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25 luglio 2009

Autobiografi con nome e cognome

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 10:06

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Se è vero che l’autobiografismo, in letteratura, è croce molto più che delizia di ogni scrittore che voglia trascendere il puro gusto di narrare storie un tanto al chilo con poca o nulla messa in gioco di se stessi, nel secolo da poco passato a miglior vita – quella delle antologie, della storia- si sono riscontrati significativi esempi di scrittori che dell’autobiografismo hanno fatto una bandiera, perlopiù sbrindellata e senz’altro scomoda; e tre dei maggiori del secolo sono stati nei loro libri “io narranti” che si presentavano al lettore anche nelle loro narrazioni con quel tanto di nome e cognome già presente in copertina.

Curzio Malaparte, per dirne uno decisivo, puntò la sua spietatezza di sguardo col disincanto e il reattivo cinismo di chi deve sopravvivere col riso sarcastico all’orrore che lo circonda, l’orrore della guerra. Una guerra che in Kaputt egli volle però vedere addirittura come condizione migliore dell’antecedente pace proprio perché essa aveva fatto in certo senso pulizia nella disfatta: “E sia ben chiaro che io preferisco quest’Europa kaputt all’Europa di ieri, a quella di venti, di trent’anni or sono. Preferisco che tutto sia da rifare, al dover tutto accettare come un’eredità inevitabile”. La disfatta della guerra, quindi, come paradossale consolazione per un’Europa da sempre decaduta, una consolazione, la sua, da “tabula rasa”. Malaparte si presenta con nome e cognome anche nel suo altro grande romanzo di disfatta, La pelle, pervaso da una stanchezza da incubo; e come in Kaputt lo scrittore vede al di là, inventando tra le altre cose una morte ancor più morente di quella originale. Fa del surrealismo – si potrebbe dire- sulla sua stessa pelle, mettendoci, oltre alla faccia, anche il nome, che in letteratura sono la stessa, identica cosa.

Una decina d’anni prima un altro scrittore, più intimamente surrealista di Malaparte, si presenta con il proprio nome e cognome in un romanzo che descrive in maniera folgorante la propria personalissima, vitalissima alienazione. Henry Miller, in Tropico del Cancro, mette in scena una vecchia Europa sul palcoscenico di Parigi dal punto di vista di un americano che a quarant’anni ha deciso di non lavorare più, ma di vivere al contrario ben al di fuori di quell’ “incubo ad aria condizionata” che è diventata la sua subcontinentale terra d’origine. La scrittura di Miller è straordinariamente vivente nonostante l’incubo di morte non lo molli mai, nemmeno nella capitale francese della sua fuga in cerca di fortuna; le sue storie si svolgono a propulsione, come fossero fabbricate da una macchina pneumatica dalla quale viene espulso di tutto: sesso esplicito, cibo ingozzato, vino rubato, vie, slarghi, monumenti di Parigi, sguardi d’incanto spettrale. Non c’è salvezza, anche l’Europa d’anteguerra è un mucchio di macerie, solo che esse sono invisibili; soltanto l’ ipersensibilità dell’artista vero le vede, le trasfigura, le sente, le vive, infine le prefigura graffiandosi dentro di esse fino al culmine del suo cuore iperteso.

Ne La pelle di Malaparte, invece, l’americano in Europa (impersonato dal Colonnello Hamilton, grande amico dello scrittore) è si “uno spirito colto, raffinato” ma “al tempo stesso di una semplicità e di una innocenza quasi puerili. Era, voglio dire, un americano nel senso più nobile della parola: uno tra gli uomini più degni di rispetto che io abbia mai incontrato nella vita”.
I francesi di Miller, che è un americano anch’egli semplice e al contempo colto come Hamilton ma per nulla invece innocente, nel cancerogeno tropico narrato sono persone tutt’altro che spiritualmente libere, tutt’altro che animate da sentimenti nobili; si tratta viceversa di gente greve e meschina, tutto sommato dei piccoli borghesi bottegai della puttanaggine morale. Dunque assistiamo a questo strano fenomeno dato dai parallelismi: nei combattimenti di Kaputt e nella liberazione de La pelle gli americani sono bestie feroci come tutti, à la guerre comme à la guerre; ma esiste l’eccezione dell’americano colto, e quindi è la cultura che può innalzare l’uomo, che forse lo salva; invece nel Tropico Henry Miller, americano generoso e libertario, (tutto meno che un militare, dunque) viene a trovarsi in un’Europa che, nonostante la ovvia mancanza di macerie e di disfatte provocate perché regna la pace, egli vede ancor più che coperta da macerie vere perché addirittura avvoltolata in un’ autentica, “civile” corruzione quantunque una cultura millenaria spunti continuamente da ogni anfratto. Fuggito da un’America che lo soffocava, in Europa lo scrittore americano trova semplicemente un modo meno netto – ma anche più ambiguo, più subdolo- per continuare a soffocare. E’ solo la sua vitalità e generosità quasi commoventi che lo salvano dalla morte dell’anima; la sua generosità, la sua ansia di vita, sono più potenti del disfacimento che lo circonda, mentre Malaparte dal disfacimento si lascia trasportare quasi passivamente, con un disincanto e un’amarezza tutte europee. In ambedue questi scrittori che si presentano sulla pagina col loro nome e cognome c’è sostanzialmente il tentativo, riuscito in entrambi i casi, di sopravvivere, ciascuno a suo modo, all’incubo del mondo, all’inferno degli altri.

Il terzo caso di grande scrittore del Novecento che sulle proprie pagine ci mise la faccia ovvero il nome è quello di Céline: quando pressappoco Miller scriveva il suo primo Tropico, l’impietoso francese viaggiava fino al termine della sua lunga notte senza speranza d’albe. Egli si rende antipatico fin dall’inizio e coerentemente così proseguirà nel suo viaggio arrivando ben oltre la notte, di libro in libro, costantemente discendendo. Il suo Ferdinand, il suo io narrante tra bestemmie e imprecazioni barcamenanti tra puntini di sospensione tesi sopra baratri di parlato stretto d’argot, ci racconta di una visione deturpata del mondo, sì, ma soprattutto del deturpato se stesso. Céline finisce in senso negativo il lavoro di Miller e di Malaparte, che ambedue, il primo nella sostanza, il secondo soltanto fino ad un certo punto, si autoassolvono. Céline, nel guazzabuglio infernale del suo mondo allucinato, ci si vuol mettere in primissima persona affondandoci ben più degli altri due: è lui il protagonista della rappresentazione di un mondo scellerato, gli altri esseri umani sono magari anche peggiori di lui – benché questo sia tutto da dimostrare – ma sempre comprimari delle nefandezze del mondo rimangono, stagliandosi nel fondale come dei grotteschi figuranti felliniani. L’Europa e poi brevemente l’America del medico-scrittore sono le due facce della stessa medaglia di falso conio: quello che muove sulla pagina il Céline dei due romanzi più celebri e riusciti (Il Voyage e Morte a credito) è, io credo, la paura. Come è la paura – e qui torniamo con una necessaria torsione a Malaparte- che muove secondo lo scrittore pratese i tedeschi nella loro opera di devastazione, perché il tedesco a suo modo di vedere ha paura dell’inerme molto più che dell’uomo forte.
Céline, di più, ha paura quasi di tutto, perché ha la coscienza per nulla asettica del medico che fin dall’inizio ha tentato di curare la morte; accortosi dell’impossibilità di quest’operazione che egli ha compreso infatti come assolutamente disperata, si è sfogato nella scrittura narrando in maggior parte della sua paura non tanto, appunto, della morte, quanto dell’inermità che ci coglie tutti di fronte alla sua comparsa. Come i tedeschi nazisti di Malaparte, anche Céline ha paura, una paura direi incontrollabile, della debolezza.

I tre autobiografici scrittori di cui ho parlato in queste righe non si accomunano tra loro soltanto perché si misero in gioco col proprio nome e cognome, non si accomunano soltanto perché facenti parte dello stesso periodo storico-letterario: tutti e tre tentarono, a mio avviso, di sconfiggere la paura scrivendo di loro stessi spesso mistificandosi. Indossarono una maschera che ne sfigurava i lineamenti e se la portarono addosso proprio perché scelsero di essere – coi loro nomi e cognomi ripetutamente stampati sulle loro magnifiche pagine- i protagonisti testimoni delle loro narrazioni; ma con quella maschera addosso dovettero inventare, esagerare, mistificare, chi in parte migliorando la propria immagine come Miller, chi forse peggiorandola, proprio perché portare il proprio nome e cognome attraverso opere letterarie così drammatiche e finanche tragiche può diventare un’impresa quasi insostenibile. Inventare sulla tragedia della realtà equivale in certo senso a salvare il salvabile soprattutto di fronte a se stessi.

[Pubblicato su Stilos – 22.11.05 e successivamente su Nazione Indiana il 9.12.2005.]

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