The FK experience il sito di Franz Krauspenhaar

30 giugno 2007

Magliani, il Jack London ligure

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 09:30

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di Franz Krauspenhaar

Marino Magliani è uno scrittore che viene dal fare e dall’avventura. Dalla pratica che diventa grammatica. Un Jack London ligure, che nella prima parte della sua vita s’è imbarcato sulle navi come mozzo dopo aver girato i collegi di mezza Italia, ha peregrinato per mezza Europa per qualche anno, e poi ha inseguito e trovato l’America: quella del sud, per altri anni, visitandone metà dei paesi, vivendoci, impregnandosi fino all’osso di esperienze. Come un autore americano self made (Magliani non viene dalle università, ma dal pulsare secco e spesso cattivo della vita avventurosa, dal marciapiede) ha fatto di tutto: il lavapiatti, il magazziniere, il traduttore di menù dallo spagnolo all’italiano per i ristoranti della Costa Brava; e ancora, l’olivicoltore nella sua Liguria di ponente, il rappresentante, il portiere di discoteche, lo scaricatore di porto sulle banchine olandesi –; e da anni lo scrittore in Olanda s’è sistemato, in pianta più o meno stabile, trovando una moglie e allevando con lei un figlio, un marcantonio diciassettenne di nome Mike.
Magliani, classediferro 1960, viene appunto dalla Liguria di ponente, precisamente da Dolcedo, vicino Imperia. Terra di crinale, terra a ridosso; la Francia è a uno sputo catramato di Gitane, il mare stupendamente a picco, gli ulivi profumati, i carruggi, le serpentine tra cielo e terra e mare, il sole e le ombre in un continuo rincorrersi, la parlata musicale che – come in tutta la Liguria- sembra un impasto di italo-portoghese (c’è una divertente canzoncina di Bruno Lauzi in zeneise che spiega questo bell’ andazzo linguistico: ma quandu u l’é che ti te catti u frigideiru) . Sanremo e le sue folies bergère festivaliere sono a un altro tiro di sputo catramato, stavolta del nostro monopolio. Terra poca, come in Olanda, paese che il nostro scrittore lo ha ricevuto e alla fine ben riparato. Liguri ed olandesi, simili nell’essere gente dura e fiera nel senso migliore, abituata a strappare strati e strati di terra avara dal proprio mare, a unghiate cocciute. Commercianti e navigatori, talvolta poeti; sui santi non sono pervenuto.

Il Magliani scrittore inizia a pubblicare nemmeno tanto tempo fa. E’ giusto: accumulare esperienze, sentirsele dentro, aver voglia di scriverle, infine scriverle – gettandole sui fogli in centinaia di migliaia di parole senza esserne quasi mai soddisfatto, finché l’occasione e la maturazione fanno tutt’uno. Cercare la propria voce, soprattutto. Magliani una sua voce l’ha trovata. Da dove era venuto. Caratteristica. Tra mille altre. Ligure, lunfarda, mix appeal di linguaggi e parlate. La sua voce letteraria viene proprio da quei carruggi, e dalla vita errabonda che ha vissuto. Il microcosmo ligure non viene soltanto raccontato ma anche vissuto nella lingua tutta particolare di questo autore che ha un periodare lirico e scintillante, ma scabro. Il microcosmo che s’espande e diventa macrocosmo; dal puntolino di terra sulla costa mediterranea la visione s’allarga, fino a occupare estese terre altre. C’è Francesco Biamonti, dietro di lui, come un bravo maestro, che forse vigila: l’eredità è importante, e lo scrittore di Dolcedo la prende volentieri sulle sue ampie spalle.

Dicevo degli inizi. Da pochi anni. Con piccoli editori locali: Molo Express e Prove tecniche di solitudine (Centro Editoriale Imperiese), L’estate dopo Marengo (Philobiblon) fino al passaggio ad un editore medio di ottima visibilità, Sironi , che ha in Giulio Mozzi l’editor e l’infaticabile scopritore di talenti. Un libro, Quattro giorni per non morire, che sembra un noir più che altro per un titolo che sembra preso a prestito da un cult cinematografico francese dei 70, da un J.P. Melville, da un José Giovanni, da un Jacques Deray; e che invece è altro dai generi, un libro non da catalogo nel senso della “messa in scaffale”, un libro – come tutto, in Magliani – sul crinale, alla frontiera, on the border- line. Appassionante e però in fox-trot quasi come un Biamonti di quelli appena spremuti nel frantoio di famiglia.

E finalmente la nuova uscita, questo ambizioso Il collezionista di tempo, (Sironi, pagg.204, euro 12,90) Troviamo ancora, come nei Quattro giorni, un Gregorio protagonista narrato in terza persona. L’azione parte dalla fine dei 60, Gregorio è un bambino che della vita del paese non ne può più, nell’anima è già lupetto di mare. Prova al collegio dei frati a Mondovì, nel cuneese. E là sente strane voci, che da svariate si raccolgono in seguito nell’imbuto di una sola: sono le voci di Gregorio stesso che gli parlano dal futuro. Dai frati è caduto dalla padella nella brace, l’unico amico che trova è un certo Falconi Leo, al quale racconta di queste sonore presenze e che anni dopo morirà per droga.
Passano gli anni, Gregorio è militare nei bersaglieri a Legnano, siamo nell’80, al congedo. Col suo amico milanese Save progetta un contrabbando di hashish tra l’Italia e la Francia, e poi la Spagna.

Arriviamo ai giorni nostri, alla fase più interessante del romanzo: Gregorio è in Olanda, sulla costa, a Zeewjik, è scaricatore di porto, vive da solo, è diventato scrittore, il computer lo attende ogni giorno con la sua intonsa pagina Word; è sempre perseguitato dagli incubi del suo passato, soprattutto da quelli del periodo collegiale. Sta tra gli incubi d’un passato che di continuo torna a galla alla sua coscienza e un futuro che gli si mostra anch’esso tramite quelle voci di sé. Una di queste improvvisamente inizia a comunicare con lui per iscritto, via email. Dal 2065. Anche la scrittura, la vera “voce di dentro”, inizia a “parlare”da un remotissimo “dopo”. Lukas gli scrive. Fino al finale, con il manoscritto nel manoscritto, un racconto che Gregorio ha scritto assieme alle voci e che segue il romanzo vero e proprio come un’ estrema propaggine narrativa. Ma non voglio dirvi di più: il romanzo parla di tempo e di letteratura, è un viaggio all’interno del cuore del vero scrittore e della sua vita difficile, attraverso il tempo. Magliani, sappiatelo, è anche un giocatore d’azzardo, uno sperimentatore, e la sua partita l’ha vinta.
Un giorno se mi leggerà il lettore del terzo millennio, saprà che c’erano gli alberi e i desideri, le palme e i pini, e gli eucalipti dalle foglie a quarto di luna, e le rose: chi non voleva più soffrire, e chi voleva amare tutto. Questi magnifici versi di Giuseppe Conte, poeta emerito delle stesse terre liguri, potrebbero riassumere il tono e gli argomenti di questo Il collezionista di tempo con parole piene di nostalgia anticipata.

Certo, non è sempre facilissimo seguire l’andamento delle scene; Magliani vuole la massima attenzione, il suo “caos calmo” ha bisogno di un’immersione totale nel suo mondo di sornione serpentine narrative. Non aspettatevi il classico romanzo leggi e scorda: qui ci vuole che il lettore paghi – si fa per dire – il pegno di un ascolto attento e partecipe, in certo senso deve meritarsi la lettura di queste pagine. A volte capita di perdersi, ma basta tornare indietro, riprendere con lentezza, riassaporare, ritornare in alto mare. Ci vuole il senso della lentezza che dobbiamo tutti recuperare: è questa volontà di fermarsi a riflettere con un romanzo tra le mani. Sì, riprendere a ballare lo slow: di una narrazione, di un’invenzione, di una suggestione; senza snobismi, solo per amore del gusto.

Bildungsroman fantascientifico che rompe gli argini del tempo e si spinge fino a una “formazione” al futuro, Il collezionista di tempo è un’opera singolarissima, per intenditori che amano la lettura avvolgente, che vogliono serrare nei pugni la vera qualità letteraria, che s’appassionano ancora alla letteratura fatta con la pelle nuda e la sfrenata fantasia – e dei cartamodelli da ritagliare non se ne fanno proprio nulla.
Magliani, io credo, è uno che rimarrà nel futuro, ha collezionato troppo tempo nella maniera giusta; e così, dico io, ha fatto tesoro di un talento raro.

(Pubblicato su Il Domenicale – 23.06.2007 – Nella foto: spiaggia a Porto Maurizio.)

14 giugno 2007

Gentilissimissimo Vittorio (Sgarbi)

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 20:35

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Gentilissimissimo Vittorio (Sgarbi),

prendo spunto dalla lettera dell’amico Gianni (Biondillo) per farti la seguente proposta. Una combinazione di entertainment e cultura, di cultotainment, insomma. Chiedo a te, Vittorione, uno stanziamento di 40.000 euro per pagare le mie prossime vacanze da sogno, comprendenti: tour mondiale nelle migliori località turistiche del pianeta, comprendente a sua volte le spese di vitto, alloggio (cinque stelle), escort girls, guide turistiche (sintetiche nell’esposizione), maggiordomo, personal trainer, massaggiatrice.

In cambio, do la mia totale disponibilità alla stesura del libro I viaggi di Krauspenhaar, descrittivo fin nei minimi particolari della favolosa esperienza avuta, da pubblicarsi presso la casa editrice Bompiani – questo per avviare una profittevole sinergia con la tua famiglia.

Inviterò lo scrittore Paolo Bianchi a scrivere un’adeguata prefazione. Ti assicuro che questo “oggetto narrativo non identificato” verrà recensito tre volte da Loredana Lipperini sul Venerdì di Repubblica.

E’ da intendersi automatico l’invito, per me e Paolo Bianchi, all’edizione di “Biblioteca in giardino” dell’estate 2008, anche perchè entrambi non siamo mai stati invitati dall’organizzatore e direttore artistico Leonardo Pelo (che con l’occasione saluto).

Ti ringrazio dell’attenzione, rimanendo in attesa di un tuo cenno con enorme fiducia.

Tuo,

Franz (Krauspenhaar)

P.s.: Per te, Vittorio, l’immagine di Il Giardino delle Delizie di Bosch.

11 giugno 2007

Milano non mi ama

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 15:55

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di Franz Krauspenhaar

Esco di schiena. Mentre papà lo penso penso anche a te, ferita. Vagavi qui ed era già estate, al glicine perso, perduto, sverso. In Milano la città terribile, tra fuochi d’asfalto, prensile. Finivi alla fermata, aspettavi, salivi. Ora è passato un anno e sono qui a giocare col tormento – non esserti e però esserti in qualche modo di più.Quando vedo la fermata del 14 Milano non mi ama. Quando percorro Porta Garibaldi Milano non mi ama. È cena di fantasmi, è rampicare di stenti d’un soffrire che è diventato dilemma. Gelide perle. Sono di sudore contrito, ora, nel ripassare sulle stesse lignee strade di noi. Milano non mi ama. Chiedo perdono al male che mi strozzava a basso, prima, lo stomaco itinerante, il sonno totalmente perso. Ma adesso vagolo. Insomma, chi sono, ora? Scrivo il mio libro, papà lo penso ancora per scriverne – e penso anche a te, che invece sei viva, chissà dove, mentre scendo, a Lanza. Lì mi rivedo tornare, a notte, nel percorso esattamente contrario. La luce appare e scompare, inutile sempre. Milano non mi ama. Né di giorno, né di notte. Faccio fatica a farmi cacciare nella tana del sonno. Alle cinque soltanto, ed è stucchevole, chimico. Tutto rivoltato. Rido in società, sguaiatamente, per respiro, per tensione ritrovata, per dire che ci sono, e che ci vivo. Ma Milano non mi ama.

S’immiserisce, tutto/ reale è l’irreale/ riso nero su scorticate vive, spose/ nebbie taglienti, bottoni/ di sfigurate luci/e pioggia, di Francis Bacon, bluastra/Se ero libero facevo il pescatore, di sangue/
invece libro con la mia sete gialla/su mari di luce nera, manigolda./Occhi di donna bevono paglia di capelli/sognati, di biondità maligna./Scatole di cani pressati/in gelatina di ghiaia/alla mia mensa nera/. Svalvolo la mia pena. /Odo la radio, fitta, ghigna/il notiziario rintocco./Il mio muso grigio è rabbioso/ero stato un lupo tagliente/di pelo azzurro, fulvo, e criniera di sulfurei colori/gelido e bellissimo/una volta./Ora ho la bava alla bocca/mi respira a fianco, la dolorosa coscienza/d’essere stato preso/la vita è come stata corsa tutta/a lingua fuori, in bara di cartone, in ridicolo gelo.

E Milano più che mai non mi ama. Avanzo verso una latrina che non c’è mai stata, ma Milano è latrina, ma Milano è puttana. Ricordo i vecchi e puzzolenti vespasiani. In piazza Lavater ce ne era uno, ricordo, stavamo da quelle parti con gli amici di destra, con l’amico socialista, carrierista, con le brave ragazze. Non ci sono più odori decisi, qui. Le auto, a momenti, mi stirano a cento all’ora, non mi amano, anche loro. Ripercorro le strade di noi non perchè lo voglio, ma perchè ne sono costretto dagli impegni. Ti ho vista muoverti, di profilo, i capelli all’insù, come il personaggio di Hitchcock. Una volta. Ti vidi, anzi credetti di vederti. Accennai a seguirla, quella donna. Poi lasciai perdere. Eppure, desistere non è da me. E Milano non mi ama, anche per questo. L’urlo di arrendersi piove da ogni strada, da ogni canto, da ogni sprazzo di cielo ribassato. La nostalgia è bastone di comando.
Il cielo è in saldo, oggi, a Milano. Che non mi ama più. E io so perchè.

(Il precedente, Milano ti ama, postato in aprile, è qui: http://www.nazioneindiana.com/2007/04/09/milano-ti-ama/)

Immagine da: La donna che visse due volte, di Alfred Hitchcock

Da Nazione Indiana

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