The FK experience il sito di Franz Krauspenhaar

30 luglio 2007

Le mie guerre

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 07:01

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di Franz Krauspenhaar

Up patriots to arms, Engagez-Vous
la musica contemporanea, mi butta giù.

La foto in braghe corte

Punto gli occhi su una foto di papà con alcuni commilitoni. Non so dove sia stata scattata. Papà ha i pantaloni corti, il sorriso smagliante del diciassettenne in pace col mondo. Eppure quella foto doveva essergli stata fatta poco prima dell’arruolamento, da qualche parte, in Germania. Nessuna ombra di preoccupazione sul suo volto. E come lui sorridono tutti, questa sparuta pattuglia di ragazzi tedeschi: dove saranno finiti? Volti senza nome; nomi, forse, ormai senza volto.Chiedo alla mamma, non ricorda. Papà mi sarebbe utile come non mai, adesso; ma se lui fosse qui questo libro non esisterebbe; e dunque, cinicamente: oggi come oggi sceglierei lui o il libro? Strano, non so rispondere; ho fatto troppo l’abitudine alla sua assenza, è questo, almeno credo, mentre i dubbi, invece di diradarsi, si moltiplicano. Distintamente lo vedo allontanarsi dando forti colpi di pagaia dalla sua barca inconsistente con le sue braccia muscolose, nel lago bianco del passato. Pellicola in negativo, come nel Nosferatu di Murnau. Papà vampiro della mia anima, di molto del mio dolore trapassato. Ora è sbiancato in tutto il corpo, diventa ectoplasma danzante sulle immagini dei ricordi sfocati, in velocissima diradazione. La pattuglia dei giovani tedeschi; il sorriso dei giovani caduti per la patria: forse alcuni di loro caduti sul campo lo furono davvero. E poi, il vuoto. Nessuna immagine dal fronte. Tutto affidato nemmeno ai ricordi, soltanto all’immaginazione. Cerco di spremere immagini da altre immagini. Cerco di rivederlo, quasi steso sulla poltrona, che monologa la sua guerra. Potrei barare, forse, appoggiarmi ai ricordi di altri, tanti libri ne sono pieni. Ma come? No, no, ho deciso, nonostante tutto, di tenere fede al patto che ho fatto con questo manoscritto che mi cresce dentro e fuori come un feto bidimensionale: niente trucchi, niente inganni, affidarsi ai propri scampoli sbiaditi di ricordo, a pezzi rugginosi di immagine, a qualche lettera di zia Erna – ecco, ne ho una del 96, le avevo chiesto spiegazioni sul passato di papà e lei, gentilissima come sempre, mi aveva scritto lunghe pagine. La chiamerò, la cara Erna, la sorella minore di mio padre, ma non ora; non è ancora tempo degli affondi, si tratta in questo momento di veleggiare sull’inespresso, devo affidarmi unicamente a me stesso, alle foto, anche agli inganni della mia memoria, perché credo che la verità della memoria, sempre, sia anche dentro ai suoi inevitabili inganni, fatti di lapsus, di piccoli travisamenti, di confusioni.

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Orgoglio del marmittone

Fronte russo, 1944. Mortai vengono caricati. Papà ha diciassette anni, è mortaista semplice. Fa parte dei cavalleggeri, ha anche un cavallo, di nome Siegfried. Un colpo avversario manda in brandelli un suo commilitone: le budella del ragazzo biondo-oro fuoriescono a scattanti ondate dal suo corpo leggero. Mi sono spesso domandato se io, a diciassette anni, sarei sopravvissuto a tutto quell’orrore. E dopo? Le immagini si sovrappongono: al suo bianco e nero da cinegiornale UFA si sovrappone un filmato a colori molto più recente; i colori della pellicola immaginaria sono tristemente sfocati. E’ il 18 marzo 1982: sto marciando, vestito in borghese, con altri ragazzi – come me del Terzo Scaglione 82- al C.A.R. della caserma Piave di Alberga. Durerà un’ ora e più, il supplizio. Intanto, dalle finestre ci viene dato un caloroso benvenuto, che dura parecchio, un refrain che non smette per molto: “Rospi, spine! Dovete morire!”
E poi il Friuli, Battaglione Logistico. Due campi in Sardegna, il primo come volontario. Le baracche di Capo Teulada, confidenzialmente Fort Apache. Lo sporco, gli insetti, le mosche aggressive in sala mensa sul miele carnale delle nostre mani sudate. Le urla d’animale scannato dei soldati sardi a notte, quando chiude finalmente lo spaccio della caserma. I sardi ululano il loro rancore folle, gonfi di birra Ichnusa. Le gite in camion militare a Iglesias, a passeggiare per una città da spaghetti western, sprangata a ogni contatto umano. Le gite del comandante del Nucleo Logistico, un colonnello toscano spesso ubriaco, assieme al suo vice, il maggiore Serao: a bordo di una jeep Fiat d’ordinanza vanno al poligono in cerca di carciofi selvatici. Le urla del nostro capitano Antonio Bronzi, il duro della caserma Fiore di Pordenone, un profugo istriano. Il suo pizzo al mento si muove a scatti durante le grida. “Sei un mona!”, mi dice spesso. Ma lo dice a buona parte della sua truppa.
Un giorno mi chiede: “Krauspenhaar, soffri di depressioni?”. Rispondo di no, secco. E lui: “Ci avrei scommesso”. Sa che sono, a modo mio, un duro. Sto male, inutile negarlo: quaranta giorni in quel posto sicuramente dimenticato da Dio mi prostreranno. Stringo i denti, anche se potrei lanciare la spugna contro la branda e chiedere di essere rimandato indietro. Non lo faccio soltanto per papà. Lui ha combattuto da ragazzino, in Ucraina, contro l’Armata Rossa, ha rischiato di morire tante volte, ha visto morire tanta gente a pochi metri – a volte centimetri – da lui, si è salvato per puro miracolo da una carneficina, una volta, grazie a un inatteso trasferimento: il giorno dopo la sua compagnia venne completamente distrutta, nessun superstite. E io posso lasciarmi andare? Ho il diritto di farmi battere da questa strisciante depressione che mi accompagna da giorni e giorni, ma che in qualche modo è dentro di me, a covare le sue uova avvelenate, da anni? No, questa è l’unica risposta. Un no tondo e a oltranza, un no di sfida stanca alla stanchezza di una giovane vita messa alla prova da un umore cangiante verso il tono più scuro. Devo resistere perché sarebbe un’umiliazione, per me e per lui. Bada bene, Lettore: questa strenua resistenza non mi è stata in nessun modo imposta, insomma niente mi è stato ordinato – ma nemmeno velatamente suggerito – da mio padre. Il Senior probabilmente farebbe buon viso a cattivo gioco, capirebbe. E’ invece tutta farina del sacco dello Junior. Sono io che mi impongo regole non solo non scritte, ma nemmeno pronunciate, sillabate, suggerite appena, a fior di labbra intimidite. E allora? C’è di mezzo un orgoglio smisurato che però in gran parte ho imparato da lui, dal Senior, come uno dei pochi pezzi dell’ esigua eredità di famiglia.

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Carciofi al poligono di tiro

Tenere duro, tenere più salde che si può le posizioni. Non arretrare, mai. Se ti chiedono di fare una corvée dire sempre sì, accennando persino un sorriso. Scattare sempre sugli attenti più velocemente degli altri. Marciare, anche sul posto. Se qualcuno prova a mollarti uno schiaffo tu dagliene due in anticipo, per sicurezza. Alzare la testa. Hai gli occhi velati dalla tristezza e i denti stretti a morsa da cane idrofobo. Il muschio della terra ti sale fino alle narici. La Sardegna avvizzita nella terra brulla, nelle nuvole di polvere, nel caldo ormai fuori stagione. Gli artiglieri, i bersaglieri, i fanti d’assalto, i carristi, i cavalleggeri, tutta la soldataglia. Tutti passano per il nostro nucleo logistico a fare scorte di tutto. Il colonnello s’imbroglia all’adunata, è già sbronzo, pronuncia poche parole quasi incomprensibili. Gente da Comma 22. Gente da M.a.s.h., nel migliore dei casi. Niente è stato veramente inventato sulla follia della vita militare, tutto è precisamente vero. Mio nonno il tenente dell’esercito austroungarico mandato all’arrembaggio su Belgrado, nell’assalto suicida, con dappertutto, a funebre corona umana di strazio, migliaia di morti, a catasta. Pochi feriti gravi, tra cui lui. Anni dopo è la volta di papà, in Ucraina, da soldato semplice. Sfascio totale, la Wehrmacht allo sbando globale nella follia degli ultimi mesi di guerra, il grido rauco delle teste sparate al cielo, nella notte nera seghettata soltanto dai lampi dei cannoni agli ultimi fuochi. Quasi quarant’anni dopo tocca a me, in un poligono di tiro, all’estremo sud della Sardegna, a guidare un camion militare ACM 52 senza servosterzo e a quattro ruote motrici, a compilare fogli di marcia, a marciare, ad ascoltare i discorsi della montagna di quel pazzo di Bronzi, a sbirciare quel colonnello fottuto dai baffi incolti, ubriaco di vino che, assieme al maggiore Serao, sale sulla AR 76 verde militare scuro diretto al poligono, per intercettare carciofi. Carciofi! Dio santo, io sono qui che non posso nemmeno farmi una maledetta doccia, io sono qui a soffrire le pene psichiche dell’inferno, e a notte dormo poco, e mi struggo dal dolore per questa inanità, per questa inutilità spalmata dappertutto, in verticale e in orizzontale, e questo bastardo figlio di puttana di Siena o zone limitrofe va a carciofi? Che cazzo di gentaglia è questa? Io ho urlato “Lo giuro!”, quella mattina, ad Alberga, alla fine dell’addestramento, mentre molti altri, come da tradizione, urlavano “L’ho duro!”. Ci credevo davvero, povero idiota. Volevo fare la mia stretta parte meglio che potevo. Di notte sognavo combattimenti fantasma. Sognavo uno scopo. Una pattuglia di sardi ubriachi s’infiltrava a notte fonda nelle nostre baracche, lanciavano bottiglie di birra vuote contro le nostre brande, io le schivavo con la testa, nel sonno; nel sonno raccoglievo da terra un mitragliatore FAL e sparavo contro quei beduini bastardi, facendone secchi sei o sette, stringendo i denti per la rabbia e l’odio, tra urla atroci, tra potenti spruzzi di sangue alcolico. Sognavo la guerra sterminatrice contro gli indigeni, mentre la pizza consumata la sera prima nella pizzeria con forno elettrico di fronte alla caserma, e innaffiata da birra Ichnusa e un numero imprecisato di amari Averna, saettava a colpi di bolo insanguinato tra le pareti astiosamente contratte del mio esofago. Vent’anni dopo cominciai a sognare di essere richiamato, unico quarantenne in mezzo a un gruppo di disperati trentenni, in una camerata scura, seduto su una branda, capobranco di una serie sparsa di poveri cristi tutti più giovani di me, vestiti solo con magliette militari e mutandoni di lana, richiamati all’ordine per dodici, quindici, venti mesi (nessuno sapeva dirlo) per ignota destinazione, con ignoto incarico, in attesa di ordini da chissà chi. Il grigioverde è il colore concentrazionario dello schifo umano.

(Immagini da: Il grande Uno Rosso, di Samuel Fuller, 1980. Full metal jacket, di Stanley Kubrick, 1987. Orizzonti di gloria, di Stanley Kubrick, 1958.)

Pubblicato su Nazione Indiana

21 luglio 2007

Nuovi ragazzi di vita (stralci d’orrore)

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 12:00

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di Franz Krauspenhaar

12.745 (Torre Spaccata)

Mi cuggino Bella Bella è uno propio stronzo, lega le zampe al cane, se fà il cane e poi siccome il cane al collo c’ha pure una corda attaccata a una specie de carucola, quando ha finito, insomma quella cosa là, li comodacci sua, tira la corda e il cane s’impicca propio regolare.

12.746 (San Basilio)
Costringevo mi sorella a vedè i film porno. Ma mica quelli fichi, tipo per dire cò quei pezzi de sorca de Roberta Missoni, o de Elena Grimaldi, co’ ‘ste zinne enormi, no no, macchè, magara. Robba fatta nei tinelli tipo quelli de casa nostra, con la cicciona der piano de sotto che arutta co’ le carze a rete e robba così. Mi sorella frignava che c’aveva pure dieci anni e voleva vederse Candy Candy. Sti cazzi, dicevo io, te vedi er pornazzone e zitta o te meno brutto. Frignava più piano, allora, e poi, alla fine, sapete com’è, le prennevo la testa e me facevo fà un pompino, e ce sboravo pure in bocca, che se la guardi bene mi sorella sembra ‘na versione tascabbile de quella gran sorcona de Natalie Caldonazzo, daje tempo sei sette anni e me fà guadagnà minimo ducento euri ar giorno.

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12.747 (Magliana)

Quando presimo quella cretina cò l’handicapp della cuggina de Sergio Cepollaro er monnezzaro al luna park che faceva freddo da cani la portammo dietro le giostre. Er rommeno era robbusto e rideva coi denti gialli che pareva un limone. Silvietto er velletrano, quello che somiglia come ‘na goccia d’ acqua a Ciccio Cordova ‘ne l’anni settanta, per nun sapere nè leggere nè scrive sai che fà? Tiene er piede sur collo der gatto per tenerlo fermo, poi tira fori er seramanico e glie fà ‘no sgaro tanto così sulla pancia, li mortacci sua. Ce fà uscire tutte l’animelle e er sangue, ecco. Poi pure er core. Intanto er gatto ancora sembra vivo, miagola. Lui che fà, prende er core der gatto e nun lo ficca in bocca alla rincojonita che strilla? Poi se sbottona li pantaloni e le piscia pure addosso, ‘sto zozzo, ‘na gettata che sembrava doverebbe fà er giardiniere. E se nun lo fermo io glie starebbe buttando addosso pure un cerino acceso e ‘na bottigliata de arcol pè bruciarla viva, ‘sto matto.

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12.748 (Pietralata)

Quando si è regazzini a un certo punto uno se stufa de esse preso a maleparole lì giorni pari e pure quelli dispari dalla sorella più grande. E siccome che c’era ‘sto guardiano sfasciacarozze de nome Saverio Cepollaro, er fratello de Sergio, che c’aveva fatto ‘na malattia per mi sorella, che me stava a fà ‘na capoccia così da mesi co’ sta storia che se la voleva sderenà davanti e dadietro, che era tanto bona che era molto mejo pure de quella succhiacazzi de Pamela Prati, e allora glie dico tutto, dove la stronza annava a farse chiavà eccetera. Una sera che faceva un freddo tremenno annamo io e lui lì, fori de Fiumicino; c’è ‘sta Punto gialla ovo tra le fratte e drento ce stà ‘sto zozzo d’impiegato comunale co’ moglie e figli a casa, co’ mi sorella mezza nuda affianco, che se stava a impugnà e a scote er piripicchio arissanguato de ‘sto zozzo fijo de ‘na mignotta, che lo possino ammazzallo. Entriamo de scatto come du solitignoti, a lui glie spacchiamo subbito la faccia e i conotati, a lei la tengo ferma io sur prato e Cepollaro tutto assatanato se la fà senza manco toglierse li carzoni, du colpi, ‘na sborata e via. Poi a lei le dico zitta o dico tutto a papà, che lo sapesse minimo minimo l’ammazzasse. Lei porella me sputa in faccia e io allora tanto pe’ gradì le tiro ‘na scarica de papagni che a ‘sta sparapippe glie viè ‘na faccia viola come ‘na melanzana bella pronta pe’ la parmiggiana, e se me girano i cazzi con tanto de cojoni domani sera me faccio fà ‘na pelle prima d’annà a dormì.

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12.749 (Acilia)

Quella vorta che scopersi mi fratello che era frocio lo vedetti che lo prenneva ar culo in camera sua da du compagni de scola che ereno pure du compagni Noglobbal, che faceveno a turno, uno c’aveva la faccia propio sputata a quello che stà in tivvù co’ quella lesbica fracica de Maria De Filippi, come se chiama quello stronzo de merda? ah, sì, er milanese, Costantino Vitagliano, che stà pure nè la scuderia de zozzi e zozze de quer vecchio frocione de coso, Lelle Mora. E l’artro a quello de i film vecchi der coso, er romanziere reggista, Pasolini, vojo dì Ninetto, Ninetto Davvoli. Me misi le mani sui bellicapelli, te lo giuro, cazzo che scoperta de merda, propio da vomità la bile. Allora sai che c’è, vado da quer frocio de Giulietto Stracci, tutto aggonfiato che s’era appena comprato ‘a Ducati rossa nova, e glie racconto tutta ‘sta brutta storia. E lui me fà:”Glie serve ‘na lezzione, a ‘sto rottinculo”. Allora torna co’ ‘sti motociclisti fraciconi d’ estrema destra amici sua, tutti che stanno a ciancicà ‘sti sloganse pieni de Heil Hitler e viva il Duce, co’ le catene ar collo co’ le svastiche e i cosi, come se chiameno, ‘e croci celtiche, ecco, e in breve menano quer culo sfondato de mi fratello e l’artri frocioni, ma de brutto propio, da sfondarle i crani. Poi nun contenti se fanno a turno nerr culo mi fratello. Allora io dico:”Embé, che state a fà? Fate uguale, la stessa zozzeria dell’artri?” E quelli zitti, co ‘ste facce che me pareveno animali feroci. Faccio a tempo a scappà, ma me pigliano subbito e me fanno er servizio barba e capelli pure a me, un male ar bucio der culo che nun te dico, ‘na decina de minuti d’orore, anche se tutto sommato pensavo peggio; e mò stà a sentì: tutte le sere mi madre me deve spalmà er Fissan tra le chiappe come quando ero un pupone, e tira su cor naso che piagne sempre, e semo però d’accordo che mi padre nun deve sapè gnente che già ha fatto n’infarto l’anno scorso, poraccio.

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12.750 (Torre Spaccata bis)

A un certo punto com’è come nun è, er fidenzato de Clara, er Riccetto, quello co’ la faccia da cazzo tale quale a quella de Christian De Sica quando fà lo spot de la Tim e dice “e il ghiaccioletto no?”, me dice che Clara è tanto bella brava e bona ma doverebbe imparà anche a scopà come se deve, che a l’età sua nun sà ancora dove stà la destra e dove stà la sinistra, ‘sta smandruppata. Sai, io so’ er fratello, solo che stavo fatto come ‘na cucuzza. Io e ‘sto infame c’erevamo aggarganati quarcheccosa come ‘na litrata de Rosso Antico, o me pare pure la Vecchia Romagna, inzomma quella robba che teneva mi padre nella credenza dopo che mi madre era scappata co’ lo stagnaro e s’era messa a fà marchette a Torvajanica pè Tomaso Sparzani, er canaro de Artena. E prima ‘no cannolicchio de cannabbis grosso come la mazzancolla de Rocco Siffredi. Vabbè, alla fine ‘sto zozzo nun se mette a strappà la camicetta de cotone bianco de la Upim a Clara co’ ‘sti occhi da lupo mannaro de fori? E io gnente, te giuro, io a ride come un cretino, come coso, come se chiama, coso, quello che fà la spalla de Bonolis, ah sì, Luca Laurenti; proprio un infamone de gnente, nò stronzo cor botto e mezzo. Quello zozzo in breve la spoglia nuda, tira fori er coso tutto rosso sanguigno che sembrava n’anguilla e fà pe’ metterglielo drento a Clara. Quella urla, strilla, che te lo dico a fà, fà un casino tremenno, ecco, mica ce voleva stà. E sai che c’è? Ahò, c’è che io m’ ingrifo de brutto. A vedè mi sorella nuda come ‘na vermiciattola che strilla co’ sto energummeno cor mazzapicchio de fori come ‘n serpente m’è venuto un ingrifamento che lassame perde, er Sor Bega m’arivava dritto a le tonsille. E così, che te devo dì, me so’ preso pure io la mia razzione de fregna de famija e a ‘sta troia zozza ce so’ venuto pure drento, è stata ‘na sborata indimenticabbile, da Cempionsliggue.

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12.751 (Acilia bis)

Cor caldo infamone che faceva nun se sapeva che fà, allora uno, Corado Garuffi, che lavora ar mobbilificio Saporito & Figli su la Casilina, dice annamo a Ostia a fà er bagno, quell’artro, Gianni Biondacci, quello che fà er muratore pè Castrocani e su cognato Binaghi, er palazzinaro mezzo mafioso de Ladispoli, dice no, annamo a facce fà ‘na pelle da quella pompinara de Sonia, che ce prenne a tutti e tre pe’ venti euri, e io dico no, che noia, a ‘sto punto me attacco a la bottija e tante care cose, no? E me costa pure meno. No, no, robba fatta e strafatta, c’avevo voglia d’emozzioni forti, d’annà ar massimo, ecco, come dice quell’impunito de Vasco Rossi, possino cecallo. Mica uno sta a lavorà tutta la settimana pè dà da magnà ar pupo e a quella zozza tritacazzi de la moje pe’ arivà a la domenica e farse fà ‘na pelle da nà sgallettata fracica come ‘sta Sonia, te pare? Allora me viè l’ideona proprio geniale; tanto, me dico, se stamo a fà sta porcata zozza deveno stà zitti e mosca e ar limite ce devono anche ringrazià, e mannarce un gabbarè de paste cioccolato crema e co’ la glassa, e se me gira pure li cannoncini co’ la crema pasticera. Beh, io e coso, Ruggeretto detto Notte Brava, annamo a stò cortile dove c’ho ‘o sapevo che staveno a giocà ‘sti due, fratello e sorella. De chi, me stai a dì? De ‘sta mignottona de Sonia, regolare. Che se c’ho ‘o veniva a sapè quer ricottaro energummeno der padre che lei fà ‘a vita ereno cazzi acidi come volatili per diabbetici. Così io tengo fermo er regazzino pè i polsi, Notte Brava se tiè ferma ‘a regazzina, e inzomma ce li siamo inchiappettati tutti e due, prima a turno e poi a mucchio, lì ner cortile, belli riparati dietro al garagge de coso, lì, de Franco Marotta er pappa de Giulianello, che se c’era s’aggiungeva regolare a fà er vagone der treno. De bocca, de fica e de culo, pure ‘a regazzina. Nà bella soddisfazzione. Poi, prima che i due bambocci annassero a raccontà l’esperienza scopatoria d’arto livello a quella troia smucinata de la sorella, io e Notte Brava semo annati a trovà Sonia, glie avemo racontato tutto, per regolarità, sai, e l’avemo minacciata coi controcazzi. E già che ce stavamo l’avemo sderenata in due, uno davanti e l’altro dadietro; e poi ce semo pure cambiati de posto, che uno, dico io, le cose o le fà bene o è mejo che nun le fà propio, me sembra chiaro, semo gente seria, semo gente de borgata nun potemo pagà semo ricchi de volontà… Solo che mentre Notte Brava la stava a inculà de brutto cò tutti i sentimenti e quella strillava come ‘na gallina pè fà er brodo, io nun te sò dì che m’ha preso, te sò solo dì che su stò prato maledetto ce stava tutta ‘sta monnezza, inzomma era ‘na discareca, così vedo st’asse de legno co’ i chiodi, lo prenno e pijo ‘a rincorsa e lo sbatto co’ tutta la forza in faccia ‘a ‘sta cazzo de Sonia. Che pure Notte Brava a momenti se sta a cacà sotto e se stacca cor cannolo a mezza crema tutt’ammosciato. Io ce prendo gusto e tiro n’artra mazzata sui denti a ‘sta zozza. Vabbè, pè fartela breve questa more ar terzo colpo. Così io e Notte Brava semo stati ‘n’ora e più pè scavaje ‘na fossa e seppellirla, ‘na sudata da bestie mica no. Vabbè, l’importante sarebbe che i due mocciosi nun parleno, così semo tornati e l’avemo minacciati de raccontà ar padre che l’avevano preso ar culo, pè esse gentili. E quelli zitti, terorizzati. Vabbè, mo’ nun se po’ sapè, capace che quei due prima o poi parleno, vatte a fidà de li regazzini; per questo nun è che sò tanto tranquillo, sà? Ogni tanto così io e Notte Brava annamo a trovà i due fratelli de Sonia e glie famo un ripasso veloce ma aprofondito de tutte le materie, me pare pure giusto, no?

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12.752 (Quarticciolo)

Cos’era, quer film americano, Hotel, Ostel, ‘na cosa così, ‘na robba de ‘na violenza ‘naudita, te giuro su ‘a testa de mi madre bonanima. Inzomma erevamo io e Rinaldo er fijo de Lucianone Freddi e Mario Forlani detto Scintillone. C’avevo ‘na rabbia drento che nun se potevà capì. Come quanno ero regazzino e me ricordo che erevamo annati a vedè l’Aranciata Mecanica e dopo avevamo menato a sangue quelli de la Vigor a la partita co’ le spranghe, ‘sti zozzi de rossi communisti. Allora annamo a bere la birra fori, du o tre litrate a cranio de ‘sta Peroni a doppio malto e traditora, verso la litorale, dove ce stà er canneto e lo stabbilimento “Er Ciafora”; poi Scintillò fà l’ inversione come se sarebbe coso, come se chiamava, ah sì, Maurizio Merli quanno faceva er commissario da à Mobbile, co’ sta Alfa dumila tutta smarmittata da zingaro arbanese a fà fischià ‘e rote, e tornamo a tutta velocità a Roma. A momenti annavamo a infrocià contro un Ducato de merda che esce de colpo da ‘sta stradetta der cazzo. Arivati imbriachi fracichi sotto casa de quer burino de Bussoletti, quello che lavora a l’Acotral, de FR, de Fori Roma, inzomma de Anagni che se nun porti nun magni, cantamo ‘a serenata a su fija, Linda. E daje de tacco e daje de punta è arivata la Sora Assunta che te canta fino fino perchè è trasteverino… Bona quella. Co’ du zinne toste come quelle de cosa, come se chiama, ‘a sventolona de Latina, Manuela Arcuri, ecco; che a Latina e limitrofi se sà che ce stanno le mejo fregne der Lazio. E ‘sto culo da Oscar a la cariera ‘ndò lo metti? Beh, ‘sta Linda ce strilla de stà zitti e boni, allora sfonnamo er portone, saliamo su, sfonnamo la porta, quattro papagni a quer cornuto der padre, quattro a quella zozza de la madre, ‘na bella legatura contro er termosifone acceso e le mutande in bocca pè falli stà zitti e mosca; e c’avemo pure er lettone matrimmoniale e via, ce scopamo in tutti li buchi ‘sta puttanella de Linda ner lettone de li genitori. Diciassett’anni, un fiore de campo. Poi ce mettemo a bevere da la credenza, vino rosso, bianco; e poi ce ‘n po’ de pizza bianca co’ a cipolla e magnamo, ce scofaniamo propio. E dai co’ le salsicce de finocchio, er pecorino co’ le fave, ‘na cartata de supplì. Scintillò se mette pure a riscaldà sur foco la pentola co’ li facioli. E via pure quelli. Ruttamo, scureggiamo, e chissenefrega, famo come se stamo a casa nostra. Rinalduccio lo chiama su madre ar telefonino, ‘sto stronzo c’ha pure ‘sta madre rompicojoni, lui a trentanni ancora je risponne. Su padre è n’vecchio pensionato de la Telecom che glie frega ‘n cazzo de gnente, ‘sta tutto er giorno a legge er Mesaggero e ar computere nun se capisce a fà che, magara cerca de rimorchià quarche mignotta, capace. Poi quer pervertito fracico de Scintillone se mette a menà la regazza, papagni, ceffoni, e via, tutto er repertorio che me sembra ‘n film de Dario Argento. Accende ‘na paja e se mette a brucialle i capezzoli. Quella strilla come n’oca, ma chi la sente? Allora prova pure Rinaldo, poi io. Che te devo dì, ce prennemo gusto. Botte, bruciature, ‘a testa contro ‘a cosa der letto, come se chiama? Nun sò come, me ritrovo a daje giù su la schiena de la regazza co’ ‘na sedia. Poi vedo Rinaldo, che de solito è tutto vergognoso come ‘no scolaro ripetente, che strilla come ‘n matto de cocainommane e tira ‘na padellata in faccia a ‘sta poraccia. E prima d’annà via propio quer cornuto de Rinaldo prenne ‘na bottiija de arcol, la butta addosso a li genitori, appiccia un cerino e fà foco. E i du vecchi a brucià vivi come polli arosto, te rendi conto? A la fine, quanno quella è svenuta de brutto co’ tutto ‘sto sangue dattorno pè tutta la cammera e i du vecchi so’ carbonizati, tornamo tutti a casa e l’indomani me viè a trovà er maresciallo siciliano co’ st’odore d’ascella commossa che sembra coso, come cazzo se chiama, Teo Mammuccari, e me dice de venì in caserma. Morale de la favola Gran Pavesi in tavola, semo tutti drento a Reggina Celi da ‘na quindicina de giorni perchè quella troia de Linda è pure morta stechita per le violenze subbìte. Tutta colpa de quello stronzo de Scintillone che nun se sa trattenere. E mò, come se dice, sò cazzi. L’avvocato però dice che ce possono dà l’attenuanti, basta che famo i bravi. Ma a me me rode er culo perchè se c’avevamo i santi ar paradiso come ‘no zio vescovo o er cuggino asesore a quest’ora ce scommetto venti sacchi ch’ erevamo fori co’ tante scuse e pure ‘na leccata de culo e tante belle cose.

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(Le prime due immagini, la quarta e la terzultima sono tratte da “Salò o le 120 giornate di Sodoma” di Pier Paolo Pasolini. La terza, del 1961, ritrae lo stabilimento “Er ciriola”, uno dei posti in cui fu girato “Accattone”, sempre di PPP. Nell’ultimo racconto il personaggio di Scintillone è un modesto omaggio a lo Scintillone de “La notte brava”, di Mauro Bolognini – 1959, sceneggiatura sempre di Pasolini. Così, nel primo, il personaggio di Bella Bella, e nel settimo, il personaggio di Ruggeretto “Notte Brava”. Nel sesto il personaggio di Er Riccetto richiama quello del romanzo “Ragazzi di vita”. Nel quarto il personaggio di Giulietto Stracci richiama lo Stracci del cortometraggio pasoliniano “La ricotta”. L’ultima foto ritrae l’attore pasoliniano per eccellenza, Ninetto Davoli.)

Da Nazione Indiana

13 luglio 2007

Affonda nella prosa

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 06:00

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di Franz Krauspenhaar

Affonda nella prosa, affondiamoci tutti. Nella prosa una specie di riscatto incerto. Non calcolabile. Nella prosa una sorta di liberazione, un viaggio intorno al mondo di noi stessi. Un estremo tentativo. Col coraggio di chi non ha in fondo nulla da perdere. Perché nessuno ha nulla da perdere, in definitiva, tirando le somme. Affonda nella prosa, ora che, dopo essere affondato nella terra, non hai più spazio dove affondare ancora. L’anno scorso ti hanno tolto dal posto dove t’avevano messo, al campo. T’hanno trasferito nell’ossario. C’è andato Ernesto, io non ce la facevo ad esserci. Lui può, lui ce la fa, lui è quello che davvero ha preso in mano il tuo testimone, non io. Ha assistito alle tue spoglie, le ha viste. Ha visto quel poco che ne è rimasto. Affonda nella prosa, ora che non c’è più nemmeno la terra, ora che hai solo il tuo inserto di cielo. Là spazi. Non si sa come. Qua sei in una piccola cella, striminzito resto di una vita. E allora affonda nella prosa, resisti nella prosa. Nella prosa calati, come un attore nell’interpretazione. Serva a qualcosa, questo mio spendere estivo di parole, serva ad accogliere. Serva a un ricordo meno teso, più pacificato, più umano. Affonda nella prosa, e aiutami a continuare.

Così io ti prego. Mentre affondi, il ricordo di te diventa più dolce. La terra che ti ha sentito dentro, accogliente e gravida, ti ha predisposto all’estremo abbandono. E’ stata una lunga sosta, quindici anni d’affondo. Poi l’ossario. In quei quindici anni hai riposato e il pensiero di te è diventato più pacificato, ho finalmente imparato a trattarti da non più vivo. E’ stato difficile. Nei primi tempi, dopo il funerale, vedevo la morte dappertutto. Come se tu avessi rappresentato tutta la vita del mondo e ora, che non c’eri più, che eri disceso in quella bara e in quella fossa, tutto si rivoltasse inevitabilmente contro di me, assoluto spauracchio. Come se tutto prendesse un colore opposto, svelandosi in opposte immagini. Con il tuo affondo nella fossa affondava nel nero anche la mia visione del mondo. Crescevano ossa dentro i corpi come rami innaffiati da doping vegetale. Queste ossa foravano la carne dei loro corpi, li coprivano incurvandosi sopra. Le ossa dello scheletro coprivano la pelle, la annientavano poro dopo poro. La pelle svaniva lentamente, come se le ossa, al contatto, fossero state imbevute di una sostanza acida, vetriolo di morte. E così io ti prego. Di aiutarmi a continuare, ora che ho scelto la prosa per venirti incontro e ricostruirti, affondandoci insieme. Affonda nella prosa, dividiamoci per sempre, stringiamoci la mano all’ultima pagina, come se avessimo fatto tutti i conti e li avessimo pareggiati nel sorriso, affonda nella prosa e svelati per quel che sei stato, senza che io sia costretto a difendermi parlando troppo bene di te, facendo di te un santino letterario, e senza nemmeno costringermi a spararti da così lontano, facendomi sopraffare dalla rabbia, mia continua compagna, mio modo spesso triste e dannato d’esistere.

Da Nazione Indiana

2 luglio 2007

Carne marcia

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 07:00

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di Franz Krauspenhaar

UNO.“El mostafa ermili observer fallon deux amplaquo cal vacation”, urla il basso nel vuoto acustico completo.
Jefferson Giovanni Tancredis III, direttore d’orchestra, fa segno ai tromboni di intonare la Trauermarsch del Concerto & Opera Breve Nr. 23 per orchestra e rombo automobilistico Mc Laren Ford & Ferrari Gran Premio di Montecarlo 1985 del maestro Franz Joseph Albano. Le due soprano iniziano a cantare: “Arrivano mail scontrose in lingue misteriose, in ufficio mi scontro contro cose che mi fanno girare la testa web-sospettosa.”
E ora il basso: “Digits winning televised debates.”
Di nuovo le soprano, mentre i tromboni emettono un suono lungo, quasi disperato: “E appunto, c’è tutto questo spam a montare come neve; non faccio in tempo ad espellerne una che subito un’ altra mail compare come fantasma elettrico, come ectoplasma webbico, come zombie elettronico.
Il basso, ancora:”Hop jazz inbetween all deutsch franais italiano polski.”
“Un franato, precipitato di parole in lingue incomprese come bambini soli in un giardino senza il papà lontano, amputazione di nessi come di scollegati sensi.”
“Ralph norman rounds billion stephanie herseth tennessee.”
“ Come se un esperanto disperato bussasse il suo modulare singhiozzo indecifrato, bit-butterato.”
“Ironic sheldon whitehouse gay marriage abortion vocal, criticisms domestic”.
“Come se da chissà dove elettrodi fuggiti cercassero riparo in un condotto umano, nell’occhio del ciclone del lettore trovato a caso, nel traffico senza suoni del lete della rete.”
“Hard overcome, cardins, mitt. Mostly oau un insisted. Judicial lines zonal regional hear adjudicate appeal. Amounts crap, onto liking, reinforces blah.”
“Senza preciso nesso la catena di senso afasico gira in un circo pazzo, in un ammasso di rugginose implacabili lettere impalpabili che s’industriano a scomporsi in parole e frasi coniche e fratte, e quadrate ai lati d’un prisma e-tronico fatto d’ illimitate facce.”
“Household cover feared leak suggest inflicting, ensign faced scion. Book hopelessly wanting bugfree quotare. Bisher dataeien kann, denn. Prochoice repackaged, prolife unions tepid wary saxtons woes starrett.”
“Parole tedesche e inglesi e in una lingua d’assurdo, come se Vladimiro lanciasse SOS d’urto ad Hamm nel bidone e a Krapp per il nastro, e nulla possono fare, nemmeno pregare Godot o il Chi per lui, tanto meno al nulla guaire come l’abbandonato cane alla luna.”
“Bilicki, iii, ignore folks. Nationals undergone torture treatment rape roundups, concerns regarding arrest.”
“E hai voglia a clikkare il tasto elimina, ne hai uccisa una e subito ne ricompare un’altra, ancora più assurda, ancora più inutile alla tua vita duttile, al tuo percorso palmare e liquido, intattile, di animale tecnologico battibile, anzi inerme, indifeso e tutto sommato indifendibile.”
I tromboni si azzittiscono, l’orchestra attende di riempire i vuoti. E i legni si lamentano. L’opera breve Nr.23 sta per finire, come svenendo, in un langsam; un secondo di pausa, e i legni immettono i loro suoni – ora cadenzati- su Spam Circus, sempre del maestro Franz Joseph Albano, composta nel 2022; ormai, musica d’altri tempi.
Unz Gabiunz applaude senza troppa convinzione. E’ un amante della musica, ma non di quella post-contemporanea. Lui va matto per il post – techno hip hop e per lo shimmy rap-folk psichedelico, musica degli anni 30 e 40, roba per ex ragazzini decerebrati, così gli dicono gli amici più intimi senza mezzi termini, con una certa crudeltà. Ma Unz insiste. D’altra parte lui è abituato a insistere sempre, a farsi strada, in tutti i sensi, con qualunque cosa, e con chiunque. La sua vita è da sempre tutto uno sgomitare feroce, con gomiti enormi, in piste di megatartan, per tutto il mondo.

Unz Gabiunz è un negro afroasiatico enorme, e da qualche tempo é diventato ancora più enorme, di un enormità che spaventa al primo sguardo, e se non spaventa perlomeno indispone, e a ogni modo non lascia indifferenti. E’ fatto di una massa di carne compatta che della carne non ha nemmeno più la sembianza. Piuttosto, sembra plastica e gomma dura fuse insieme; l’impressione è di estrema elasticità, di plasticità tesa allo spasimo, oltre il limite d’ogni breakdown possibile. Ha allenato, nella sua ormai lunga carriera, atleti grossi come lui; però mai come il vitello da combattimento che ha davanti: Raz Edilson Veganabu, primatista mondiale dei cento metri piani, (8 secondi e quattro) due metri d’altezza per duecento chili di peso, carne ipercompatta senza un solo filo di grasso. O incute paura, il suo pupillo, il suo degno erede, oppure suscita ammirazione, o entrambe le cose.
– Come ti sembro, coach? Vado giù duro?- chiede il ragazzo respirando con forza dalle larghe narici da mustang.
Unz assentisce, sembra distratto.- Sei energia pura, campione… Energia pura. Sei l’ultima frontiera della forza. Te lo garantisco, e se vuoi te lo controfirmo.-
I rumori della folla giungono ovattati, come da un altro mondo. Il suo ragazzo ha molto sudato per arrivare a questo spogliatoio, quello dei finalisti dei 100 cento metri piani alle Olimpiadi del 2066; il primo nordestatense a raggiungere questo traguardo dopo esattamente quarant’anni.
A Novachina la folla è in delirio; e il mondo assiste al delirio della folla e degli atleti da milioni di parabole. In delirio per Unz Gabiunz, ad eccezione dei padroni di casa. Gli asiatici della Conferasia sono odiati da tutti gli altri. Uno smacco alla Conferasia diventa automaticamente una gioia per tutti gli altri asiatici del continente. Siamo ormai sulla strada del governo panamondiale, ma le differenze tra i popoli si stanno acuendo sempre di più. La razza e l’ etnia sono sempre più usate per uccidere e depredare. Le Olimpiadi sono dunque diventate la vetrina dello sciovinismo etnico. Vincere un podio è l’equivalente di una conquista di guerra, e con lo stesso prezzo di sangue. E non bastano i Kontrollerz, sparsi dappertutto come api operaie, a decine di migliaia, a sedare i conflitti.
Unz Gabiunz afferra la boccetta piena di misterioso liquido ambrato. Raz Veganabu ora ansima.
Unz è preoccupato, ormai la massa muscolare del suo prepotente ragazzo ha raggiunto il limite sostenibile. Si deve giocare sulla lama del rasoio. Un piccolo errore comprometterebbe tutto e lui lo sa, e la tensione del ragazzo si riflette ancora di più sui suoi nervi.
Il liquido ambrato del mistero inonda la camera della piccola siringa e l’ago riversa nei muscoli dell’atleta quel liquido d’incerta provenienza. Raz Veganabu ha un leggero fremito, che lo attraversa dalla testa ai piedi.
– Vincerò, coach. Spacco tutto.-
– Nessuno ti batte, campione. Sei il migliore e lo resterai per tantissimo tempo ancora, te lo garantisco; e se vuoi te lo controfirmo. – Ora Raz sorride al suo allenatore, anche se debolmente. E’ troppo teso, il momento lungo otto secondi della prossima grande gara gli sta sfuggendo dalla mente. E’ la paura, nient’altro.
-Ora chiamo le ragazze dell’ospedale- dice l’allenatore con grande prontezza. Esce un momento, mentre Raz inspira ed espira ormai freneticamente, con la paura che monta e sta diventando delirio.
Unz rientra con due splendide, statuarie modelle paramediche afroeuroasiatiche. Sono già completamente nude, i capelli castani e brillanti e lunghi e mossi sulle ampie spalle, la pelle lucente del corpo color cioccolato al latte.
-Fate i vostri migliori auguri al nostro campione- dice Unz alle due donne sorridenti invitandole ad avvicinarsi a Raz. I ruoli da giocare sono chiari per tutti. Anche perché la pratica della defatigazione psicosessuale preventiva è entrata in vigore quasi vent’anni fa. Per permettere alle energie in sovraccarico di rifluire con più lentezza prima di una importante performance sportiva, ai soggetti più psicosensibili viene praticata una semplice fellatio con masturbazione simultanea. Gli psicosessuologi della Universityz oof Ulan Bator, d’accordo con gli sponsor della Bombay Deltza Veynuz X2, la più grande casa di produzione di pornofilms del pianeta, hanno dato finalmente un nome ufficiale a questa pratica medica: Sega Pompinata Preventiva Psicodefatigante Deaccumulatoria. Nel caso del giovane campione, occorrono perlomeno due donne simultaneamente per psicodefatigarlo preventivamente. Mentre le due ragazze, alte all’incirca un metro e ottanta, magre e ben fornite degli attributi femminili di riconoscimento tattile e visivo – la tipologia femminile preferita da Raz – procedono alla stereofellatio defatigante sul lettino – sul quale il campione si è disteso ancora piuttosto ansioso, e mettendosi le mani dietro la nuca – Unz Gabiunz guarda il suo kompuwatchtz e batte la suola della scarpa destra in kevlarub contro il pretartan del pavimento dello stretto corridoio. Ogni tanto si volta per controllare che tutto proceda bene. Passano cinque minuti, poi dieci. Raz non accenna a venire. Una delle ragazze si volta verso l’allenatore e lo guarda alzando preoccupata gli occhi color nocciola al cielo, mentre l’altra continua a muovere la sua affusolata e robusta mano destra lungo l’ enorme asta del ragazzo con un’energia quasi raddoppiata rispetto all’inizio del trattamento. L’allenatore si avvicina: il membro del ragazzo è ineccepibilmente eretto, le ragazze stanno sfoderando tutto il repertorio medico con la bocca e le mani, mettendoci tutto l’impegno possibile per due professioniste della defatigazione psicosessuale regolarmente iscritte all’albo dei paramedici sportivi della Conferasia. Ora è assolutamente indispensabile che Raz eiaculi: farlo gareggiare con un orgasmo abortito nel pene potrebbe pregiudicare le sorti della gara.
Gabiunz ordina alle due ragazze di fermarsi schioccando le enormi dita della mano destra. Poi, con un gesto perentorio, le invita ad uscire dallo stanzino. In una società nella quale la bisessualità non solo è tollerata ma addirittura incoraggiata (per non parlare dell’omosessualità – che frutta ai suoi praticanti i posti migliori e tutti gli incarichi di grande responsabilità in politica) quello che sta facendo ora l’allenatore al suo pupillo è un gesto ancor più che normale. In verità Gabiunz è un bisessuale non molto convinto, ma questa sua poca convinzione se la tiene tutta per sé, in quanto le autorità, data anche la sua posizione preminente di personaggio pubblico nel settore sportivo, non gradirebbero affatto e potrebbero interrompere la sua carriera a quel punto, a soli quarantun anni. E’ la quarta volta che deve intervenire in questo modo nella defatigazione psicosessuale pregara del suo pupillo. La sua enorme mano destra prende l’enorme asta di Raz e la scuote con grande energia. Non c’è nemmeno bisogno di usare la bocca, come Raz in verità desidererebbe, innamorato com’è del suo allenatore: nel giro di nemmeno un minuto il ragazzo è scosso da un orgasmo potentissimo. Ora Gabiunz, tirando un sospiro di sollievo per essersela cavata così a buon mercato, va a lavarsi le mani; e quando torna il ragazzo ha già indossato la tenuta di gara in khrematon color kaki e sul suo viso è comparso un sorriso che Gabiunz riconosce alla prima occhiata come segno della defatigazione psicosessuale andata a buon fine. Il sorriso è quasi lascivo, e lo sguardo velato: forse la tensione è calata eccessivamente. Gabiunz sta per aprire la bocca per procedere al trattamento di Training Autogeno d’emergenza quando un fruscio alle sue spalle lo fa scattare. La porta automatica magnetica sparisce nel muro.
I due uomini entrano silenziosi, i loro vestiti sono simili. Sono vestiti civili in lycrathron, ma li indossano come se fossero una divisa. Sul petto, all’altezza del taschino del blazer leggero, spicca un cartellino di identificazione con ologramma visivo incorporato. Unz li conosce bene, soprattutto il più alto.
Sono Kontrollerz.

Il più alto ha l’aria di essere il capo della coppia. Un post-indiano dalla pelle scurissima e gli occhi grigi. Un cenno di saluto ad Unz, poi si rivolge a Raz.
– Signor Veganabu, è pronto? –
Raz sorride. Un sorriso eloquente il suo, quasi arrogante. Non ha più timore di nulla. Il pericolo rappresentato dai Kontrollerz gli ha dato una strana carica. Fate pure, imbecilli. Ma cosa credete di fare con le vostre ridicole macchinette? Siete dei poveri illusi. Siete fuorigioco da anni. Siete dei perdenti e ancora non lo sapete. Il più piccolo dei due, dalla pelle quasi chiara e i capelli neri tinti, gli rimanda un’occhiata astiosa. Il lungo con un cenno del capo autorizza il piccolo a procedere.
Il piccolo scanner passa al setaccio ogni piccolo lembo della pelle. La mano dell’agente si muove in fretta e sicura fino al bip prolungato di fine esame. Un’occhiata veloce al display; il piccolo scuote la testa e lo passa al suo capo.
L’uomo fissa prima il piccolo schermo e poi l’allenatore.
– Il suo campione sembra un toro da carne – dice sorridendo ma trattenendo tutto il suo astio.
Un leggero fremito delle dita di Gabiunz tradisce per un attimo la sua irritazione; il sovrintendente Munze Visvesvara – il lungo- è soddisfatto del risultato.
– Già.- rincara la dose.- Come si chiama quella razza? Ha un gene inibitore mal funzionante, mi sembra.-
Unz Gabiunz si è ripreso. Il tremito è scomparso.
– Caro sovrintendente… da quanto tempo ci conosciamo io e lei?-
Il sovrintendente Visvesvara storce le labbra.
– Troppo tempo, per quel che mi riguarda- risponde senza guardarlo.
– Vi è rimasto solo questo, la parola! L’unica cosa che potete fare è offendere… O alludere, già… ma in realtà non sapete neanche voi cosa cercare… non è vero?-
Il sovrintendente Visvesvara è alto un metro e ottantotto per cento chili di peso, ma al cospetto di Unz sembra un nano. Serra le distanze e lo fissa dal basso verso l’alto, velenoso come un serpente.
– Noi sappiamo benissimo cosa cercare. Soltanto, siamo in Conferasia. Vede, Gabiunz, le Olimpiadi non sono ancora finite, e lei sa cosa succede se otteniamo la piena giurisdizione, vero? Beh, glielo dico io lo stesso: mettiamo le mani nella vostra merda, ci laviamo le mani, incarichiamo qualcuno di spalarla e intanto voi andate a raccontare tutto sui vostri problemi intestinali al giudice sportivo.-
Unz fissa il controllore. Il Kontrollerz. Un invisibile filo di sudore affiora all’attaccatura dei suoi capelli crespi.
– Fuori di qui- sibila Unz.- Non avete nemmeno mezza prova. Avete solo i vostri sospetti. Portateveli via, e non fatevi più vedere.-
– Andiamo, Kudanskartz- dice Visvesvara al suo secondo guardando l’allenatore con odio.
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DUE. La curva Nord dello stadio Van Holsten Deng di Novachina esplode in una ovazione immensa, contrastata dai fischi provenienti dalla Est. L’ufficiale del battaglione mobile di ordine pubblico, il tenente colonnello Peer Xiao Jyemmertz, fischia l’ordine di abbassare la visiera. Mille e cinquecento uomini della sicurezza interna, armati fino ai denti e addestrati per uccidere in ogni situazione, abbassano il visore del loro casco di goresteelex. Mille e cinquecento scatti meccanici vibrano all’unisono. Il colonnello Jyemmertz, un ventiseienne di origine euroasiatica, si tranquillizza appena. Non male, per delle truppe provenienti da almeno tre paesi diversi. La Conferasia si è indebitata col resto del globo terraqueo per organizzare le Olimpiadi che la stampa locale (ma non solo) considera le più sfarzose della storia. Visvesvara e Kudanskartz osservano l’immensa platea di quello stadio col manto più verde in greenvalleytan della Conferasia. Un’ erba sintetica dell’ultima generazione, come è sintetico quasi tutto ciò che si riesce a raccattare nel luogo più inquinato della terra. Visvesvara fissa dal bordo pista gli staffettisti della 4 x 100 della nazionale conferasiatica che entrano baldanzosi in pista tra i boati e i fischi di una folla impazzita. Sono impressionanti, della stessa mole del velocista da cui si erano appena congedati.
– Sono ben piazzati per essere dei neocinesi, no?- mormora Leeyjs Kudanskartz. Ha l’aria del piccolo burocrate triste, che ha appena preso coscienza dell’ impotenza dell’apparato che serve fedelmente. Con aria stanca passa il piccolo scanner al sovrintendente.
Visvesvara fissa con attenzione il piccolo display; con gesti esperti entra nel sottomenù che gli interessa.
– Baculovirus- sentenzia.
– Quello che sospettavi, eh? Ormai sono arrivati nel Nordestado. Credo che sia l’inevitabile. E pensare che la media dei concittadini di questi buoi neocinesi non arriva al metro e settanta.-
– Credo c’entri quella coppia di cinesi puri che abbiamo trovato a pezzi nell’East End newyorkese due mesi fa. Su queste cose non si scherza. Il gene del toro per colpa loro non è più una esclusività conferasiatica – sottolinea Visvesvara. –Vedi, Kudanskartz, la loro forza li divorerà da dentro. Hanno liberalizzato tutto. Hanno aperto le porte agli scienziati di tutto il mondo, hanno dato loro libertà di ricerca senza remore di eticità. E ora incominciano a sbranarsi tra loro.- Sbuffa, per un attimo. Comincia a sudare. L’aria sta diventando sempre più irrespirabile.
– Comunque- aggiunge -non potremo provare un bel niente se non fanno entrare in questo paese i nostri genetisti molecolari.- Si ferma, ora fissa il suo vice negli occhi, come se dovesse rivelargli qualcosa di particolarmente importante.
-E probabilmente non saprebbero come cercare- continua con la voce che improvvisamente è divenuta molto stanca , la voce di chi sta provando il sapore di una sconfitta definitiva.
– Tutte le medaglie d’oro vinte fino ad ora per me sono marce- dice Kudanskartz con tono di disprezzo.- La Conferasia ha opposto il veto ai nostri controlli. Dobbiamo appoggiarci alle analisi ammesse ed eseguite presso il centro della Conferasia.-
– Buoni quelli… nel migliore dei casi sono conniventi col traffico di geni sporchi. E poi ci sono gli avvocati… ammesso che riuscissimo a dimostrare un gene anomalo nei cromosomi di Veganabu cosa credi che direbbero i suoi avvocati? Chi prova che questo gene è mutato? Che ricerche sono state fatte su questo gene? E se il mio assistito fosse vittima di una mutazione naturale? E intanto i soldi dei contribuenti scorrono, e lo stato perde credibilità davanti a tutti.-
Il cielo, dietro il filtro di Oxxicavv Majestatis 3 trasparente che copre l’ apertura superiore dello stadio, sta assumendo una strana sfumatura viola. Ogni cosa è stata studiata e approntata per alimentare la spettacolarità dell’evento.
Il pubblico sugli spalti rumoreggia a ondate: la partenza della finale è imminente. Ogni tanto si scorge una piccola folgore tra il pubblico, indice di un tentativo di invasione di campo; c’è sempre qualche imbecille che tenta di irrompere attraverso il campo di forza tungstenomagnetico cobossoidale plus N18, restando polverizzato all’istante. Viviamo in una società che cerca solo la morte, pensa ora Visvesvara con profonda amarezza.
– Ma quello stronzo fottuto è positivo al baculovirus. E’ scientificamente provato che non esiste una infezione naturale nell’uomo, per cui…- insiste Kudanskartz.
– E allora? – lo interrompe Visvesvara.- Secondo te è automatico! Insomma, Veganabu è positivo al baculovirus, l’infezione da baculovirus non esiste naturalmente nell’uomo, quindi il campione del Nordestado si è iniettato in vena una coltura di baculovirus da utilizzare come vettore genetico per inserire nel suo genoma un transposone colla sequenza di un gene difettivo del controllo dello sviluppo muscolare… e quindi, la sua muscolatura mostruosa non è dovuta a duro allenamento o a una predisposizione naturale, ma a doping genetico… Chiaro? Ma da quanto tempo fai questo lavoro? Ancora non hai capito con chi abbiamo a che fare? Questi hanno i soldi, hanno avvocati, hanno tecnologie molto più avanzate delle nostre.-
Lo sparo della partenza ammutolisce per un secondo il vociare della folla, che ricomincia subito dopo, più forte di prima. Gli atleti schizzano via dai blocchi. Il neocinese, invece, vola: la sua falcata è di più del doppio di quella dell’avversario più veloce.
-Guardali! La Conferasia, negli anni in cui ancora non esisteva, allettò gli scienziati di tutto il mondo con una totale assenza di divieti etici nel campo della ricerca genomica, della clonazione e delle cellule staminali embrionarie. E il risultato è questo. Sono loro il primo mondo, adesso. E quando il papa dei cattolici sta male dove va a curarsi, ora? A Novashangato, che diavolo! E credi che gli importi, al papa dei cattolici, conoscere l’origine delle cure miracolose a cui verrà sottoposto? Mi viene da ridere, sì… Noi due siamo qui solo per mantenere le apparenze… Ci mandano a combattere con armi spuntate. Tutto chiaro, amico mio?- Visvesvara accenna un sorriso tra l’amaro e il sarcastico verso Kudanskartz, che continua a tacere.
Alla terza frazione i neocinesi conducono per una intera frazione di vantaggio: la tifoseria di casa è in delirio.
Visvesvara continua il suo monologo. – Questo ridicolo scanner in dotazione cerca e individua sostanze che non usa più nessuno, tranne i più poveri. La diagnosi comparativa e sequenziale del genoma in gara ci è preclusa in quasi tutti i paesi.-
– Capo, non abbatterti così.- Kudanskartz abbozza una pacca sulle spalle.- Il problema è che i politici non ci ascoltano. O ci ascoltano con un orecchio solo.-
– Ma no, quelli se ne fregano del tutto. A loro va tutto bene fin quando non c’è da perderci voti o soldi; allora, in quel caso, si allarmano e intervengono, come sempre a modo loro. Sai una cosa, Kudanskartz?-
– Dimmi pure. –
– Secondo me dovremo permettere a questi maiali schifosi di fare quello che vogliono.-
– Sei proprio depresso, se dici una cosa simile.-
L’ultimo staffettista neocinese si accinge a concludere l’ultima frazione da solo.
– No, non sono depresso… Dovremmo permettere che l’innaturale si confronti col naturale. La natura mette a posto tutto. E’ il più spietato dei giudici, e non la frega neanche il più grande principe del foro.-
L’ultimo frazionista neocinese si appresta a tagliare il traguardo.
– Lo senti che odore c’è in giro?-
Kudanskartz tira su col naso.
– Non sento niente…-
– Sicuro? Concentrati, su. E’ odore di carne marcia… carne marcia… Allora, lo senti adesso?-
Il neocinese taglia il traguardo tra un boato di ovazioni in otto secondi e uno, e si accascia dopo pochi metri. Alle urla di gioia si sostituiscono quelle di sconcerto.
Un mare di camici bianchi iniziano i loro caroselli attorno a quel corpo senza vita.
Visvesvara volta le spalle all’arena e si dirige verso l’uscita.
-Carne marcia- ripete come in trance al suo secondo – solo povera carne marcia. Sì. Carne marcia. Tutto qui. Carne marcia. Chiaro? Lo senti? Annusa. Annusa bene. Carne marcia.-
Dagli altoparlanti esce al massimo volume il primo movimento bis della Canzone della Immensa Gioia Solare di Franz Joseph Albano, a coprire tutto, con un boato sintetizzato, uno smisurato boato elastico e prodotto in un grande laboratorio di suoni del Nordestado, nel Kolorado, ad Highz Denverz. I due uomini, quasi contemporaneamente, cercano di proteggersi le orecchie dal terribile clangore, ma è inutile. Il rimbombo della musica è divenuto insopportabile. Il cuore di Visvesvara comincia velocemente ad aumentare le sue pulsazioni. L’uomo sente mancare l’aria. Teme di perdere il controllo. Vede gli spalti dello stadio che si muovono verso di lui, come se l’enorme catino si stesse comprimendo per chiuderlo in una morsa. Una specie di velo scuro cala sulla sua vista, è come se avesse indossato un paio di occhiali da sole. Dalla tasca della giacca prende con fatica un piccolo flacone di pillole giallo ocra, Psychobenzyl Heinz Texaco Antiterror 6000. Ne inghiotte un paio, mentre il suo collaboratore lo guarda con un sorriso di incoraggiamento e gli mette una mano sulla spalla. In capo a pochi secondi i lineamenti fini post-indiani del volto del sovrintendente provinciale dei Kontrollerz si distendono. I rumori dello stadio si sono enormemente attutiti, la luce è divenuta più brillante ma anche più discreta, i colori meno accesi, l’aria di nuovo respirabile, quasi fresca; tutta la sua vita sta tornando di nuovo sopportabile, fino al prossimo, pericoloso attacco di terrore.
(Foto tra un capitolo e l’altro: Francis Bacon – Studio sul corpo umano)

Da Nazione Indiana

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