The FK experience il sito di Franz Krauspenhaar

31 luglio 2005

DISADATTO A VIVERE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 14:31

"Pirandello, anche quando raggiunse fama e onori, più volte parlò di un suo congenito disadattamento alla vita. E non soltanto perché, come ebbe a dire, ‘ la vita, si vive o si scrive’, ma per un suo innato candore. Al consesso degli Accademici, dopo aver ricevuto il Nobel, il drammaturgo agrigentino ancora una volta accennò alla sua innocenza: ‘…tutti questi errori dell’innocenza che hanno finito per fare di me un essere come è giusto che sia un artista, del tutto inadatto alla vita, e soltanto adatto a pensare e a sentire…’  E sempre a proposito della sua ingenuità, Pirandello ha annotato: ‘ Ricordo che da bambino avevo piena fiducia che avrei potuto farmi intendere da chiunque. Un’ingenuità, che naturalmente mi costò amarissime delusioni. Ma di qui trassi lo stimolo ad affinare le mie facoltà espressive, e anche il bisogno di studiare gli altri per rendermi conto di coloro con cui avrei avuto a che fare…’ "

(Dal Corriere della Sera del 10 dicembre 1934)

30 luglio 2005

SUL FALLIMENTO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 02:08

Non credo in alcuna realizzazione, se non nel fallimento. Ci sono fallimenti quasi perfetti, fallimenti mascherati da successi, fallimenti temperati, conclamati, raffinati, esorbitanti, timidi, quasi felici. E fallimenti rassegnati al suicidio.

Non so come definire il mio: certamente per fallire ce l’ho messa tutta, e continuo così, ormai – data la consuetudine – senza nemmeno sforzarmi. Non è difficile; l’importante, per poter convivere senza troppi patemi con il proprio fallimento, è capire, ad un dato punto, che non si è nati per soffrire (che la sofferenza è inevitabile ma non si deve accoppiare per periodi troppo lunghi al vero fallimento che è di tutti, altrimenti si muore senza aver detto niente); l’importante è invece capire che si è nati per fallire. Continuare a credere nel successo, nella felicità, o accontentarsi della serenità (questo succedaneo fantasticato dagli infelici irrecuperabili) puo’ portare a sconvolgimenti terribili, dai quali spesso non si esce vivi. Consiglio di applicarsi una dose di fallimento almeno una volta al giorno. C’è chi una volta al giorno prega: io, invece, davanti allo specchio, mi applico sulla faccia la mia dose quotidiana di fallimento. “Non ce la farai”, mi dico. E aggiungo: “Ma non devi mollare”. Ecco, il mio piccolo segreto sta tutto qui: nel sapere che si fallirà ma nel perpetuare il mio necessario autoinganno, nel lottare comunque. Non servirà a nient’altro che a sopravvivere in una tensione che ci rende vivi, solerti verso un futuro che non esiste e che ci vedrà comunque perdere la vita, sempre disperatamente troppo breve. Si nasce soli e si muore soli: il problema – o meglio la sostanza di tutto- è che si vive da soli, allo stesso modo. E dunque il fallimento ci è congenito, perché la nostra solitudine esistenziale è il motore di questo nostro fallire predestinato. Non c’è nulla da fare, siamo soli e votati all’insuccesso. Certo, ogni tanto crediamo di avercela fatta: il lavoro va bene, la salute pure, un affetto, un’amicizia all’orizzonte… Ma sono soltanto prove ulteriori, e talora schiaccianti, della nostra solitudine. Proviamo affetto, o addirittura amore per chi – in maniera assolutamente innaturale- ci distrae con un po’ di sentimento dalla nostra fallimentare solitudine. In quei momenti crediamo di avere la nostra piccola vita in pugno, siamo immersi in uno sbigottito ottimismo, vaghiamo saporosamente nei sogni; sono i momenti di felicità che ci faranno sopportare meglio nel futuro la nostra naturale infelicità, perché ricordandoli ne sentiremo la mancanza, e ci illuderemo che forse, un giorno, potremo riprovare quegli stessi sentimenti. Nel buio della nostra fallimentare stanza, da soli, c’illuderemo di poter vivere anche pochi istanti in modo diverso; e questo potrà bastarci. Sarà la speranza che ci terrà in piedi, nel cammino verso la fine. La speranza è questa dolce illusione, ed è la sostanza miracolosa della quale il nostro fallimento ha bisogno per sopravviversi: se sapremo sperare sempre nonostante la nostra condanna potremo addirittura diventare dei falliti completi.

29 luglio 2005

IL COINVOLGIMENTO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 03:52

Entrarono in camera. Lui aveva circa quarant’anni, capelli corti brizzolati, occhi guardinghi, magro, non alto, una camicia col colletto grande, a rigoni, jeans di marca, sandali; lei era sui trent’anni, molto ben fatta e proporzionata, bruna, occhi grandi scuri, abbronzata, un vestito nero con gli spacchi e due belle scarpe nere col tacco alto. Lui si sedette sul letto, sbuffando; lei lo imitò un attimo dopo, lo sguardo perso nel vuoto. "Grazie a dio un santo ha inventato l’aria condizionata", disse. "Fa un caldo terribile". Lei continuava a guardare nel vuoto. "Che hai?" chiese lui. "Niente", rispose lei, "niente". "Appunto", disse lui, "è chiaro che ti gira male. Che c’è?". "Niente", rispose lei, "solo che sono stanca. Stressata". "Già", disse lui, "lo stress". Si mosse verso di lei rimpicciolendo gli occhi sempre più guardinghi. "Vieni qui, hai bisogno di coccole". "Tu dici?" fece lei. "Io dico", disse lui. La baciò. Si staccarono dopo mezzo minuto. "Ti amo tanto", disse lui guardandola negli occhi. "Anch’io, sai?" disse lei guardando nel vuoto come prima. "Facciamo l’amore", disse lui. "No, adesso no", disse lei. "Mica è tardi", obiettò lui. "Si, ma ora no", disse lei. "Le donne", disse lui. "Le donne cosa?" domandò lei. "Niente", disse lui. "Eppure ci amiamo", aggiunse. "Per me è indispensabile", disse lei. "E allora?" chiese lui. "E allora niente", disse lei. "Ora no". "Va bene", disse lui. Poi, dopo una breve pausa di silenzio:"Sai, anche per me è indispensabile". "Cosa?" chiese lei. "Lo sai", disse lui. "No, non lo so. Dimmelo tu", disse lei. "Fare l’amore", disse lui. "Cosa?" chiese lei. "Come cosa?" chiese lui. "Cosa è indispensabile?" chiese lei. "Lo sai", rispose lui. "No, no che non lo so", disse lei."Ah", disse lui. "Beh", aggiunse, "è indispensabile amarsi". "Per fare l’amore?" chiese lei. "Certo", rispose lui."Io non riuscirei". "Non ci credo", disse lei. "Ma si", disse lui. "Cioè, voglio dire: un po’ di coinvolgimento è necessario; cioè, è indispensabile". "Ma tu sei un uomo", obiettò lei. "Che c’entra?" disse lui. "Io sono fatto così, ho bisogno di essere coinvolto", disse lui. "Lo so", disse lei. "Vieni qui", disse lui. Si baciarono un’altra volta. "Mi sembra davvero strano che la gente faccia sesso senza coinvolgimento", disse lui guardandola negli occhi. "Dici questo perché sei innamorato", disse lei. "Puo’ darsi. Ma non credo. E tu?" chiese lui. "Che domande mi fai?" chiese lei. "Certo che ho bisogno di essere coinvolta… Cioè, meccanicamente è possibile tutto ma…" "Naturale", disse lui. "Va bè", aggiunse guardando quasi brutalmente l’orologio da polso di marca" è tardi. Non pensavo che fosse così tardi". "Già", disse lei, "è tardissimo". "Va bè", riprese lui, "io allora vado. Ci vediamo tra quattro ore. Hai tutto?" "Tutto", rispose lei. "Per qualsiasi cosa chiamami", disse lui. "Certo", disse lei. "Chi c’è stasera?" domandò lui quasi per caso. "Prima quel noioso dell’ingegnere", rispose lei. "Chi, Sanvittori?" domandò lui. "Esatto", rispose lei. "Beh, quello fa svelto, no?" domandò lui. "Meno male…", disse lei. "Solo che poi c’è l’edile…" "Chi, il geometra Tarquini?.. Occazzo… Quello ci mette due ore…", disse lui. "Non esagerare… Però magari stasera fa in meno di un’ora… La moglie è in montagna da due settimane…", disse lei. "Viva la signora Tarquini… E poi?" chiese lui. "Beh, poi c’è il maniaco…", disse lei. "Ancora?" chiese lui. "Ma dai, è uno innocuo… Faccio la solita pagliacciata dell’esame della patente… Quello non mi tocca nemmeno… L’unico problema è che, tra scritti e orali, ci mettiamo un’ora buona…", disse lei. "Già. Che fuori di testa, quello… Senti, chi è l’ultimo?" chiese lui. "Il letterato…" rispose lei. "Oddio, lo scrittore?" chiese lui. "Beh, mi pare faccia il critico…", disse lei. "Beh, scrive, no? Anzi, scriverà pure di più… Non farti imbambolare dai suoi discorsi, eh?" disse lui. "Sta tranquillo… E’ di una noia, quello… Chi lo capisce, quando parla? Fa dei paragoni assurdi… Parla di D’Annunzio, di Pasolini, di… quello giovane, come si chiama?…" chiese lei. "Boh?" rispose lui. "Va bè, quello…", disse lei. "Cerca di farlo venire al più presto possibile, d’accordo?" disse lui. "Va bè, si, d’accordo; ma è così cerebrale, cazzo!" disse lei. "E tu metticela tutta!" disse lui, e  sbuffò, nervoso. Fece per accendere una sigaretta, poi ci ripensò. Sulla soglia le mandò un bacio distratto. "Meno male che ti amo", le disse facendo un sorriso stanco. "Si, amore. Meno male", disse lei. E gli mandò un bacio appoggiando delicatamente le dita della mano destra sulle labbra. Lui quasi chiuse gli occhi, mai stati così guardinghi, come se lei gli avesse appena tirato un ceffone.

28 luglio 2005

LE COSE COME STANNO SU VIBRISSE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 14:41

Segnalo che su Vibrisse (la webzine di Giulio Mozzi, tra i miei link) è in rete da stamattina una recensione di Bartolomeo Di Monaco al mio secondo libro, il romanzo epistolare Le cose come stanno. Grazie per l’attenzione.

27 luglio 2005

REALISMO THRILLERISTA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 16:02

"Gli italiani sono sempre più noti all’estero come scrittori di noir e di thriller: si va non solo verso la clonazione biologica ma anche verso la clonazione dei modelli letterari, dell’immaginario secondo la richiesta del mercato. Al posto del realismo socialista oggi c’è il realismo thrillerista".

(Carla Benedetti – Corriere della Sera di oggi, 27.07.2005)

26 luglio 2005

La crisi

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 16:11

di Franz Krauspenhaar

E’indubbio che Nazione Indiana sta attraversando una crisi. C’è chi parla di coma, chi di limbo. Dall’interno posso affermare con sicurezza che né l’uno né l’altro termine identifica correttamente il momento che stiamo attraversando: perché questa è una crisi congiunturale, inevitabile. Questo è un momento di passaggio, di recupero delle forze, di pensieri e, forse, di ripensamenti. E di studio. E alcuni di noi stanno conoscendosi meglio, nel frattempo, stanno sintonizzandosi meglio e intensivamente l’uno con l’altro. Nulla di più, nulla di meno. E questa crisi è arrivata nel momento peggiore: l’approssimarsi delle vacanze. Tutto questo puo’ però essere a mio avviso salutare: c’è infatti più tempo per riflettere, per capire meglio, per ritemprarsi, per decidere.
(more…)

L’INCUBO DELLO STAGNO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 15:15

di Pauline Meprisse

Ero seduta sul sedile posteriore di un’automobilina telecomandata. A un tratto l’automobilina si mosse, andando a cozzare violentemente contro il muro della mia stanza. Ero piena di sangue, forse gravemente ferita. Mi sentii sollevare di peso. Una grande mano aveva sollevato l’automobilina. La rivoltò, e io mi ritrovai a testa in giù, sospesa in aria. La mano scagliò l’automobilina lontano, facendola volare per circa 23 km, fino ad atterrare dolcemente, in aperta campagna, direttamente in uno stagno. Ero illesa; anzi, addirittura, galleggiavo seduta al volante del giocattolo. Improvvisamente vi cominciò a entrare acqua melmosa, finché annegai. Colai a picco nello stagno mentre un ragazzo di diciassette anni lanciava nello stagno pepite d’oro. Una di queste mi colpì alla testa dopo aver sfondato il tetto della piccola Volkswagen. Poi presi la pepita che, dotata di un motorino interno, mi trasse in salvo immediatamente, portandomi fuori dallo stagno. Il ragazzo, nonostante il cattivo tempo e il freddo pungente, era completamente nudo. Ma davanti, al posto del pene, aveva la coda   attorcigliata di un porco, che usava come un lazo per acchiappare alcuni degli elicotteri giocattolo telecomandati che volavano in pattuglia radenti allo stagno. Il ragazzo mi disse:” Ho saputo della faccenda della tua morte. Non preoccuparti, ci sono qua io a difenderti”. Poi m’infilò a tradimento la coda di porco in una delle narici e, ansimando fin quasi a grugnire, eiaculò nella mia cavità nasale un liquido che non potevo vedere ma che sapeva di caramella alla menta. Lo sperma al mentolo, divenuto bollente, galleggiò nel mio cervello per circa un quarto d’ora, finché una donna molto bella, che assomigliava moltissimo all’attrice Sharon Stone, vestita con un completo maschile anni trenta appartenuto a John Dillinger, e corredato da un magnifico boa di piume di struzzo,   puntò un revolver a tamburo, a canna corta, contro il ragazzo, e fece subito fuoco. Il ragazzo fu colpito da una pallottola esplosiva e si ruppe in mille pezzi, come un salvadanaio. Io andai verso Sharon per abbracciarla, ma lei sparò anche contro di me, con la stessa spietatezza. Io, per terra, nel bel mezzo del mio lago di sangue viola, cercai la pallottola che mi aveva uccisa e la trovai in bocca. In realtà, tutti i miei denti erano divenuti bossoli, staccabili dalle gengive.

Senza più denti tentai di chiedere aiuto, senza riuscire ad emettere alcun suono; ma dallo stagno emerse un enorme cane nero, completamente morto, grondante di melma, con appeso al collo un cartello con scritto sopra:” Bevete Chanel No.5”. Poi, annegai di nuovo.

25 luglio 2005

STAMMTISCH NUMMER DREI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 17:33

La scorsa settimana ho organizzato il Nummer Zwei, che è andato bene. C’era pure la ormai mitica Emma Locatelli (da me soprannominata la Gywneth Paltrow delle Patrie Lettere), che è una vera Superlettrice. Emma ha una passione terrificante per la lettura, credo che legga almeno un libro al giorno, ma forse esagero per difetto. E’ riuscita a mettere in difficoltà due pezzi da mille come Piperno e Colombati tempo fa alla Biblioteca in Giardino. A me m’ha semplicemente sequestrato qualche sabato sera fa in una cena organizzata dal comune amico Gianmaria Pastore (uno che ha numeri, anche se scrive una pagina ogni 3 mesi): Emma mi ha tenuto sotto pressione con qualche centinaio di domande su Cattivo Sangue per circa 6 ore, pre durante e dopo la cena: aveva il mio libro sottolineato in varie parti e con post-it di tre colori diversi a seconda delle domande che voleva farmi. Un mito, insomma. Ecco, domani dalle 18.30 al Magenta saremo di nuovo a riunirci con una birra davanti al muso. L’idea di massima sarebbe quella di raggiungere verso le 20.30 la famosa Libreria del Giallo di Tecla Dozio (in zona Arco della Pace) per assistere alla presentazione di Biondillo all’ultimo romanzo di Stefano Massaron, Ruggine (Einaudi Stile Libero). Varie persone che l’hanno letto l’hanno giudicato un gran libro. Questo non mi stupisce, perché conosco il valore di Stefano, che tra l’altro conosco personalmente da svariati anni. Insomma, chi vuol venire allo Stammtisch apertissimo ci riconosce subito: 4 o 5 scalmanati seduti fuori con una birra davanti a parlare animatamente di letteratura, e a ridere. Guest star della serata, udite udite, direttamente da Tortona: Marco Candida.

FAHRENHEIT 451 (maneggiare con cura)

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 01:02

di Giuseppe Iannozzi

(Parliamoci chiaro: il mondo della letteratura vive anche di falsi miti, di ingiustizie, di snobismi vomitevoli. Nel post precedente, stimolato dai VMO, ho postato una poesia semplicemente atroce di Peter Handke, uno scrittore che personalmente detesto da sempre. In risposta a quella solenne porcata narcisistica dello scrittore di lingua tedesca più sopravvalutato della storia, eccovi una poesia dell’amico Iannox. Scommetto che se avessero invertito i nomi, lì alla Deutschearschloecherverlag, se insomma all’editore di quello stronzo di Handke avessero fatto pervenire la poesia di Iannox – mille volte migliore di quella presa per il culo dell’austriaco- come handkiana, lo stronzo l’avrebbe pubblicata gridando al capolavoro, e i critici giù a battere le loro viscide manone di paglia. Quest’ operazione è veramente antirestaurativa. Perché la restaurazione è questa: tenere in vita queste Gloria Swanson della letteratura e spacciare i loro conati da Pio Albergo Trivulzio per cose serie. Buona lettura. M.U.) 

E tu così bella a me – maneggiare con cura! –
come un’arma disegnata tra i colori dell’arcobaleno
m’insegni che il fuoco può far male,
che il destino dell’uomo lo può devastare in un lager di fiamme
Butto un libro dalla finestra, Fahrenheit 451
e un vecchio prete lo raccoglie, lo sfoglia, lo spoglia
E io divento tanto ma tanto geloso, e arrossisco, quasi piango

Ultimamente non sono in piena forma,
sono arrivato al capolinea, alla pagina 451
e il sole mi fa strani scherzi agli occhiali
Ultimamente ho tutti in sospetto,
penso sempre che il bicchiere è mezzo vuoto,
penso che non sarà sufficiente a spegnere il fuoco
che m’invade corpo e anima nonostante tutti i libri letti

La barchetta di carta che scivolava felice sull’acqua
è stata presa da infernali gorghi e mille uomini sono morti
Li ho visti con i miei occhi saltare in aria a bocca aperta
mentre si raccontavano del domani e di matrimoni felici
Ho così paura, ho così paura che questo mondo non è
E tu così bella a me – maneggiare con cura! –
come un amore nascente tra i dolori della speranza

Io non ho molto da confessare né un dio in cui riporre sciocchezze
E credo che sia la mia più grande forza in mezzo a tante debolezze

Mio figlio non ancora nato mi salta al collo per strangolarmi
prima che sia un anonimo boia a farlo
E io lo benedico fra le lagrime questo figlio così intelligente
perché, nel bene e nel male, ha preso tutto da me ed è carne
della mia carne, forza della mia forza
Perché è l’unica sincera debolezza della mia anima
Così tutto il resto non ha più importanza, neanche il dolore
perché ho amato infinitamente fino all’ultima pagina
Così quel bicchiere che mi riflette disonestà di sfiga lo prendo
e lo getto nel fuoco perché vada in frantumi e segni più fortuna

E tu così bella a me – maneggiare con cura! –
come un’araba fenice tra i frammenti della futura fortuna
m’insegni che il fuoco può far male, ma anche bene all’amore
Ma mai e poi mai un dio in cui riporre ferali sciocchezze

24 luglio 2005

CIO’ CHE NON SONO, NON HO, NON VOGLIO, NON DESIDERO – E CIO’ CHE DESIDERO, CIO’ CHE HO E CIO’ CHE SONO (Biografia in una frase)

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 15:55


di Peter Handke

Ciò che NON sono:

Non sono un guastafeste

Non sono uno che disprezza gli allettamenti

Non sono uno che è sempre triste

Ciò che PER PRIMA, SECONDA e TERZA COSA non sono:

Non sono per prima cosa un sognatore, seconda un eremita e terza un abitante della torre d’avorio.

Ciò che IO non sono:

Non faccio numero

Ciò che PURTROPPO non sono:

Non sono purtroppo un eroe

Non sono purtroppo un milionario

Ciò che GRAZIEADIO non sono:

Non sono grazieadio un apparecchio automatico

Non sono grazieadio uno con cui si può fare ciò che si vuole.

Ciò che IN DEFINITIVA non sono:

Non sono in definitiva un fantoccio

Non sono in definitiva un sorvegliante di manicomio

Non sono in definitiva un luogo di scarico per immondizie

Non sono in definitiva un’associazione di beneficenza

Non sono in definitiva un consolatore di anime

Non sono in definitiva un istituto di credito

Non sono in definitiva il vostro nettapiedi

Non sono in definitiva un ufficio informazioni.

Ciò che INVERO non sono, MA NEANCHE sono:

Non sono invero un vile, ma neanche uno stanco di vivere

Non sono invero uno spregiatore del progresso, ma neanche un adoratore di tutto ciò che è nuovo

Non sono invero un militarista, ma neanche un fautore di una pace mal sicura

Non sono invero un partigiano della violenza, ma neanche un capro espiatorio

Non sono invero uno che vede nero, ma neanche un utopista dagli occhi azzurri.

Ciò che non HO:

Non ho voglia di mettere il naso nelle faccende degli altri

Ciò che non VOGLIO:

Non voglio scandali

Ciò che non voglio, MA:

Non voglio certo dire che qui tutto è a posto, ma-

Ciò che non voglio, MA NEANCHE voglio:

Non voglio enumerare tutti i miei pregi, ma non voglio neanche essere falsamente modesto.

Ciò che non DESIDERO:

Non desidero scagliare la prima pietra

Ciò che DESIDERO:

Desidero che andiamo d’accordo

Ciò che VOGLIO:

Voglio per voi sempre e solo il meglio

Ciò che HO VOLUTO:

Ho sempre e solo voluto il meglio

Ciò che HO AVUTO:

Ho avuto anche prima idee simili.

Ciò che HO:

Ho i miei problemi.

Ciò che SONO:

Sono favorevole.

Ciò che ANCORA sono:

Sono ancora qui.

Ciò che TALVOLTA ANCHE sono, PERO’ POI DI NUOVO:

Sono talvolta dell’idea che così non andrà avanti, però poi di nuovo-

Ciò che SONO:

Sono Io

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