The FK experience https://www.markelo.net il sito di Franz Krauspenhaar Fri, 13 May 2016 14:16:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.5 A proposito di Franz Krauspenhaar https://www.markelo.net/2016/05/13/a-proposito-di-franz-krauspenhaar/ Fri, 13 May 2016 14:16:00 +0000 https://www.markelo.net/?p=3652 Questo è il blog storico di Franz che contiene gli articoli e le discussioni dal 2004 al 2013.

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Il mio ricordo su Tornogiovedi di Valter Binaghi. https://www.markelo.net/2013/07/26/il-mio-ricordo-su-tornogiovedi-di-valter-binaghi/ Fri, 26 Jul 2013 15:49:55 +0000 http://www.markelo.net/?p=3628 valter-reading

Addio Valter Binaghi (Da Tornogiovedì – 12.7.2013.)
Un amico raro

Valter Binaghi, il mio amico Valterone, non c’è più. Una delle pochissime persone dell’ambiente letterario a cui voglio bene. Un uomo vero. Se mi chiedete cosa vuol dire per me ‟uomo vero” non saprei rispondere con esattezza. Forse è un modo di essere, di sentire, di esserci anche quando non si è – e come adesso non si è più – che è delle persone che danno, che accolgono, che vogliono il bene degli altri, non solo il loro. Valterone è stato un autore vero, un insegnante amato dai suoi alunni, un amico raro. Sapevo da tempo che era malato, lo avevo sentito al telefono non molti giorni fa, avevamo riso come ai vecchi bei tempi, quando ci si trovava magari al Bar Magenta con altri scrittori, con l’amico Marino Magliani, per esempio, o con Riccardo Ferrazzi, Gianni Biondillo e altri ancora, a parlare di mille cose, a imparare l’uno dall’altro. Adesso sono molto più solo, prigioniero della mia seconda strada, gli abbracci con Valterone sono finiti. Era come essere usciti da una maledetta guerra: lui da quella della droga: era stato uno dei tanti ragazzi intelligenti e di estrema sinistra che aveva trovato la continuazione della lotta, deflagrata in un potente nulla, nell’eroina. Io, di qualche anno più giovane, ed ex simpatizzante del MSI, ero finito straperso nei miei incubi da sveglio, nelle mie paranoie, nei miei dolori insanabili. E ci eravamo incontrati quando tutto era finito da gran tempo, in un dopoguerra del cuore e della mente, quando il mondo era dirottato verso una disperazione mascherata con mille facce dello stesso prisma allucinante. Eravamo ancora qui, a scrivere i nostri romanzi senza sperare in nessun grande riconoscimento, non gente da Strega ma da calci nel culo. Adesso mi sento più solo.

Lo conobbi virtualmente, cioè sulle colonne di Nazione Indiana, il blog letterario che è stato per molti anni il punto di riferimento più importante della letteratura in rete. Io al tempo ne ero uno dei redattori, ma nelle colonne dei commenti le battaglie erano generali, a volte tutti contro tutti. Si aveva ancora la voglia e l’energia per ingaggiare battaglie di principio in nome della civiltà e della letteratura, a volte con modi non esattamente da galateo. Ma questo faceva parte del “grande momento”, perché la rete allora sembrava essere diventata il grande fiume che accoglieva le anime perlopiù dannate di chi non era d’accordo con l’establishment, e non la succursale sotterranea dei potenti e dei “brown nose”, qual è ora. E Nazione Indiana, prima di diventare l’ectoplasma non comunicante e sotto anestesia che è ora, a quel tempo (dai dieci ai cinque anni fa), faceva notizia, e influenzava nel nome di un’alternativa che via via è diventata quiescenza all’establishment, appunto. Di primo acchito gli interventi di Valter – quasi sempre a gamba tesa – mi parvero eccessivi e anche antipatici. Chi ha conosciuto il nostro uomo solo sul web, su Nazione Indiana ma anche su La poesia e lo spirito e Vibrisse e poi su altri siti, tra i quali il suo blog e il nostro Torno Giovedì, può avere una impressione falsata, come la ebbi io allora, quella di un saccente antipatico di destra e cattolico quasi integralista. Nel tempo, è bene dirlo, Valter aveva abbracciato la fede, e il salto che aveva fatto, insieme alle cure per uscire dall’inferno della droga, era stato lungo, potente, radicale. Era ovvio che si trovava ora sbilanciato, ma grazie ad altro tempo aveva trovato una specie di tranquillità tutta sua. Conoscerlo dal vivo ribaltò l’impressione: era un uomo buono, nel senso migliore del termine, dalle idee decise, che non faceva compromessi, amichevole, persino tenero, che voleva scrivere e pubblicare i suoi libri perché la letteratura era anche la sua vita. E Giulio Mozzi soprattutto gli aveva dato quest’opportunità, con Enrico Bonetti cronista padano, edito da Sironi, e poi la bolognese Perdisapop, con due brevi romanzi-gioiellini, e infine Newton Compton, con Melissa, approdando al romanzo storico. Per non parlare dei primi libri, editi da Flaccovio. Se ne è andato un amico, uno scrittore di livello e particolare, che dalla filosofia traeva la linfa per raccontare in modo narrativo le cose più stringenti, se ne è andato un interista. Last but not least. Un amico in meno col quale parlare di calcio e della nostra ossessione nerazzurra con leggerezza ma anche con passione. Addio Valterone.

[Franz Krauspenhaar]

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FK intervistato in radio da Gianluca Garrapa sulla sua poesia. https://www.markelo.net/2013/07/26/fk-intervistato-in-radio-da-gianluca-garrapa-sulla-sua-poesia/ Fri, 26 Jul 2013 15:40:43 +0000 http://www.markelo.net/?p=3625 fk21.12http://www.mixcloud.com/QuestaSera/a-questa-sera-lo-scrittorepoeta-franz-krauspenhaar-e-il-cantautore-giovanni-block-2472013/

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Presentazione Biscotti selvaggi alla Fiera del libro di Torino. https://www.markelo.net/2013/05/17/presentazione-biscotti-selvaggi-alla-fiera-del-libro-di-torino/ https://www.markelo.net/2013/05/17/presentazione-biscotti-selvaggi-alla-fiera-del-libro-di-torino/#comments Fri, 17 May 2013 19:00:18 +0000 http://www.markelo.net/?p=3617 Biscottiselvaggi_zpsea6f0f05

Il vostro affezionatissimo vi dà appuntamento, per chi potrà/vorrà, per domenica 19 alle 15 alla Fiera del libro di Torino dove presenterò Biscotti Selvaggi con Federico Federici, autore della prefazione. Il tutto allo stand di Marco Saya Edizioni, editore del suddetto libro, nell’Area Incubatore, stand P139.

Mi raccomando non mancate, diciamo così!

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https://www.markelo.net/2013/05/17/presentazione-biscotti-selvaggi-alla-fiera-del-libro-di-torino/feed/ 1
Matteo Pascoletti recensisce Le monetine del Raphael su Valigia blu. https://www.markelo.net/2013/05/11/matteo-pascoletti-recensisce-le-monetine-del-raphael-su-valigia-blu/ Sat, 11 May 2013 13:33:32 +0000 http://www.markelo.net/?p=3613 craxi

Le monetine del Raphaël: l’Italia è rimasta a piazzale Loreto

Uno sguardo impietoso all’Italia, dove nella pubblica indignazione sono processati quegli uomini prima venerati.

Posted by Matteo Pascoletti on 15 febbraio 2013 in Post, Recensioni

Il pittore Fabio Bucchi, osannato dalla critica che accosta il suo stile a Francis Bacon, è in esilio, prigioniero di un corpo ormai malato terminale. Assistito da Angela, «scintilla che non diventa mai fiamma», rievoca la propria carriera che ha conosciuto un punto di svolta una volta entrato nella corte di Craxi («il Capo»). Epilogo di quella stagione è Tangentopoli, quando la corte e il sistema di potere che ruota attorno al «Capo» crolla sotto i colpi delle indagini, degli avvisi di garanzia e della pubblica indignazione.

È questa la trama di Le monetine del Raphaël, romanzo in cui Franz Krauspenhaar, attraverso i ricordi-confessione di Fabio Bucchi, apre un impietoso squarcio sull’Italia e il suo recente passato. La storia è vista dalla parte di chi, in un Paese affamato di capri espiatori e cattivi da giustiziare, è uscito sconfitto dal tribunale dell’opinione pubblica, prima ancora che in una – eventuale – sede processuale.

L’episodio che dà il titolo al romanzo, il lancio di monetine contro Craxi al coro di «Vuoi pure queste? Bettino vuoi pure queste?», è l’immagine di un Impero che dà segni di crollo. Ma a dare gli scossoni decisivi è la forza della massa, «una poltiglia, un grumo avanzato di putridume», non una coscienza civile in grado di plasmare una società migliore, o quanto meno rinnovata. La folla è carne marcescente, l’indignazione plateale è un carnevale in cui alto e basso si annullano. In quel gesto collettivo Bucchi vede la parabola più bassa di una traiettoria cominciata molto prima di Tangentopoli, e che riguarda il rapporto tra gli italiani e il potere, un popolo il cui tratto distintivo è forse il narcisismo effimero. Il passo è da antologia:

questo popolo italiano non solo non valeva nulla – e l’esperienza del fascismo lo provava più di mille ricerche storiche o cattedratici discorsi – ma era anche un popolo intimamente omicida, marcio dentro, perché prima aveva portato in cattedra un Mussolini che ci aveva vomitati nel baratro, accoppiandosi con la furia tedesca, e poi continuava da decenni a dare la fiducia a dei burattinai senza vera fede, come i democristiani, gente che s’era comprata un’adesione religiosa soltanto di facciata, per poter scombinare il paese a proprio uso e consumo, d’accordo con i poteri più turpi, fuori e dentro il codice penale. Questo era il popolo di coglioni che oggi, dopo decenni di squallido servilismo, senza mai ribellarsi, sempre mendicando il posto, l’attenzione, la miseria nera che si poteva conquistare sbavando schifosamente, s’era rivoltato al padrone che l’aveva nutrito, vestito e mandato a scuola a disimparare a vivere, e nel nome della giustizia cercava la vendetta efferata.

Il viaggio attraverso i ricordi di Bucchi conduce in un tunnel dalle pareti di carne. La carne di chi è morto negli anni della contestazione, come Pinelli. La carne delle vittime del terrorismo e della strategia della tensione: la strage di Bologna, di cui Bucchi è testimone diretto, o l’omicidio Moro. E, ovviamente, la carne degli amplessi. Il sesso – promiscuo, famelico, estremo – è descritto nella materialità dei corpi plasmati dall’atto. Si hanno traiettorie, movimenti e secrezioni; poco spazio è lasciato alla voluttà. Il piacere è qualcosa di spurio, ha un retrogusto amaro: «il mio sesso nascosto e insozzato lo consumavo tra lo sporco e il disordine dello studio». Non salva, né tiene veramente a galla: è solo un modo diverso di andare alla deriva, e dunque incontro alla morte. Il massimo che Bucchi può sperimentare è l’erotismo, l’ebbrezza fuggente; l’amore esiste solo nella coscienza degli errori commessi con due donne, Rita e Renata. La sua esistenza è dunque riconosciuta nell’ammissione di una sconfitta.

In linea con questo materialismo di corpi caduchi è la scena – potente, spietata – dell’orgia cui Bucchi partecipa dopo essere stato a Bologna in quel maledetto 2 agosto del 1980: le immagini dei morti si sovrappongono ai partner sessuali, rivelando nell’allucinazione il comune disfacimento che attende quei corpi. È la ripugnanza concreta dietro la frase di uso comune “fare la bella vita”. È la realtà oltre lo sghignazzo che, ancora oggi, accompagna le chiacchiere sulle performance sessuali di questo o quel politico.

Krauspenhaar esprime la propria poetica senza scadere nel moralismo, o nella retorica del buono contro il cattivo: lavora soprattutto sulle sensazioni fisiche, portando a compimento il lavoro svolto in Un viaggio con Francis Bacon (Zona, 2010). Dove c’è condanna, il giudizio è sul piano estetico.Il potere è un desiderio ingannevole, la menzogna cui si sceglie di credere perché, oltre di essa, presentiamo la morte e la paura che suscita:

Il potere è un amore falsato, la sua ricerca spasmodica è quella del puttaniere che gira per le strade della città, a notte, per caricare una prostituta. L’ho fatto anch’io, in certe sere di solitudine finale, scegliendo di girare sullamia Mercedes nel giro della scelta piuttosto che tagliarmi le vene.

L’unica reazione possibile allora è nell’arte: una rivolta estetica per l’appunto. Se il potere e tutto ciò che vi ruota trascinano in basso, l’arte, l’atto stesso del creare libera energie di segno opposto. È una lotta che passa per dolore e sofferenza:

Cercavo le novità del fatuo, anche per separarmi dal cruento duello d’ogni notte con la mia pittura.

Ero infilato stretto nell’ideale di un’arte non necessariamente politica, ma impegnata nel fare azione, nel dimostrare un flusso o di coscienza o di energia che non era cosmica, perché proveniva soltanto dai nostri corpi pieni di sangue e umori e sudori, ma che erano l’unica cosa che alfine avevamo.

Krauspenhaar però non fa sconti al lettore fornendo facili ottimismi. L’artista è un uomo fatalmente inchiodato alla caducità. Perciò quella di Bucchi è la lotta di un Prometeo incatenato, esprime il bello nell’orrore:

Avevo dimenticato la bellezza, e l’avevo dimenticata in tutto, preso dalla mia pittura bella nell’orrore, e perciò bella in parte e per convenzione di gusto contemporaneo.

Ma le sensazioni che il bello produce permettono al pittore di evitare un altro inganno terribile: il nichilismo di chi, non vedendo alternative, si convince che nulla abbia davvero valore.

contro la micidialità estrema e inaccettabile del nostro destino, che ci vuole combattenti senza un vero motivo e alla fine morti senza vera redenzione, perché questa la si può prendere in considerazione soltanto se si dà una patina di sacralità a tutto il tremendo carnaio fatto a immagine e somiglianza del nulla ecco che mi attaccavo con tutto il mio povero corpo (l’unica cosa che, per me, esisteva di me) alla pittura.

L’Italia del romanzo è dunque un teatro in cui è ben visibile una condizione dell’uomo moderno: l’unica fine possibile è la morte in un Carnevale senza vie di fuga. Ma Krauspenhaar ci mostra due modi di andarvi incontro: quello di chi è schiavo – nel corpo e nello spirito – e quello di chi è libero, pur nell’orrore. Ecco perché Bucchi, sebbene ormai debilitato e incapace di dipingere, grazie a quel bello che ha creato riesce a vivere con distacco il peso delle catene.

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Il lavoro minuto del fiammingo /in lavorazione. https://www.markelo.net/2013/05/10/il-lavoro-minuto-del-fiammingo-in-lavorazione/ https://www.markelo.net/2013/05/10/il-lavoro-minuto-del-fiammingo-in-lavorazione/#comments Fri, 10 May 2013 08:45:17 +0000 http://www.markelo.net/?p=3606 Robert_Campin_013

Come fosse il veleno dell’America, il sorso ben dato
dall’America online, il deflettore e la camicia sporca
sull’autostrada, come fosse questo veleno di balle
da grattacielo, io mi figuro addirittura un futuro
a New York, o lontano da lì, a San Francisco, nel clima
nebbioso d’ogni estate, dove l’aria fa affreschi per i muri
d’ogni orrore, e riposi. Ma son scherzi della primavera, mutanti
nella notte, un’ halloween dilungata fino ai morti, se primavera
permette. Nel giallo dell’uovo strapazzato c’è un vaccino
contro cents biliari, che tintinnano a ogni scoppio, nel whisky
e nel gin di gran marca. L’America è stata il rinascimento d’ogni arte
e cultura, dalle capanne del fast food di plastica alle vedute certe
di Hopper, passando per Howard Hawks e chissà quanti. Le moltitudini
volanti di Dos Passos sono come i cristiani che si tuffarono dalle Torri Gemelle
per fuggire a un inferno ingorgato. Nel puro sentimento suicidiario,
gli eroi si lanciarono nell’ultimo vuoto, quello apprezzabile, straziante,
ma anche cosmico. E’ fatto degli ultimi 60 anni, che l’America ci ha gettato
sigarette e pezzi di cacao e respiri e film e on the road e quel sogno
che ancora oggi qualcuno cova, ritiene, sempre anni dopo depiscia nelle braghe.
Ma è così, il potere va solo alla gloria, agli umani va un cracker
lasciato da un ufo nel languore della prima mattina, quando
è presto, per uscire dal disco volante, per disturbare Rod Serling
ai confini della realtà. L’America è il mondo sconosciuto,
è ancora il pianeta proibito. Abbiamo fatto dell’America un film,
l’abbiamo distribuito per le nostre coscienze drogate, frutti
di crepitanti melograni sputati da scimmie con la figa rasata,
le pioniere che andarono stabilmente da un’estetista.
La sedia elettrica, la camera a gas, Guantanamo, l’iniezione
letale. Mentre i nostri amici di qualche tempo fa, i nostri
vecchi in Europa, preparavano gingilli, come la gabbia,
sublime pretesto per far morire col lento rilascio della vita
nel pugno di noce della cattiveria. Si postavano nella gabbia,
in metallo, i condannati, fatta a forma del corpo. I grassi fanno
ancor meglio, se messi nella gabbia più piccola, o fare la “bara”,
invece, più grande del corpo. E’ piccina lo stesso, o insomma
d’un disagio insostenibile, perché la gabbia la si appende
a un bell’albero, o a una forca. Per cose terribili al palato
dell’amore di quel Dio d’ogni alibi, come blasfemia ed eresia,
si sta nella bara, e poi nella gabbia esposta al sole; e sì,
lo so, l’ho visto in Vietnam, a Dachau, in Cile, son cose
che si sanno. Al sole del medioevale, piatto, un disco
d’oro beffardo, la gabbia prendeva dentro uccelli, e animali
di vari semi, che mangiavano la carne viva degli imprigionati.
Era sublime, dal pubblico, il lancio ben rotondo di pietrame,
e altre cose da male, dure, spesse, da fiera, per aumentare
l’impacco dello strazio, per rendere animali e uomini uniti,
nella caccia a una preda cacciata, come fosse un bersaglio, e il tiro
fosse d’un tre palle il soldo, nel luna park dei tempi bui, uguali
all’ adesso; che con macchine del tempo swatch giriamo per le scuse
d’una difesa, e bombardiamo nella tenera carne della gente già preda,
già imprigionata. Nella sera di maggio ruggisco l’ultima birra sperando
che si spranghi la prigione del vivere. Sono stanco come un muro
attaccato da un carro armato. Intere bottiglie esplodono nel vuoto,
con dentro le anime dei recenti defunti. Forse lo stesso, loro,
i prigionieri torturati nei secula, nel quattrocento di sublimi
invenzioni e guerre centenarie. Reincarnazione sicura, senza forse,
io mi guardo in un ritratto nordico del 1450, non attribuito; forse
di un allievo di Van Der Weyden. E vedo me, uomo di strada,
forse artigiano, gli occhi, il naso, i capelli, tra occhi malinconici,
i miei. Reincarno in un corpo nuovo dopo seicento anni,
guardandomi defunto. Così, da tanto tempo, un cristallo-crisalide,
io prendo il volo, per il mio destino. Dipingo la mia vita a ogni alba,
proseguendo il lavoro minuto del maestro fiammingo.

[Foto: Robert Campin – Ritratto d’uomo.]

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https://www.markelo.net/2013/05/10/il-lavoro-minuto-del-fiammingo-in-lavorazione/feed/ 1
Luigi Carotenuto parla di Biscotti selvaggi su L’estroverso – Maggio 2013. https://www.markelo.net/2013/05/10/luigi-carotenuto-parla-di-biscotti-selvaggi-su-lestroverso-maggio-2013/ Fri, 10 May 2013 07:25:50 +0000 http://www.markelo.net/?p=3594 firepart

Intitolato All’amore e alla ribellione, il poema di Franz Krauspenhaar a queste premesse esistenziali tiene fede per tutto il fiato del libro. Viscerale, dal ritmo trascinante, Biscotti selvaggi ha il respiro anarchico impresso da un poeta vero, che detta personalmente la marcia espressiva e il codice poetico forzando la banalità del linguaggio comune epurandola pur (anzi proprio per questo) con la durezza “selvaggia” di un occhio realista e allenato al pugilato della vita, degli schiaffi dati e subiti. Una durezza che sa chinare il capo al vento e commuovere: “il ciuffo mosso da un vento / disperato, a te non urta, / non fa differenza, né attesa / in gola; hai solo il poco soffio / delle mie ciglia, che negli occhi / guardavano sopra, e piano sotto / il tuo mondo, di colori e di seta / di un mare allontanato”. La poesia di un uomo che si mette dalla parte dei perdenti, sceglie “l’innocenza” del maalox, “allenatore buono e incompetente” di una “squadra sconfitta”, uno che “vede solo / ciò che riesce a scorgere / nella nebbia dei sogni”, la disarmante bellezza della verità (“io del genere / umano ho l’opinione che ha / un pneumatico di una buccia / di banana”), nel supermercato quotidiano dove “preda di oggetti / con nomi americani, mercimoni / si compiono in tuo nome”. La poesia gravida di immaginazione di chi non fa sconti su nessuno, nemmeno se stesso: “mai stato un opportunista, dunque / non sarò mai uno scrittore, tolgo dalla testa / di essere uno che conta in ogni ramo”, “in questo schifo di mondo oltraggiato / dagli uomini” resta la sinfonia indomabile del poema che si placa soltanto davanti al “viso meraviglioso e arreso” della madre, anticamera di quell’anima che un giorno ci fermerà, a fine viaggio, trovandoci “vivi, e stupendamente felici”.

[Foto: Franz Krauspenhaar – Firepart.]

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Sergio Nelli su Il Primo Amore a proposito di Biscotti selvaggi. https://www.markelo.net/2013/05/09/sergio-nelli-su-il-primo-amore-a-proposito-di-biscotti-selvaggi/ Thu, 09 May 2013 17:52:29 +0000 http://www.markelo.net/?p=3592

Non voglio fare una recensione per Biscotti selvaggi di Franz Krauspenhaar (Marco Saya Edizioni, Milano 2013, euro 12). Preferisco i toni dell’imbonitore per questo poemetto con ventisette a capo che ha il sapore di un operetta morale e la terribile serietà di chi si spende a momenti in modo guascone e ti strizza l’occhio e quasi quasi ti dice scherzo. Mi piacerebbe che si leggesse in tanti, che si entrasse dentro quella torsione di invettiva disarmata, di idiosincrasie, di sconforto e tenerezza. E’ facile accostarlo. E’ prosa, racconto, divagazione; naturalmente tutto in righe spezzate. Ma non è questo dato estrinseco che lo qualifica, perché vi si avverte comunque dall’inizio alla fine il rumore di un motorino poetico.

Ecco quattro assaggi.

amo novembre, i fiori recisi e le sue paure

le nebbie colte come nuovi fiori, i morti

che escono dalle fosse come nuove

e parlano del tempo e di allegrie lontane

[…]

certuni sono così innamorati

della loro anima di schiuma

o di gommapiuma, che se

dici loro che vai non credono,

pensano tu voglia volare

con zampe di pollo lontano

dal circondario dei loro

eterni pensieri. io del genere

umano ho l’opinione che ha

un pneumatico di una buccia

di banana, così vorrei farla

una falda di poltiglia gialla

per il nero catramoso, dove

la nebbia degli scappamenti

inventa figure di fantasmi.

Sto diventando bianco dalla rabbia,

nero dal sentimento tradito,

giallo dall’invidia di un uovo

marcio dentro un’insalata russa

[…]

[…] mia madre mi dice

ma perché sei così? Dimentica che

me lo chiede da decenni; che posso

dire, la vita mi fa piangere, è commovente

questo nostro soffrire in casa e per

la strada, come se le lacrime fossero

il battistrada, la via maestra, il pane

del nostro pensiero e della nostra cena.

[…]

un giorno sarà l’anima che ci fermerà,

si porrà come un lungo pezzo di legno

lungo la strada, e avremo finito

il viaggio, e credo che ne saremo

vivi, e stupendamente felici.

http://www.ilprimoamore.com/blogNEW/blogDATA/spip.php?article850

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Marcella Leonardi recensisce Biscotti selvaggi su Uno Nove. https://www.markelo.net/2013/03/04/marcella-leonardi-recensisce-biscotti-selvaggi-su-uno-nove/ Mon, 04 Mar 2013 10:48:07 +0000 http://www.markelo.net/?p=3587 Helmut Newton-Saiber woman

di Marcella Leonardi – 18.02.2013.
“Biscotti selvaggi”, di Franz Krauspenhaar, Marco Saya Edizioni

Franz Krauspenhaar è tra i migliori poeti contemporanei. Un’affermazione che non ha incertezze. In un’epoca in cui fare poesia è vezzo intellettuale, distaccato dalla realtà quanto lo è la politica, Krauspenhaar scrive per poter stare al mondo, uccidendo lirismi e false speranze:
rimango vivo/in questo schifo di mondo oltraggiato/dagli uomini.
I suoi versi sono un susseguirsi di assassinii: morte alle maschere, al quotidiano, ai riti, alle ipocrisie. Tecnicamente, morte alla parola abusata, rinnovamento violento della struttura dei versi, capacità di inventare un nuovo linguaggio in cui confluiscono, come in un maelstrom turbinoso e gorgogliante, neologismi, imprecazioni, slang, lessico pubblicitario, vocaboli bassi o sublimi che finiscono col confondersi, parenti stretti nella cognizione del dolore. Krauspenhaar abbatte pareti divisorie, sparge rabbia e lacrime sulla strada, sul tavolo della cucina, sul letto: immagini di coazioni a ripetere che perdono senso e si colorano di rabbia e solitudine.
La poesia di Krauspenhaar ha una musica interna, un ritmo ipnotico che ha per fine il distacco, una sguardo altro sul proprio vuoto esistenziale per poterne sopportare il dolore; ma la sofferenza lacera ogni riga in un ritmo incessante che avvince alla lettura: i versi di Krauspenhaar sono un veleno amaro che è impossibile non bere.
Io ho ancora la certezza/di essere un vero, lercio borghese distrutto.
Tra supermercati, quartieri milanesi, ritratti di puttane, strazianti ricordi familiari emerge sempre ostinato l’io del poeta, segnato da un disperato, mai ricambiato amore per la vita:
non sono così ardentemente deluso/da me stesso per desiderare/con tutte le mie forze sopravvivere.

[Foto: Helmut Newton – Saiber woman.]
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Lo scrittore Andrea Carraro mi scrive una mail dopo aver letto Biscotti selvaggi. https://www.markelo.net/2013/02/06/lo-scrittore-andrea-carraro-mi-scrive-una-mail-dopo-aver-letto-biscotti-selvaggi/ Wed, 06 Feb 2013 13:45:25 +0000 http://www.markelo.net/?p=3582 Biscottiselvaggi_zpsea6f0f05

carissimo, il poemetto è bellissimo, potente, una delle tue cose più belle, c’è dentro tutto: tarantino testori e anche certo pasolini nella figura materna e naturalmente céline tutto rimescolato e infangato per raccontare questo paese sozzo e cafone e presuntuoso… Bellissimo, davvero, ora lo voglio rileggere con calma dopo una prima lettura tumultuosa e rapinosa … e quel finale calmo, largo, pietoso, come un fiume dopo le rapide che si acquieta e esige raccoglimento… Grande! ac

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