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18 novembre 2005

La vie en noir

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 16:15

di Franz Krauspenhaar

Comincio ad essere stufo di sentire il fruscio, nel dibattito letterario tutto italiano senza fine né inizio su chi ce l’ha più duro (e casomai anche puro) di chi pensa che il noir è paraletteratura, roba di serie B, o – grazie per l’interessamento- artigianato di classe quando va bene, quando si vuole essere magnanimi.

In realtà il noir della miglior specie puo’ essere capace di racchiudere una complessa visione del mondo, quando appunto viene trattato con acume, senso del ritmo, forza, sincerità, ispirazione, in una parola talento. Se ne è abbondantemente parlato, lo sanno anche i sassi che il mare ha consumato, sono le mie parole ecc…: le suddivisioni, le scaffalature… crime novel, detective story, thriller, polar, Krimi, noir, giallo… Ma è bene ricordarselo, ogni tanto.

I tedeschi, per far prima e come sempre un po’ brutalmente, chiamano tutto Kriminalroman, romanzo di crimini, romanzo criminale; gli americani variano le definizioni, i francesi polarizzano quando il noir si tinge del colore delle divise dei poliziotti, noi italiani di scaffali ne abbiamo in numero di due, e spesso si fa confusione, ma va bene così: giallo e noir. Giusto come facciamo noi, a mio avviso; e, per una volta, viva l’Italia.

Il giallo, a tutte le latitudini, è però piuttosto spesso un prodotto culturale di mezza tacca: il poliziotto gourmet come un Bigazzi qualsiasi, la vittima, l’indagine, la soluzione, tutti a casa con la pancia ovviamente piena; invece dello champagne, a innaffiare il tutto una spruzzata di sinistrismo buono per molti. Un bel rebus non troppo complicato risolto sotto l’ombrellone e chi s’è visto s’è visto. Ego se assolve, tutto come prima e arrivederci al sequel. Il noir – quello buono, ché di noir alla sans façon ne siamo pieni come nel giallouovo – va oltre, va fuori dai generi – oltre che dai gangheri – da solo, non ha bisogno di niente e di nessuno, né di “pretesti” per quanto importanti come la lingua, la tradizione, la realtà, il sociale. Il noir di rango sta su da solo come due bei seni sodi, à la Bardot mit Guenther Sachs (o Gigi Rizzi, è uguale).

Il noir puo’ apparire sotto le spoglie del fantasma di Dostoevskij che brandisce in pugno una 44 e fa bang bang nella nostra testa, puo’ essere il babau di Tolstoj attualizzato che spinge al suicidio (per interposto personaggio) un’Anna Karenina con la gonna più corta; il noir è il nostro luogo più oscuro, il noir migliore non assolve e non si assolve, non consola, non lenisce, è nudo come la verità, è crudo, non è mai buono per tutte le stagioni, non si fa comprare, insomma non è in vendita, anche se questa mia ultima asserzione potrebbe sembrare provocatoriamente paradossale.

Il noir è la vita che fa schifo. Il noir migliore è intransigente, sa essere politico, è scorretto, è politicamente scorretto. Tutto puo’ essere noir quando abbiamo dormito male, o non abbiamo dormito affatto. Il disagio è noir, la follia è noir, la rabbia è decisamente noir, il cielo della paranoia è noir, il sole che non fa per noi è noir, quello dei morenti è noir ancora di più. L’amore, nei suoi continui alti e bassi non solo sentimentali, è spesso noir. Quando tutto ci gira storto abbiamo vissuto una giornata noir. Le incazzature sono sempre noir. Mai sentito parlare, infatti, di un’incazzatura mainstream. Quando la vita finisce, cala su di noi un immane sipario color noir. Finiremo tutti nel noir dipinto di noir, questo tutti noi lo sappiamo. Lo scrittore di noir è anche lui, come tutti, un morituro che cammina; mentre un morto fatto e finito è noir. Il condimento al nero di seppia non è noir ma la “piovra” che avviluppa la civiltà dei consumi e buona parte della politica è noir. La vita eterna però non è noir, forse è rosa; chissà, magari in tonalità shocking… In tal caso, speriamo davvero che Dio non esista…

Il noir narra della realtà? Si, spesso. Ma non è obbligatorio. A volte, anzi non di rado, narra di incubi. Spesso di sogni irrealizzati. Il noir è pessimista con intelligenza. Come scrisse Fogazzaro, “le cose non sono mai così terribili da non poter peggiorare”. Infatti. Tant’è che il noir non ammette limiti, vi si coltiva sempre la “speranza” di poter raccontare un peggio sempre peggiore. Il noir è più trasversale di Mastella ma, al contrario del politico democristiano, ha una gran dignità. E sa anche incantarsi: come il Kees Popinga di Simenon che “guardava passare i treni”.

Che differenza c’è tra i generi? Ma poi, i generi esistono? Forse, ma non ne sarei tanto sicuro. Ma si, esistono solo nella nostra testa…
C’è la pelle, la similpelle e la plastica, dappertutto, in tutte le cose. La vie en noir. Au re-noir

56 Comments

  1. Altri che Sabina Marchesi avrebbe mandato dietro la lavagna perché non sono stati abbastanza attenti ai desideri dei lettori, alle tendenze del mercato, al tipo di richiesta editoriale del momento sono:

    il solito povero Gadda
    il povero Svevo
    il povero Tozzi
    il povero Morselli
    la povera Dolores Prato
    l’ innominabile, deprecabile imbarazzante povero Pizzuto
    lo stravagante Delfini

    e si accolgono suggerimenti.

    Ma si sbaglia, erano tutti attentissimi a considerare il lettore un fulcro dal quale non si può prescindere, un fattore che non è possibile ignorare. Anche per loro il lettore era il fine ultimo della narrazione, il cardine stesso della letteratura, l’apologo e l’epilogo. Peccato che pensassero a un lettore come loro, cosa che qualche demente pensa ancora adesso e giustamente viene punito.

    Naturalmente dei poeti non parla, loro dietro la lavagna ci sono andati da soli, anzi, hanno montato una canadese e praticamente ci vivono.

    Commento by temperanza — 20 novembre 2005 @ 23:45

  2. Si, quel discorso puo’ apparire quello di chi attacca per difendersi, magari; e forse lo è. Cade dal basso (?) e reca – o puo’ recare- fastidio anche o soprattutto per quel parlare di “mercato”. Andrea, hai ragione quando parli di come arrivare al pubblico, lo sporcarsi le mani ecc. Le case editrici in questo hanno una grande responsabilità, perché potrebbero fare molto, molto di più e spesso non lo fanno. I lettori visti da quel “povero pirla” di Kurt Vonnegut sono tutti degli imbecilli, dici. A me non pare. Nel suo discorso io intravedo dell’umiltà vera. (Poi è anche vero che i grandissimi scrttori umili non lo sono per niente, nella maggioranza dei casi).
    Temp, per tornare a Guido Morselli: ma Sabina Marchesi c’era, aveva per caso potere nel mondo editoriale quando i suoi libri venivano rifiutati da tutti? Perché il tuo discorso non fa una grinza, soltanto che io l’impressione (forse l’ho sognato stanotte) che GM oggi sarebbe pubblicato, eccome.

    Commento by F.K. — 21 novembre 2005 @ 11:15

  3. Ma Kurt Vonnegut è una leggenda, è un maestro, è uno dei più grandi, quindi e le sue parole, quelle pochissime citate, servono a dare autorità al discorso di Angela Marchesi in un modo un po’ scaltro: una specie di benedizione estorta. Se vogliamo parlare di Vonnegut, parliamone, e secondo me molto difficilmenbte approfondendo le cose capiterà di trovare che lui e la Marchesi abbiano le stesse idee sul lettore.

    Commento by andrea barbieri — 21 novembre 2005 @ 11:45

  4. Morselli oggi è pubblicato, questo è un dato di fatto. E più che altro rafforza il concetto che bisogna scrivere come si sente necessario scrivere. Per un pubblico ovviamente, per toccarlo con le proprie parole, “proprie” appunto: cazzo c’è un valore in queste parole che nascono, crescono in un individuo. Come posso forzare i pregiudizi dei tanto desiderati lettori, muovere delle emozioni, toccarli, attraversarli senza qualche strumento nuovo e potente: una nuova lingua, una nuova forma che non possono che nascere da una individualità anche coraggiosa.

    Commento by andrea barbieri — 21 novembre 2005 @ 11:58

  5. @F.K.
    Che Sabina Marchesi avrebbe promosso Morselli ho i miei dubbi. Cmq non lo possiamo sapere. Resta il fatto che un discorso come il suo è pieno di buon senso, qualità che serve a non fare troppi buchi nei bilanci, ma che non è la qualità principale di uno scrittore. In ogni caso Barbieri ha ragione, una certa scaltrezza nell’usare le parole di Vonnegut c’è.
    Resta il fatto che il suo discorso sul pubblico è esattamente lo stesso che ho sentito fare a Bassetti l’altra sera in TV a proposito del Grande Fratello.

    Ma come vedi di stile non abbiamo più parlato.

    Commento by temperanza — 21 novembre 2005 @ 12:02

  6. Posso immaginare cosa abbia sentenziato Bassetti sul pubblico, a questo punto, desumendo da S.Marchesi:-)
    A parte gli scherzi, è vero che c’è stata scaltrezza nello strappare di mano al grande Kurt le sue parole, avete ragione. Altra cosa è lo stile, si. Anche se si era partiti dal noir.

    Commento by F.K. — 21 novembre 2005 @ 12:16

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