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18 aprile 2006

1976-2006, TRENT’ANNI DI PUNK

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 16:42

di Mauro Baldrati

Possiamo stabilire la data di nascita del punk? Come tendenza forse no, almeno non esattamente: troviamo tracce dei primi gruppi, ancora scarsamente caratterizzati, agli inizi degli anni Settanta, soprattutto in America. Nascono come reazione allo strapotere delle case discografiche che hanno ormai fagocitato tutta la creatività del decennio precedente. Poche case hanno in mano tutto: la produzione, la distribuzione, persino la fabbricazione dei supporti in vinile. Tutto è sotto controllo, tutto è pianificato: gli accessi alle radio, alle riviste, e chi vuole suonare deve adeguarsi, o tacere.

Il primo, vero, grande gruppo punk sono gli americani Ramones, fondato nel 1974; l’anno seguente, in Inghilterra, si costituisce il gruppo che sarà, per una stagione frenetica e rapidissima, l’emblema stesso del punk: i Sex Pistols. La loro nascita avviene quasi per caso, con quella concatenazione di eventi senza continuità apparente che talvolta sta alla base delle grandi avventure collettive. Un performer situazionista, Malcom Mc Laren, gestisce con la stilista Vivienne Westwood una sorta di piccolo Sex Shop in Kings Road, Sex. Fuori, in strada, c’è il ritrovo di un gruppo di ragazzi, ribelli e senza nome, che passano le notti in un lesbian-club di Soho. Malcom intuisce immediatamente lo sberleffo situazionista. Ne raduna quattro, senza neanche preoccuparsi di verificare se sanno suonare (e non sanno suonare) e costituisce un gruppo. Li chiama come il negozio, Sex Pistols. Cerca di organizzargli un concerto, e non importa la tecnica, perché il nuovo stile musicale, nato forse proprio per fare suonare chi non è capace, presuppone tre accordi in croce e tanta, tanta energia. Il primo concerto avviene il giorno di S. Valentino del 1976, in un vecchio magazzino in disuso vicino a Tower Bridge; il secondo, un paio di mesi dopo, in un night club di Finchley Road, per un pubblico composto da dieci ragazze alla pari e una trentina di ragazzi italiani che le corteggiano; il terzo in uno strip club di Soho e… il seguito è noto.
Poiché i Sex Pistols sono stati il gruppo accettato da tutte le componenti, anarchiche, nichiste ecc. possiamo stabilire che il 1976, anno dei loro primi concerti, segna la nascita ufficiale del punk. Nel 2006 quindi cade il trentesimo anniversario della nascita di un movimento musicale la cui influenza artistica e sociale – per estensione geografica, per durata – può essere considerata pari solo a quella esercitata dal sex-rock’n’roll di Elvis Presley. Dopo il passaggio del punk nulla è stato più come prima. Come ha scritto sulla rivista Hot Ted Polhemus, che di quegli anni è stato un protagonista, un co-organizzatore di eventi con Malcom Mc Laren: “con la loro musica e con la loro immagine, questi giovani ribelli definivano, senza volerlo, i principi sui quali si basa la nostra cultura post moderna”.
Nasce soprattutto nei quartieri operai, scarsi di servizi, e contiene una carica formidabile di destabilizzazione e di eversione. E’ un movimento di rottura allo stato puro. Eppure è anche un movimento positivo: il punk si basa sull’enunciato do it yourself: arrangiati, fai da solo nell’era della pianificazione industriale. Riprenditi il tuo tempo, diventa padrone di te stesso. I gruppi punk nascono in maniera spontanea, con strumenti di fortuna, talvolta rubati, e si diffondono nel mondo intero. Basta un magazzino, uno scantinato, un garage, e un po’ di amici. I concerti sono interattivi, il pubblico sale sul palco e partecipa al concerto (partecipa come vuole: famosa è la foto di Sid Vicious col naso sanguinante, perché uno spettatore salì sul palco e gli sferrò un pugno in faccia; il concerto ovviamente continuò). Grande attenzione viene data anche all’immagine: il punk fa moda, è moda; ed è una moda do it yourself, che scardina le regole dello stile imposto dall’alto: i vestiti vengono autoprodotti, cuciti in casa, accostando oggetti autocostruiti che servono anche per comunicare al di là delle barriere della lingua: coi badges, le spille illustrate da apporre sul chiodo, che spesso recano il logo o il nome dei gruppi di riferimento, due punk provenienti da latitudini opposte del pianeta possono comunicare anche senza parole.
Nel corso degli anni il punk di evolve, allarga la proprio sfera di attività e i propri punti di riferimento. I Clash saranno i primi a sperimentare un’unione musicale tra punk, reggae e sonorità latinoamericane di forte connotazione politica. In America, verso il 1980, prende forma il cosiddetto hardcore punk, e nascono gruppi come i Black Flag, Bad Religion, Circle Jerks, Dead Kennedy. Negli anni Ottanta sembra entrare in crisi, inizia forse un declino, ma verso la fine del decennio il genere rinasce e vi è una seconda ondata con gruppi come i Good Riddance, gli italiani Punkreas, i francesi Burning Head, gli svedesi No Fun At All, i tedeschi Wizo, e altri gruppi americani e inglesi che portano avanti un’innovazione dello stile. Vi è anche un risvolto commerciale, col pop-punk degli americani Green Day e Offspring che arrivano a vendere dieci milioni di copie ciascuno degli album Dookie e Smash.

(La foto è di Mauro Baldrati)

9 Comments

  1. Che strana linea hai seguito, io avrei percorso un’altra strada, ma come dici l’influenza fu enorme e io mi persi dietro progetti poco pop, come i Pere Ubu, i Residents (dalle copertine fantastiche) i gruppi di “No New York” come James White e Lydia Lunch, poi era tutto talmente poco pop che rischiai pure io l’estinzione, regalai a mio fratello la mia collezione di dischi new wave (tranne alcuni che ho ancora) e cominciai a scavare in cerca di radici in quel paradiso del blues che era Carrù a Gallarate.
    Ma questa rievocazione di quegli anni era doverosa, grazie Franz

    Commento by rififi — 19 aprile 2006 @ 01:20

  2. Perché strana, Raffi? Tu ti riferisci a un’altra via artistica, che solitamente va verso la cosiddetta new-wave (o no- wawe, che fu un’invenzione di Brian Eno), questa è una specifica ricostruzione del punk.

    Commento by MB — 19 aprile 2006 @ 09:23

  3. Aggiungerei i Germs e gli Adolescents, per me, i migliori insieme ai Dead K. Bel pezzo.
    andrea

    Commento by andrea — 19 aprile 2006 @ 11:33

  4. l’altro giorno rimasi stupita di una recensione sui Prodigy nella Controradio di Firenze, che l’associava anche al punk. Era quello che mi mancava e ancora non avevo capito su uno degli esperimenti musicali che ho amato di più e che è stato brevissimo (per me vale solo il primo album). Ora ,è bello leggere questa pagina. Mi fa conoscere una sfera di emozioni che ho mangiato a morsi occasionali, mai troppo volutamente cercato, ma quando capitava era energia ed era sempre quello che ci voleva in quel momento.

    Commento by missy — 19 aprile 2006 @ 15:45

  5. E’ che Baldrati la storia la racconta bene,
    è che io seguo la storia ma non conosco i personaggi,
    è che sono vecchio o disinteressato per cui dici:
    Ramones, e io tidico: non mi è nuovo,
    dici: Sid Vicious….per me: l’ho visto una volta,
    quello che stravolgeva My Way: sì, lui, o no?
    Mah…
    Per dire che alla fin fine è come un racconto tipo fantasy,
    ben scritto, però
    solo che i personaggi potevano chiamarsi gli Apoka, gli Sparakazz,
    mio zio ‘Ngilinu o Minno Zinni,
    ecco, per dire.
    MarioB.

    Commento by cf05103025 — 19 aprile 2006 @ 23:38

  6. Suonavo a tutto volume, alternativamente, London Calling, Remain in Light e Sahara Electric (tutti e tre il costo di quindici giorni di lavoro). Intorno a me era la rimacuoreamore, il festivaldisanscemo e i baciperugina. Intorno a me era il deserto, mentre si profilava, nefasta e senza scampo, l’italiadabere…

    Commento by fm — 20 aprile 2006 @ 00:10

  7. MatioB, guarda, gli Saparakazz avrebbero potuto essere benissimo un gruppazzo punk, magari italiano… e Sid era proprio lui, quello di My Way. Mi fa piacere che vengano fuori ricordi di quegli anni, pagine di vita e di musica.
    Grazie a tutti.

    Commento by MB — 20 aprile 2006 @ 17:58

  8. Secondo me Sid Vicious non la stravolgeva affatto My way, ci entrava e quella canzone è un pezzo della sua vita.
    Questo ne fa un’interpretazione assolutamente coerente.
    E’ ascoltando Dexter Gordon che ho capito che pochi di quelli che entrano nel tema di una canzone non ne fanno qualcosa di proprio, ma la fanno vivere in se stessa, pur rimanendo assolutamente se stessi; una fusione e non un’interpretazione.
    Son fatti rari.
    MB probabilmente hai ragione, io ricordo quello che sentivo allora e il mio personale ricordo di addetto al servizio d’ordine dei concerti torinesi.
    Tanti ricordi che riaffiorano ogni volta e non mi lasciano pur avendo imboccato strade musicali molto diverse.
    QUello che ho scritto su My Way è sempre stato il filo conduttore delle mie scelte, prima del genere mi attrae la qualità dell’uomo, del musicista, ma ho sempre invidiato chi come te abbracciava con più ampiezza di me un fenomeno musicale ed umano nel suo insieme.

    Commento by rififi — 23 aprile 2006 @ 22:36

  9. Rififi, non è errato dire che Sid non ha stravolto particolarmente My Way; musicalmente infatti è abbastanza fedele all’originale. Però è il contesto che lo faceva punk: nel film di Julian Temple infatti l’esibizione si conclude con Sid che spara sul pubblico in adorazione del pezzo di Frank Sinatra. E’ qui il vero sberleffo punk-situazionista.

    Commento by MB — 24 aprile 2006 @ 09:31

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