The FK experience il sito di Franz Krauspenhaar

21 giugno 2005

SU IERI E SU OGGI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 13:30

1) (Ieri).Un altro magari farebbe finta di niente. Io no. Ieri la presentazione di Cattivo Sangue è stata bellissima; Montanari e Biondillo (o Biondillo e Montanari, ieri a un dato punto ho detto i loro nomi nei due versi) sono stati eccezionali, io ho parlato solo alla fine e brevemente, per chiudere. Un’ora buona di grande intelligenza e verve servita però per pochi intimi. Un po’ mi ruga, un po’ no. Certo, sul tamburino di Repubblica, per un errore, apparivano i nomi non di Gianni e Raul ( o Raul e Gianni) ma di due poeti che avevano fatto la presentazione lì giorni fa. Queste cose sinceramente mi fanno girare le palle, il mio perfezionismo tedesco (anzi prussiano) in questi casi mi sale alla gola come un bolo di rabbia. Ma poi mi passa. Per 15 o 15.000 persone in fondo NON è lo stesso, anche se nella vita io scelgo – immodestamente – la qualità alla quantità. Morirò povero e senza la Bacchelli (che magari si chiamerà la Mazzantini…) ma la vita porco giuda è un azzardo a puntata massima, e questo lo so da tempo. Carpe diem (citazione colta da La leggenda del santo pescatore). Anche se mi sono fatto due risate nel leggere, su quel tamburino, il mio nome di battaglia (sapete, il mio vero nome è quanto di più italico ci sia, Francesco, e così ormai mi chiama solo mia madre, mio fratello e il parentado) storpiato in Granz. Una specie di sintesi tra Franz e Franzo Grande (Stevens)… Se volete saperne di più sulla presentazione di ieri, andate sul blog di Marco Candida, (tra i miei link) simpatico e promettente scrittore tortonese venuto anch’egli alla presentazione. Un pezzo molto divertente. Aufwiederlesen!

2) (Oggi). Finalmente è uscito Stilos, il quindicinale letterario fino a ieri inserto del quotidiano catanese La Sicilia, e da oggi quindicinale/rivista letteraria in uscita come testata indipendente al prezzo di 1 euro in tutte le edicole italiane. Un numero interessantissimo, con un’anticipazione del prossimo Montalbano, intervista a Ernesto Ferrero, un articolo di Raffaele La Capria, recensioni, pezzi di scrittori amici della Markelo Uffenwanken GmbH & Co.KG come Sergio Garufi e Elio Paoloni, e, a pagina 8, una bellissima intervistona a tutta pagina di Piero Sorrentino al sottoscritto, dal titolo "Ma anche il sangue cattivo non mente. Come il buono". Che sarà mai 1 misero euro? Stilos "nuovo corso" ne vale molti ma molti di più. 

17 aprile 2005

PRONTO PER I VOSTRI SCHERMI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 14:38

Annuncio (vobis) con grande piacere che è in rete il sito personale di un nostro amico e frequentatore, lo scrittore brindisino Elio Paoloni. Andate su www.eliopaoloni.it e lo troverete, pieno di verve e acuto come sempre (ci mancherebbe).

In bocca al lupo a Elio per il suo sito, di kuore. 

15 febbraio 2005

SAHARA CONSILINA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 14:09


di Elio Paoloni

Giulio Mozzi ha scritto recentemente che un libro sbagliato non è recuperabile: dalla sua esperienza di lettore, di insegnante di scrittura creativa, e poi di editor, ha tratto la conclusione che è inutile mettere mano a un libro strutturalmente manchevole tentando di rimetterlo in sesto. Si fa prima, e meglio, a riscriverlo completamente. Oppure, si potrebbe dire, a pubblicarlo com’è.

Ma che dire dei tanti libri che non hanno gravi difetti strutturali ma soltanto zone mosce o parti ripetitive o pezzi ciondolanti, e ciononostante si lasciano passare così come sono? Sono stato a lungo incerto prima di decretare la pura e semplice assenza di qualsivoglia sforzo redazionale in molti dei libri che ho letto recentemente; temevo una mia incapacità di afferrare lo spirito dei libri, che poteva consistere appunto in un’irruenza sperimentale, in uno squilibrio cercato, in una logorrea peculiare. Ho rammentato le accuse a molte scuole di scrittura per la loro insistenza sul limare, sull’espungere, sull’asciugare, che aveva portato alla creazione di tanti nipotini di Carver.

E’ giusto, mi sono detto, evitare la monotonia del bello e rifinito, quell’omogeneità tombale attribuibile a un certo editing, che rende indistinguibili gli scrittori come la barrique rende uguali i vini da qualsiasi vitigno provengano. Il lavoro di chi pretende di incanalare la lava della scrittura nelle regolette della “buona composizione”, è stato tanto criticato che l’evidente mancanza di interventi appare come un segno di un buon costume.

Si ritiene infatti che asciugare, sforbiciare, contrarre, sia affare da minimalisti. Ma sproloquiare non ci trasporta automaticamente nel paese del massimalismo. Dilatare un pregevole tondo a dimensioni da Cappella Sistina ottiene un unico risultato: il dispiegarsi della grana da pixel. Spesso non si vuol rinunciare all’effetto orale. Ma l’oralità non esiste, in letteratura. E’ un’invenzione. Un artificio sorvegliatissimo. Tutto da “editare”. Abbassare continuamente il tono inseguendo la mimesi non serve a raggiungere nuovi lettori ma a scoraggiare i vecchi.

Troppi libri insomma guadagnerebbero molto da una buona revisione.

Uno di questi, a parer mio, è il notevolissimo Sahara Consilina di Vincenzo Corraro, romanzo corale sulla nuova emigrazione meridionale, quella degli universitari e dei laureati, specie dei lucani come l’autore, ” che non teniamo niente, eternamente retorici nei nostri Orazi e Scotellari, petroli in Val d’Agri e briganti, le due varianti di pini: i Loricati e il Mango (cantante), Isabelle Morre e nient’altro. Cioè per quanto ci sforziamo quattro cose, che basta una tarantella per riassumerle”.

Atto primo, la partenza: ” si smarrirono e ingarbugliarono le strade, la Volvo fu venduta per dire degli oggetti, la casa abbandonata, aumentarono le promozioni, si diversificarono le esigenze, si addolcirono le incazzature, gira la carta, pensammo”. Atto secondo, l’esilio. Addolcito dalle mamme ” che salivano al Nord dai figli per due giorni”, che ” fatta la spesa al Gs e regalati sinceri buongiorno in strada a chi non glieli chiedeva, ci accudivano di ritorno dai corsi. Le sante e benedette mamme grasse e con la terra nelle unghie smaltate per farsi signore, con le camicette colorate di una stoffa che non si usava più da cinquant’anni, che si confondevano al mercato con le slave e le rumene, e la casa si riempiva di sole che per un anno non andava via”. Atto terzo, il rientro: ” il paese più avanti ci avrebbe in qualche modo a uno a uno risucchiato, riprendendosi scotellaramente i suoi figli dopo averli visti nel giusto partire, già mezzo stempiati dalle marce illusioni, rivendicando i suoi doni come Andromaca”.

In questo romanzo l’occasione per il rientro degli esuli, componenti di una band, è la prossimità delle elezioni comunali nell’amato-odiato paesello (ma il luogo dell’anima – o meglio dell’assenza di anima – è la vicina Sala Consilina richiamata nel titolo). Il gruppo di amici dà vita alla lista civica Catena solidale, “ alleanza triste, servile e tribale di gente inaridita dall’amarezza, assoldata dall’utopia” che rimette agli altri, “ ai salvati e ai potenti, la propria fragilità sommersa, il proprio fondo cristallino di disperazione, che si incaponisce a mettere pezze al proprio destino”, che “ diventa, nel rutto dei birraioli, catena di sant’Antonio… Forse stiamo violando ferocemente l’intimità del paese, come i gesuiti spagnoli in terre azteche. Anche noi, come loro, per passione, fede imposta”. E deve combattere proprio contro la donna che anni prima, al liceo, aveva rappresentato la rivolta agli occhi del protagonista: ” il suono della rivoluzione poteva essere senza dubbio questo: l’ilarità disarmante di Annina, questo borioso scoppio di neuroni che piglia per il culo il sistema e se lo imprigiona dentro al cesso, per pisciarci sfottente sopra”.

Sahara Consilina è ricco di pagine pregevoli: l’autore riesce a scolpire periodi netti, con frasi che si accavallano scabre come scaglie di pino loricato. Finendo spesso, però, sommerse dal chiacchiericcio o disperse nello smontaggio cronologico che è ormai divenuto un’afflizione, al cinema e nei libri.

Ne ho voluto parlare con Michele Trecca. Trecca è il critico che, dopo averci regalato, insieme a Gaetano Cappelli e Enzo Verrengia, una delle più significative antologie degli ultimi decenni, Sporco al sole, e aver messo mano a diversi progetti editoriali (nella collana zerozerosud era uscito il libro di Francesco Dezio Via da qui, poi divenuto per Feltrinelli Nicola Rubino è entrato in fabbrica), dirige ora la collana Cromosoma Y di Palomar nella quale sono stati pubblicati, tra l’altro, Discoteca di Andrea Di Consoli, I Lanzillotti di Francesco Lanzo, e, appunto, Sahara Consilina.

Da un critico mi aspettavo – forse ingenuamente – un’idea dell’editing molto incisiva. Invece Trecca si defila: “In fin dei conti, io affianco l’autore (e con lui discuto tutti gli aspetti del lavoro), non mi sostituisco a lui”. Un atteggiamento rispettoso e collaborativo che probabilmente entusiasmerà gli autori. Trecca mi rimanda quindi all’autore.

Ed è a Vincenzo Corraro che pongo domande volutamente brutali, da avvocato del diavolo.

Per tratteggiare il donchisciottismo di Catena Solidale non sarebbe stato meglio che lessico e sintassi del narratore principale venissero raffreddati, invece di tendere al calco dei personaggi, ricorrendo di continuo all’ammiccamento naif?

Il narratore/personaggio principale gioca con una lingua zuzzurellona, ironica e scanzonata quando ha da raccontare i momenti della campagna elettorale (è un modo per demistificare qualcosa che in toni seri poteva diventare stucchevole e indigeribile o forse “poco coinvolgente”), ma utilizza una lingua più fredda e distaccata quando riflette sul contesto, quando tenta di “fare denuncia”, quando si fa professorale (ma non intellettuale). Questo mix a me sembra che dia più musicalità alla pagina, quel ritmo – chiamiamolo – “sincopato”, che permette di osservare la realtà in una prospettiva quantomeno bidimensionale, e ricca di luce.

Del romanzo fa parte un bellissimo racconto in prima persona di Annina, la barricadera divenuta “signora” e riformista, un personaggio che, secondo Michele Trecca “è la vera sorpresa della storia, l’elemento perturbante che svela i limiti dell’autoreferenzialità narcisistica di certi gruppi”. Penso che se avesse lo stesso spazio del suo innamorato-antagonista, avremmo uno di quei libri a più voci, con visioni diverse, contrapposte o complementari. Ma relegata in fondo la voce notevole di questo personaggio – con il suo tono tradizionale – non suona semplicemente estranea?

Annina è l’altra parte della storia, e penso che abbia anche un notevole peso nel libro, certo non lo stesso spazio – è vero – di Johnny, ma è il personaggio più importante dopo il narratore. Tieni conto che è un romanzo ossessivamente maschile e arrabbiato (cfr. il capitolo “Contracanto”), Annina doveva per forza di cose venir fuori dalle ceneri della rabbia.

“Giulia” (una delle donne del protagonista) fa davvero parte del libro?

E’ un personaggio marginalissimo. Che poi abbia preso pagine e spazio fino a confondersi tra i personaggi principali (credo che qui mi voglia portare capziosamente la domanda) rispondo che intanto non è così, e poi Giulia (così come l’odore di malva, i desideri inespressi della voce narrante, ecc.) fa parte delle dolci ossessioni (o fantasmi) del protagonista.

Per un Senatore “pittato” come Dio comanda e una scena in casa sua perfettamente “recitata”, mi sembra di trovare molte ripetizioni e qualche sciatteria in altri passi dove si racconta dell’attività di Catena Solidale. Anche per Trecca “tagli – probabilmente – se ne potevano ancora fare”.

Ho calibrato nel capitolo sul Senatore ogni scelta stilistica, estetica, antropologica e scenografica, modellando al meglio una materia narrativa che doveva mostrarsi “barocca” e ridondante, non di un mero intellettualismo però, ma di una forza comunicativa che tenesse assieme grottesco (il senatore, la cricca, la bibliografia) e drammatico (le cameriere polacche, il tempo andato tra le mura di quel palazzo senza età, il potere recidivo dei piccoli uomini).

Rileggendo a mente fredda il romanzo parecchie cose non mi piacciono e tante altre le avrei scritte in diverso modo. Quella che si può trovare un po’ troppo pesante l’analisi socio-politica (che interessa a pochi) di certi capitoli (forse il testo, avendo avuto un po’ più di tempo, avrei potuto asciugarlo ulteriormente)

Mi sembra che molti degli autori e delle personalità elencati poi in appendice siano collocati nel libro, ognuno con la sua frasetta in fronte, quasi un link, senza una reale necessità o un affinità profonda ma solo per donare più universalità al libro. Come dire: questa figurina mi mancava, vediamo, in quale casella dell’album va incollata

In questa scelta stilistica – intellettual-smoff e orgasmatica – l’uso delle citazioni lo rivedo appropriato e in fondo necessario. Significa rispetto verso un mondo di immagini, di autori e di sensi che interseca con le situazioni che ho descritto.

Una confessione: oggi le epigrafi toglierei dal libro. Quando scrivo ne metto sempre una prima di ogni pagina bianca, è uno stimolo a non farmi abbandonare il lavoro che ho intrapreso. E non sempre ci azzeccano qualcosa con quanto segue. Ecco: molte di quelle contenute in Sahara Consilina oggi mi sembrano ridondanti, patetiche, esagerate. Quelle “frasette” si potevano, concordo con te, eliminare.

Perché il capitolo “senza rischio” inizia con la solita voce narrante, impedendo di comprendere agevolmente che a un certo punto, nella pagina seguente, è Thomas, l’unica figura tragica del romanzo, a dire “io”?

Tutti i cambi dei personaggi sono “preparati” dalla voce narrante. Mi chiedo piuttosto come mai questo non abbia funzionato bene, da non passare inosservato.

Il libro non finisce – bene – prima delle ultime due righe?

Forse. Ma Sahara è un romanzo prima di tutto “musicale”. Ci tengo che sia definito così. Anzi il prologo si apre con un’invocazione dei cantastorie siciliani: “sentite perché c’è da sentire”… non poteva non chiudersi con un sipario analogo, una formuletta di chiusura che è appunto di richiamo musicale. Un po’ come faceva Omero e come gli portano rispetto, ancora oggi, i cantori di tradizione orale.

18 gennaio 2005

COSI’ GIOVANE E GIA’ ATEO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 14:13

di Elio Paoloni

L’altra sera sono andato a vedere La bottiglia vuota di Moni Ovadia. Contentissimo della banda di zingari e dei suoi canti con la chitarra (certe modulazioni mi ricordavano curiosamente vecchie canzoni di Domenico Modugno, quelle più "siciliane"), incantato dalla sua finta filologia (la chiamo finta perché il racconto che fa delle "Letture" non ha nulla di specialistico e pignolo ma è funzionale alla dichiarazione d’amore per il canto) e dalla sua costante attenzione per l’uomo, per i mistici, per il divino.

Ho dovuto chiedermi però perché mai senta il bisogno, in apertura, di dichiararsi ateo e di riportare la battuta di un cabarettista (credere in Dio è una parola troppo grossa: diciamo che lo stimo). Ha paura di venir tacciato di spiritualismo, o ancor peggio di proselitismo? Ovadia è impregnato di religiosità, o almeno di un senso del sacro, che cerca di trasmettere per quasi tutto lo spettacolo. Ma sente il bisogno di rammentarci, spesso con barzellette da bar, che "sono solo canzonette". Essere spirituali è politicamente scorretto? O non consentirebbe di catturare una quantità sufficiente di spettatori? Se lo scopo è quello di mettere insieme uno spettacolo che vada bene per diverse fasce di pubblico, il risultato non viene raggiunto: ho parlato, dopo lo spettacolo, con due signore. Una era stata respinta dagli abbassamenti di tono e l’altra non era stata strappata alla noia indotta dalla colta spiritualità neppure dall’aneddoto del "Giulietta è ‘na zoccola" della sorniona tifoseria napoletana.

Come scontentare tutti, insomma.

Credo alla necessità dell’ironia, ma l’ironia è freddezza, distanza, riflessione. Non è ammiccamento, complicità. Anche la freddura fa riflettere, certo, ma non la puoi infilare dove capita. Nessuno si sogna più, Bloom a parte forse, di separare nettamente l’alto dal basso, però bisogna comprendere cosa si vuole esattamente ottenere: uscire dal teatro senza aver capito bene a cosa abbiamo assistito potrebbe essere l’effetto di uno spettacolo nuovo e sorprendente, il segno di un’ambiguità che è componente necessaria di ogni opera d’arte, ma in questo caso mi è sembrato il risultato di una vigliaccheria.

 

5 gennaio 2005

FALLACIE?

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 15:02

di Elio Paoloni

Si discuteva post fa della Fallaci. Più che discuterne la si lapidava. Raccolgo ora le mie idee sulla faccenda.

Comincio col citare:

” Di recente, padre Piero Gheddo ha risposto ad una provocazione di un sociologo americano (R. Scott Appleby, “Il Papa fra tre fuochi”, in Global Foreign Policy, marzo-aprile 2004, pp.28-34), il quale ha addirittura proposto una alleanza tra cristianesimo e Islam contro l’Occidente. Ha ricordato padre Gheddo: “in nessun paese islamico i cristiani sono totalmente liberi, come i musulmani lo sono in Occidente… I musulmani dovrebbero fare un bell’esame di coscienza sui loro comportamenti collettivi: la violazione sistematica dei diritti dell’uomo, il terrorismo, le pratiche oppressive contro le donne e i bambini, la mancanza di democrazia, il formalismo religioso e sociale che schiaccia la persona”.

È così, se si vuole dire ciò che si vede. Mentre noi consentiamo che accanto alle chiese delle nostre parrocchie fioriscano moschee, nella stragrande maggioranza dei paesi musulmani non è concesso costruire una chiesa. Peggio, mentre i musulmani non consentono la reciprocità dei nostri principi e valori, noi ci concediamo la decostruzione relativistica di quegli stessi princìpi e valori e teorizziamo il dialogo, anche quando – come scrive ancora padre Gheddo – “occorre riconoscere che il dialogo come lo concepivano i padri del Concilio ha portato scarsi frutti”. Forse mi sbaglio o mi preoccupo inutilmente. Ma vedo un rischio: che il timore delle scelte induca i cristiani a pensare che, se il cristianesimo comporta oneri gravosi, allora è meglio affievolire la fede, indulgere al dialogo a qualunque costo o abbassare la voce piuttosto che rischiare un conflitto. Ma il cristiano debole, come il pensatore debole, alla fine diventa un cristiano arrendevole.

Perché i popoli cristiani dell’Europa non si sono mobilitati per innalzare la loro bandiera, mentre a milioni si sono messi in marcia per la pace e il dialogo anche con coloro che attaccano espressamente i valori fondanti dell’Occidente? La mia risposta è: perché – nell’era del relativismo trionfante – il vero non esiste più, la missione del vero è considerata fondamentalismo, e la stessa affermazione del vero fa paura o solleva timori. Forse si sta avverando la profezia negativa della Veritatis splendor (n.101), l’“alleanza fra democrazia e relativismo etico”.

Il relativismo – e questa è la vera ragione morale della mia critica ad esso – affievolisce le nostre difese culturali e ci prepara o rende inclini alla resa. Perché ci fa credere che non c’è niente per cui valga combattere e rischiare. Perché non ci dà più argomenti o ce ne dà di sbagliati persino quando altri volesse toglierci il Crocifisso dalle scuole. O perché, mentre vuol farci credere di essere alla base dello Stato laico, liberale e democratico, alla fine, messo alle strette, si converte in quel dogmatismo laicista di Stato che vieta alle ragazze di fede islamica di indossare lo hijab a scuola.

Sono alla conclusione. Mi si potrà chiedere: ma perché combattere e rischiare? C’è forse una guerra? La mia risposta è: dall’Afghanistan al Kashmir alla Cecenia alle Filippine all’Arabia Saudita al Sudan alla Bosnia al Kosovo alla Palestina alla Turchia all’Egitto all’Algeria al Marocco, e altrove, in gran parte del mondo islamico e arabo gruppi consistenti di fondamentalisti, radicali, estremisti – Talebani, al Qaeda, Hezbollah, Hamas, Fratelli musulmani, Jihad islamica, Gruppo armato islamico, e molti altri ancora – hanno dichiarato guerra all’Occidente, la jihad. Lo hanno detto, scritto, diffuso a chiare lettere. Perché non prenderne atto?

Si dirà: sono atti di terrorismo da parte di gruppi di fanatici. Rispondo: temo di no, il terrorismo è lo strumento di una guerra culturale e armata. Si dirà ancora: non si può a nostra volta combattere con le armi. Rispondo: spero sinceramente che non si debba, ma se, come già accade, l’Occidente fosse costretto ad usare la forza, perché escluderla? Se la forza giusta e di difesa, lo stesso cristianesimo non ammette forse una forza giusta e per difesa?

Non mi si fraintenda, per disattenzione o magari deliberatamente. Non si speculi sotto o dietro le mie parole. Non sto perorando una dichiarazione di guerra dell’Occidente. Sto perorando un’altra cosa, che a me sembra anche più importante: sto perorando la consapevolezza che esiste un conflitto di cultura e in armi che alcuni – molti, troppi – hanno dichiarato all’Occidente. Non sto chiedendo il rifiuto del dialogo. Sto chiedendo un’altra cosa, che è più fondamentale: sto chiedendo la consapevolezza che il dialogo non serve a niente se, in anticipo, uno dei dialoganti dichiara che una tesi vale l’altra. Questa duplice consapevolezza la vedo poco presente in Occidente, soprattutto in Europa. E non la trovo diffusa nello stesso cristianesimo europeo, che a me oggi appare timido, sconcertato, angosciato. C’è una ragione profonda di questa scarsa consapevolezza, che capisco e rispetto. L’idea stessa di una guerra di civiltà o di religione fa paura. Accanto a questa che capisco, c’è una ragione che invece non capisco: si tratta dell’idea della “colpa dell’Occidente”.

Ora, l’Occidente è costato al mondo colonialismo, imperialismo, nazionalismo, antisemitismo, nazismo, fascismo, comunismo. Avendo mangiato i frutti avvelenati dell’albero della conoscenza, non è un paradiso terrestre. E però non possiamo fermarci agli errori e anche orrori dell’Occidente. Se si deve fare un bilancio corretto, occorre mettere i meriti accanto ai torti, e se si vuole celebrare un processo equo, occorre contrapporre la difesa all’accusa. “La civiltà occidentale – ha affermato un penetrante scrittore, Pietro Citati – ha grandissime colpe, come qualsiasi civiltà umana. Ha violato e distrutto continenti e religioni. Ma possiede un dono che nessuna altra civiltà conosce: quello di accogliere… tutte le tradizioni, tutti i miti, tutte le religioni, tutti o quasi tutti gli esseri umani” (P. Citati, “L’Occidente senza forza e l’esercito del terrore”, Repubblica, 31 marzo 2004). E un altro grande scrittore, Mario Vargas Llosa, ha detto della civiltà occidentale: “il suo merito più significativo, quello che, forse, costituisce un ‘unicum’ nell’ampio ventaglio delle culture mondiali… è stata la capacità di fare autocritica” (M. Vargas Llosa, “Occidente. L’agonia del paradiso”, La Stampa, 18 aprile 2004).

Fare autocritica, ammettere gli errori, correggerli, punire chi ha sbagliato, è linguaggio e dovere laico. Riconoscere le colpe ed espiarle è espressione ed esperienza cristiana. Si può seguire l’una o l’altra strada, ma non possiamo dimenticarci chi siamo, chi vogliamo essere, chi dobbiamo essere. “La democrazia – ha scritto ancora Vargas Llosa – è un evento che provoca sbadigli nei paesi in cui esiste uno stato di diritto”. Spero che non sia così. Ma se lo è, allora, io credo, dobbiamo cominciare a stropicciarci gli occhi e a svegliarci.”

Di chi sono questi passi? Non di un giornalista, non di uno storico, non di un politico. Sono brani della Lectio magistralis sulle Radici spirituali dell’Europa tenuta il 13 maggio 2004 nella Sala capitolare del Chiostro della Minerva dal cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.
Perdonate la lunghezza ma neanche questi ampi stralci rendono la complessità e l’acutezza del testo integrale ( http://www.korazym.org/news1.asp?Id=7337 ). Risultano anzi squilibrati. Danno comunque l’idea di una visione del mondo. Questa visione può essere o no condivisa. Non si può dubitare però che appartenga a un uomo di buona volontà, non incline alla sguaiataggine e al solletico di bassi istinti.

Nella sostanza, queste considerazioni non sono per nulla distanti dall’assunto di base della Fallaci. Solo che la Fallaci lo esplicita nel suo modo uterino. Risultato: Ratzinger non l’hanno letto neanche i praticanti. I Senatori, a cui il discorso era diretto, forse non l’hanno recepito. La Fallaci invece è andata in mano a un bel po’ di gente, credente o no, abituata alla lettura o no. Con quale effetto? Sbilanciato, non c’è dubbio. Molte delle persone che l’hanno letto sono incapaci di fare la tara. Di valutare la personalità dell’autrice. Di rendersi conto che un pamphlet non è un saggio. Di goderne la valenza letteraria (pessima letteratura, dite? Può darsi ma uno scritto che ha forza è comunque letteratura). Hanno soprattutto ricevuto conferma dei loro pregiudizi.

A questo punto cito ancora:

“Qual è, secondo questa impostazione, la differenza sostanziale fra i due (…)? Che il primo riesce a essere discretamente analitico come piace all’ISM. Il secondo non ha in sostanza nulla da scoprire, da argomentare, da rivelare, che noi europei intelligenti e avvertiti non sappiamo già; quindi preme alla grande il pedale del patetico, dell’effettistico. E’ inarticolato come un grido, greve come un cazzotto.

Certe parti ultraretoriche di Fahrenheit hanno infastidito anche me, volendo considerare l’opera come prodotto estetico tout court; valutando l’insieme come macchia, come pozzanghera di significato, come gesto estetico-politico, il fastidio l’ho mandato giù ed è rimasta l’ammirazione. Grezzo, potente, diretto, Fahrenheit 9/11 ha le stimmate del capolavoro ed è un film superiore al precedente, per essenzialità narrativa e importanza dei contenuti. Uno spettatore non particolarmente interessato al tema potrebbe perfino perdersi un po’ nel labirinto argomentativo di Bowling; nessuno rimane indifferente a Fahrenheit. Al limite, ti arrabbi”.

Sono parole tratte da questo blog. Non importa chi le ha scritte: molti le hanno condivise. E quelli che le hanno apprezzate dovrebbero ammettere che, per chi abbraccia la visione del mondo che diremo, per comodità, di Ratzinger, i pamphlet fallaciani non hanno fatto che divulgare, in modo scorretto ma efficace, l’idea di questo disamore dell’Occidente per se stesso. In modo “grezzo, potente, diretto”(“inarticolato come un grido, greve come un cazzotto”). E’ accettabile, questo modo? Possiamo approvarlo?

Condivido parola per parola tutti i passi della Lectio. Non sono d’accordo invece con molte delle opinioni della Fallaci. Ritengo, per esempio, che l’entrata della Turchia in Europa, avversata dalla scrittrice nell’ Apocalisse, sia una scommessa da fare, un tentativo che non possiamo permetterci di evitare, foss’anche soltanto per avere la prova provata dell’impossibilità di una convivenza con l’Islam. Ma potrebbe aver ragione lei: se la Turchia si rivelasse un Cavallo di Troia? Apprezzo perciò i suoi tentativi – anche quelli eccessivi – di metterci in guardia. Si può riderne, come sì è sempre riso delle cassandre:

“Una Cassandra, se comparisse – ed esiste tra le donne di qui, a giudicare dall’aspetto – non la riconoscerei… e se lei, come l’antica Cassandra, fosse colta da furore, non riuscirei a essere critica nel caso che uno di questi… rabbonendola ma anche ammonendola, rimproverandola, più o meno a buon diritto, la trattenesse per il braccio e la consegnasse all’ambulanza già in attesa in una delle strade secondarie… La questione del momento in cui andò smarrito il senso della patria (l’attimo che nella vita di Cassandra forse ha significato capire che i suoi ammonimenti erano insensati, perché la Troia che voleva salvare non esisteva affatto. Peggio per lei. Che diavolo poteva farci Troia?)”.

(Christa Wolf, Premesse a Cassandra )

Ma non dobbiamo “ cominciare a stropicciarci gli occhi e a svegliarci”?

L’autrice. Livorosa, reclusa, inselvatichita. Il suo narcisismo mi disturbava già parecchio tempo fa. La sua permalosità giunge alla farsa: ha querelato il basito Feltri, che la incensava un giorno sì e uno no, perché a lui o a un collaboratore è scappata, in mezzo alle lodi, non so quale parolina. Non si dimentichi, però, che la donna è giornalista di razza, che ha girato il mondo e spernacchiato i potenti. Geneticamente antifascista, ha attraversato epoche intere. Ha vissuto guerre, rivoluzioni e transizioni in molti paesi. Le sue considerazioni (tolta la cupezza visionaria) non sono affatto infondate. La pericolosità oggettiva della cultura islamica, così come viene vissuta da milioni di persone, cioè supinamente, senza alcuna conoscenza di tesori come la mistica Sufi o le vette di Al Hallawi e senza alcuna possibilità di contestualizzazione (chi ha tentato la storicizzazione del Corano, se ancora non è stato accoppato, è completamente ignorato) è un dato. E’ una minaccia maggiore dello strapotere statunitense mal bilanciato da un’Europa rissosa e inconcludente e da una Russia più asiatica della Cina, tornata ai tempi dei boiardi, anzi a Caterina (non di Russia, ma de’ Medici).

Non amo l’esaltazione della Rabbia (anche se non posso fare a meno di provarla, a volte) ma condivido l’esaltazione dell’Orgoglio. Senza amore di sé non si può migliorare né trattare ma solo arrendersi.

29 dicembre 2004

STARGATE GARGANO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 13:19

di Elio Paoloni

 

Lui non voleva. Non si era mai cimentato, non si riconosceva la necessaria spiritualità. Forse non gli andava di cercare sintonie con plebi superstiziose. Perché, con tanti bravi architetti in giro per il mondo, i pii monaci si erano incaponiti con lui? Dal giorno del cortese rifiuto, però, Renzo Piano ricevette ogni mattina un fax con la benedizione personale dell’economo provinciale dei frati minori cappuccini.

Ma che gentile. Che benevolo pensiero. Dopo quanto tempo cominciò a trovare che forse quei fax erano un po’ persecutori – o almeno iettatori? Che un’insistenza di quel genere assomigliava – divinamente – a quegli abbracci mafiosi che sottintendono la sempre presente eventualità di un ritiro della benevola protezione?

Era da un po’ che mi ripromettevo di andare a verificare l’esito di questa benedicente insistenza ma guidare non mi garba, son sempre duecentoottanta chilometri (mi sarebbe più leggero affrontare ginocchioni un chilometro di scalinate sante). Perciò mi sono imbucato in un pullman. Non si tratta di pellegrini ma di gitanti, pensionati della Guardia di Finanza (molto giovani alcuni, che i militari fino a poco fa potevano congedarsi presto). Oggi San Giovanni Rotondo, domani la Foresta Umbra, dopodomani costiera amalfitana. Meglio loro: con un prete per tour operator finirei rintronato da un loop di rosari.

Quando il pullman, dopo una prima fermata per il pedaggio (non autostradale ma doganale: balzelli soppressi ai confini nazionali e resuscitati nei paeselli, come nel medioevo) si arresta definitivamente, guardo su e intuisco forme verdastre da pressostatico. Disgustoso. Uno stadio del famoso architetto già lo conoscevo e l’ho rivisto poco fa, passando da Bari. Queste architetture moderne, bah, avrà ragione Carlo d’Inghilterra. Chi me l’ha fatta fare di venire in questo paesone orrendo in un giorno umido e grigio, che non può piovere solo perché dalle nuvole siamo già avvolti? E che idiozia inserirsi in una comitiva dopo averle evitate per decenni: non posso neppure tornare indietro, dirottare su un agriturismo o optare per un paesino sul mare. Vabbe’, sarà la penitenza che tocca a chi si è arruolato tra gli atei devoti, quelli che non potendo non dirsi cristiani ma non riuscendo a credere si ritrovano ad auspicare il rifiorire della fede – negli altri – per arrestare il declino dell’Occidente. E che intendono vigilare perché i preti – e gli architetti – facciano le cose a puntino.

Lungo la rampa del colonnato comincio a riconciliarmi con l’architetto, anche se la mancanza di un robusto campanile scontenterebbe chi vuol contrastare i minareti a suon di più svettanti falli. La croce in pietra, però, costituisce una snella quanto possente supplenza. E la potenza di fuoco delle campane non viene meno sol perché si offrono in orizzontale al livello del sagrato, cioè del fedele, molto semplicemente accostate in otto multipli di campanile a vela. Sono ben alte, del resto, su paese e piana sottostanti.

Anche gli archi della facciata visti dal sagrato mi rincuorano. E mi piace che al posto delle stucchevoli colombe Mario Rossello abbia scolpito dei nervosi aquilotti. Questo sagrato è immenso, un mare di pietra che tocca il cielo (oggi i vapori) senza dover passare per l’orizzonte. Costeggiando l’esterno della chiesa continuo a essere disturbato dall’effetto palazzetto dello sport: verdastre pareti curve (si tratta del nobilissimo, tradizionale rame, in versione preossidata brevettata, ma in questa sistemazione sembra plasticume) e legno listellare in alto (come un parquet da campo di basket ribaltato). Però, siccome il percorso semicircolare è abbastanza lungo, faccio in tempo a rimbeccarmi: cosa c’è di più giusto? Cosa rappresenta la gloria, oggi? Una reggia? No di certo: la gloria è negli stadi. E’ in mezzo agli stadi, sul podio, che si consacra la regalità, non in quel cornutaio di Buckingham Palace. Dov’è che raccoglie la gente il Papa in trasferta? E cos’era Padre Pio, se non un idolo delle folle?

Giungo alla vasca del battistero, che i gitanti, butterandola di monetine (unico collegamento col mercimonio che dilaga tutto intorno) sono riusciti a trasformare in una Fontana di Trevi. Di fianco, una porta stretta (allungato in verticale l’ingresso liturgico sembra più stretto di quanto non sia). Ma è l’ultima cosa stretta che trovi. Dopo ti si allarga la prospettiva. E l’animo (apprezzate la desinenza maschile, che mi permette di escludermi dai credenti). Questo posto desta meraviglia (il termine permette di tenere insieme lo stupore goloso dell’esteta e il moto di reverenza del devoto). Inchioda senza opprimere, spinge a inoltrarsi senza costringere. Gli archi sono maestosi però zampillano leggeri e festanti dal pilone centrale. Sei in un hangar ma come in un cantuccio, sei raccolto in te stesso e in comunione con gli altri, sei dentro la chiesa e fuori, sul sagrato, sei libero e protetto, sospeso e radicato come la croce di Pomodoro che veleggia violenta. Non si sfugge all’ossimoro quando un posto è come deve essere. Preferirei non eccedere in tanto prevedibile figura retorica ma è meglio perdere punti con i critici e guadagnarli in verità (che il proto non si azzardi a postare maiuscole).

Le silhouette dei fedeli contro la luminosità della vetrata sembrano di spettatori davanti al telone del cinema ma questo non toglie atmosfera (anche quella dei cinefili è una comunità di fedeli, raccolti e compenetrati, che si comunica con ostie di celluloide). Riposizionandomi sul pavimento in pendenza mi sento “a posto” in ogni zona: non ci sono angoli morti. Ovunque, da uno spicchio di vetrata, da un concio svettante, da un’ostia Guzzini, dalle ali di un puntone d’acciaio, sembra offrirtisi la grazia (non mi coglierete in fallo: tengo il dito ben lontano dal tasto maiuscole). Avanzo per godermi i particolari dell’ambone di Vangi ma quel concentrarmi sul singolo dettaglio artistico, così naturale in altre chiese, qui mi costa quasi uno sforzo. Tutto ciò che lo sguardo vuole è galleggiare in modo indefinito. Questo sito si dimostra a misura dell’uomo, nonché dell’Eventuale. Perdono importanza i dettagli tecnici che in altre circostanze mi avrebbero entusiasmato (la precisione di planarità delle facce dei blocchi con tolleranza 0,5 mm per campate fino a 50 metri con i blocchi della base grandi quanto una stanza, la necessità di un apposito parere del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici essendo la tipologia non contempolata dalle normativa tecnica italiana, record, singolarità e innovazioni d’ogni genere).

A volersi estraniare, a fare i criticoni, i filistei affezionati ai costruttori delle antiche cattedrali, quelli che “dopo il Bernini niente”, si può sostenere che sembra un aeroporto (l’impressione è acuita da un ininterrotto flusso turistico che dall’ingresso del sagrato sciama verso un varco laterale all’ingresso liturgico, passando dietro ai fedeli che assistono alla funzione). Sì, questa chiesa è un luogo di transito, per Padre Pio le masse si scomodano. Del resto, cos’è un aeroporto se non porta coeli (come ogni chiesa che si rispetti)? Ma se un aeroporto è l’apoteosi del non luogo, questa è apoteosi del Luogo (questa maiuscola si può far passare, non appare troppo impegnativa).

Mentre abbandono il mirabile edificio, mi imbatto in una porta, nel corridoio antistante un ascensore. Silenzio. Adorazione Eucaristia. Spingo la porta e mi trovo davanti a una botta di sacro. Un nucleo inquietante, un monito che ti riduce al silenzio ben più di qualsiasi cartello. Un monolito kubrickiano, un meteorite da kaaba. E’ il silenzio fatto corpo, solidificato. Un blocco nero di etnea pietra lavica che incastona un abbagliante tabernacolo d’argento. La piccola cappella è strutturata in modo tale che l’occhio e il pensiero non possano posarsi altrove. L’aria intorno vibra e non c’è foto che possa renderla. Sul lato opposto, a schermare la vetrata che dà su un corridoietto cieco, una sciatta tenda arricciata sull’esistenza della quale Renzo Piano dev’essere stato tenuto rigorosamente all’oscuro.

A questo punto posso stilare il certificato di collaudo: avendo risvegliato l’eccezionalmente pigra spiritualità dell’estensore, il conglomerato etereo della nuova chiesa risulta a norma. Risulta tuttavia anche sospetto, lontano com’è dalla spiritualità claustrofobica, sudata, labirintica, del vicino convento. Non sarà che questa incantevole astronave si limita a rappresentare l’idea di spiritualità di Renzo Piano, light, cosmopolita ed estranea al luogo, adatta a laici di buone letture e ricorrenti visitazioni artistiche? La fede qua è d’altro genere. Genere tosto. Non è un santo esemplare Padre Pio (no, non chiedeteci di chiamarlo San Pio, non ci viene naturale, al massimo ci intorciniamo in un San Padre Pio, via, ci penseranno le prossime generazioni. E poi un padre è molto più vicino e benefico di un santo ormai distratto dall’eccessivo fulgore dei cieli). No, anche se l’agiografia galoppa e i santini si ingentiliscono, le foto sono inequivocabili: nessuno riuscirà a liftare quello sguardo fosco che ha messo a disagio tante anime belle, quasi maligno sotto le sopracciglia alla Enrico Maria Salerno ultimo look. Non riusciranno a fare di quell’uomo (nella cui figura De Martino avrebbe rintracciato di sicuro tracce di culti pagani precristiani) un’ameba rassicurante con l’occhio rivoltato in su tipo macchietta di Verdone. Resterà sempre un Mistero la decisione di farlo interpretare in TV da Castellitto. Un giorno per i responsabili del cast degli sceneggiati italiani dovrà essere creato un Oscar apposito, quello del miglior ruolo sbagliato.

A me P.P. sta simpatico da quando una coppia di baciapile di paese se ne tornò indignata da un pellegrinaggio: “Ma non sono modi!”. Che il frate sgamasse da lontano i frivoli e gli ipocriti, che molte fedeli uscissero piangenti e insultate, mi sembra un gran titolo di merito. Quando un militare che si è sempre vantato di non aver paura di niente e di nessuno ti confessa che è rimasto terrorizzato dal Suo sguardo, sei costretto ad ammettere che, santità o no, quel magnetico frate disponeva di un ecoscandaglio infallibile, tarato in micron, a cui mancava solo la stampante a colori. Un uomo rude, che c’aveva i guai suoi ogni notte (fossero anche solo i morsi dell’acido fenico o i rimorsi per l’impostura, come sostengono gli increduli). Un uomo sofferente, come i poveracci, come tutti.

Ma quello era il frate. Ora abbiamo il Santo. Ora contrizione e costrizione devono sfociare in spazi per la gloria. Vai, Renzo.

Avevo intenzione di ritornare qui dopo pranzo, ma nella comitiva si forma un partito pro Monte Sant’Angelo e ci tocca sottoporci a parecchi chilometri di tornanti secchi. Dopo di che l’autista ci dà meno di un’ora. Poco male: il paese l’avevo visitato anni fa, quando davanti al santuario c’era soltanto un vecchio guardiano rimbambito che, essendosi fatto mezzogiorno, ci aveva chiuso il cancello in faccia. Riprendiamo da quel mezzogiorno. Non è agevole visitare la cripta dell’Arcangelo Michele, si tratta pur sempre di una Porta Stretta. Non è questione di dimensioni. E neanche della calca dei fedeli incolonnati da addetti con gilè da protezione civile. Questo percorso, le rampe che ti portano giù e poi di lato e poi in un incredibile atrio napoletano con piante sul ballatoio e poi su verso il luogo terribilis, non ha nulla di casuale. Incombono secoli di devozione, anche pagana ed esoterica, si indovinano anomali fenomeni magnetici, alle spinte dei contrafforti gotici corrispondono controspinte psichiche. Appena dentro il cuore del Santuario, tenue impressione di consuetudine: l’altare barocco di fronte. Ma subito ti rendi conto dell’incongruità. Siamo fuori zona qui, fuori tempo, non c’è ibridazione che tenga. E non solo per la maestosità delle volte gotiche: a destra ti attende l’arcaico cuore del sacro. La grotta non si presta a indagini paleologiche, né d’altro genere. Sta. Se la nuova chiesa di San Pio è un aeroporto, questa grotta è lo stargate. Qui la spiritualità la tagli a fette, e non è una battuta riferita all’Arcangelo spadaccino ( terribilis non è un aggettivo come tanti: a essere portata in processione è la spada, non il portatore, quel San Michele boccoluto del Sansovino che l’armatura non riuscirebbe a rendere marziale – ci riesce, invece, la spigolosa e fiammeggiante urna d’argento e cristallo di Boemia).

Il buttadentro mi invita a spegnere la macchina fotografica. Di solito me ne fotto ma adesso non ho nessuna voglia di trasgredire, anche perché non credo che riuscirei a catturare niente, e se invece ci riuscissi mi sembrerebbe di rubare. Difficile fare il visitatore, anche per uno abituato ad aggirarsi nei luoghi di culto con le mani in tasca e l’aria "fate largo, bizzoche, che mi precludete l’affresco".

Non è solo la pressione fisica delle comitive, l’insistenza dei vigili-sacristi che ti chiudono in un angolo. E’ che nessuno riesce ad assumere l’aria svagata comune altrove tra pellegrini-gitanti. Per descrivere la sosta in questo sito necessita il ricorso a un verbo in disuso: ristare.

15 dicembre 2004

LA TUA FETTA E’ PIU’ GRANDE DELLA MIA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 16:27

di Elio Paoloni

 

(Recentemente, su queste colonne, si è dibattuto anche di colonialismo. Eccovi dunque un elettrico pezzo di E.P. sull’argomento. Buona lettura. M.U.)

 

Esilarante. Sì, sto parlando della lettura di seri lavori scientifici, e affermo che non mi sono mai divertito tanto in vita mia. La comicità non è involontaria ma non c’è stata neanche premeditata ricerca di accostamenti: è la Storia a essere comica. Deliro? Qualcuno pensa ancora che la storia sia rigoroso, geometrico, dispiegarsi di un disegno? Henri Wesseling mette in guardia dall’attribuire un senso che non sia circoscritto alla ricerca di un inizio o di una causa ( non possiamo parlare di un unico evento né di un’unica motivazione… la società non agisce secondo le leggi della meccanica… taluni atti possono essere definiti reazioni ad altri atti ma non in senso meccanico). La mentalità di un’epoca influenza le decisioni ma certi ordini di idee pur non mancando di logica non sono ovvii. Certe deduzioni (occorre dominare il Nilo per difendere l’Egitto) sono ovvie ma non ineluttabili. E se, coinvolti nell’orrore, quasi tutti concordiamo con Shakespeare nel considerare la storia "una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla", tuttavia, guardando un’epoca lontana, senza coinvolgimento emotivo o ideologico, succede che il prevalere della casualità e la bizzarria di alcuni attori trasformano i più drammatici degli eventi in una pochade.

La lettura di libri come "La spartizione dell’Africa, 1880-1914" ha scardinato tutte le mie solide – ancorché vaghe – certezze. E immagino che molti tra i non specialisti, anche quelli più acculturati e accorti, forse proprio coloro che usano fondare le proprie analisi geopolitiche sul colonialismo (per essere più precisi sui nefasti effetti del colonialismo) condividano il mio stesso bagaglio di luoghi comuni. Passerebbero pure loro di sorpresa in sorpresa.

Cominciamo dal titolo: spartizione. Non invasione, conquista, sfruttamento, men che meno colonialismo. Inizialmente (e per lungo tempo: a volte non ci fu altro) di questo in effetti si trattò: giochini geometrici condotti con incredibile spensieratezza su carte che definire geografiche sarebbe ridicolo. Matite e righelli si spostavano su candide superfici appena sporcate dal ghirigoro dei tratti finali dei fiumi, da indicazioni su montagne ipotetiche e su laghi dati per certi. Si era ancora all’hic sunt leones: questo Monopoli diplomatico fu giocato molto prima che si sapesse cosa si andava barattando, se in questi territori fossero presenti vegetazione o deserto, anime o solo bestie. Non ci furono vere conquiste, tranne in alcuni casi. Quelli che si ottenevano erano diritti di commercio: io navigo sul Niger e tu traffichi sullo Zambesi, l’Alto Nilo non si tocca se no mi inquinate quello Basso. Il fatto è che di quest’Africa lontana e costosissima (molti “ possedimenti” restarono fuor di possesso perché non c’era alcuna convenienza a impossessarsene) popoli e governanti non volevano sentir parlare.

Lord Salisbury, alla guida della politica inglese dal 1885 al 1902, non aveva interesse per l’Africa ( è stata creata per divenire una piaga del Ministero degli Esteri) ed era ben consapevole della casualità delle annessioni: “ lo studio assiduo delle carte geografiche è in grado di invalidare le capacità di raziocinio di un uomo”. L’Inghilterra, del resto aveva troppi antichi domini a cui badare. Molti ministri inglesi – che non avevano la possibilità di mandare soldati a garantire la sicurezza nelle “colonie” – finirono tuttavia per avallare le acquisizioni e difenderle nei congressi. Noblesse oblige (e poi non si potevano lasciare troppe aree di influenza ai francesi). E’ vero che si preoccupò di tenere sgombra (non si sa mai) una linea ipotetica quanto inutile tra il Cairo e Città del Capo (e, sempre perché non si sa mai, una in croce tra est e ovest) ma ci fu tirata per i capelli perché la rovina finanziaria dell’Egitto (che minacciava i crediti di tutta Europa) la costrinse ad amministrarlo direttamente. Tutto appare più subito che premeditato.

In quanto alla Germania, aveva un’Europa a cui badare. La Francia post Sedan, perdute l’Alsazia-Lorena e l’iniziativa industriale e commerciale, aveva più necessità di sfogo ma furono la marina e i geografi a inventarsi una vocazione coloniale che i capitalisti avversarono sempre (ancora nel 1914, solo un quarto degli investimenti nei domini subsahariani erano privati e tutti insieme non ammontavano che al 4% degli investimenti esteri francesi). Tranne alcuni governanti, nessuno voleva cacciar fuori un quattrino per queste imprese in perdita.

L’intero evento, dunque, fu affare di medi imprenditori e ufficialetti in cerca di gloria. Questa gente andava in giro a raccattare firme – si fa per dire – su concessioni di navigazione e commercio da quanti più capi tribù possibile. Si trattava di tribù stanziate lungo i fiumi ma si dava per scontato che gli accordi riguardassero il territorio sconfinato tutto intorno, sul quale nessuno dei firmatari aveva in pratica alcuna autorità, e a volte neppure conoscenze. Dopo di che, gli avventurieri giravano la cartaccia ai governi perché la sbattessero sui tavoli diplomatici. A volte andava bene, altre no. Cameron nel 1857 “annettè” una parte del Congo ma il governo inglese, ringraziando, rifiutò. Brazza nel 1880 fece altrettanto ma il governo francese rispettò la sua decisione e la fece propria. Il parlamento avrebbe anche potuto non ratificare il trattato ma lo fece. Le potenze avrebbero potuto rifiutarne il riconoscimento, come avrebbero fatto nel 1884 con il trattato anglo-portoghese, ma questa volta venne accolto. Così andavano le cose.

Altra sorpresa: la guerra più cruenta, la più terribile per i civili, fu una guerra tra bianchi, quella tra inglesi e boeri, sostanzialmente una guerra civile, perché le colonie olandesi erano in realtà popolate da moltissimi inglesi. Il lato comico della situazione, infatti, era che il governo inglese lottava per far perdere la cittadinanza ai propri sudditi (nella speranza che poi capovolgessero la politica delle repubbliche boere). Il casus belli non era solo futile, ma aberrante.

Verso gli indigeni, al contrario, si cercava di evitare le brutalità, dato che le motivazioni addotte per finanziare le missioni erano di tipo umanitario e le opinioni pubbliche non tolleravano notizie di eccidi (quando in Francia giunsero notizie sulla spietatezza della missione Voulet-Chanoin il governo fu salvato solo dal provvidenziale decesso dei due comandanti, dati per impazziti). I massacri, insomma, riguardarono più spesso gli invasori (investiti, volenti o nolenti, della “missione civilizzatrice”) che gli invasi (con l’eccezione dei metodi barbari e brutali che resero tristemente celebre l’operato tedesco in Africa Orientale). Le “conquiste” erano in prevalenza incruente e spesso fonte di ricchezza per le popolazioni locali.

Ma il capitolo più esilarante è quello dell’invenzione del Congo, ovvero del modo in cui un sovrano da operetta inventato qualche anno prima dalle potenze europee, privo di qualsiasi peso politico, finanziario, militare, riuscì a impadronirsi di un territorio grande due volte e mezzo l’Europa.

Non perdetevi per nulla al mondo l’intreccio di sospetti, gelosie, calcoli precisi e strampalati, visioni cortissime e lungimiranti che permisero non – si badi bene – l’annessione al Belgio, bensì l’acquisizione personale – tramite associazioni umanitarie che divennero poi imprese commerciali – da parte di Leopoldo II.

Il sovrano, dunque, ha voglia di un dominio, uno a caso. Solo dopo aver scartato Nuova Guinea, Formosa, Tonchino, Sumatra e persino l’America Latina si concentra sul Congo, organizzando una prestigiosa conferenza geografica a Bruxelles, per allestire basi alla foce del Congo, ovviamente allo scopo di organizzare opere filantropiche.

Ma un ufficiale francese in congedo straordinario, incaricato da un associazione privata di istituire postazioni atte “ ad approfondire le cognizioni scientifiche, diffondere il cristianesimo e combattere lo schiavismo”, pianta la bandiera francese da quelle parti e comincia a stilare trattati con i capi tribù. Ah, sì? Leopoldo fa preparare pacchi di formulari standard per i trattati e li affida al celeberrimo esploratore Stanley, che riesce a farne firmare centinaia. Sorge però l’ostacolo Portogallo, che vanta antichi diritti di scoperta. Gli inglesi aborrono il Portogallo, schiavista e monopolista, ma i diplomatici, di fronte al procedere dei trattati francesi, sono intenzionati a favorire il Portogallo (meglio un minuscolo Belzebù del diavolo potente che è la Francia). Che ti combina allora Leopoldo? Dichiara che nel SUO Stato Libero del Congo avrebbe imperato la libertà di commercio TOTALE. Per smerdarlo i portoghesi sbandierano i trattati di Stanley, grondanti clausole sui diritti esclusivi. E il sovrano, serafico: ho dovuto appunto esigere i diritti esclusivi per farne dono all’umanità intera. Ma proprio adesso la Germania comincia a metter becco nella spartizione: Bismarck ha dovuto ammettere che se nessuno può provare che le colonie siano utili all’impero, non si può nemmeno provare che siano dannose. In conclusione, però, anche ai tedeschi importa soprattutto che l’area non venga dominata da vere potenze. Perciò, anche se le pretese del belga erano fantasmagoriche (come se un’associazione con un paio di postazioni lungo il Reno tra Basilea e Rotterdam pretendesse la sovranità su tutta l’Europa Occidentale) le accettò.

Tocca convincere i francesi, che non temono certo lui (senza una marina, senza fondi, non sarebbe riuscito a mantenere il Congo) ma gli Inglesi, che avrebbero finito per impossessarsene. “ E io vi do il diritto di prelazione”! (il lato sbalorditivo: questo trattato non fu firmato con il Belgio, ma con il segretario di un’associazione che faceva capo al re. Il lato tragicomico: nel 1960, quando i belgi smobilitarono, De Gaulle fece presente la validità legale di quel diritto di prelazione). Ai francesi Leopoldo presenta una carta più grande di quella originariamente discussa a Berlino (comprendente il Katanga, che gli avrebbe regalato ricchezze minerarie enormi) ma quelli non fiatano: avendo il diritto di prelazione hanno interesse a che lo Stato sia il più grande possibile.

L’Inghilterra deve ancora approvare ma il trattato arriva al Foreign Office in agosto, con gli esperti di faccende africane in ferie (sì, sembra proprio una storia da ministeri romani). I funzionari presenti ritengono che la carta sia sempre quella del trattato di Berlino (nel frattempo di erano accumulati tanti di quei trattati, tanti di quei Congo, tanti di quei bacini del Congo e di quella associazioni del Congo che non si capiva più quale fosse la carta originaria) e ratificano.

E fu possibile aggiungere un altro evento storico nei manuali di storia”.

8 dicembre 2004

LO SPETTACOLO DEVE ANDARE AVANTI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 14:24

Intervista a Nicola Lagioia raccolta da Sergio Rotino

(Ricevo da Elio Paoloni e pubblico questa intervista a Nicola Lagioia fatta da Sergio Rotino, che tra le altre cose è stato curatore della rivista “Versodove”, definita la “corazzata delle riviste anni 90”. Questo post si aggancia al pezzo di Elio “Un capolavoro. Quasi” postato martedi 30 Novembre. Buona lettura. M.U.)

Ti abbiamo conosciuto nel 2001 col bruciante Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj, pura esplosione della forma-romanzo. Tre anni dopo ecco Occidente per principianti, che mi piacerebbe definire come “forma implosa” del romanzo, se non fosse per la sua compostezza – al di là della grande capacità lessicale e del potente dispiegamento di immagini e concetti – nella costruzione della storia. È bastato un lasso di tempo così risibile per un salto che scollega il tuo esordio narrativo dal tuo essere narratore oggi?

Ma guarda che in questi tre anni mi sono successe un mucchio di cose: ho fatto tre traslochi, letto qualche libro, scritto un romanzo che poi ho buttato, chiuso un paio di storie d’amore, ho iniziato a curare “nichel” per minimum fax e me ne sono andato (quando potevo, o quando venivo temporanemente scaraventato fuori dal grande ventre di Roma) un po’ alla deriva per le citta europee. Insomma, Occidente per principianti è venuto fuori da un’incubatrice che ha contenuto un po’ di tutto, un manicomio interessante al quale mi sono poi sforzato di dare una dignità letteraria. Per Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj volevi dire “forma esplosa”, vero?

Sì, per me è la frantumazione della forma romanzo, la sua estrema parcellizzazione.

Vedi, per come la vedo io, Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj era un romanzo imploso, quasi aforismatico, più vicino a un haiku che a un quarto di bue. Occidente per principianti è un quarto di bue a cui spero che gli strumenti dello stile non abbiano tolto un po’ di bella sanguinolenza.

Bene, a quanto vedo ho inteso in modo diametralmente opposto i tuoi due romanzi. Ma a parte questo, è possibile ascrivere un simile salto nella scrittura al tuo lavoro in casa editrice, quindi al tuo contatto con l’establishment culturale (autori, editori, critici)? Oppure è dettato da un ripensamento?

Non il contatto con l’establishment culturale (frequento di solito personaggi abbastanza scassati che solo accidentalmente, e solo in certi casi, hanno la sventura supplementare di essere uno scrittore o un critico), e nemmeno il frutto di un serio e meditato ripensamento. Piuttosto una cosa spontanea nel suo sorgere, un movimento liberatorio che nasce dall’intestino e poi, quando la frittata è fatta, viene raccolto e messo in piedi con la tecnica narrativa, il mestiere e tutto quanto il resto.

Era comunque una trasformazione annunciata. Al “Ricercare” reggiano del 2001 avevi letto l’inizio di quel romanzo poi abbandonato, e già la tua scrittura si spostava su altri fronti. La stessa cosa si percepiva dai racconti pubblicati su giornali e antologie, dal “Corriere di Puglia” a Patrie impure a La qualità dell’aria. Eppure, ancora non riesco a capire il perché questa conversione a “U” stilistica, a parte la naturale evoluzione di ogni scrittore ecc.

Nemmeno io. Ma all’epoca del mio primo romanzo non avevo probabilmente ancora gli strumenti per mettermi a scrivere una cosa come Occidente per principianti. Ed è importante che io non li abbia acquisiti del tutto neanche oggi. Il fatto è questo: ogni volta che provo a scrivere un romanzo, non devo sapere di essere in grado di portarlo a termine. Devo provare a spingermi per territori mai frequentati prima, con la possibilità del fallimento che mi alita sul collo promettendomi, a capitolo chiuso, che con il prossimo capitolo tutto crollerà, la lingua non terrà, la struttura salterà, tutto il romanzo se ne andrà a puttane. Ci deve stare questo continuo conto aperto, tra me e il Fallimento. Un’apertura di credito reciproca. Scrivere Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj parte II, insomma, mi avrebbe annoiato parecchio.

Il 2001 è stato per te, in quanto persona e in quanto autore, un anno mirabile. Da quello che posso capire, ti ha portato all’abbandono del lavoro sommerso, alla pubblicazione del primo romanzo, alla cura di “nichel”, la collana di minimum fax rivolta agli autori italiani. Sei partito da questi elementi autobiografici per organizzare il materiale che sta alla base di Opp?

Guarda che nonostante il “Supercorallo” e la cura di una collana letteraria, la mia continua a essere la vita di un precario. È solo finito (grazie a Dio) il lavoro sommerso. Ma per il resto continuo a coltivare, di tanto in tanto, la nobile arte di farmi invitare a cena a spese altrui. Comunque, sì, una parte degli elementi utilizzati per Occidente per principianti è stato preso dalla mia esperienza di precario intellettuale e dalla frequentazione di precari che stavano peggio di me: registi itineranti senza soldi per comprarsi la pellicola, reduci di Castelporziano con le transaminasi alle stelle, grafici col vizio dello spaccio, intellettuali per scelta che però erano anche truffatori per necessità. Il libro è dedicato a loro.

Quando hai iniziato a scrivere Opp e quanto ci hai messo per completare la prima stesura? La leggibilità delle pagine – logico sia un fattore personale –farebbe pensare a qualcosa di vicino a un “buona la prima”. Ma non è così, vero?

Diciamo “buona la centodiciottesima”. La cartella Occidente per principianti presente ancora sul desktop del mio pc contiene centodiciotto file, tra appunti, scritture, riscritture, capitoli tagliati, aborti di ogni genere. Tra l’altro il buon Fenoglio diceva: «la più limpida e semplice delle mie pagine è il frutto di penosi e lunghissimi tentativi di riscrittura». Ecco.

Sì, ma in quanto tempo realmente hai chiuso la stesura del romanzo? E dopo quanto l’hai consegnato a Einaudi?

Sono stati due anni di lavoro molto duro. Quattro o cinque ore al giorno, inchiodato alla sedia davanti al monitor, saltando pochissimi giorni, e rifugiandomi di tanto in tanto da amici che squattavano in posti molto strani di Siviglia e di Parigi.

Paola Gallo, l’editor di Einaudi che ha lavorato con me, aveva letto le prime cento pagine del romanzo. Sulla base di quelle di mi hanno preparato un contratto. E abbiamo trovato una bella sintonia soprattutto quando da Torino mi hanno detto: “Questo ci sembra un romanzo importante. Non fissiamo una data di consegna. Prenditi tutto il tempo che ti serve. Sarà finito quando sarà finito”.

Ma lo hai consegnato? Ti faccio questa domanda balzana, perché l’ottica dell’industria culturale non dà più la possibilità (pensa invece all’Arbasino di Fratelli d’Italia) di riscrivere un proprio testo e, quindi, di ripubblicarlo.

Non lo so. Per adesso ho solo voglia di buttarmi su storie e avventure completamente diverse. Spero che l’ideale prosecuzione o l’aggiornamento di Occidente per principianti, se mai ci sarà, vedrà la luce fra molti anni e avrà un titolo diverso. Insomma, un romanzo nuovo.

Fermandosi sulla prima soglia di Opp, al titolo, vengono in mente i manuali della Apogeo, quelli “for dummies”: manuali di consultazione per principianti che vogliono apprendere i rudimenti di una data materia. Come se l’Occidente, soprattutto il nostro Occidente italiano, andasse spiegato per step successivi, perché troppo complesso, impossibile da gestire in un blocco unico…

L’Occidente è un eye wide shut. Nel gioco di parole, “un occhio chiuso completamente spalancato”. Una dilatazione dello sguardo talmente abnorme e mostruosa da non permetterci di vedere più un bel niente. Il nostro approccio al problema, non può non essere quello di una matricola.

Nella prima parte del romanzo sembra di rileggere alcune pagine, per me attualissime, del Diario Notturno di Flaiano o della Vita agra e del Lavoro editoriale di Bianciardi. Ma come stile e come finalità mi sembra che questi due autori ti siano lontanissimi…

La vita agra l’ho amata moltissimo. Luciano Bianciardi l’ho amato moltissimo. Se qualche cosa è passata, ne sono felice. In fondo, col suo romanzo più importante, Bianciardi faceva vedere il “dark side” della Dolce Vita, il risvolto della medaglia. Io ho cercato di fare la stessa cosa in un’epoca che non è più quella della via Veneto sfavillante e delle cantine dei teatri off, ma qualche cosa – nelle apparenze – di molto più mostruoso, più grottesco, più disperato. La diversità di stile, credo, nasce anche da questo.

Proprio nella prima parte di Opp, in quella che titoli “Il contesto”, si ritrovano molte delle indicazioni politiche, e anche sociali e antropoligiche, di questi due scrittori sulla e contro la fauna “artistica” che popolava Roma ai loro tempi e che ancora la popola…

Sì, è vero. Come dicevo prima, Roma è un grande ventre pronto a inghiottire di tutto. Una città meravigliosamente appesantita dall’abbacchio, dal traffico e dal Bernini, il vero simbolo di questo luogo che nei secoli ha macinato e metabolizzato e confuso e conservato (!) di tutto: imperatori e flagellanti, sante e mignotte, miracolati e scalognati, yin e yang. È un maschile che non avrebbe scrupoli a giustiziare il proprio avversario se solo non fosse fiaccato da un femminile ninfomane.

Ma la critica alla spettacolarizzazione della Storia e dell’informazione, che è alla base di Opp, ti è venuta dalle tesi di Debord sulla società dello spettacolo, da un loro scavalcamento?

Più che le tesi (confesso di non aver mai letto neanche una pagina della Società dello spettacolo) mi ha influenzato l’inveramento delle tesi stesse: il mondo che abitiamo.

Nel libro di Alain Joxe, L’impero del caos, si citano le parole del generale Peters sulla Storia che non è più ricerca di informazioni, ma gestione dell’informazione. Il protagonista del tuo romanzo sembra ancora poggiarsi sulla ricerca, anche se involontariamente, mentre Michela Renzi della Lucilla, sua “datrice di lavoro”, è platealmente tutta spostata sulla gestione…

Al protagonista rimane ancora qualche traccia di umanità, che prova a difendere attraverso una ricerca che, purtroppo per lui, non sfocia né su epifanie né su crescite interiori à la Renzo Tramaglino e nemmeno su vere occasioni di fuga. Ma è ancora vivo, e vivo resterà fino alla fine del libro. È già qualcosa, perché Michela Renzi della Lucilla invece, “tutta spostata sulla gestione” come dici tu, non è quasi più un essere umano: è una macchina celibe.

Perciò il personaggio senza nome del giornalista ghost writer racchiude, ancora più di Zelda, l’aspetto romantico e “positivo” del romanzo, la possibilità di un riscatto e di un ravvedimento?

Sì. La mancanza del nome del protagonista testimonia la sua attuale impotenza, ma apre anche spiragli per un riscatto futuro. Riscatto che esiste a livello potenziale (è nello spirito più intimo del protagonista, secondo me) ma nel romanzo non c’è. Esiste nelle pagine non scritte. Forse esiste nelle pagine di un romanzo futuro.

Però nel “Contesto”, quando descrive la società culturale romana e quel che ne deriva, il ghost writer non sembra particolarmente arrabbiato, piuttosto ironicamente schifato. Ancora meglio: catatonicamente adagiato sull’orrore di quella società. Che poi è, compiacentemente, non solo la società della comunicazione, ma anche e soprattutto la società nel suo complesso. Non è una forte indicazione di complicità e di accettazione da parte sua? Passi l’eroe non proprio positivo, ma qui sembra una aperta dichiarazione di spalleggiamento.

Volevo un personaggio quasi completamente schiacciato dal mondo in cui aveva avuto la ventura di nascere e crescere: il mondo in cui esistiamo ci schiaccia e ci comprime con guanti di velluto che però sempre appartengono alle mani dei carcerieri. L’eroe del romanzo non è il protagonista, ma quella piccola sacca di umanità che nel protagonista riesce a salvarsi. Il mio giudizio su di lui è più che altro, come dicevo, un giudizio sospeso perché è la nostra generazione – a cui il ghost writer appartiene – a non essersi ancora riscattata. Voglio verificare, su di me e su chi mi circonda, se abbiamo veramente i numeri (e le occasioni) per farlo.

Curioso il passaggio in cui descrivi la riunione di responsabili ufficio stampa, capaci di farsi venire degli scrupoli sulla veridicità di alcuni documenti. Curioso perché l’ufficio stampa di solito non ha queste remore. In Opp, invece, è la macchina informativa a non farsi scrupoli, a pompare con tutti i mezzi, a montare l’albume dello scoop. Hai scelto un ribaltamento come questo per spingere sul grottesco la critica all’informazione?

Sì, credo ci sia molto di grottesco: una versione allucinata del futuro prossimo, forse. Gli uffici stampa di Opp sono l’ upgrading dell’ufficio stampa come lo conosciamo noi. Hanno capito, definitivamente, che si può veicolare qualunque cazzata, la verità, il suo contrario, quello che si vuole. L’importante è come lo si fa. L’importante è veicolare una notizia (qualunque essa sia), vederla gonfiarsi e poi esplodere nel firmamento mediatico. È un amore (perverso) che investe la dinamica più che la notizia in sé. Insomma, è un po’ la degenerazione estrema della vecchia faccenda del mezzo che è il messaggio.

All’interno di Opp, la Storia riprende a correre, e a ritorcere la spettacolarizzazione dell’informazione contro chi l’ha assunta come valore assoluto. Ecco allora scorrere i fatti dell’estate 2001 (che sembrano descrivere anche la parte per te patita come orribile di quell’anno): da Genova G8 all’11/09 di NY DC. Però sembrano accadimenti marginali per i protagonisti, come se le loro percezioni del reale fossero oramai talmente distorte, con pochissime possibilità di recupero…

Questa cosa degli eventi storici importanti (il G8, le Torri Gemelle) sepolti in un mare di frivolezza nasce però anche da un’esigenza poetica. La frivolezza sull’orlo del collasso, insomma, mi ha sempre affascinato (le serate danzanti sul Titanic; i pigionanti della Montagna incantata che continuano a mangiare torte Sacher a quattromila metri di altitudine mentre ai loro piedi si sta per scatenare la Prima Guerra Mondiale; Liza Minelli che balla nei locali di Cabaret mentre il nazismo si sta per impadronire di mezza Europa).

Vanno letti in questa direzione i riferimenti diretti e indiretti (comprese le citazioni da Noi non ci saremo e da Cronache marziane), ma sempre pessimistici, alla bomba sganciata su Hiroshima?

Hiroshima è la maledizione che il mondo libero si è portato dietro per cinquant’anni di relativa pace e resta il mito fondante della nostra epoca. I miti fondanti sono quasi sempre eventi traumatici, cataclismi che arrivano a stabilire un ordine o a creare una civiltà. Spesso sono anche azioni infami, vergognose (come nel caso di Hiroshima) che però proprio per questo vengono a dirci che il nuovo ordine non sarà retto da creature angeliche ma da uomini, esseri fallaci, armati contemporaneamente di infamia e di begli ideali. I paesi anglosassoni hanno come mito fondante l’assassinio/tradimento del re, l’uccisione del Padre (pensa a Shakespeare). Il nostro mito fondante (e questo viene a dirci molto sul carattere degli italiani) è imperniato invece sulla lotta fratricida tra Romolo e Remo.

L’Occidente novecentesco si fonda sul cataclisma atomico, una situazione in cui i “buoni” sono costretti a macchiarsi di un crimine orrendo. Questo perché, evidentemente, anche i “buoni” covano in sé un qualche tipo di male, di malattia. Pensa alle ultime, splendide pagine della Coscienza di Zeno.

Questa risorgenza della Storia non più come branca dello showbiz, ma come vero collante di quanto avviene nelle nostre vite, è la tua controtesi in Opp? È questo identificarla come possibile àncora di salvezza la chiave di volta di tutto il romanzo?

Sì, credo di sì. La Storia, per quanto traumatica, ci rimette di fronte a noi stessi, alle nostre debolezze, alle nostre responsabilità.

I personaggi che hai tratteggiato in Opp sembrano le versioni inconcludenti (viste oggi) di quelle già proposte da Bianciardi, e scusa se ricito questo autore. Lo spaccato che dai della precariarizzazione a vita di una fascia di popolazione “intellettuale” (ma è giusta questa definizione? non ti sembra troppo restrittiva?) che si posiziona anagraficamente fra i trenta e i quarant’anni è più o meno la stessa. Quindi i personaggi, se trasportati nella realtà, sono anche figure sclerotizzate all’interno di una macchina perfettamente collaudata, e che gattopardescamente cambia per non cambiare mai? Voglio dire, di questo stato nessuno ha colpe: i figli ripercorrono le orme dei padri, e così i figli dei figli… Una cancrena inarrestabile…

Purtroppo c’è una differenza, e non va a lustro dei miei personaggi. Il protagonista della Vitta agra va a Milano perlomeno con l’idea di fare la rivoluzione anche se poi rimane invischiato – e poi sconfitto – dalla macchina del “lavoro culturale” e del conformismo, dai rigurgiti del boom economico insomma. I protagonisti di Opp nascono già in un mondo apparentemente immodificabile. Ma, dal punto di vista squisitamente letterario, la catena inarrestabile di cui tu parli scorre in parallelo con l’esigenza dei romanzi scritti negli ultimi due secoli che più ho amato. Questi romanzi si domandano: come reagisce l’uomo calato in un determinato contesto storico e sociale? Come difende la propria umanità e la propria dignità? Che chances ha un curato dal cuore pavido nella Milano del XVII secolo? E la moglie velleitaria di un medico nella provincia francese dell’Ottocento? Abbiamo la rara capacità, decennio dopo decennio, di costruirci intorno un modo che di per sé è repressivo e castrante. Questa cosa (questa catena inarrestabile) deve essere indagata dalla letteratura. Il vero epicentro di una simile situazione, a mio parere resta però il dottor Bardamu. Il protagonista del Viaggio al termine della notte, sballottato da una parte all’altra del mondo senza capire perché, da una guerra a una catena di montaggio ai sobborghi di Parigi, preso in qualche cosa di mostruoso molto più grande di lui.

Passando alla struttura, Opp sembra ripercorrere la Leggenda del Graal: una preparazione al mistero e poi una cerca “epica” del sangue di Cristo, rivisitate in chiave moderna. Ovvero mettendo una delle icone moderne per eccellenza, Rodolfo Valentino, al posto dell’icona religiosa, e la sua presunta prima amante al posto della coppa contenente il sangue di Cristo…

Sì, una versione un po’ eretica della Leggenda del Graal, se si vuole, ma probabilmente adatta ai nostri tempi. Siamo passati negli ultimi secoli attraverso varie forme di trascendenza: l’ ordo ad unum medioevale, la gnosi, lo spirito mercantile settecentesco, le ideologie del XX secolo. Adesso sembra arrivato il turno della “Teocrazia audiovisiva”.

La seconda parte del romanzo, “Il viaggio”, più che ai vari “viaggi in Italia”, sembra il necessario sviluppo della tesi proposta nel “Contesto”: non è più solo Roma a essere allo sfascio morale e culturale, ma tutto il Paese. E chi vi abita non se ne accorge, oppure ne va fiero…

Torniamo alla faccenda dell’ eye wide shut. Se sei al centro del ciclone è difficile riuscire a capire anche di che sostanza sei fatto.

Andiamo marzullescamente sul personale. Perché da Bari, dopo vari giri per il Nord dell’Italia, decidere di stabilirsi a Roma? Cosa ti ha fatto propendere per la capitale (immorale) d’Italia e cosa ti ha portato a lavorare come ghost writer, a parte il semplice guadagnarsi la quotidiana sussistenza? In altre parole, scrivevi prima di laurearti in giurisprudenza, quindi hai soltanto scelto di appendere la laurea al chiodo e una città valeva un’altra?

Boh, questioni di semplice sussistenza per quanto riguarda il ghost writing. E sempre questioni di lavoro per ciò che riguarda Roma: a una fiera del libro di Torino di otto anni fa, incontrai l’editore Castelvecchi che mi disse: “abbiamo bisogno di un redattore. Perché non ti trasferisci a Roma?” Fatto. Entrato nel gran bordello. Ma un bordello offre parecchi spunti e suggestioni, no? Ho iniziato a scrivere mentre facevo l’università, e non ho mai pensato di intraprendere la carriera forense. Anche se studiare le materie giuridiche mi piaceva molto. Tutte quelle ore passate sui manuali. Un po’ mi mancano. Era quasi una condizione monastica.

Marzullo bis. Vedendo la linea editoriale di minimum fax e della collana che dirigi, non riesco a capire perché Opp sia stato pubblicato altrove. È un fatto di correttezza morale? Di “non si può fare, perché scorretto”?

No, no, nessuna correttezza morale. In queste cose la concepisco poco, la correttezza morale. Tanto è vero che il prossimo romanzo uscirà per minimum fax, e il prossimo ancora magari per Einaudi, chi lo sa? All’Einaudi ho trovato una editor meravigliosa (Paola Gallo, appunto) che credeva moltissimo in questo progetto, e con minimum fax la storia d’amore continua. Il fatto è che, da scrittore, mi sento libero di fare un po’ come mi pare, tenendo conto delle proposte che volta per volta mi vengono fatte. Sono tutti fidanzamenti, però. Sono tresche. Amour fou. Nessun matrimonio. In un matrimonio di questo tipo, l’editore dovrebbe fare la parte del maschio (offrirti una vera sistemazione) e lo scrittore portare in dote le sue opere d’ingegno. Vedi, quello tra D’Arrigo e la Mondadori fu un matrimonio serio (ti passiamo un mensile finché morte non ci separi, e tu nel frattempo scrivi quello che ti pare). A me, una proposta del genere non me l’ha fatta mai nessuno né probabilmente accadrà mai. Quindi, da questo punto di vista resto una simpatica cocotte perennemente sulla piazza, molto tollerante nei confronti di chi saltuariamente mi mantiere a patto però che la tolleranza sia reciproca. Speriamo solo di non trasformarci in vecchie zitelle acide.

( Sergio Rotino)

30 novembre 2004

UN CAPOLAVORO. QUASI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 15:42

di Elio Paoloni

 

(Se avessi fatto in tempo, questo sarebbe stato tra i commenti all’intervista di Tiziano Scarpa a Nicola Lagioia qualche tempo fa su Nazione Indiana).

Il primo libro, Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj, non mi sembrava granché. Non dovrei parlarne perché non l’ho letto ma non l’ho letto perché quando l’ho avuto per le mani ho deciso che non valeva la pena di comprarlo, il che, pur non costituendo prova, è un indizio. Pesante perché raccolto da un segugio di libreria. Perciò quando Tiziano Scarpa su Nazione Indiana se n’è uscito, come niente fosse, a dire che Occidente per principianti è un Capolavoro, la mia risposta è stata: bum. Mentre sbuffavo ho anche ruotato la testa e sollevato le sopracciglia fino al soffitto. Ma Scarpa non è D’Orrico, così quando anche un altro critico mi ha detto che l’aveva trovato ottimo, ho capito che non potevo ignorarlo. Anche perché Nicola è nu paesano.

E appena ho cominciato a leggere ho capito che Tiziano non scherzava: stavo sbattendo contro una cosa che non ti si para davanti tutti i giorni, compatta come un container ma con strati a vista come una torta millefoglie. Pagine ferme, sapienti, una locomotiva che non può deragliare, un’ironia leggera che ondula all’occorrenza la superficie satinata. La certezza che questo qui sa esattamente dove vuole andare a parare, che ha già tutta la visione ben chiara in mente e che questa visione è chiara proprio perché è sfumata. Che faccio, gioco agli ossimori, come un critico ben temperato? Beh, è così. Guai se una visione del mondo non è ambigua. Ambiguità non è l’incertezza dell’autore, è la sostanza del reale che si dispiega prepotentemente.

Che fa, in questi casi, un grande amatore come me? Esclama cazzocazzocazzo, come nei film americani, e si lecca i baffi scavandosi più profondamente la cuccia nella poltroncina, sforzandosi di ottemperare alle condizioni richieste da Calvino per la lettura di Se una notte d’inverno un viaggiatore.

Tutto si tiene, come in ogni romanzo che si rispetti, come in quelli, sempre additati, d’oltreoceano. Nelle prime venti pagine profondità e leggerezza, recitazione e torture, eroi e sanguisughe, si incastrano e si potenziano. C’è la visione. E’ nata una stella (che restiamo anche in tema).

Dopo, però, pian piano, le cose smettono di tenersi. Il Tema che mi appassionava viene buttato via, le ruote perdono denti, le stelle si allontanano, poi scompaiono e vengono sostituite da altre, sempre magnificamente fotografate e sempre meno necessarie. Quando finisco il libro non avverto la sensazione di dispiacere che l’abbandono di un capolavoro comporta.

Mentre cerco di raccogliere le idee mi imbatto nella recensione di Alfonso Berardinelli. Godo, mi inchino e decido che non c’è nessun bisogno di parafrasare male quello che lui ha colto ed espresso in modo eccellente: "Lagioia è uno dei talenti letterari più brillanti oggi in attività… possiede in alto grado la DENSITA’ PERCETTIVA, l’originalità ritmica, la tecnica straniante che fa vedere tutto come per la prima (o l’ultima) volta. Interi micro e macrocosmi vengono stipati dentro un breve capitolo o in mezza pagina". Berardinelli cita il passo sulla prospettiva, uno di quelli che mi hanno lasciato a bocca aperta, soffermandosi sul “passaggio dal rallentamento mentale all’accelerazione cinetica: la sintassi ora si dilata e ora si spezza. I piani temporali scivolano l’uno sull’altro, dall’avvicendarsi delle epoche storiche alla fretta di uscire".

Però Nicola Lagioia "non ha la pazienza del narratore. Il suo sistema nervoso è quello di un poeta. A forza di scariche elettriche e di accelerazioni ritmiche… crea un’eccitazione e un’attesa che poi non riesce a governare e non sa come soddisfare". Appunto.

Nel saggio di Berardinelli c’è poi un passo che mi fa comprendere meglio l’immediata sintonia di Tiziano Scarpa (che nell’intervista su NI utilizzava per lo stile di Lagioia, oltre al bellissimo "mondovoro", un aggettivo usato anche da Berardinelli: prensile): "Lagioia è troppo bravo, troppo informato, troppo intelligente e travolto dal piacere di scrivere e di sorprendere per riuscire a raccontare davvero con convinzione qualcosa". Questa è esattamente la considerazione che mi viene di fare quando leggo i libri di Tiziano. Come nel campo delle arti figurative, gli scrittori non creano più gruppi scultorei ma Installazioni, lucenti vuoti a perdere dentro il quale il fruitore è invitato ad aggirarsi meravigliato per un po’. Padiglioni da smantellare. Suggestioni che non puoi incartare e portare a casa.

18 novembre 2004

CRONACA DI UN LICENZIAMENTO ANNUNCIATO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 12:56

di Elio Paoloni

 

(Ricevo e pubblico questo pezzo, già uscito il 9 Novembre su "Stilos". Una recensione che a mio avviso puo’ essere un ottimo spunto di riflessione su di un mondo che -bene o male- ci riguarda tutti: quello che lavoro. M.U.)

 

O, più propriamente, di una mancata riconferma. Ma niente ha più lo stesso nome, in fabbrica, e più schifoso è un compito, più alte sono le probabilità che sia descritto in inglese, o in aziendese. Questo libro Feltrinelli di Francesco Dezio, "Nicola Rubino è entrato in fabbrica", si inserisce in un genere nuovamente frequentato: il romanzo sul mondo del lavoro, una boccata d’aria fresca in un panorama di educazioni sentimentali sempre più giovanili e memorialistica di letterati sempre più anziani. Chi voleva più realtà, più presente e, soprattutto, meno librume, è servito. Questi scrittori non danno l’impressione di aver letto tutti i libri, non sono interessati a problematiche letterarie e se pure il linguaggio riesce sperimentale, non puzza di tavolino, di trasgressione estetizzante, di riflessione sulle possibilità della lingua: l’espressionismo nasce da un groppo esistenziale, da un confronto con le materie prime, dalle pause – temporalmente brevi, neuronalmente eterne – tra una torsione del metacarpo e un’altra. Spiazzante ed efficace, ad esempio, il finale di questo libro.

Naturale che, insieme agli ipereufemistici anglismi delle flautate esortazioni manageriali, Dezio adotti deformazioni dialettali (se non ve ne fossero il racconto perderebbe credibilità). Ma, come in troppi romanzi meridionali, si eccede nel disseminare termini incomprensibili marchiati dall’abominevole asterisco di rimando a piè pagina.

Sono fioccati i riferimenti ai – non molti – romanzi di fabbrica del passato, oltre che a quelli recenti ( La dismissione, Pausa Caffè). Per l’altamurano Dezio il confronto obbligato è con Tommaso Di Ciaula, anche lui del barese: negli anni ’70 Tuta blu, altro percorso infernale in una fabbrica pugliese, fu una meteora, nel mondo letterario e anche nella bibliografia dell’autore, assai scarna. Si fanno confronti tra i due mondi, ancor più obbligati per la circostanza che il pluritradotto Tuta Blu, ristampato recentemente da Zambon, era stato edito proprio da Feltrinelli. Lì si descriveva la frattura tra il mondo contadino e quello industriale, affioravano momenti bucolici che Dezio non condividerebbe (lui nel tempo libero si spara gli Einstuzende Neubauten).Ma gli accostamenti li fanno i critici,  che Dezio non ha tempo per questi giochetti. Di Ciaula, Volponi, Balestrini (ai quali comunque preferisce Easton Ellis) li ha letti dopo. Prima è stato occupato con la puzza, il rumore, il caldo e la fatica, che pare siano sempre gli stessi, come i veleni che ti squagliano la pelle (tanto per cominciare) senza che il medico di fabbrica (distratto come quello del Memoriale di Volponi) riesca ad accorgersene. La cosa più sorprendente, nel mondo postfordista della smaterializzazione del lavoro, è che le funzioni manuali ripetitive, ossessive, sono sempre lì, ineliminabili, almeno non del tutto eliminabili. Alla faccia del “nuovo” lavoro, soft, creativo e ipertecnologico.

Dezio monta uno spaccato di quest’inferno. I gironi attraversati dal mobbizzato sono vividi (la vividezza del visionario – dell’artista visuale che Dezio vorrebbe tornare a essere – non del realista) le sequenze gestuali sembra di compierle, avvertiamo lo spasimo dei tendini. C’è pure una variante internettica e pedante, inutilmente esaustiva, dell’ unpezzounculo, work-song dell’indimenticabile Lulù de La classe operaia va in paradiso. E ci sono accostamenti risaputi, anche se attualizzati: vedi gli operai senza nome identificati dal numero di matricola e parificati a macchine. A cambiare è la colonna sonora, quindi la lingua.

Dezio è incazzato, lo dichiara anche in postfazione: non solo gli operai continuano a venir massacrati, ma si sono incanagliti e il sindacato ha meno spazio (la classe operaia è andata in pensione). Questo atteggiamento, che Andrea Di Consoli, apprezzando, definisce la "maleducazione collerica della classe operaia di ieri e di oggi" è funzionale al pamphlet, al grottesco che inevitabilmente ammanta capi e capetti. Ma rende anche impraticabile la strada del romanzo di spessore. Non ci sono mezzi toni, non c’è l’ambiguità del reale, non c’è uno sguardo dall’alto, da fuori. Non c’è spazio per un’idea del mondo del lavoro (del mondo, semplicemente) più somigliante a quello che quasi sempre si rivela: un limbo, a volte un purgatorio.

Divorzio annunziato, si diceva. "Non sono un operaio che scrive- dice  Dezio sulle differenze col conterraneo Di Ciaula -sono un narratore che è capitato in fabbrica."  E il protagonista, appunto, odia la fabbrica "a prescindere": la fissa “ muto, distante, inerte” prima ancora dell’assunzione. Nella " cascata delle coordinate, nelle oscillazioni elettroscopiche" del pannello dei comandi, nel " tornado acido di intrugli chimici sbatacchiati, nel furibondo vortice di liquame biancogiallastro che travolge la zozzosa ferraglia impestata”, Dezio-Rubino vede solo “il caos”. Nella vita dell’operaio “normale” Gesualdo, uno a tempo indeterminato, cioè approdato a quella tranquillità cui il protagonista e i suoi compagni del corso dovrebbero aspirare, vede un inferno ancora peggiore. In un solo brano un operatore viene descritto in maniera neutra se non positiva: " tutto preso dalla sequenza, in pilota automatico ed estasi ginnica sublimata, mano però gentile, volenterosa, ferma quando c’è da esser fermi, possente quando c’è da assestare la stoccata, il colpo preciso, diretto, infallibile”. Ma immediatamente, quasi pentito, Dezio lo paragona a un manichino da crash-test, lo chiama Robocop. E una sola volta Rubino ha un soprassalto d’orgoglio: “ innesta la quinta e si mangia in blocco il carico dei pezzi" unicamente per umiliare un compagno che voleva fare il furbo.

A fare gli psicologi, insomma, siamo di fronte a un ribelle di professione che nell’esclusione finale cerca la riconferma della stronzaggine del mondo.

Sarebbe insultante chiedere ai mille Rubino di aver fede nelle magnifiche mission e progressive della classe manageriale. Niente è accettabile quando proviene da chi continua a maramaldeggiare sulla più ricattabile delle forze lavoro occidentali, quella del nostro meridione. Eppure il Lorenzo che salvò Primo Levi, faceva il suo lavoro con precisione, con puntiglio, persino sotto i nazisti. " Amare il proprio lavoro costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra".

Quando l’Italia si meriterà un libro sul lavoro che prenda le mosse da La chiave a stella, invece che da Memoriale?

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