The FK experience il sito di Franz Krauspenhaar

17 luglio 2009

Accattone, quasi un autoritratto

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 10:07

 accattone_prov-2.jpg

Accattone fu girato da un dilettante. Pasolini nel 1961 aveva già scritto delle sceneggiature (come quella de La notte brava, il miglior film di Bolognini) ma, per la prima volta davanti alla macchina da presa, non sapeva esattamente che pesci prendere, o meglio: sapeva bene quello che voleva ma non sapeva bene come usare i pennelli per il suo quadro. Girò alcune scene ritenute insensate, la produzione non ne volle sapere, il film non si sarebbe fatto più: la sua carriera cinematografica finiva ancor prima di iniziare. Il poeta voleva farla finita, sul cinema aveva puntato tutto. Il cinema è alimentare ma non è elementare. Il cinema bisognerebbe saperlo fare, prima di farlo. Con le dovute eccezioni…

Fu il produttore Alfredo Bini che rintracciò Pasolini, disperato: voleva gettarsi nel Tevere. Bini gli chiese soltanto se aveva mangiato, l’altro gli rispose di no. Il produttore portò l’amico in una trattoria e gli promise di produrre lui stesso il film. Gli mise a disposizione una troupe di grandi professionisti, alcuni tra i migliori di quel periodo, ma con poca spesa.

Quel film d’esordio è la prosecuzione per immagini dei due romanzi sui ragazzi di vita. Il sottoproletariato delle borgate raccontato col sottofondo musicale di Bach, il compositore preferito. E’ il terzo “volume” della trilogia, e ne è l’ unica tragedia.

In quell’esordio Pasolini dimostra quanto il cinema d’autore (il “cinema di poesia”, per lui) possa anche essere – seppure con la rarità dei pezzi unici- una prosecuzione della letteratura, e un modo di scrivere e di leggere diversi. All’immaginazione del lettore egli sostituisce brutalmente e totalmente in questo suo terzo “volume” (tra poesia e prosa) l’immaginazione sua personale, o meglio il suo sguardo poetico. Nei romanzi è il lettore che ricrea in sé le proprie immagini; in Accattone la lunga prosa poetica filmata è totalmente nelle mani dell’autore. E attraverso le “sue” immagini ci fa leggere il suo “terzo romanzo” sui ragazzi delle borgate senza possibilità di scampo per noi spettatori: questo film è scritto e anche letto dall’autore soltanto. Lo spettatore non immagina nulla, è come legato e imbavagliato dalla visione pasoliniana, è passivo, arreso a quest’ evidenza soggettiva, con le spalle al muro. Rilegge con gli occhi del poeta, non puo’ fare altro. E il bianco e nero contrastato di Tonino Delli Colli è il “nero su bianco” che Pasolini mette firmando il suo nuovo “volume”. Che però è cinema allo stato purissimo.

E’ tutto vero, il suo è uno sguardo vero perché completamente suo, l’autore è lì, nel bel mezzo, che guarda raccontando ciò che la sua mente vede. Nel solco del Neorealismo ma ciononostante con uno scarto tremendo: del Neorealismo Accattone si serve degli ingredienti primari, ma la “cottura” del romanzo per immagini è di cucina più che altro surrealista, perché il poeta vede e mostra soltanto la sua inconsolabile, personalissima verità; e dunque il Neorealismo a mio avviso lo scavalca.

Nella bruttezza famelica di questi personaggi stracciati che noi vediamo con gli occhi di Pasolini, quindi, noi vediamo in ultima analisi il suo occhio sofferto e senza speranza. Il film non è una rappresentazione per quanto autoriale – come in molte opere di Fellini; quindi non è rappresentazione dello sguardo allucinato di un pittore di quadri mobili e parlanti e musicali. In Accattone vediamo ad occhi sbarrati la grande e tremenda pietà del suo autore, soprattutto.

Pasolini fu un cineasta totalmente immerso nella propria visione delle cose, e soprattutto per quanto riguarda questo film. Il poeta fa autobiografia del proprio occhio, del suo sentimento, del suo credere di capire, della sua dolorosa purezza, delle sue umanissime contraddizioni, della sua disperazione. Noi assistiamo all’ essenza dell’essere umano Pasolini attraverso tutta la visione del film, vediamo la sua scrittura e il suo sentire impietosamente pietosi, vediamo la sua nostalgia per un mondo che non ha futuro perché è appena finito o forse non è mai iniziato, vediamo alla fin fine il suo terribile presentimento che agisce da totalizzante sentimento.

L’autore vede con rigore quel mondo all’ultimo stadio, lo vuole a tutti i costi filmare con filologica esattezza per fissarlo, per immortalarlo mentre si sta disfacendo. Vuole vedere gli ultimi momenti – quelli dell’agonia – di un mondo da sempre trafitto. E’ come se avesse scattato centinaia di migliaia di foto a un condannato alla massima pena prima dell’esecuzione.
Accattone, forse, è anche l’autoritratto della sua fine dipinto con quattordici anni di anticipo.

[Già pubblicato su “Nazione Indiana” il 2.11.2005 e successivamente su “Pagine Corsare.” Immagine: Pasolini e Franco Citti durante la lavorazione.]

2 Comments

  1. Dovresti farci un libro! Lezioni di cinema!

    Commento by gena — 21 luglio 2009 @ 23:01

  2. ma no, dai… si vende poco coi saggi:-)

    Commento by Franz Krauspenhaar — 22 luglio 2009 @ 00:31

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Powered by WordPress