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10 maggio 2013

Il lavoro minuto del fiammingo /in lavorazione.

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 10:45

Robert_Campin_013

Come fosse il veleno dell’America, il sorso ben dato
dall’America online, il deflettore e la camicia sporca
sull’autostrada, come fosse questo veleno di balle
da grattacielo, io mi figuro addirittura un futuro
a New York, o lontano da lì, a San Francisco, nel clima
nebbioso d’ogni estate, dove l’aria fa affreschi per i muri
d’ogni orrore, e riposi. Ma son scherzi della primavera, mutanti
nella notte, un’ halloween dilungata fino ai morti, se primavera
permette. Nel giallo dell’uovo strapazzato c’è un vaccino
contro cents biliari, che tintinnano a ogni scoppio, nel whisky
e nel gin di gran marca. L’America è stata il rinascimento d’ogni arte
e cultura, dalle capanne del fast food di plastica alle vedute certe
di Hopper, passando per Howard Hawks e chissà quanti. Le moltitudini
volanti di Dos Passos sono come i cristiani che si tuffarono dalle Torri Gemelle
per fuggire a un inferno ingorgato. Nel puro sentimento suicidiario,
gli eroi si lanciarono nell’ultimo vuoto, quello apprezzabile, straziante,
ma anche cosmico. E’ fatto degli ultimi 60 anni, che l’America ci ha gettato
sigarette e pezzi di cacao e respiri e film e on the road e quel sogno
che ancora oggi qualcuno cova, ritiene, sempre anni dopo depiscia nelle braghe.
Ma è così, il potere va solo alla gloria, agli umani va un cracker
lasciato da un ufo nel languore della prima mattina, quando
è presto, per uscire dal disco volante, per disturbare Rod Serling
ai confini della realtà. L’America è il mondo sconosciuto,
è ancora il pianeta proibito. Abbiamo fatto dell’America un film,
l’abbiamo distribuito per le nostre coscienze drogate, frutti
di crepitanti melograni sputati da scimmie con la figa rasata,
le pioniere che andarono stabilmente da un’estetista.
La sedia elettrica, la camera a gas, Guantanamo, l’iniezione
letale. Mentre i nostri amici di qualche tempo fa, i nostri
vecchi in Europa, preparavano gingilli, come la gabbia,
sublime pretesto per far morire col lento rilascio della vita
nel pugno di noce della cattiveria. Si postavano nella gabbia,
in metallo, i condannati, fatta a forma del corpo. I grassi fanno
ancor meglio, se messi nella gabbia più piccola, o fare la “bara”,
invece, più grande del corpo. E’ piccina lo stesso, o insomma
d’un disagio insostenibile, perché la gabbia la si appende
a un bell’albero, o a una forca. Per cose terribili al palato
dell’amore di quel Dio d’ogni alibi, come blasfemia ed eresia,
si sta nella bara, e poi nella gabbia esposta al sole; e sì,
lo so, l’ho visto in Vietnam, a Dachau, in Cile, son cose
che si sanno. Al sole del medioevale, piatto, un disco
d’oro beffardo, la gabbia prendeva dentro uccelli, e animali
di vari semi, che mangiavano la carne viva degli imprigionati.
Era sublime, dal pubblico, il lancio ben rotondo di pietrame,
e altre cose da male, dure, spesse, da fiera, per aumentare
l’impacco dello strazio, per rendere animali e uomini uniti,
nella caccia a una preda cacciata, come fosse un bersaglio, e il tiro
fosse d’un tre palle il soldo, nel luna park dei tempi bui, uguali
all’ adesso; che con macchine del tempo swatch giriamo per le scuse
d’una difesa, e bombardiamo nella tenera carne della gente già preda,
già imprigionata. Nella sera di maggio ruggisco l’ultima birra sperando
che si spranghi la prigione del vivere. Sono stanco come un muro
attaccato da un carro armato. Intere bottiglie esplodono nel vuoto,
con dentro le anime dei recenti defunti. Forse lo stesso, loro,
i prigionieri torturati nei secula, nel quattrocento di sublimi
invenzioni e guerre centenarie. Reincarnazione sicura, senza forse,
io mi guardo in un ritratto nordico del 1450, non attribuito; forse
di un allievo di Van Der Weyden. E vedo me, uomo di strada,
forse artigiano, gli occhi, il naso, i capelli, tra occhi malinconici,
i miei. Reincarno in un corpo nuovo dopo seicento anni,
guardandomi defunto. Così, da tanto tempo, un cristallo-crisalide,
io prendo il volo, per il mio destino. Dipingo la mia vita a ogni alba,
proseguendo il lavoro minuto del maestro fiammingo.

[Foto: Robert Campin – Ritratto d’uomo.]

1 commento

  1. Bellissimo.

    Commento by Sabrina Greco — 13 maggio 2013 @ 23:43

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