perseguirla, come ho fatto io in Cattivo sangue (esemplifico su di me anche perché mi è più facile) e, inevitabilmente, per induzione, non si puo’ non arrivare a una rappresentazione che ci coinvolge bene o male tutti, dunque al cosiddetto sociale.
Il giallo classico puo’ fare e in effetti fa la stessa cosa; l’importante è come lo fa, quanto ci si mette in gioco, quanto di vero (non per forza nel senso di aderenza alla realtà, ma soprattutto, io credo, nel senso di aderenza all’espressione vitale, di “veridicità esistenziale”) si cala sulla pagina, come in tutte le narrazioni. Vedi, io credo che in letteratura non è mai una questione di generi: è, invece, una questione di “aderenza espressiva”, di capacità d’esprimere il dentro e il fuori di noi messi tra loro in stretta correlazione. Dunque non solo rappresentazione di una realtà sociale, ma anche di un malessere interiore che spessissimo è causato, per l’ appunto, da un malessere sociale. Io per esempio finora mi sono mosso attorno al malessere individuale sia nel noir (come nel caso del mio ultimo libro) sia quando ho affrontato sulla pagina qualcosa che va fuori dai generi, nel cosiddetto mainstream, come in Le cose come stanno, che “usa” però il genere epistolare, come ben sappiamo antichissimo e che però non viene categorizzato nella letteratura appunto “di genere”. Personalmente, dunque, non amo le classificazioni, di nessun tipo. Mi stanno strette, e credo proprio di non essere il solo a pensarla così.

Al di là della classificazione e dei generi, che magari possiamo considerare utili per orientarsi tra gli scaffali di una libreria (e forse non è poco), secondo te un noir deve necessariamente partire (o arrivare, perché no?) da/a un crimine?

Certo, la classificazione dei generi serve a orientarsi nelle librerie, ma secondo me a null’altro. Per rispondere alla tua domanda, io credo fermamente che partire da un crimine o arrivarci non sia necessario, per un noir. Ma senza’altro il crimine, o un crimine in particolare, dev’esserci perlomeno sullo sfondo, altrimenti non possiamo più parlare (sempre nelle nostre categorizzazioni da scaffale) di noir. Per cui io il noir lo vedo soprattutto come un’atmosfera, una patina, un colore pervadente, una colonna sonora senza suoni, un mood. Il noir è sfuggente, e proprio per questo, perché è così difficile identificarlo, e perchè dunque non è possibile mettersi d’accordo su cosa è noir e cosa no (poiché mettersi d’accordo, renderlo canone, sarebbe come tagliargli le gambe) ecco, anche per tutte queste cose il noir è per me così affascinante.

Nella gran parte dei mystery americani tutte le ambientazioni sembrano una uguale all’altra, al di là delle differenze di latitudine o di tipologia (urbana, rurale ecc.). Il Giallo Italiano, invece, è fortemente connotato territorialmente; ci sono correnti o, se vogliamo scuole, di giallisti napoletani, siciliani, emiliani e via dicendo. Perché questo forte legame con la provincia?

Perché l’Italia è una grande provincia puntellata di comuni; anche le nostre metropoli sono in un certo senso provinciali. Non lo dico, questo, in senso dispregiativo: anzi, tutt’altro. L’Italia è il paese delle grandi differenze, è una specie di concentrato strabiliante di differenze, a volte di opposti, con uno spiegamento eccezionale di sfumature. Un paese, anche per questo, molto conflittuale. Ed è il conflitto ancor più che il crimine, a mio avviso, l’ingrediente principale del giallo e del noir.
Chi vuole scrivere aderendo con un approccio realistico alla propria realtà sociale puo’ quindi calarsi senza indugi nella provincia vera e propria come nelle nostre “provinciali” metropoli; in quei microcosmi molto differenziati tra loro, insomma, che si prestano molto bene a una visione e a una rappresentazione- sociale, individuale- ravvicinatissima. E poi anche il grande Simenon, decenni fa, andava a mostrare le beghe della “sua” provincia; e Chabrol, nel cinema, della provincia francese è stato ed è tuttora il cantore più accreditato (e ormai, data la lunghissima filmografia, storicizzato) in salsa noir. Tutta gente che si è imposta a livello internazionale da decenni.

A vedere gli scaffali delle librerie e il fiorire delle collane di case editrici grandi e meno grandi si direbbe che il Giallo italiano stia vivendo un momento di forte espansione. Secondo te, perchè?

Perché il giallo (e/o noir) italiano, come ho detto prima, ha in buona parte sostituito il romanzo sociale, perlomeno oggi è così. Dal momento che il crimine –da quello micro a quello macro- è purtroppo il “negativo” di questo nostro vivere spesso ben poco civile. Dunque non è così semplice come la spiegano i detrattori, la faccenda: vale a dire che il giallo e il noir vengono scritti e pubblicati solo perché fanno intrattenimento e dunque “audience”. E’ anche così, certo. Ma se andasse soltanto così, con la mole di libri di questa tipologia immessi sul mercato, si sarebbe da tempo giunti a una saturazione.
Io credo piuttosto che il pubblico sente che quelle storie sono spesso più vere (o per meglio dire più aderenti al proprio sentire confuso e ansioso, al proprio malessere individuale che è spesso conseguenza di un malessere sociale, a sua volta causato dalle storture della politica) di altre, e pertanto le apprezza per empatia. Naturalmente ci sono tantissimi modi di scrivere gialli e noir, come ci sono tantissimi modi di scrivere d’altro.
Spesso il giallo è blandamente consolatorio, per esempio, è quasi un ipnoinducente; a quel punto possiamo pure parlare di intrattenimento di classe – quando va bene, quando questi gialli vengono scritti bene. Comunque, i libri andrebbero analizzati criticamente uno alla volta, tutti. Fare di tutta l’erba un fascio è troppo facile e spesso troppo comodo, in un senso o nell’altro.

Qualcuno dice che il Giallo (non solo quello italiano) sta producendo molta spazzatura, che gli scrittori scrivono come pazzi perché si vende molto e che in questo modo si rischia di far collassare il mercato e di declassare un intero genere letterario calando la qualità media del prodotto. Di cosa ha bisogno oggi il Giallo italiano?

Siamo sommersi, dalla spazzatura, ma in tutti i generi letterari. Però il mercato, ciononostante, non è collassato. Perlomeno non ancora. E’ vero che nel giallo e nel noir c’è una sovrabbondanza di titoli che puo’ far pensare. Molti di questi titoli non vendono, proprio come negli altri generi. Comunque io credo che i lettori, se opportunamente informati, sappiano scegliere benissimo.
Certo, a volte non sanno scegliere (e si accontentano della spazzatura) proprio perché di norma non vengono adeguatamente informati e stimolati. Ma tutto questo attiene anche alla mole straordinaria di “prodotti editoriali” di tutti i tipi immessi sul mercato a rotazione continua e allo spazio abbastanza ristretto che i media riservano alla letteratura nel suo complesso. Perché?
Perché la letteratura costa fatica non solo per chi la fa, ma anche per chi ci lavora, per chi ne parla. E allora è molto meno dispendioso – in tutti i sensi- riempire i rotocalchi delle taroccate gesta dei personaggi televisivi piuttosto che aumentare lo spazio di promozione e diffusione del libro, che è una merce molto particolare. E poi è soprattutto una questione di soldi: l’industria editoriale è tutto sommato molto meno remunerativa di tante altre. Questa è la società iperconsumistica nella quale viviamo, e noi possiamo fare solo una cosa: scrivere cercando di migliorare costantemente, aggrappati alla nostra passione, ognuno nel suo ambito.
Per rispondere alla tua domanda così diretta: il giallo italiano ha bisogno di superare, una volta per tutte, uno strisciante complesso d’inferiorità, perché l’Italia è anche il paese del bigottismo snobistico; tra l’altro, io penso anche che molta gente sia tuttora convinta che il valore di un’opera letteraria sia direttamente proporzionale alla fatica che si deve fare per leggerla.
Però nel 1958 (quasi mezzo secolo fa) arriva Duerrenmatt dalla provincialissima Svizzera e celebra quel “requiem per un romanzo giallo”, appunto, con La Promessa, un romanzo che si legge d’un fiato. Requiem paradossale, perché in realtà si tratta di una prova imprescindibile; a mio avviso una prova provata, messa proprio nero su bianco, che il giallo puo’ anche uscire da se stesso senza, al contempo, tradirsi.
Insomma, lo “sdoganamento ufficiale” è avvenuto nella nostra vecchia Europa, e non il mese scorso, ma quasi 50 anni fa, con un Dichter, vale a dire con un vero poeta, uno da Nobel. Volendo possiamo parlare anche di Gadda, poi, e di Testori; il primo scrisse un libro quasi enciclopedico che è anche giallo senza risoluzione, Il Pasticciaccio, e ben prima di Duerrenmatt; il secondo ha mostrato anche, in alcune opere, una Milano nera facendo una letteratura d’altissimo impegno.
Tra l’altro scrivere gialli e noir è difficilissimo, sempre e comunque, su qualunque piano.

Posted by alberto giorgi in C’è del Giallo in Italia | Permalink

Baldrus 03.03.2006 – ripreso da Vibrisse Bollettino 07.03.2006

La sorgente del Cattivo Sangue

di Mauro Baldrati

Cattivo Sangue di Franz Krauspenhaar è un libro sorprendente. Lo si può certamente definire un noir, perché è una storia nera, una storia di delitti e di misteri; ma è un noir che sfugge alle gabbie del genere, evade e prende altre strade.

Tre sono a mio avviso gli elementi che fanno di Cattivo Sangue un noir atipico, un romanzo che sfugge alle regole ferree della “narrificazione”: primo, la vena di follia che lo pervade, dal primo all’ultimo capitolo. Bruno Bruide è un Export Manager di un’azienda di cartotecnica. Viaggia per la Francia, contatta clienti, procaccia contratti. Ma ha un’attività parallela, il killer professionista. Questa attività lo porta a continui, frenetici spostamenti per eliminare la vittima di turno ed essere, il mattino dopo, pronto per l’appuntamento di lavoro a centinaia di chilometri di distanza. Bruno Bruide è uno spietato assassino che non ha rimorsi, però è anche sentimentale, è follemente buono: follemente si innamora di una donna appena conosciuta, follemente si allea col padre di una delle sue vittime, follemente decide di costituirsi. Dopo un periodo di detenzione evade dalla galera francese e con un amico si rifugia in una località della Francia, un covo di riciclaggio di auto rubate. E’ un periodo di relativa serenità, fatto di sesso, di comicità, di paradossi; ma Bruno non può fermarsi, la sua natura glielo impedisce. Deve ritrovare la donna di cui è innamorato, e inizia una ricerca che è anche una fuga per l’Europa: spinto da un destino oscuro, arriverà in Olanda, alla ricerca delle proprie misteriose radici, la sorgente da dove sgorga il “cattivo sangue”.

Il secondo elemento è la scrittura. Non si limita a svolgere quella funzione puramente di servizio tipica di molti romanzi di genere, dove l’obiettivo principale è sostenere la storia, produrre suspence, inserire indizi. In certi punti “scoppia” come scoppia la vicenda, come scoppia Bruno Bruide, e lo segue nelle sue improvvise depressioni, euforie, rabbie e paranoie. A tratti si abbandona alle invettive, agli insulti, quando Bruno si fa travolgere dalla rabbia e dall’odio; altrove è puntiforme, aspra, oppure passa da un ritmo crepitante al periodo medio-lungo, e si lascia andare senza reticenze allo scoramento, alla sconfitta, ai colpi di testa.

E qui c’è il terzo elemento, il protagonista. Bruno Bruide è un narratore forte, che lascia una impronta indelebile. Non è solo il navigatore della storia, è un alter ego nero, cattivo, ma anche debole e disperato, generoso e ironico, che si lascia condurre come una scheggia impazzita dalla forza bruta del destino. Nella “narrificazione” tutto è funzionale alla storia: i dialoghi, gli eventi, le locations, e il narratore, che il narrificatore configura come uno strumento di media potenza che plasma la storia, e da essa si fa plasmare. Non è così per Bruno Bruide: lui non rispetta le regole, esce dalla storia, esce dalla pagina, scardina i dialoghi e non ha paura di andare fuori registro.

La nascita di un personaggio come questo è certamente un’operazione complessa. Quando inizia a muoversi, a parlare, a mostrarsi nell’immaginazione dell’autore? E’ possibile individuare i primi indizi della sua creazione? Viene fuori mentre l’autore cammina, o parla, o legge, o lavora? L’ho chiesto direttamente all’autore: che rapporto ha Franz con Bruno Bruide? Quando si rende conto che una parte di Franz entra in Bruno? I due sono qualche volta in conflitto? Franz partecipa ai sentimenti di Bruno, si arrabbia con lui, si eccita con lui, va in paranoia con lui?

Il rapporto che ho avuto fin dall’inizio con Bruno è stato di rispecchiamento. Il romanzo è nato dal personaggio, e il personaggio è una specie di mio prolungamento. Non è però autobiografico in senso stretto; piuttosto, è una specie di me stesso alterato, che è passato da una “sliding door” diversa da quella dalla quale a suo tempo sono passato io. Posso dire che, prima di tutto, ho immaginato un Franz Krauspenhaar alternativo, che a un dato punto ha reagito a certe disavventure piuttosto comuni della vita in modo diverso da come ho reagito per l’appunto io; e ne è nato Bruno Bruide. Ovviamente, essendo un mio prolungamento distorto, ho partecipato con molta emotività ai sentimenti del personaggio, ne sono stato fortemente catturato, e spesso mi sono spaventato alle sue sortite, alle sue reazioni scomposte e violente. Credo che scrivere questo romanzo, che per me ha significato soprattutto parlare di questo personaggio così solo e tutto sommato così arreso, sia anche stato un modo per esorcizzare certi lati in ombra di me.

Franz ha le stesse “fisse” di Bruno? Per esempio parcheggia la macchina sempre con le ruote dritte? Fuma sigarette come lui? Predilige le stesse marche di birra?

Qualche sua fissa ce l’ho anch’io, si. Le sigarette e la birra sicuramente. E le auto. Sul parcheggio invece no, ho sempre parcheggiato con cura ma non sono mai stato fiscale sulla posizione delle ruote, anche se alla fin fine preferisco che le ruote siano dritte, è anche una questione di estetica, in un certo senso. Per il resto, molte delle caratteristiche di Bruno mi appartengono, ma sono in me molto ammorbidite. O meglio, è Bruno che è un Franz eccessivo, come se fosse andato fuori giri nei confronti della vita, come se fosse quasi impazzito.

LA PIANA – MARZO 2006

UN FORESTIERO DI ORIGINI PALMESI

Si tratta dello scrittore Franz Krauspenhaar,le cui opere vengono pubblicate da importanti case editrici.

di Girolamo Lazoppina

L’alto tasso culturale della Calabria si evince non solo dai grandi scrittori del passato, ma anche dai giovani emergenti, i quali, apprezzati e recensiti nel resto d’Italia, faticano ad essere conosciuti nella loro (e nostra) regione.
E’ questo il caso di Franz Krauspenhaar (foto a lato), che a dispetto del nome – il padre era tedesco di Aussig (Sudetenland) -, vanta chiare origini pianigiane. Figlio, infatti, di madre palmese, si è affermato a Milano dapprima come consulente editoriale e traduttore dal tedesco, dal francese e dall’inglese, ed oggi come scrittore. Il primo libro, “Avanzi di balera”, è stato pubblicato nel 2000 da Addictions Libri. Ma è soprattutto con i due romanzi successivi, “Le cose come stanno” e “Cattivo sangue”, pubblicati da Baldini Castaldi Dalai, rispettivamente nel 2003 nel 2005, che ha raggiunto la notorietà, venendo recensito sui maggiori quotidiani e periodici nazionali, dal Corriere della Sera a Repubblica, da Panorama ad Oggi, solo per citarne alcuni, fino alla “nostra” Gazzetta del Sud, ad opera dell’ottimo Arcangelo Badolati.
“Le cose come stanno”, scritto in forma di monologo epistolare, rappresenta uno spaccato di vita quotidiana, grama ed insulsa, ricca di frustrazione e disperazione, ma soprattutto governata da un Dio latitante benché esistente, che osserva ma non interviene; che lascia le cose così come sono, senza far nulla per cambiarle. Un romanzo dal respiro europeo, ambientato tra la Germania e la Danimarca, in cui, riprendendo le parole di Giovanni Tesio su La stampa Tuttolibri “Venendo da suggestioni e letture più mitteleuropee che italiane, Krauspenhaar disegna nel suo romanzo assonanze e affinità sgradevoli, corrispondendo all’ideale di una letteratura che non conceda spazio a chi con i romanzi si vuol solo divertire”; ma che, sottolinea Alessandra Casella su Oggi, è “un romanzo davvero bellissimo che si avvale di una magnifica penna. (…) La scrittura di Krauspenhaar è densa, avviluppante, straordinariamente poetica: un autore da non perdere”.
Tuttavia il pregio, o forse il difetto, di questo giovane scrittore classe ’60, sta nella sua capacità di abbracciare forme letterarie molto diverse fra loro, sorprendendo (o forse compiacendo) i suoi ormai affezionati lettori. Così in “Cattivo sangue” lo vediamo abbracciare il genere noir, con un ritmo fortemente cinematografico ed uno stile pulito e raffinato. E’ la storia d un Export Manager Europe che a quarant’anni decide di cambiare vita, diventando killer su commissione, al soldo di una misteriosa organizzazione criminale, a cio’ avvantaggiato dai suoi continui viaggi di lavoro in Francia. Un romanzo pieno di sorprese, in tutti i sensi e , soprattutto, privo di confini sia geografici che letterari. Un romanzo, per usare le parole di Nicoletta Sipos su Chi, “magmatico e generoso che per qualche verso ricorda gli exploit di Faletti. Un tomo che esplora i volti del crimine ma anche la lotta di un’anima persa per la redenzione”. “Cattivo sangue”, apprendiamo dalla recensione di Alessandra Buccheri, “segna l’esordio nel noir di Franz Krauspenhaar con un romanzo tagliente e crudele, che tiene incollati al libro fino all’ultima pagina”, mentre Fulvio Panzeri su Famiglia Cristiana osserva che “Krauspenhaar usa vari toni, che vanno dal grottesco all’umorismo amaro, fino alla pietà per il perdersi del suo protagonista in questo intricato labirinto dell’anima. Non si puo’ definire un noir tradizionale, questo: non segue le regole del romanzo di genere, ma cerca un modo per reinventare il tema di una contemporaneità che ha perso ogni punto di riferimento e la sua identità morale e si specchia nell’immagine della propria dissoluzione, in cerca di una coscienza che sia in grado di registrare un allarme”. In definitiva, il “nostro” Krauspenhaar rappresenta più di una promessa nel panorama letterario italiano: egli rappresenta la continuità nei confronti di una cultura di cui la nostra regione è da sempre fucina inesauribile.

Il Presepe di Plastica. Il weblog di Nicolò La Rocca -31.03.2006

FRANZ KRAUSPENHAAR

Cattivo sangue Baldini & Castoldi Dalai, PP. 432 , EURO 15,80
Bruno Bruide è un export manager in un’azienda cartotecnica lombarda; la sua vita è fatta di viaggi di lavoro in Europa, di una donna rimpianta, di una madre distaccata; è una vita monocorde la sua, trascorsa su auto a nolo, impigliata nelle deprimenti trattative commerciali con gli acquirenti della ditta per la quale lavora. Ma a quarant’anni Bruno Bruide compie il giro di boa: si trasforma in un killer efficiente e discreto, viene assoldato da un’inquietante organizzazione criminale che si serve dei suoi viaggi di lavoro per portare a compimento degli omicidi. Il distaccato export manager diventa così un freddo killer, e le missioni commerciali si trasformano in coperture per gli omicidi. Ma Bruide ha vestito i panni del killer per pura casualità, del resto tutta la sua esistenza, fino a questa sua metamorfosi, è stata guidata dal caso, come se l’esistenza non abbia mai il timone di se stessa. Ed è proprio questo nonsenso che si trova a governare Bruide: lo fa cercando di aiutare il padre di una delle sue vittime a dipanare la matassa che ha portato alla morte della figlia. In fondo sa che la sua vita può essere soltanto espiata. Ma questa scelta non farà altro che favorire il dispiegarsi assurdo della realtà che pian piano lo inghiottirà. Cattivo sangue è un congegno perfetto, i piani narrativi serrati avvitano il personaggio creato da Krauspenhaar e con lui il lettore in una filettatura senza fine; Bruno Bruide sembra che debba staccarsi dalla realtà per vederla veramente, è il perfetto Meursault dei nostri tempi, come se il personaggio di Albert Camus si fosse trasfigurato per aderire alla superficie immutabile della post-modernità. Ogni sua azione allora è priva di senso perché dà corpo alla realtà insensata. E lo scrittore, adeguando la sua scrittura alla materia romanzata, sembra mettere a disposizione dei lettori il suo modo di procedere, la sua tecnica inventiva: nessun diario di bordo, nessun piano predefinito: Krauspenhaar scrive assecondando il magma eruttato da Bruno Bruide, fa di tutto per lasciarsi guidare dal suo personaggio, esibendosi in una godibilissima e originale scrittura per propulsione. Non è un Lego scrupoloso, Cattivo sangue, ma l’effetto di un sasso lanciato in uno stagno, tanti cerchi concentrici; è una storia che nasce dal personaggio stesso – è lui che la impone allo scrittore – e bisogna seguirla, a perdifiato.

Nicolò La Rocca.

DUE LIBRI, UNA PAGINA (68)
Letture di Fabio Brotto
http://www.bibliosofia.net/La soglia dell’umano. Il passaggio originale dalla bestia all’umano. Quel piccolo ma abissale gradino che pone la differenza tra lo scimpanzé e l’umano nonostante un patrimonio genetico quasi identico. Migliaia e migliaia di anni di crisi mimetiche, di infiniti atti di soppressione violenta di appartenenti a gruppi proto-umani, col conseguente senso di sollievo collettivo, fino ad arrivare al momento in cui (quando?) il benessere collettivo del gruppo, che di volta in volta esso prova dopo aver linciato un proprio membro, viene attribuito alla vittima stessa come agente, ed ecco la sua divinizzazione. Il mito e il rito. Il religioso violento nasce insieme all’umano, per René Girard, e non è distinguibile dal processo di ominizzazione. Questo è uno dei nodi oscuri del sistema girardiano. Questa divinizzazione della vittima che all’improvviso avviene dopo non essere avvenuta per un tempo lunghissimo mi è sempre apparsa come un inspiegato deus ex machina teorico. L’attribuzione alla vittima di uno status divino coincide dunque con il divenire uomini. Ma se è così, da dove viene quella rappresentazione di un qualcosa che non è del mondo animale, che è quindi una qualità trascendente, il divino?
Mi viene da pensare (anche) a questo leggendo il bel dialogo, ricco di innumerevoli stimoli, tra Mauro Ceruti e Giuseppe Fornari che ci viene presentato ne Le due paci. Cristianesimo e morte di Dio nel mondo globalizzato (Raffaello Cortina Editore, Milano 2005). Un punto nodale del libro è il confronto con la morte di Dio di Nietzsche, che viene riportata al suo senso di uccisione di Dio: la morte di Dio non significa fine della religione ma propriamente suo inizio, perché il divino nasce dal sacrificio della vittima umana, che viene divinizzata.
La soglia dell’umano. Il passaggio originale dalla bestia all’umano. Quel piccolo ma abissale gradino che pone la differenza tra lo scimpanzé e l’umano nonostante un patrimonio genetico quasi identico. Migliaia e migliaia di anni di crisi mimetiche, di infiniti atti di soppressione violenta di appartenenti a gruppi proto-umani, col conseguente senso di sollievo collettivo, fino ad arrivare al momento in cui (quando?) il benessere collettivo del gruppo, che di volta in volta esso prova dopo aver linciato un proprio membro, viene attribuito alla vittima stessa come agente, ed ecco la sua divinizzazione. Il mito e il rito. Il religioso violento nasce insieme all’umano, per René Girard, e non è distinguibile dal processo di ominizzazione. Questo è uno dei nodi oscuri del sistema girardiano. Questa divinizzazione della vittima che all’improvviso avviene dopo non essere avvenuta per un tempo lunghissimo mi è sempre apparsa come un inspiegato deus ex machina teorico. L’attribuzione alla vittima di uno status divino coincide dunque con il divenire uomini. Ma se è così, da dove viene quella rappresentazione di un qualcosa che non è del mondo animale, che è quindi una qualità trascendente, il divino?Mi viene da pensare (anche) a questo leggendo il bel dialogo, ricco di innumerevoli stimoli, tra Mauro Ceruti e Giuseppe Fornari che ci viene presentato ne Le due paci. Cristianesimo e morte di Dio nel mondo globalizzato (Raffaello Cortina Editore, Milano 2005). Un punto nodale del libro è il confronto con la morte di Dio di Nietzsche, che viene riportata al suo senso di uccisione di Dio: la morte di Dio non significa fine della religione ma propriamente suo inizio, perché il divino nasce dal sacrificio della vittima umana, che viene divinizzata.L’uccisione di Dio è l’uccisione di un uomo, ma l’uccisione di un uomo si rivela essere l’uccisione di un animale che lo sta diventando. Dietro la morte di Dio si nasconde il segreto stesso dell’essere umano. L’uomo è Dio, l’uomo è un animale: il passaggio tra le due affermazioni è soltanto la morte, una morte che non ha nulla di naturalistico, perché segna l’inizio della cultura. (p. 72)La soglia dell’umano. Il passaggio originale dalla bestia all’umano. Quel piccolo ma abissale gradino che pone la differenza tra lo scimpanzé e l’umano nonostante un patrimonio genetico quasi identico. Migliaia e migliaia di anni di crisi mimetiche, di infiniti atti di soppressione violenta di appartenenti a gruppi proto-umani, col conseguente senso di sollievo collettivo, fino ad arrivare al momento in cui (quando?) il benessere collettivo del gruppo, che di volta in volta esso prova dopo aver linciato un proprio membro, viene attribuito alla vittima stessa come agente, ed ecco la sua divinizzazione. Il mito e il rito. Il religioso violento nasce insieme all’umano, per René Girard, e non è distinguibile dal processo di ominizzazione. Questo è uno dei nodi oscuri del sistema girardiano. Questa divinizzazione della vittima che all’improvviso avviene dopo non essere avvenuta per un tempo lunghissimo mi è sempre apparsa come un inspiegato deus ex machina teorico. L’attribuzione alla vittima di uno status divino coincide dunque con il divenire uomini. Ma se è così, da dove viene quella rappresentazione di un qualcosa che non è del mondo animale, che è quindi una qualità trascendente, il divino?Mi viene da pensare (anche) a questo leggendo il bel dialogo, ricco di innumerevoli stimoli, tra Mauro Ceruti e Giuseppe Fornari che ci viene presentato ne Le due paci. Cristianesimo e morte di Dio nel mondo globalizzato (Raffaello Cortina Editore, Milano 2005). Un punto nodale del libro è il confronto con la morte di Dio di Nietzsche, che viene riportata al suo senso di uccisione di Dio: la morte di Dio non significa fine della religione ma propriamente suo inizio, perché il divino nasce dal sacrificio della vittima umana, che viene divinizzata.L’uccisione di Dio è l’uccisione di un uomo, ma l’uccisione di un uomo si rivela essere l’uccisione di un animale che lo sta diventando. Dietro la morte di Dio si nasconde il segreto stesso dell’essere umano. L’uomo è Dio, l’uomo è un animale: il passaggio tra le due affermazioni è soltanto la morte, una morte che non ha nulla di naturalistico, perché segna l’inizio della cultura. (p. 72)Girard in primis e poi Ceruti e Fornari non sembrano avvertire il problema del passaggio dal mondo della non-rappresentazione, del puro segnale animale, a quello della rappresentazione, ovvero del segno. Danno prova di una specie di gradualismo evoluzionistico sui generis, che in realtà non spiega il passaggio della soglia. Di per sé, infatti, un’esperienza di benessere collettivo, per quanto inebriante, e ripetuta nel tempo, non mi pare possa generare alcun segno. Detto in altre parole: non c’è il divino prima del linguaggio, e non c’è umano senza linguaggio. Perché vi sia segno vittimario occorre che vi sia il segno. E la vittima non è segno finché non è signi-ficata. Mentre Ceruti a pagina 92 assume l’esistenza di una faseLa soglia dell’umano. Il passaggio originale dalla bestia all’umano. Quel piccolo ma abissale gradino che pone la differenza tra lo scimpanzé e l’umano nonostante un patrimonio genetico quasi identico. Migliaia e migliaia di anni di crisi mimetiche, di infiniti atti di soppressione violenta di appartenenti a gruppi proto-umani, col conseguente senso di sollievo collettivo, fino ad arrivare al momento in cui (quando?) il benessere collettivo del gruppo, che di volta in volta esso prova dopo aver linciato un proprio membro, viene attribuito alla vittima stessa come agente, ed ecco la sua divinizzazione. Il mito e il rito. Il religioso violento nasce insieme all’umano, per René Girard, e non è distinguibile dal processo di ominizzazione. Questo è uno dei nodi oscuri del sistema girardiano. Questa divinizzazione della vittima che all’improvviso avviene dopo non essere avvenuta per un tempo lunghissimo mi è sempre apparsa come un inspiegato deus ex machina teorico. L’attribuzione alla vittima di uno status divino coincide dunque con il divenire uomini. Ma se è così, da dove viene quella rappresentazione di un qualcosa che non è del mondo animale, che è quindi una qualità trascendente, il divino?Mi viene da pensare (anche) a questo leggendo il bel dialogo, ricco di innumerevoli stimoli, tra Mauro Ceruti e Giuseppe Fornari che ci viene presentato ne Le due paci. Cristianesimo e morte di Dio nel mondo globalizzato (Raffaello Cortina Editore, Milano 2005). Un punto nodale del libro è il confronto con la morte di Dio di Nietzsche, che viene riportata al suo senso di uccisione di Dio: la morte di Dio non significa fine della religione ma propriamente suo inizio, perché il divino nasce dal sacrificio della vittima umana, che viene divinizzata.L’uccisione di Dio è l’uccisione di un uomo, ma l’uccisione di un uomo si rivela essere l’uccisione di un animale che lo sta diventando. Dietro la morte di Dio si nasconde il segreto stesso dell’essere umano. L’uomo è Dio, l’uomo è un animale: il passaggio tra le due affermazioni è soltanto la morte, una morte che non ha nulla di naturalistico, perché segna l’inizio della cultura. (p. 72)Girard in primis e poi Ceruti e Fornari non sembrano avvertire il problema del passaggio dal mondo della non-rappresentazione, del puro segnale animale, a quello della rappresentazione, ovvero del segno. Danno prova di una specie di gradualismo evoluzionistico sui generis, che in realtà non spiega il passaggio della soglia. Di per sé, infatti, un’esperienza di benessere collettivo, per quanto inebriante, e ripetuta nel tempo, non mi pare possa generare alcun segno. Detto in altre parole: non c’è il divino prima del linguaggio, e non c’è umano senza linguaggio. Perché vi sia segno vittimario occorre che vi sia il segno. E la vittima non è segno finché non è signi-ficata. Mentre Ceruti a pagina 92 assume l’esistenza di una fasedefinibile come infraculturale — cioè a metà strada tra la fase ancora non culturale e la fase culturale propriamente detta —, che implica l’esistenza di istituzioni e di un sistema simbolico ormai stabili. La fase infraculturale dev’essere durata centinaia di migliaia di anni, sinché i gruppi umanoidi non hanno imparato a “pilotare la crisi”, ottenendo la ripetizione controllata del sacrificio.

La soglia dell’umano. Il passaggio originale dalla bestia all’umano. Quel piccolo ma abissale gradino che pone la differenza tra lo scimpanzé e l’umano nonostante un patrimonio genetico quasi identico. Migliaia e migliaia di anni di crisi mimetiche, di infiniti atti di soppressione violenta di appartenenti a gruppi proto-umani, col conseguente senso di sollievo collettivo, fino ad arrivare al momento in cui (quando?) il benessere collettivo del gruppo, che di volta in volta esso prova dopo aver linciato un proprio membro, viene attribuito alla vittima stessa come agente, ed ecco la sua divinizzazione. Il mito e il rito. Il religioso violento nasce insieme all’umano, per René Girard, e non è distinguibile dal processo di ominizzazione. Questo è uno dei nodi oscuri del sistema girardiano. Questa divinizzazione della vittima che all’improvviso avviene dopo non essere avvenuta per un tempo lunghissimo mi è sempre apparsa come un inspiegato deus ex machina teorico. L’attribuzione alla vittima di uno status divino coincide dunque con il divenire uomini. Ma se è così, da dove viene quella rappresentazione di un qualcosa che non è del mondo animale, che è quindi una qualità trascendente, il divino?Mi viene da pensare (anche) a questo leggendo il bel dialogo, ricco di innumerevoli stimoli, tra Mauro Ceruti e Giuseppe Fornari che ci viene presentato ne Le due paci. Cristianesimo e morte di Dio nel mondo globalizzato (Raffaello Cortina Editore, Milano 2005). Un punto nodale del libro è il confronto con la morte di Dio di Nietzsche, che viene riportata al suo senso di uccisione di Dio: la morte di Dio non significa fine della religione ma propriamente suo inizio, perché il divino nasce dal sacrificio della vittima umana, che viene divinizzata.L’uccisione di Dio è l’uccisione di un uomo, ma l’uccisione di un uomo si rivela essere l’uccisione di un animale che lo sta diventando. Dietro la morte di Dio si nasconde il segreto stesso dell’essere umano. L’uomo è Dio, l’uomo è un animale: il passaggio tra le due affermazioni è soltanto la morte, una morte che non ha nulla di naturalistico, perché segna l’inizio della cultura. (p. 72)Girard in primis e poi Ceruti e Fornari non sembrano avvertire il problema del passaggio dal mondo della non-rappresentazione, del puro segnale animale, a quello della rappresentazione, ovvero del segno. Danno prova di una specie di gradualismo evoluzionistico sui generis, che in realtà non spiega il passaggio della soglia. Di per sé, infatti, un’esperienza di benessere collettivo, per quanto inebriante, e ripetuta nel tempo, non mi pare possa generare alcun segno. Detto in altre parole: non c’è il divino prima del linguaggio, e non c’è umano senza linguaggio. Perché vi sia segno vittimario occorre che vi sia il segno. E la vittima non è segno finché non è signi-ficata. Mentre Ceruti a pagina 92 assume l’esistenza di una fasedefinibile come infraculturale — cioè a metà strada tra la fase ancora non culturale e la fase culturale propriamente detta —, che implica l’esistenza di istituzioni e di un sistema simbolico ormai stabili. La fase infraculturale dev’essere durata centinaia di migliaia di anni, sinché i gruppi umanoidi non hanno imparato a “pilotare la crisi”, ottenendo la ripetizione controllata del sacrificio.Ceruti dunque suppone che la mera ripetizione per centinaia di migliaia di anni (perché così tanti? o perché non milioni?) porti ad un certo punto al salto di qualità nel mondo simbolico. Ma io chiedo: quando e perché avrebbero imparato a pilotare la crisi, in quali condizioni chi non pilotava ma era solo travolto, inizia a pilotare? Non mi sembra una questione di poco conto. Nella stessa pagina Fornari aggiunge che

A sua volta il sacrificio ha modellato, con la sua regolare ripetizione, tutte le coordinate della visione del mondo degli uomini. Attraverso la ripetizione del rituale, e della trasfigurazione della vittima da colpevole in salvatrice, la vittima è stata avvertita in modo sempre più distinto come divinità. Lo spazio con i suoi luoghi sacri, il tempo con i suoi cicli rituali corrispondenti all’eterno ritorno degli antichi e di Nietzsche, l’Universo con le sue coordinate che riproducono spesso il corpo medesimo della vittima, l’intera rappresentazione e conoscenza dell’uomo passa per il sacrificio.

A me pare che il passaggio dalla vittima del furore collettivo del branco al sacrificio, che sottende l’idea del sacro, ovvero l’esistenza del pensiero trascendente, sia destinato a restare, se si vuol permanere per così dire nell’ortodossia girardiana, inspiegato. Avvertire la vittima in modo sempre più distinto come divinità è un’espressione suggestiva, ma non teoricamente forte: si basa sull’idea della ripetizione che aggiunge, che a mio avviso è un pannicello teorico.

L’altro punto problematico è la solita riduzione girardiana del male alla violenza. Cristo, secondo Girard e i girardiani puri, è la soluzione del problema della violenza, sostituendo la sua mimesi buona alla mimesi cattiva. Su questo concordo. Tuttavia, anche senza violenza la vita dei mortali non sarebbe felice. Anche senza violenza la terra non è un paradiso. L’orizzonte fisico e biologico rimane l’orizzonte della forza, della selezione darwiniana. E anche una cultura umana interamente basata sull’amore, ammesso che potesse darsi, sarebbe segnata dal limite e dalla morte, dalla malattia e dalla sofferenza, dalla sventura e dalle calamità. Si può far soffrire un’altra persona moltissimo anche con una parola, con la semplice disistima, o rifiutando il suo amore. A meno che non si costruisca una teoria che riporti tutto, assolutamente tutto alla violenza vittimaria, e alla fuoriuscita da essa. Ed è quello che fa Girard e che continuano Fornari e Ceruti. Sarebbe secondo me, per questo aspetto, una teoria radicalmente falsa. La vita degli umani è segnata anche da lutti, sventure e sofferenze che certamente non derivano dalla violenza né dalla mimesi.

La teoria mimetica in Fornari e Ceruti tende a farsi teologia, ma, per quanto ricca di brillanti intuizioni e anzi irrinunciabile per una adeguata comprensione dell’umano, rimane limitata. Anch’essa ci lascia disarmati davanti all’enigma della Creazione, dell’immensa quantità di sofferenze che, dall’inizio dei tempi, incombe su ogni essere, intelligente o bruto, aggressivo o mansueto, effimero o longevo (ah, quel cancro alle ossa di un Tyrannosaurus Rex!).

* * * * * * *

Mentre il giallo classico sembra assumere come presupposto l’esistenza di una società fondamentalmente sana, di cui i criminali sono la parte malata—curabile o da eliminare chirurgicamente—,così che in fondo l’investigatore appare come una sorta di diagnosta, il noir contemporaneo tratteggia una società malata nel suo insieme, ovvero, come s’è detto in precedenti note, sull’orlo di una crisi mimetica, cioè della sua dissoluzione. Questo mi sembra particolarmente evidente nell’interessante romanzo di Franz Krauspenhaar Cattivo sangue (Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005), nel quale il protagonista è lo stesso narratore (riecco l’io narrante che non amo), un assassino prezzolato divenuto tale quasi senza accorgersene. La transizione di Bruno Bruide da persona normale a killer avviene in modo tale che la differenza risulta non evidente, non sostanziale, anzi massimamente labile e incerta. L’unica differenza che in Bruide è visibile è quella del suo essere maschio, anche in modo piuttosto aggressivo, la differenza di genere. Tutte le altre differenze sono annullate, quelle poste dalla morale sociale e dalla legge come quelle di nazionalità. Bruide si muove sempre in automobile (e la prima delle due parti si intitola Automobilcrimes) tra Italia Francia Germania e Olanda, parla varie lingue e uccide senza troppi scrupoli: il senso di colpa che ogni tanto gli si fa sentire appare privo di fondamenti, un mero corrugamento della psiche. Il libro di Krauspenhaar è una narrazione della crisi di ogni differenza. Non ho molti dubbi sul fatto che Bruide costituisca un tipo esemplare di uomo sradicato dell’epoca postmillenniale. Per dirla con Simone Weil, essendo uno sradicato non può che sradicare a sua volta: privo di un’identità forte, va alla ricerca delle origini, in Olanda, cioè di una differenza che possa far sua e dia stabilità al suo essere, ma ciò che trova non è altro che la traccia di uno sradicamento (non a caso in qualche modo connesso al nazismo, il più grande fenomeno di sradicamento dell’intero Novecento). E che il libro di Krauspenhaar nel suo insieme e a tutti i livelli narri una crisi e venir meno della differenza è mostrato dalla struttura stessa del libro, con le sue due parti, delle quali la prima si rivela nella seconda essere un romanzo autobiografico scritto dal narratore, lo stesso Bruide, mentre la seconda è assolutamente omogenea alla prima nella scrittura e nell’azione, e noi non sappiamo esattamente cosa sia, le nostre certezze di lettori fondate sulla differenza vanno in crisi a loro volta: attore, narratore, scrittore in che relazione stanno?
Bruide scarica la propria violenza in modo aperto sia nei crimini commissionatigli dall’organizzazione per la quale lavora sia in quelli che esegue per sé stesso. Ma la società con cui interagisce non appare, nel suo insieme, affatto migliore di lui. Si tratta evidentemente di una società che corre verso una crescente indifferenziazione, una con-fusione dalla quale di solito si esce solo con la pratica del capro espiatorio. Si tratta di vedere quali nuove e complesse forme questa pratica assumerà. Possiamo tuttavia affermare che protagonisti di narrazioni come quella di Bruide svolgono all’interno della fabula una funzione di vittima e di persecutore insieme. Le differenze, appunto, sono venute meno.
9 marzo 2006

Vibrissebollettino.net – La Bottega di Lettura. 11.10.2006

Franz Krauspenhaar, Cattivo sangue (2005)
di Giorgio Morale
 

Qualcuno diceva che per capire un libro è illuminante conoscere l’accoglienza che gli hanno riservato i contemporanei. E’ possibile anche un altro approccio. Per me a esempio i libri sono come le città: è bello anche scoprirle da solo, in un faccia a faccia con l’opera. Così mi è successo con Cattivo sangue di Franz Krauspenhaar, pubblicato nell’aprile 2005, che ho letto in questa estate 2006.
 

Cattivo sangue è un romanzo basato su un personaggio di grande potenza, a cui forse lo scrittore ha prestato alcune sue idiosincrasie, e su una condizione umana fondamentale: la solitudine. Lo dichiara lo stesso protagonista nelle prime pagine, spiegando perché ha accettato di diventare un killer di professione: “Non lo faccio principalmente per i soldi… Non sono un tipo venale… Diciamo che lo faccio anche per solitudine, a pensarci bene”. E più avanti dirà: “Sono un uomo solo che ha bisogno di compagnia”. Anche scrivere “è un’operazione di sfida alla solitudine”, con la quale, “finché si buttano fuori le proprie parole… si riesce a dimenticare il vuoto nel quale ci si è andati a ficcare”.
 

Dalla solitudine scaturisce la problematica e la vicenda del libro, una discesa agli inferi che è una discesa in se stessi. Tant’è vero che l’intreccio, evidente e necessario come una argomentazione retorica, mi ha risvegliato uno tra i più indelebili ricordi classici, il Seneca morale delle Lettere a Lucilio, 1, X: “Se uno è dissennato non deve essere lasciato a se stesso; ora rimugina cattivi propositi, prepara pericoli a sé o agli altri, seconda turpi passioni; ora manifesta tutti quei sentimenti che nascondeva per timore o per vergogna, acuisce la sua audacia, eccita la libidine, fomenta l’ira. Infine, l’unico vantaggio della solitudine, cioè non confidare niente a nessuno, non temere spie, manca agli sciocchi: si tradiscono da soli”.
 

E’ la solitudine della città contemporanea, la Milano non-più-da-bere dei primi anni 2000, dove Franz Krauspenhaar vive e che conosce bene; di una casa in periferia e di una vita senza i riti della vita sociale, come cinema e teatro, e senza i passatempi privati di radio, televisione, computer.
 

E’ la solitudine del lavoro: Bruno Bruide è agente di commercio. Perciò sempre in viaggio, con, come stazioni di approdo, relazioni false regolamentate dal denaro. E non era un agente di commercio anche il protagonista di una delle più allucinanti storie di solitudine e degradazione registrate dalla letteratura moderna, il Gregor Samsa de La metamorfosi di Kafka?
 

E poi c’è la solitudine dei non-luoghi che Bruno attraversa, tutti luoghi di transito e non fatti per abitare: autostrade, frontiere, garage, autonoleggio, alberghi anonimi e letti per amori a pagamento; bar dove pranzare a panini e birre oppure dove stordirsi con liquori; città straniere in cui il visitatore rimane ai margini della vita sociale. L’unico e fedele amico che gli rimane è il cellulare odiato e amato, attraverso il quale viene controllato dal suo capo nel settore vendite, che in realtà è il capo dell’organizzazione criminale che gli commissiona omicidi.
 

L’habitat tipico di Bruno Bruide è l’automobile, sua “seconda e ultima natura”, come ormai tradizione nella letteratura postmoderna (da Lolita di Nabokov a Cosmopolis di Delillo). L’auto, indispensabile per i suoi viaggi di lavoro in mezza Europa, è uno spazio che conferma il suo isolamento, pur portandolo per le strade e dandogli l’illusione di fuggire la clausura dell’ufficio e di essere in mezzo agli altri; in cui lui, come in una sfida sofistica come quelle di Zenone di Elea, sta immobile, pur  avendo l’illusione del movimento. Uno spazio che simula apertura e dinamismo, ma è tana, immobilità, pericoloso dialogo con se stesso.
 

*  *  *
 

Bruno Bruide è un moralista: “Non lo faccio principalmente per i soldi… Non sono un tipo venale…”. Basta considerare quello che dice dell’umanità media, quella folla scatenata che ha voglia di divertirsi per locali alla moda, tra happy hour, vestiti griffati, tradimenti coniugali, status symbol. Oppure il fatto che alcuni omicidi sono effettuati di sua iniziativa come riparazioni dei precedenti. O il disgusto per se stesso, per se stesso con le prostitute, per il suo tradimento della donna amata di cui non riuscirà mai a perdonarsi. Severo anche nell’amicizia, in cui per lui vale la regola del “restituire esattamente ciò che ci viene dato”.
 

L’inclinazione verso una concezione più protestante che cattolica, citata qua e là e poi dichiarata esplicitamente nel viaggio nell’Olanda, la sua terra dei padri, lo porta a esaltare una visione individualistica del destino umano e a credere in una perversione naturale dell’uomo, nell’inevitabilità del tradimento, come eredità di un male originale, “una perversione latente che si scatena all’occasione”, per la quale “l’occasione fa l’uomo assassino”, dato che “forse mostri lo siamo tutti da sempre”. Per la sua delirante coerenza il suo capo lo definisce “un vero monaco… anzi… un missionario della morte”.
 

Ciò è aggravato da due perdite, quella della donna amata Paola (una ferita sempre aperta, col suo perenne apparire e sparire) e dalla donna che è il primo amore di tutti, la propria madre. Nell’incapacità di rielaborazione del lutto Bruno Bruide non trova “niente che abbia uno scopo, un senso, una direzione, finanche un alibi per esistere”. Diventa un morto in vita, un novello Dracula, che si sente vivo solo versando il sangue degli altri, volgendo in aggressività l’istinto autopunitivo che fa costantemente serpeggiare nella sua mente pulsioni suicide. “Mi sento… quasi già morto, e in un altrove”.

La pietrificazione, la messa a tacere della sensibilità è un espediente necessario: “Sugli scrupoli di coscienza non ho niente di particolare da dire… Uccidere uno sconosciuto, dal punto di vista del sentire, è la cosa più facile che esista. E’ meno di zero”. Ne deriva un’ebbrezza del sangue programmata, pianificata, che si fa senso di onnipotenza (“se qualcuno prova a fermarmi lo faccio secco”) e perciò alimenta la coazione a ripetere (“Continuo a minacciare i miei nemici. Ho sempre più voglia di far loro paura. E’ come un vizio”).
 
Eppure Bruno si sente respinto dall’austerità del protestantesimo; il cattolicesimo appare come un altro polo in conflitto col primo, come un’aspirazione segreta che tiene nascosta sotto la scorza da duro che indossa, ma sempre pronta a riemergere, con conseguenze laceranti. Bruno è conteso tra due identità: da una parte quella italiana, materna, meridionale, cattolica; dall’altra quella olandese, paterna, nordica, protestante; ambedue sintetizzate nel suo nome, come succede anche in Tonio Kroeger di Mann.
 
La confessione d’ispirazione cattolica (e il perdono conseguente) viene perseguita e ricercata come un atto salvificoaene perseguita e ricercata come un atto agli inferi, che è la discesa in se stessi.chiarata suo perenne apparire e sparire) e , come avviene in Delitto e castigo. Sembra un rituale. Paola domanda: “Cos’hai fatto, Bruno?”. E lui risponde: “Sono un assassino… Ho ucciso una donna per denaro”. E’ la dichiarazione che fa riallacciare a Bruno la relazione con Paola, che ritorna a lui quando lui le chiede soccorso, quando per lui non c’è più via d’uscita. Ma in Delitto e castigo la confessione è il punto d’arrivo, la conquista finale di un’evoluzione spirituale che salva; in Cattivo sangue arriva dopo un centinaio delle 400 pagine di cui è composto il libro ed è solo una svolta da una prima a una seconda serie di omicidi.
 

In fuga dal mondo, quindi: “Guidare per me era… la fuga dall’offesa del mondo”. Per incontrare la sua forza e convertirla in onnipotenza. “Giro in tondo, senza meta, riflettendo di caos in caos”. Eppure mantenendo un’etica che gli fa respingere le cose belle, che lo fanno lacrimare e per cui si sente inadeguato (la musica di Gershwin), cercando di allontanare da sé le donne amate per non coinvolgerle nella sua rovina, consumando se stesso e precipitando nel pozzo della gelosia e della mania di persecuzione. Spavaldo, disperato, contapalle, cinico, sfrontato, provocatorio, spiritoso, con improvvise dolcezze, sempre con la battuta pronta.
 

*  *  *
 

La prima parte di Cattivo sangue è una storia che tributa il dovuto omaggio ai maestri del noir, sia letterario sia cinematografico. Io farei in particolare il nome di  Detour di Edgar Ulmer, un film che inizia anch’esso come il racconto di un tranquillo viaggio in macchina e che poi ha un crescendo verso la tragedia e l’assurdo. Il romanzo ha un ritmo forsennato e una scrittura efficace, nervosa, ricca di humor e inventiva e a tratti sorprendente, che mostra di aver raccolto la lezione di alcuni grandi narratori tedeschi del Novecento come Bernhard, Boell, Durrenmatt. Racconta lo strano ingaggio di Bruno come killer da parte di uno dei suoi capi, che poi scoprirà essere tutti criminali, che si celano sotto le mentite spoglie di dirigenti di un’azienda che commercia in cartoni con il nord Europa, e i suoi primi quattro omicidi su commissione. A questi seguono l’omicidio in proprio del marito della donna amata; e poi una serie di omicidi per punire i suoi capi e dare giusta soddisfazione al giudice a cui ha ucciso la figlia.
 

La seconda parte racconta l’evasione di Bruno insieme all’altro ergastolano che è l’unico amico che abbia mai avuto, la fuga attraverso mezza Europa e il pellegrinaggio nell’Olanda terra dei padri. Un giornalista ha scritto che la prima parte del libro, la storia della discesa nel crimine, sarebbe un capolavoro. Un fallimento la seconda parte, che risulterebbe un altro libro, incoerente e totalmente diverso dal primo. A me sembra invece che la seconda parte sia la logica continuazione della prima. La ricerca solitaria, a tratti delirante e allucinata, di Bruno non poteva che portarlo a cercare di approfondire la sua identità e a ripercorrere il cammino della sua famiglia, come se potesse portarlo a ritroso nella vita e nel tempo.
 

Se la Bibbia dice che nel primo peccato dell’uomo si mescolava il tradimento di Dio e il desiderio di conoscere, si può dire che Bruno ripercorra la strada di Adamo. In questo viaggio Bruno continua a spacciarsi per un altro, ad attribuirsi identità non sue. Paradossale, proprio nel luogo delle sue radici, dove è andato per conoscere meglio se stesso. “Non ho perso le vecchie abitudini di spacciarmi per chi non sono. Ecco, forse sono un uomo alla continua ricerca della propria identità; e di identità vere o false lungo la strada ne trovo quante ne voglio. Le indosso, le uso, e pi le butto via. Identità proprio usa e getta”. Anche perché dire il suo vero nome equivale ad autodenunciarsi: che è quanto fa da un certo punto in poi: assumersi l’identità e andare incontro alla condanna che gli spetta.
 

Nel paese natale del padre olandese Bruno trova lo zio reverendo che porta il suo stesso nome (Van Bruyden all’olandese) e apprende la storia della propria famiglia, anch’essa caratterizzata da una serie di assassini e tradimenti. Allora ha un senso di appartenenza-straniamento in cui gli sembra di soffocare. Lo zio, che nella sua irremovibile austerità si rivela sempre più inquietante, come il pastore di Fanny e Alexander di Ingmar Bergman, gli dice: “Sai, noi crediamo nella predestinazione”, e lui è raggiunto dalla sensazione di essere un ingranaggio in un destino che lo sovrasta. Forse questo appaga la sua sete di sapere, o forse smorza quella frenesia di fare, quella sorta di fiducia nelle “opere” che prima provava nell’uccidere.
 

Sta di fatto che adesso sente che non può più uccidere nessuno, che “il tempo e soprattutto la forza sono scaduti”; che “nulla ha veramente senso. Nulla”. Che più si conosce e meno si capisce. E forse sta in questo la sua salvezza, se è vero, come dice la Bibbia, che è “Beato l’uomo, perché non conosce la propria sorte”. Viene meno il suo senso di onnipotenza. Capisce che non sarà lui a mettere ordine nel mondo. L’affermazione “Se riuscirò a tornare in Francia li ammazzerò tutti, è deciso” suona incredibile. Non ci crede nemmeno lui. La corsa fino in Francia, più che un appuntamento con un ennesimo omicidio, ha tutta l’aria di una resa, di un andare a consegnarsi alle autorità, tanto è improbabile la modalità scelta di esecuzione di una vendetta annunciata ai danni di un commissario di polizia.
 

Alla fine della corsa di Bruno, nella cella d’isolamento di un carcere parigino, il problema etico diventa metafisico, perché ad essere questionato è lo stesso Dio. “Dovrei pregare, lo so” pensa Bruno “ma me ne manca la forza. Non dubito poi molto sull’esistenza di Dio, ma c’è che questo Dio sembra prendersela parecchio comoda… Forse non può fare nulla, se esiste davvero la predestinazione… mi conviene ritornare sui miei quattro passi: e sperare nella grazia, l’ultima, la definitiva, forse l’unica possibile… La misericordia mi viene a trovare soltanto nel pensiero. E il perdono non è cosa di questo mondo…”. E’ ancora il Dio, e l’invocazione della grazia, della teologia protestante.
 

Bruno troverà la sua occupazione nella scrittura. “Forse tutto è già stato scritto da qualcuno lassù in alto. Noi, in definitiva, non possiamo fare altro che redigere la nostra misera versione dei fatti”. Ancora una scelta di tipo individualistico, ma almeno una scelta che dà un senso, seppure relativo, all’individuo. Possiamo anche prenderla come una dichiarazione di poetica, del personaggio Bruno Bruide e probabilmente dello scrittore Franz Krauspenhaar.

Intervista a Franz Krauspenhaar bottega di lettura vibrisse 23.1.07
di Ezio Tarantino
Come ideale, e logica, conclusione del trittico di recensioni dei tre romanzi di Franz Krauspenhaar (Avanzi di balera e Le cose come stanno e Cattivo sangue), uscite nelle settimane scorse sulla Bottega di lettura, abbiamo rivolto allo scrittore milanese alcune domande sul suo lavoro, sul suo rapporto con la scrittura e su internet. Ecco le sue risposte.
BDL: Cominciamo dai romanzi che hai scritto: libri che più diversi non si può. Avanzi di balera è un romanzo breve fatto di episodi, scoppiettante e malinconico; Le cose come stanno è un romanzo mezzo epistolare mezzo flusso di coscienza dolente, glaciale e amaro; Cattivo sangue un noir pieno di fatti, di storie sul filo dell’inverosimile sferzante come una smorfia di Humphrey Bogart, o di Robert Mitchum: si fatica a credere che siano stati scritti dallo stesso autore. Cosa li tiene insieme?
FK: Sono tenuti insieme dal diverso dosaggio di tutti quegli ingredienti che hai citato: In Avanzi di balera c’è, di fondo, la stessa amarezza che trovi in Cattivo sangue. Il flusso di coscienza dolente di Le cose come stanno è presente anche in Cattivo sangue. E poi c’è la lotta per la felicità impossibile di tutti i miei personaggi. Una lotta impari con la vita. Loro sanno già di aver perso, ma giocano la loro partita ugualmente. Sperano disperatamente. No, scusa: disperano speranzosamente.
Se dicessi che Cattivo sangue mi sembra la sintesi dei due libri precedenti? Ci si trova l’ironia paracula e anche un po’ ingenua di Avanzi di balera (il gusto per la battutaccia, i facili giochi di parola) e il clima pesante e ipocrita, che nulla concede alla leggerezza di vivere, del Profondo Nord.
Facili giochi di parole? Sono difficili. Cioè, è difficile renderli facili, fidati. Sì, in qualche modo è una sintesi. Così ho chiuso. Il prossimo libro se ne andrà per i fatti suoi. E quello successivo ancora di più. Ah, ma il clima pesante e ipocrita lo si respira anche nel Profondo Sud. Soltanto, splende il sole.
Tutti e tre i romanzi sono scritti in prima persona, ma non sembrano granché autobiografici. Perché questa scelta? Ti serve per avvicinare o prendere le distanze dai tuoi personaggi?
Per prendere le distanze. Altrimenti sarei fritto. Perché qualcosa di autobiografico c’è. E’ inevitabile. Io sono Puch Schuler e non lo sono per niente. Io sono Erwin Krausbernard e non lo sono per niente. Io sono Bruno Bruide e non lo sono per niente. La letteratura è una cosa seria. Molto. Io senza falsa modestia sono uno che fa letteratura. Sulla mia pelle. In una prossima intervista (che spero ci sarà) approfondirò questo argomento. Perché secondo me è importantissimo. Si parla troppo di tecnica. Di meccanismi editoriali. E si fa troppo gossip. Nulla in contrario, ma la letteratura è fatta di cose molto più estreme.
Avanzi di balera: se lo scrivessi oggi lo scriveresti ancora così? Esiste ancora questa Milano?
Lo potrei scrivere con lo stesso stile, ma racconterei fatti ben diversi. Ma se davvero lo dovessi scrivere adesso per la prima volta lo racconterei con uno stile molto meno scoppiettante. Forse proverei a scriverlo con frasi lunghe e ben distese, chissà. Quella Milano non esiste più. Era la Milano da bere agli sgoccioli. Che credeva, la poveraccia, di essere ancora perlomeno a metà bottiglia. Di lì a poco, Tangentopoli. Il libro uscì con troppi anni di ritardo. E’ un romanzo storico, in fondo.
In Avanzi di balera ho ritrovato un po’ il mondo di Giancarlo Fusco, giornalista-scrittore anni sessanta-settanta. Cosa ne pensi?
Fusco lo leggevo da adolescente inquieto. Lo alternavo con Beckett, Fredric Dard, un po’ di gialli, i classici del bravo giovane, qualche porno, ecc. Mi fai un complimento spaventoso. Fusco è stato uno scrittore-pugile della letteratura e del giornalismo. Menava anche fuori dalle pagine. Duri a Marsiglia. Stupendo.
E’ un caso che Le cose come stanno sia venuto dopo Avanzi di balera? Si è trattato di un tentativo di trovare una forma nuova? Di rimetterti in gioco? Di spiazzare il lettore (o l’editore)?
Le cose come stanno l’ho scritto 8 anni dopo Avanzi di balera, anche se è uscito 3 anni dopo. In quegli 8 anni il qui presente ne ha passate di tutti i colori. E sì, certo, mi sono rimesso in gioco completamente. Rifare un altro Avanzi di balera, magari migliorato, sarebbe stato noioso, e troppo facile. Io amo fare le cose difficili. Non perché mi senta un grand’uomo; soltanto, amo sperimentare. Non lo sperimentalismo, bada bene. Voglio cambiare pelle rimanendo me stesso. Cambiare pelle è difficile, rimanere me stesso, nel bene e nel male, mi riesce con una facilità sconcertante. No, non volevo spiazzare nessuno; la scrittura è fatica, passione, sortilegio; le cose vengono da sole grazie al tempo che passa.
Ti ha in qualche modo influenzato il tuo bilinguismo? Qual è stato il peso della cultura tedesca (se ce n’è stato uno)?
Non sono bilingue, ahimè. Anzi, ahiloro, i tedeschi. Da ragazzo quasi c’ero arrivato. Poi le lingue se non si praticano a dovere si scordano. So cavarmela. Traduco anche, dal tedesco. Il peso della cultura tedesca è stato enorme. Ho la schiena a pezzi ma vado avanti.
Tuttavia Le cose come stanno è così tedesco che sembra essere stato pensato e scritto in tedesco, e solo dopo tradotto in italiano. Anche se così non è, è possibile, secondo te, parlare di Le cose come stanno come di un “romanzo italiano” solo perché scritto e stampato in italiano?
E’ un romanzo tedesco scritto in italiano da un italiano di origine tedesca che si sente cittadino del mondo anche se sta a casa sua.
Sempre a proposito de Le cose come stanno nella lettura che ne ho fatta sulla Bottega ho messo in luce evidenti riferimenti ad autori come Thomas Bernhard, Durrenmatt, Bergman (il silenzio di Dio) ma anche di Peter Handke, o del Simenon di romanzi come Il borgomastro di Furnes. Ti sembrano accostamenti possibili?
Peter Handke non molto, sinceramente. Lo apprezzo ma non lo amo. Con gli altri riferimenti ci siamo. Io ci metterei anche Bernanos e Boell. Ma non è un’insalata di stili, il libro, vorrei chiarirlo. Anzi. Certo, Bernhard ueber alles. Anche se credo di non essermi fatto per niente imbrigliare; Bernhard per gli scrittori è pericoloso. Tutti gli scrittori che conosco lo amano. E’ pericoloso a causa della sua musicalità nitidissima. Fughe continue. Se ci suoni sopra sei fregato. Sei un clone abortito.
Tralasciando i “Maestri”, quali sono gli scrittori viventi che più hanno contato? Hai avuto un “maestro” che ti abbia consigliato, spronato?
Non lo so. Io preferisco gli scrittori defunti. (Ah ah ah). Ho un amico, Andrea Pinketts, che mi ha spronato varie volte. Più che altro a lanciarmi. Io ho scritto per vent’anni senza far leggere niente a nessuno. Sono un timido, anche se posso sembrare un grande estroverso. Cioè, lo sono diventato. La timidezza è una brutta bestia e va combattuta e vinta. E poi un musicista, Massimo Mescia. Un grande amico anche lui. Ora che mi ricordo: furono i due loschi individui, una decina d’anni fa, a farmi un certo discorsetto in un bar. Dieci minuti importanti. Gli amici, come si dice, servono anche a questo.
Due parole su internet. Ti offendi se dico che FK è una quasi-star in internet (nell’internet culturale, almeno) e un quasi-sconosciuto nella vita reale (di chi non si occupa di letteratura da vicino e nulla sa di lit-blog, neppure il significato della parola)? Se questo è vero, cosa ti suggerisce?
Mi suggerisce che c’è uno scollamento pauroso. Anche se le mie paure sono altre. Non sono letterarie. La gente a malapena sa chi è Baricco, comunque. Diciamo pure che ci sono professionisti dell’ingegno più popolari. I cantanti. Albano Carrisi è un grande scrittore perché fa il libello grande (Parafrasi di una nota pubblicità anni 70, quella dei Pennelli Cinghiale. Tu che sei nato ieri come me, cioè nello stesso giorno mese e anno ricordi, vero?) Ah, io sono una star, senza il quasi…
I grandi movimenti letterari sono sempre stati espressione di una comunità, magari piccola, ma battagliera e coesa. Ti sembra che sia ancora possibile oggi la nascita di nuovi movimenti letterari, o culturali, e che peso ha in generale per te la comunità, il circolo? Internet aiuta o no?
Sì, aiuta. Nazione Indiana ne è un esempio. Ma bisogna uscire dalla rete. In tutti i sensi. Io organizzo delle allegre bevute, ogni tanto. Beh, allegre perché ci sono io, soprattutto…
C’è qualcosa che proprio non sopporti della letteratura oggi in Italia?
La letteratura italiana. A parte gli scherzi, non sopporto le guerre tra poveri. Io in rete a volte meno fendenti. Ma è per difendermi. Ci vuole giudizio, sempre. E poi non sopporto che gli italiani leggano così poco. Ma forse non è una risposta adeguata alla domanda. Non sopporto gli ieratici, i poseur, i simpatici a tutti i costi, gli antipatici costi quel che costi. Non sopporto certi critici che saprebbero fare il loro mestiere ma non lo fanno, perché invece fanno il mestiere più antico del mondo. Non sopporto le posizioni troppo nette. Non sopporto quasi niente. Eppure è il mio mondo. Sono un masochista, per concludere.
Che libri stai leggendo?
Vari. Uno è Mare Padanum di Maurizio Rossi, uno scrittore della provincia-mondo. Sintassi avvolgente. Una prosa vertiginosa (scusa la rima).
Poi poesie, varie. Di autori contemporanei, del passato, del futuro. Leggo anche qualche poesia mia.
Poi Lettere a Oelze, di Gottfried Benn. Un bell’epistolario davvero. Non leggo più noir. Addio. E non ne scriverò più. Cattivo sangue è il mio noir definitivo. Scusa la divergenza parallela.
Allora cosa stai scrivendo?
Sto limando il nuovo romanzo, già consegnato; ma non basta mai, il lavoro. Ho avviato un nuovo libro da non molto. Cioè, l’ho riavviato. Una cosa davvero nuova. Non è neanche un romanzo. Devo ancora capire che cosa è, a dirti la verità. Scrivo qualche poesia. Pezzi per Nazione Indiana. Mail.
Grazie
Prego.
 
Franz Krauspenhaar: intervista di GISELA SCERMAN gennaio dal sito di Gisela www.gisy.it
Franz Krauspenhaar, scrittore milanese di origine tedesca, è nato nel Novembre 1960. Ha pubblicato I romanzi Avanzi di balera (Addictions Libri, 2000), Le cose come stanno (Baldini & Castoldi, 2003), Cattivo sangue (Baldini Castoldi Dalai, 2005). Ha fatto parte dell’ antologia Best Off 2006, curata da Giulio Mozzi (Minimum Fax, 2006). E’ autore della raccolta di poesie Champagne (Feaci Edizioni, 2006 – www.feaciedizioni.it). E’ tra I redattori di Nazione Indiana e di La poesia e lo spirito. Suoi racconti, articoli, recensioni e poesie sono presenti in vari siti letterari tra cui Nazione Indiana, Vibrisse, La poesia e lo spirito e la sua webzine Markelo Uffenwanken, ora chiusa. Collabora con le testate Stilos e Letture scrivendo di critica letteraria.

Qual’è stato il tuo primo contatto con la scrittura? Cosa ti ha spinto a scrivere e cosa ti fa continuare in questa direzione?

Scrivevo a 8 anni, raccontini. Non ne ricordo nulla. Poi, più avanti nell’età, facevo le novelization di alcuni telefilm che vedevo. Di solito in quei telefilm si sparava e I protagonisti si chiamavano Bill o Johnny. A scrivere mi ha sempre l’ansia il piacere e la grandissima necessità di esprimermi, di comunicare.
E’ cambiato nel tempo il tuo modo di percepire la scrittura?

Certo. Prima, quando ero ragazzo, era un piacere e basta. Ora è diventato un piacere a volte doloroso. E’ diventata una cosa seria.
Tu hai alle spalle varie pubblicazioni: “Avanzi di Balera”, “Le cose come stanno”, e “Cattivo sangue”. Qual è il libro al quale sei più affezionato e quello che ritieni ti Sia riuscito meglio?

“Le cose come stanno”. E’ il libro più riuscito, senz’altro.
Perché? Cos’ha in più rispetto gli altri….

E’ riuscito meglio degli altri; basta dire questo e abbiamo detto tutto.
E del tuo ultimo libro cosa mi dici, come mai questo passaggio al noir…

Il noir mi è sempre piaciuto. Volevo cimentarmi, a modo mio, con il genere.
E il tuo lavoro di traduttore quanto “ti ha formato”? Voglio dire, nel tradurre bisogna conoscere bene sia la grammatica e spesso ci si rende anche meglio conto della struttura narrativa

Poco o nulla. Ho tradotto poca letteratura. Più che altro ho tradotto – e traduco – testi tecnici.
Ci sono degli autori verso I quali ti senti debitore?

Tantissimi. Specialmente quando sei molto giovane e assorbi tutto come una spugna.
Che collegamento esiste tra lo scrivere e la musica?. Chi sono i musicisti che apprezzi corrispondenti al tipo di letteratura che segui?

La scrittura è musica, in un certo senso. Ma separo le due arti. Per dirti: per ascoltare musica ho bisogno di concentrazione, non riesco a gustare un pezzo musicale se sto facendo qualcos’altro. E quando scrivo,viceversa, ho bisogno del silenzio.
Alcuni scrittori dicono che fare il lavoro dello scrittore porta a fare una vita malsana. Tu dici che è Vero?

Forse lo dicono proprio quegli scrittori che fanno una vita malsana. O quelli che vorrebbero farla. Comunque sì, in generale la vita dello scrittore è malsana. Ogni tanto è bene staccare, o lavorare con altre cose che non siano fatte di parole. Ma è difficile conciliare. La letteratura ti ingoia, come il jazz. I jazzisti sì che facevano (ora meno, in genere) una vita malsana. Io vedo in giro tanti impiegati, comunque. Magari lo sono anch’io, non so. Gli artisti maledetti sono affascinanti, ma quelli di oggi fanno un po’ ridere. Sembrano caricature. Chissà, forse molti di loro lo sono.
Spesso dagli editori mi è stato rinfacciato che un buon libro deve aver una trama, o qualcosa che si avvicini ad un’idea di questa, tu cosa ne pensi?

Penso che, per vendere, la trama sia quasi necessaria. Ma avere una trama non coincide necessariamente con l’avere per le mani un testo letterario. Gli editori, giustamente – se guardiamo il loro punto di vista, e anche il nostro – vogliono vendere. Ma bisognerebbe anche andare oltre le solite”trame”, impegnarsi di più nella ricerca. E’ un discorso complesso, che molta gente più attrezzata di me su queste questioni fa da tempo. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
La conoscenza di altre opere e altri autori quanto è importante secondo te per diventare un buon autore?

E’ fondamentale. Altra cosa è imparare a scrivere. Non s’impara.
Cosa ne pensi della sperimentazione linguistica?

Ne penso tutto il bene possibile. E’ sempre più difficile, sperimentare. Il 900 ha dato molto, in questo senso. Ma oggi, con le nuove tecnologie (che tra non molto non saranno più così nuove) si possono fare degli esperimenti. Cut up tramite computer, per esempio. Io faccio esperimenti continuamente, senza pretendere di avviare nuovi percorsi. Sono uno scrittore che cerca di cambiare. Forse troppo. Ma sono fatto così.
E della poesia? C’è più gente che scrive poesia rispetto chi legge poesia. Molti pensano che basti andare a capo per fare una poesia…

La poesia la pratico anch’io. Da narratore. Sono un narratore che scrive poesia; spesso, ma non sempre, con la mentalità di chi scrive in prosa. Ne scrivo da sempre. Solo da poco ho cominciato a pubblicarne alcune, sul web, che è diventato un conglomerato editoriale per la poesia. Quello che non riescono spesso a fare, purtroppo, gli editori cartacei, lo fanno gli e-book esistenti sul web. I lettori forti di poesia credo siano poeti. Poi tutti possono essere poeti, tutti possono essere artisti. A parole…
Domandina di parte, secondo te, c’è un modo di vedere la scrittura al femminile? E’ vero se una donna scrive c’è qualche preclusione oppure no?

E’ una domandina di parte mica da ridere, la tua… Beh, guarda, io non credo nella scrittura al fenminile, o femminile. Nel senso che già parlando di”femminile” implicitamente crei il ghetto e lì ci vanno a finire le donne.
E la cosa simpatica (dico simpatica con ironia) è che sono proprio le donne, anzi certe donne, a portare avanti questo vessillo. Ad autoghettizzarsi.
Secondo me, ma posso sbagliare, esiste la poesia, la letteratura. E basta.
Se leggo la Woolf , cito la prima che mi viene in mente, posso certamente pensare alla sua biografia, al suo essere stata una donna in un certo periodo storico e in un certo contesto sociale, questo è bene saperlo, tenerlo a mente; ma poi ci immergiamo nella lettura dei suoi libri, e allora accade il solito miracolo creato dalla letteratura di qualità. Che il santo che ha fatto il miracolo sia una santa a me non interessa. Viva le donne sempre.

Sì, questo a parole, ma nella realtà spesso mi sento dire che “le donne scrivono per le donne” o appunto si pigliano autrici così in alto che sono fuori da un confronto; appunto, la Woolf.. ..i saggi forse forse sono sullo stesso piano, ma di fronte ad un’autrice di narrativa un lettore uomo è più indeciso. A me pare questo, ed io per prima mi rendo conto di aver assimilato dei pregiudizi…

Sarà senz’altro così; a me, ripeto, il sesso ( solo in questo caso) non interessa.
Siamo d’accordo sul dire che Tondelli in Italia è sopravvalutato, (difatti se si legge a voce alta non può non scappare da ridere :-D) tu che dici? Per te chi è invece è sottovalutato?

Tanti. Tutti quelli che non hanno la possibilità di emergere. Per varie ragioni. Anche se non credo ai geni incompresi. Non oggi. Ma posso sbagliare, sia chiaro. Le mie sono impressioni date da una certa esperienza di, come si dice, operatore del settore.. Ma tutti sbagliamo, e dico per fortuna.
E Thomas Bernhard, non credi che in Italia sia ancora da scoprire? Che ha avuto un periodo “di moda” negli anni ’80 e poi pure “Gehen” quello che lui riteneva il suo lavoro migliore in Italia ancora non è ancora stato tradotto. Qualcuno ha azzardato a dire che è un autore ripetitivo e tutto sommato ininfluente.

No, non credo che sia da scoprire. Adelphi ha fatto un gran lavoro in tutti i sensi. Sul perché Gehen non sia stato ancora tradotto non ne so niente. Autore ripetitivo? Talvolta sì. E alcuni suoi libri sono proprio “maniera di Bernhard”.. Ma un conto è ripetere una canzoncina scema, un conto è ripetere la sua prosa meravigliosa. La ripetizione, peraltro, sta alla base della letteratura bernhardiana. Tutta la sua opera è una instancabile ripetizione con grandissime variazioni. E’ una fuga senza fine né inizio. Ma sto dicendo cose abbastanza risapute.
Cos’è dal tuo punto di vista che contraddistingue la “letteratura dalla non letteratura”. E se può esistere questa distinzione, quali sarebbero dei criteri perché un libro possa rientrare in questo perimetro?

La non letteratura è quella che viene confezionata allo stesso modo della letteratura. Ma il contenuto cambia. Beh, a volte anche l’involucro: basta vedere certe copertine!
Oggi ha senso parlare di letteratura?

Ma certo che ha senso. Deve avere senso. E deve averlo sempre.
Con il gran numero di libri e conseguente ricambio di questi, un lettore come può essere veramente “libero di scegliere”…

C’è una libertà di scelta teorica. In pratica è impossibile districarsi. I libri sono troppi.
Un libro, oggi, o va bene entro al massimo i primi tre mesi o è al macero, praticamente. Questo è paradossalmente quasi un problema legato di più alle grandi case editrici, i soliti nomi girano e girano bene, gli altri son destinati, sembra, a rimanere in una nicchia, ma presto introvabili.

Già. E’ la pescheria-letteratura. Dopo 3 mesi il pesce-libro puzza. Rispetto ai pesci veri ha più di allure, senz’altro.
Cosa ne pensi di chi dice “io scrivo, e lo faccio per me stesso”, poi però allo stesso tempo cerca di Pubblicare?

Che non c’è niente di male. Anzi. Io credo che si scriva soprattutto per se stessi. Anche se si è in animo di pubblicare, o si pubblica già.
Qualcosa che hai fatto e non rifaresti, e qualcosa che non hai fatto e invece faresti.

Lasciare l’università. Anzi, mi ci sono solo iscritto. A giurisprudenza. Non per altro: avrei cincischiato per qualche anno, se non avessi voluto impegnarmi. E se mi fossi impegnato, avrei imparato un sacco di cose spesso utili. Cosa farei? Un bel viaggio.
C’è un consiglio che ti andrebbe di dare agli esordienti scrittori?

Di non avere paura. Di avere fede nei propri mezzi. Di avere pazienza. Comunque gli esordienti non sono tutti uguali. La mia risposta è data a chi alla letteratura ci crede davvero.
C’è un consiglio che ti andrebbe di dare agli esordienti scrittori?

Di non avere paura. Di avere fede nei propri mezzi. Di avere pazienza. Comunque gli esordienti non sono tutti uguali. La mia risposta è data a chi alla letteratura ci crede davvero.
Alcuni nomi di scrittori che stimi?

Sono tantissimi. Non vorrei tralasciarne nessuno. E se ti faccio la lista facciamo un’intervista fiume., e temo di annoiarti e annoiare i lettori. Alcuni li ammiro proprio. La cosa incredibile è che la letteratura non è affatto morta, nel senso che prosegue il proprio cammino con forza; non credo a chi si lamenta costantemente. E’ cambiato il mondo e l’industria editoriale, però. Anche se oggi è molto più facile esordire. E però è anche vero che la maggior parte degli esordienti oggi ha il fiato corto.
A cosa hai intenzione di lavorare ora? E c’è qualcuno con il quale ti piacerebbe collaborare?

Sto lavorando a due progetti di cui non ti dirò niente. Mi devi scusare, Gisy.. Lo faccio solo per timidezza…. Collaborare? No. La mia letteratura è single… Ma non si sa mai.
C’è, se c’è una frase che vorresti dire a tutti?

Amatevi. Ma soprattutto amatemi. A parte gli scherzi, vorrei dire che io credo molto nel confronto, nel dialogo. Dunque, al posto di una frase, direi una sola parola: parliamone.

 

 

 

 

 

 

 

 

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