The FK experience il sito di Franz Krauspenhaar

30 giugno 2005

POMPINI A VICENDA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 20:41

Come è noto da inoppugnabili testimonianze, è aduso tra scrittori farsi dei golosissimi pompini a vicenda… Non importa se gli scrittori in questione amino, nella propria personale pratica amatoria, soltanto il pompino etero; il pompino a vicenda di “categoria”, anzi il “pompino corporativo” (e quindi fascista, anzi fassista) viene labialmente svolto e rivolto ( anche nella variante “rigatone”) rigorosamente con una “messa in metafora”. Sia io che Biondillo non potevamo pertanto sfuggire a tale avita costumanza, e quindi, per la serie “Si spompini chi puo’”, eccovi un pompino dimostrativo molto interessante  e addirittura tecnologico. Andate dunque su http://www.kataweb.it/spec/home_speciale.jsp?ids=1006984 e guardate (sporcaccioni!) l’ultima pornovideointervista di Biondillo, il Cicciolone della letteratura italiana… E buon divertimento…

MENO SANGUE MENO ONORE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 15:35


di Marco Alderano Rovelli

(Torna su Uffenwanken Marco “Alderano” Rovelli- tra i miei link come Alderano- con alcune a mio avviso importanti considerazioni. Buona lettura. M.U.)

Ne scrivo solo oggi, perché volevo ragionarne col dovuto distacco, non ‘a botta calda’. Ma il calore si è conservato, è anzi aumentato di grado. Perché questa non è che l’ennesima dimostrazione di come l’opinione pubblica non sia che un ente fittizio creato ad arte. Oggi, ciò su cui questo si rende più visibile è lo spettro dell’immigrazione (su ciò, esemplare è il libro di Alessandro Dal Lago Non-persone). I migranti – ovvero, il nuovo sottoproletariato iper-sfruttato – devono essere giocati come la nuova classe pericolosa, come l’ underclass nell’Inghilterra vittoriana. Si veda dunque come è stato raccontata la vicenda di Varese. Hanno ucciso un povero ragazzo che voleva dividere due albanesi che litigavano. Uno di loro, clandestino per di più, l’ha accoltellato. Ahi, i clandestini. La piaga della società. Va da sé che chi fa proprio questo terrore non ne ha mai conosciuti di clandestini. Le informazioni le riceve dai mass-media, poi mette insieme dei pezzi tratti dalla propria realtà frammentata (storie che ha sentito, cose che ha visto, ma in genere cose che non verrebbero imputate ad altri segmenti sociali) e li mette insieme perché corrispondano al quadro generale tracciato dal Verbo Spettacolare. Poi però si scopre che questo bravo ragazzo – tralasciando la fisiognomica, ché nella foto sembra uno dei drughi di Arancia meccanica – si scopre, dicevo, che questo ragazzo rapato e tatuato fa parte di un gruppuscolo nazi di ultras del Varese. Ai tg ne parlano, ma sottovoce, e senza dire che questi Blood&Honour sono veri e propri nazi. Non si dice invece ciò che si è saputo dopo, ovvero che il barista è intervenuto nel litigio che non vedeva frapposti i due albanesi, ma fra gli albanesi e gli italiani (presumibilmente della stessa impostazione del barista). E’ stata una rissa di paese, e io non fatico a capire l’albanese che si è visto davanti l’odio di questi ceffi nazi, che non parlando la lingua ha ricevuto solo i messaggi dei volti, si è spaventato e ha tirato fuori il coltello. Non lo giustifico, non si può mai giustificare una cosa del genere, ma si può comprenderne la dinamica. I funerali – più simili a una riunione cameratesca – sono stati fatti vedere, e chi voleva ha veduto, ma la campagna anti-migranti è continuata. Il fetido CorSera, due giorni dopo, dava il titolo principale allo scontro sugli immigrati. D’altra parte cosa ci si può attendere, da uno Stato in cui il ministro degli Interni avvalora la falsa, falsissima equazione clandestinità=criminalità? Cos’è questo se non un incitamento al pogrom? Cosa, se non lo disvelamento che l’universalità dei diritti umani è una finzione universale?

29 giugno 2005

UN REPORT E UNA PRERECENSIONE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 20:09

( 1 Report di uno spettacolo teatrale di Tiziano Scarpa ; 2 Prerecensione de La guerra dei mondi di Steven   Spielberg, un film che non ho ancora visto ma che ho tutto il diritto di prerecensire; ma lo vedrò comunque, perché in questo periodo amo follemente l’aria condizionata. M.U.)

 

1) Ieri sera sono andato a vedere una piece teatrale di Tiziano Scarpa nel cortile di Casa Manzoni, nel vecchio cuore di Milano. Titolo: Comuni Mortali. Atmosfera molto bella, ho incontrato vari amici, mi sono molto divertito. Tra Beckett e la comica finale, Scarpa ha messo insieme una commedia scoppiettante sulla morte spingendoci a un riso liberatorio e partendo piano, in un diesel drammaturgico, andando avanti nell’accelerazione fino a un finale travolgente, folle, intessendo continuamente una spessa coperta di black humour (e che si fottesse   il caldo!). Moglie e marito (quest’ultimo munito di denti da vampiro) proprietari di una non identificata impresa di pompe funebri, un giovane apprendista becchino ex lavorante dell’obitorio, una “indossatrice di bare”: questi gli ingredienti umani-troppo-assurdi. Amore e morte in crescendo, tutto tenuto insieme da grande equilibrista; era facile cadere nel macchiettistico, nel già visto: invece Scarpa (assieme ai bravissimi attori) ci ha fatto divertire a morte, a volte fino alle lacrime (di risa) mettendo in scena una geniale “pochade del trapasso”.

 

2)Spielberg recupera Wells, si fa un baffomoretti di Welles l’Orson e ci serve una pinta in due tempi-sorso di cinema popcorn come sa fare lui. Chi glielo fa fare? direte voi. Beh, le casse piene di dollari, i box office, tutte le belle cose che gli fregano a lui. Ancora una volta, per l’ennesima volta, assistiamo allo spettacolo di un grande regista specialista d’inutili, anzi dannosi happy end, di un criminale ottimista cosmico, in definitiva di un delinquente nato, perché un tale talento è veramente criminale se ogni volta ci fa assaggiare nel primo tempo grandissimo cinema e poi la butta puntualmente in vacca nella melassa Milka e con tutti i sentimenti. Se ricordate Salvate il soldato Ryan salvate(vi) chi puo’: là c’erano i primi venti minuti di combattimento normanni da sbarco che facevano un baffo pure al Kubrick di Full Metal Jacket, salvo poi servirci in un folle diminuendo enfatico una storia strappalacrime della quale noi cinici veri non sentivamo certo la mancanza, fino allo sventagliare finale del patriottismo WASP imbandierato a stars and stripes. Ora – nel comparto fantascienza – Spielberg (letteralmente dal tedesco “Montagna da gioco”) ci refrigera il coppino malpensante per un’ora buona con effetti specialissimi e gran cinema per poi scadere a tavoletta nella favoletta della volpe e l’uovo. Ma vaffanculo davvero, Spielberg!

ARMINIO TODAY

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 15:09


di Franco Arminio

(Franco Arminio continua a mandarmi poesie appena sfornate, e gliene sono grato anche per la stima. Poesie per niente scritte in poetese, del quale il sottoscritto detto per inciso non ne puo’ più; poesie, quelle in poetese, di cui non si capisce un beato cazzo perché si è proprio scelto, a tavolino, di non far capire un cazzo al lettore. Nessuna comunicazione, nessun vero dono, nessun gesto d’affetto verso il lettore; e il gesto d’affetto per me è quello di comunicare, di mettersi davvero in gioco, senza pelle. Poesie fredde, da obitorio. Questo è quello che penso. Eccovi il contravveleno, dunque. Eccovi le ultimissime. M.U.)

a f.k.

Navigo sulle argille

della paura.

Da fuori sembro sano

ma dentro

ogni giorno

frano.

*

In certi momenti

non c’è domani.

Il cuore appeso

a un palo

a un soffio dalla fame

dritta e secca di mille cani.

28 giugno 2005

RIMUGINAMENTI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 14:25


di Massimiliano Governi

devo fare questo pezzo su cosa mi succederà giovedì 19 aprile dalle 17.50 alle 18.00 oggi è giovedì 19 aprile e sono le 17.50 e sto camminando per andare da lei il giovedì ci vado sempre proprio a quest’ora cinquanta minuti che poi diventano un’ora che poi diventa un’ora e dieci perché io parlo tanto e lei seduta di fronte a me mi ascolta sono anni che parlo e lei mi ascolta quasi undici ma oggi non so cosa dirò ogni volta non so cosa dirò cammino sempre un po’ prima di arrivare davanti al suo portone SCRIATTOLI MUSTACCHI ARCANGELI MUGHINI ANGELETTI PUGGINA i nomi nelle targhette del citofono me li ricordo a memoria il suo interno è il 12 il piano è il quarto sulla porta dell’ascensore qualcuno ha inciso con un temperino SUEDE aspetto ancora un po’ prima di entrare cammino a testa bassa penso alle cose da dire guardo le cicche delle sigarette incastrate tra i sampietrini i piccioni grigio ardesia con le barre nere sulle ali e una macchia verde iridescente sul collo che svolazzano alla ricerca di cibo non so dove andare vorrei dirigermi verso piazza Farnese e sedermi sotto l’ambasciata francese insieme agli handicappati in carrozzina e ai disagiati psichici oppure svoltare qui per via de’ Baullari e fare il giro torno torno la piazza non so decidermi rimango in mezzo alla strada guardo a sinistra guardo a destra e una macchina blu sta per investirmi mi sposto appena in tempo e sulla targa di dietro leggo CD corpo diplomatico mi volto e continuo con passo più spedito mi decido e imbocco via de’ Baullari dove ci sono gli artisti di strada e i questuanti che chiedono sempre hai una monetina? oppure hai uno spicciolino? metto la mano in tasca per preparare 10 o 20 euro improvvisamente però ho paura di incontrare qualcuno di non sostenere lo sguardo è un’antica paura quella di non sostenere lo sguardo scopofobia si chiama ce l’avevo quando facevo il militare e non riuscivo a stare sull’attenti con lo sguardo fisso sul capitano coi baffi portavo sempre gli occhiali scuri a quei tempi non solo all’aperto ma anche al chiuso ci sono foto e filmati di matrimoni e battesimi e feste e ricorrenze in cui mi si può vedere coi Ray-ban Wayfarer anche al ristorante anche in chiesa non è mai andata via del tutto questa fobia adesso ogni tanto ce l’ho ancora quando sono a tavola con qualcuno che non conosco oppure dopo che ho lavorato svariate ore al mio computer a un racconto o a un romanzo poi quando esco non sopporto che gli altri mi guardino oppure quando sto per andare da lei a parlare e faccio la mia solita passeggiata e penso a cosa devo dire con lo sguardo basso tipo adesso non sopporto di incontrare gente che conosco incontro a volte Marco e Silvia da queste parti sono amici ma non voglio incontrarli non voglio incontrare nessuno caccio dalla tasca gli occhiali scuri e me li metto ecco Piazza del Teatro di Pompeo Piazza della Pollarola Via del Biscione riprendo via de’ Giubbonari poi via dell’Arco del Monte alzo la testa a un certo punto e vedo alla mia destra un’insegna in marmo e la scritta RAGIONAMENTI CENTRO di CULTURA io leggo sempre RIMUGINAMENTI la leggo sempre male quella scritta quando si trova alla mia destra cioè all’andata mentre quando si trova alla mia sinistra vale a dire al ritorno dopo che sono stato da lei leggo RAGIONAMENTI strano faccio sempre questo lapsus all’andata mentre non lo faccio al ritorno forse perché prima di andare da lei rimugino e dopo che sono andato da lei ragiono o forse è una questione di emisferi l’emisfero sinistro controlla le abilità logiche mentre quello destro è responsabile delle capacità creative mi pare non sono sicuro comunque io faccio sempre lapsus ieri per esempio ho letto quattro morenti di scambio invece che quattro momenti di scambio chi sono i morenti cosa sta morendo di questo forse parlerò con lei o forse le racconterò il sogno del terremoto di Fabriano ho sognato che a Fabriano c’era il terremoto a Fabriano c’è la fabbrica della carta una volta ci sono andato in gita alle medie e ci fecero vedere tutte le fasi di lavorazione Fabriano era anche la città della mia amica Loretta è morta di cancro alle ossa Loretta a giugno del 1999 chissà cosa vorrà dire questo sogno ecco sono arrivato davanti al baretto entro e mi dirigo verso il bagno chiudo la porta a chiave e piscio nel lavandino dopo aver aperto l’acqua ci piscio da quasi undici anni in questo bar è benedetto questo bar se non ci fosse non so come farei perché io prima di andare da lei devo pisciare anche se non mi scappa sennò non sto tranquillo dopo che sono uscito da lei poi ho la vescica gonfia e se non mi libero scoppio piscio qui perché se piscio a casa sua lei penserebbe che voglio marcare il territorio come i leoni che pisciano per far sentire la loro presenza l’unica volta che pisciai a casa sua mi diede questa interpretazione e da quel giorno non ci ho più pisciato anche perché abbiamo parlato più volte del fatto che io normalmente piscio nel lavandino sia se sto a casa mia sia se sto a casa d’altri quindi è imbarazzante pisciare nel suo lavandino quando lei sa che sto pisciando nel suo lavandino esco dal bagno e poi dal bar faccio una settantina passi e arrivo a via della Trinità dei Pellegrini più che una strada è un gran cortile su cui si affacciano gli appartamenti di quattro o cinque palazzi mi fermo in prossimità della piccola sbarra del passaggio a livello ecco come sempre incrocio quella dell’ora precedente che cammina come me con lo sguardo basso in preda a fantasmi interiori ho l’impulso di baciarla in bocca anche se è brutta faccio una smorfia mi scanso la faccio passare poi passo io aggiro la sbarra arrivo davanti a un portone in ferro battuto il suo portone guardo le targhette del citofono SCRIATTOLI MUSTACCHI ARCANGELI MUGHINI Mughini è il giornalista lo vedo a volte a quella trasmissione sul calcio la domenica sera su Italia 1 l’ho sognato una notte Mughini ho sognato che andavo a cena a casa sua che sta al secondo piano due piani più giù di dove sta lei e mentre mangiavamo lui mi metteva una mano sulla coscia che era nuda perché portavo i calzoni corti questo mi ricordo di quel sogno e questo raccontai a lei che non mi diede nessuna interpretazione mi chiese a me di interpretarlo che cosa rappresenta Mughini per lei mi chiese perché le ha fatto delle avance perché secondo me è frocio dissi io anzi dissi omosessuale poi lei cercò di farmi capire per l’ennesima volta che le persone che sogniamo sono nostre proiezioni quindi Mughini rappresenta una parte di me la parte omosessuale probabilmente poi come al solito mi sono stranito e le ho chiesto se secondo lei io sono omosessuale lei ha sorriso un po’ disarmata si disarma sempre quando le faccio queste domande esplicite dirette sempre le stesse sono pazzo secondo lei? sono omosessuale secondo lei? lo so è più forte di me ma non resisto a non fargliele del resto la pago e le chiedo quello che mi pare ecco guardo la targhetta con l’interno 12 prima di spingere il pulsante mi accerto che sia proprio l’interno 12 perché ho paura di citofonare a Mughini per sbaglio visto che l’ho evocato no è proprio l’interno 12 spingo il pulsante del citofono come sempre spero che lei non ci sia che sia morta passano tre quattro cinque secondi e lei non risponde ci mette sempre tanto a rispondere che cazzo fa tra un’ora e l’altra mangia? piscia? caca? telefona? dopo circa dieci secondi lei risponde Sì? è tardi il tempo è scaduto devo fare questo pezzo su cosa mi succederà giovedì 19 aprile dalle 17.50 alle 18.00 oggi è giovedì 19 aprile e sono le 17.59 ormai e non mi è successo niente sto andando da lei e non so cosa dirò

MASSIMILIANO GOVERNI (Roma, 1962) ha fatto parte della famosa antologia Einaudi “Gioventù Cannibale” e ha pubblicato i romanzi “Il Calciatore” (Baldini & Castoldi, 1995) e “L’Uomo che Brucia” (Einaudi Stile Libero, 2000).

27 giugno 2005

ANIMALISTI ANONIMI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 14:46


di Riccardo Ferrazzi

(Perché a me piace quello che scrive Ferrazzi? Perché la pensa come me? No, a volte la pensiamo addirittura in modo opposto. E allora? Da dove viene questa ammirazione? Ve lo dico subito: Ferrazzi è uno che non la manda a dire. Dice “le cose come stanno”. Cioè come stanno a lui. Ha la sua verità e la spiattella a raffica, come un tizio che scorribanda nel blog lipperinico e si firma “L’Uomo della Verità”, ecco. Buona lettura. M.U.)

Qualche anno fa, dopo un secolo di totale scomparsa, è stato reintrodotto l’orso nei boschi del Trentino. Qualche giorno fa (servizio in tutti i Tg), un orso è entrato nello stabbio dove dormiva un gregge di pecore e ne ha massacrate una dozzina. I cani se ne sono stati alla larga. Il pastore, svegliato dalle urla delle pecore sbranate, non disponendo di fucile e munizioni da caccia grossa, ha provato a fare un po’ di baccano cercando di spaventare l’orso (il quale non si è messo a ridere solo perché gli orsi hanno uno scarsissimo senso del ridicolo). Nessuno dei giornalisti che hanno dato la notizia si è domandato cosa sarebbe successo al pastore se, potendo, avesse sparato all’orso e l’avesse ucciso. Probabilmente sarebbe stato incriminato. Allo stesso modo, nessuno ha spiegato cosa dovrebbe fare un turista se si vedesse assalito da un orso (il quale, per inciso, è un bestione che sa correre, nuotare, arrampicarsi sugli alberi e col cazzo che non assale l’uomo !). Nessuno ha pensato di chiedere al solito “esperto” quali danni avesse subito l’ecosistema del Trentino nei cent’anni in cui era stato privato (o liberato ?) della presenza dell’orso, e cosa avrebbe dovuto guadagnare dalla sua reintroduzione. Nessuno si è domandato se le pecore siano meno degne di tutela degli orsi (per non parlare degli esseri umani) ed eventualmente perché. Tra l’altro, in Abruzzo succede la stessa cosa con i lupi, anche loro reintrodotti. Pare che la regione rimborsi i pastori (cioè gli abruzzesi pagano le tasse per il piacere di far sbranare le pecore dai lupi). Questo modo di impostare le tematiche relative all’ambiente data da decenni. Purtroppo non ho conservato il ritaglio e temo che dovrete fidarvi della mia parola (ma giuro che su questo punto i miei ricordi sono vividi come non mai). Parecchi anni fa comparve sul Corriere della Sera un servizio in gloria del governo indiano che aveva costituito una “riserva” nella quale vivevano e si riproducevano le tigri del Bengala, salvate così dall’estinzione. Dopo alcune colonne di trionfalismo, il giornalista ammetteva di sfuggita che, sì, in effetti, ogni tanto qualche tigre usciva dalla riserva e sbranava qualche contadino. Ma si trattava di incidenti, e comunque “non più di quattro o cinque all’anno”. Pur di evitare l’estinzione di una bestia feroce, il deficiente (non vedo che altro titolo si meriti) era disposto a condannare a morte (e a una morte orribile) quattro o cinque innocenti all’anno. Il deficiente (e ribadisco: deficiente) era tornato alla preistoria, quando si sacrificavano esseri umani al Minotauro. Le ideologie diventano mode e fanno perdere contatto con il buon senso: non lasciare estinguere la tigre è di moda, ci affascina e ci gratifica; invece l’immagine dei contadini indiani sbranati è fastidiosa e la rimuoviamo. Noi siamo buoni e ci preoccupiamo della salvezza della tigre, se poi crepano degli esseri umani mica è colpa nostra (basta che siano sconosciuti, analfabeti, il più possibile lontani da noi). E allora torniamo a casa nostra. Le Alpi Marittime e l’Appennino Ligure sono stati ripopolati di cinghiali e daini: non risulta che i boschi ne abbiano tratto giovamento, ma gli orti e le vigne dell’entroterra sono saccheggiati e, in risposta, il bracconaggio impazza. Tutti lo sanno, nessuno ne parla. Qualche anno fa in Valtellina ci fu una moria di cervi. Un contadino forse se l’è cavata con la condizionale, ma sicuramente avrà dovuto pagare fior di multe. I carabinieri hanno scoperto che i cervi superprotetti si erano moltiplicati, scendevano a valle e depredavano le coltivazioni. I contadini proteggevano i campi con il veleno. Se non l’avessero fatto ci avrebbero rimesso il raccolto e invece dei cervi sarebbero morti di fame loro. Be’, come vogliamo chiamare un comportamento in base al quale imponiamo ad altri di rischiare la pelle o il pane quotidiano in vista di qualcosa che a noi sembra carino ? Forse colonialismo. Può sembrare strano parlare di colonialismo in Trentino, in Abruzzo, in Liguria o in Valtellina, ma perché non chiamare le cose con il loro nome ? Siamo proprio sicuri che un ecosistema senza tigri, leoni, topi e serpenti sarebbe ecologicamente insostenibile ? Siamo sicuri che l’Africa non starebbe meglio senza safari fotografici e bestie feroci, ma con dighe, canali e milioni di ettari di terra coltivata ? Ogni tanto mi sorge il dubbio che su questi argomenti si faccia più terrorismo che informazione. Duemilacinquecento anni fa c’erano i leoni in Macedonia. Da almeno duemila non ce ne sono più. Non mi pare che l’ecosistema macedone sia collassato, anzi. Oggi chi si trova in casa uno scorpione pensa a come raccattarlo e rimetterlo in libertà (perché possa magari pungere qualcun altro). Invece chi si trova la casa piena di zanzare non ci pensa due volte a sterminarle. Per non parlare dei topi. Ma questi atteggiamenti non sono un po’ schizofrenici ? E non è schizofrenico pensare a limitare le nascite umane perché temiamo di non riuscire a nutrire tutti, per poi ripopolare i cervi che distruggono le coltivazioni e i lupi che mangiano le pecore ? In mezzo a queste contraddizioni mi pare di scorgere un deficit della politica. Negli ultimi trent’anni un modo pretestuoso di intendere la democrazia ha sovvertito l’ordine dei valori. Siamo arrivati a far sì che, di fatto, gli animali siano più importanti degli uomini. Che la legittima difesa sia considerata comunque eccessiva. Che il reo non abbia colpa, la società (e quindi anche la vittima) sì. Eccetera, eccetera. Chi dovrebbe mettere un freno a queste aberrazioni ? A quanto pare, i politici non sono in grado di contrastare l’opinione pubblica neanche quando quest’ultima avrebbe bisogno di essere preservata dai suoi eccessi. E allora a che serve la politica?

VIVA LE APPARENZE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 14:28

Sabato sera sono stato a Monza con l’amico Sergio Garufi, critico di Stilos ed esperto d’arte e letteratura, che a volte viene qui a commentare. Eravamo nella bella piazza del centro (scusate l’ignoranza, non ne ricordo il nome) in una quasi frescura. A un tratto (ma forse eravamo già a Milano verso le tre del mattino, la mia memoria perde sempre più colpi) l’amico calabrosiculo di Sergio, Pino, mi ha fatto il complimento migliore che mi si possa fare: “Non sembri per niente un scrittore”. Infatti. Sembro un pazzo (quasi) qualsiasi. Nell’immaginario (collettivo?) uno scrittore deve essere per forza un serioso, un olimpico e un noioso. Uno che la fa cadere dall’altro, come si dice da noi. Un cagacazzi, ecco. Io sono un fieu de campagna (anche se sono nato cresciuto e orgogliosamente vivo nella mia bellissima città, che amo tanto) e questo è tutto.

26 giugno 2005

SU MILTON NASCIMENTO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 15:27

Vi voglio parlare di un musicista che amo moltissimo, Milton Nascimento. Nasce nel 1942 a Rio de Janeiro ma viene adottato da una famiglia del Minas Gerais, uno stato molto particolare – si potrebbe dire proprio a sé- del subcontinente brasiliano.   Se dovessimo cercare un’anima della musica brasiliana, un’anima che possa racchiuderle tutte in un abbraccio affettuoso, ritmico, a volte drammatico e sofferto, a volte melanconico, a volte proprio dolente, a volte gioioso, sempre coinvolgente, dovremmo cercare- e quindi trovare, come un tesoro – la grande anima di Nascimento. Polistrumentista e compositore raffinatissimo, è anche uno dei migliori vocalist del mondo – e   un certo Sting, da una vita, dice che MN è proprio il migliore in assoluto; vale a dire che non è un semplice cantante (anche se ha iniziato come “crooner” nei night). Di lui infatti Elis Regina disse: “Se Dio cantasse, avrebbe la sua voce”. Proprio la sua voce unica ed estesissima- fino a un falsetto giustamente celebre in tutto il mondo- e il suo modo di interpretare fanno si che le canzoni degli altri si trasfigurano completamente quando a cantarle è lui. Come Caetano Veloso, è capace di rifare i pezzi di altri facendoli completamente propri, anzi vampirizzandoli,   e quasi sempre (ma per MN toglierei proprio il quasi)  migliorandoli. Se Veloso è sinuoso e felpato come un gatto di razza purissima, Nascimento è una belva felina che a volte ti strappa il cuore. “Caçador de Min” di Sergio Magrao e Luiz Carlos Sa è un esempio calzante di felicissima rielaborazione: un cavallo di battaglia di Milton che fece dire a Sa: “Confesso che è impossibile migliorare la versione di Milton”.

MN viene dalle chiese barocche del Minas Gerais, la sua voce proviene dai cori religiosi e spesso si espande direttamente verso l’inferno. Inferno e paradiso: nella sua musica, due facce della stessa medaglia. Nonostante sia anche un ottimo paroliere, MN si avvale fin dall’inizio della sua carriera (1966) della collaborazione del poeta della sua regione Fernando Brant (in Brasile i parolieri spesso sono poeti veri, e anche premiati). Il brano più bello composto dai due è forse “Travessia”, forse è “Fruta Boa”, o “Yaguareté”, o “Cançao do Sal”, o “Outubro”. Impossibile insomma stabilire: ci sarebbe da scegliere tra più di duecento grandi canzoni composte insieme, il repertorio di quasi una vita. “Le parole che scrivo per lui sono molto diverse da quelle che scrivo per gli altri compositori”, ha detto Brant chiarendo una volta per tutte.

Album particolarmente riusciti sono a mio avviso Yaguareté del 1987 (pieno di brio e di forza esplosiva, la musica di una tigre, la chiamerei) e Nascimento del 1997 (pieno di malinconia e pathos, la musica di un cuore battente a raffica, la chiamerei). La sua musica è stata influenzata dalle messe brasiliane, dai tamburi e dalle processioni del Minas Gerais, e ovviamente (come per ogni grande compositore brasiliano) dal jazz, ma anche dal rock e dal pop e dal compositore classico Villa Lobos. Lui esprime al meglio – cioè artisticamente – il carattere della gente della sua regione: gente fiera, sincera, ostinata, di poche e misurate parole;  in un certo senso sono i tedeschi del Brasile. C’è un proverbio del Minas che dice così: “ Se litighi con uno di Minas per una mucca, alla fine quello si prende tutto il gregge”. Ne ho conosciute personalmente un paio, di persone del Minas: sono proprio così, e con loro io mi trovo bene.

25 giugno 2005

PAT METHENY O DELL’ESPERIENZA MISTICA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 15:03

di Gabriella Fuschini

(Eccovi un pezzo di Gabrielska sull’ ultimo concerto di Pat Metheny qui a Milano. Ci sarei andato anch’io, ma quella sera avevo da fare. Peccato. Pat Metheny, secondo me, se non è un genio poco ci manca. Buona lettura di questa non-recensione. M.U.)

 

Può un concerto diventare un “viaggio” senza utilizzare sostanze stupefacenti? Sì, se si tratta della musica del grande Pat! Un viaggio iniziato alle nove di sera di un solstizio d’estate con luna piena, d’accordo il Mazda palace di Milano non è l’anfiteatro di Siracusa, ma la magia accende l’atmosfera di un concerto strepitoso. E Metheny è un musicista che si dà al pubblico in modo totale, lui ama il suo pubblico e lo trasmette sin dall’inizio quando invita tutti a occupare i posti rimasti liberi nel parterre del palazzetto. Non mi interessa fare un resoconto tecnico, non sono una musicista ma un’amante della musica e il mio è il racconto di cosa ho provato martedì sera. Mi sono ritrovata in una spirale che mi ha risucchiata anima e corpo dentro il buco nero di me stessa, e così lupo nero tra lupi correvo lungo strade metropolitane deserte, annusando cane tra cani gli odori del malessere quotidiano, per poi staccarmi dal branco inseguendo una stella che come fuoco d’artificio esplodeva illuminando la città, con il cuore che batteva al ritmo della batteria di un Antonio Sanchez inarrestabile. E se la tromba di Cuong Vu mi strappava letteralmente pezzi di carne, Grégoire Maret riportava pace con la sua armonica! Con l’elfo Lyle Mays alle tastiere, sono entrata nel bosco più fitto che avessi mai visto, illuminato a tratti dalla chitarra parlante di Metheny le cui note lastricavano sentieri nascosti scovati grazie alla guida del sapiente Steve Rodby, magister contrabbassista e guida dell’intero percorso. E poi aperture, spalancate verso mondi altri e tuffi di ritorno al centro della terra, scendendo giù, nell’oscurità dove l’opera al nero si crea e ti rigenera se non hai paura di vedere l’ombra che ti appartiene e puoi apprendere lezioni di tenebra passando dalla nigredo all’albedo come in un viaggio iniziatico permeato dalla gioia di essere lì a godere di tanta bravura e bellezza. Tre ore di musica senza un attimo di tregua, immersi in quell’incredibile rituale che solo i grandi sanno creare. Grazie Pat!

24 giugno 2005

COME SI DIVENTA (A VOLTE) SCRITTORI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 02:28

Probabilmente non ve ne fregherà un cazzo, ma lo racconto lo stesso, ho tempo da perdere. Sono diventato scrittore perché non avevo più niente da fare, e soprattutto da perdere. Prima avevo fatto di tutto, o quasi. Intanto scrivevo ma credendoci fino a un certo punto, anzi non credendoci per niente, spinto solamente da una passione pura. Poi, dopo aver mandato a fare in culo tre principali in tre anni per la famosa incompatibilità di carattere, ho deciso che non sarei più stato alla stanga. Quando ero uno schiavo di lusso che viaggiava sugli aerei in executive e per un periodo scorrazzava per le strade su una macchina americana marca Chrysler, non ero felice per niente. Si, c’era che non avevo una famiglia da mantenere e nemmeno la poderosa autovettura (pagava la ditta, benzina compresa), e quindi potevo spendere i miei soldi in divertimenti e cazzate varie. Me ne ero andato pure fuori di casa, avevo preso in affitto un appartamento e facevo vita da scapolo come se piovesse. Le signore mi vedevano di buon occhio più del solito, la grana piace a tutti. Naturalmente c’era un caro prezzo da pagare. Spesso stavo fuori intere settimane, a vendere. Giravo per l’Europa come una trottola, poi giravo per il Medio Oriente. Posto di lusso infame. L’Arabia Saudita è roba da ricchi, ma per noi occidentali quasi tutto era off limits. Se putacaso ti capitava di incontrare una occidentale (le uniche donne ammesse in quel buco extralusso di fogna erano le hostess delle compagnie aeree occidentali) in uno di quei smisurati alberghi di Riad pieni di schiavi dalla pelle scura regolamentare che a vederli così servili con i loro padroni arabi ti veniva la pena per la condizione umana, dovevi far finta di niente, o quasi. Perché se qualche figlio di puttana ti beccava in camera con una donna (mica una delle loro, impossibile!) – dico con una occidentale, sangue del tuo sangue, in un certo senso, ti facevano entrare nella “black list”. E tu a fare affari da loro non ci potevi più andare. Favolosa prospettiva se avevi altre entrate. Ma se la maggior parte del tuo lavoro lo svolgevi con loro, con i beduini del petrolio, erano proprio cazzi arabi. Con gli arabi, checché se ne dica (ovviamente male) io però mi sono sempre trovato bene, a cavallo d’un caval. Forse perché ho frequentato (tolto qualche cafone impossibile da non incontrare a tutte le latitudini) quasi soltanto veri signori, gente che aveva studiato a Londra o negli Stati Uniti, che passavano dal loro costume caratteristico bianco da beduino a vestiti di buon taglio cuciti nelle migliori sartorie londinesi. E per niente snob. Veri signori sul serio. Che spandevano con classe. Gente seria. Ogni volta che andavo da un cliente dovevo accettare il loro ottimo tè. Dopo 6 tè consecutivi in una giornata ero sclerato come un romano a Milano, diciamo. A cena a volte erano stracazzi, perché ti servivano grasso di montone (per loro una prelibatezza) e tu dovevi mangiare con tanto di apprezzamenti, sennò se ne avevano a male. Una volta sono stato da un cliente, a Dubai City, che si chiamava Al-Merdah. Mi veniva da ridere, ma apposta (con me stesso) continuavo a chiamarlo col suo bel cognome. “Mister Al-Merdah, listen…”, eccetera. Un caldo paradossale. A settembre 50 gradi all’ombra. Aria condizionata dappettutto, anche per strada, nei sukh. Bel periodo di merda. Una volta, a Riad, uno stronzo di Brescia mi portò a vedere un’esecuzione capitale. Fu lo spettacolo più orrendo della mia vita. Un vecchio vestito di una tunica bordata d’oro stava su una pedana nella piazza principale, in mano una lunga spada. Davanti a lui un pakistano, incaprettato. Reo di violenza carnale. Un brevissimo colpo di polso, un minimo movimento, e la testa del reo partì. La gente non stava più nella pelle. Scappai a gambe levate, mi veniva da vomitare, e in albergo, chino sulla tazza del cesso di lusso, vomitai davvero. Non riuscii a chiudere occhio per tre giorni. Per fortuna il quarto giorno tornavo a casa. Non volli più mettere piede in quel posto.

Nel 97 (dopo aver lavorato per svizzeri arcigni, tedeschi sornioni, arabi di buon taglio ma terribilmente diffidenti, ebrei ottimi sotto quasi tutti i punti di vista – si, perché erano poco ottimi quando si trattava di pagare, tali e quali ai francesi) mandai a fare in culo pure l’ultimo, il gran capo di una cartotecnica. Mi ricordo che il giorno prima il loro consulente aziendale, N., (uno che prendeva un sacco di soldi per motivare la forza vendita- cioè per far finta di lavorare-  e a me, poi,  mi demotivava del tutto, quel bastardo) dopo l’ultima battuta sarcastica mi venne a dire: “Mi stia a sentire, Krauspenhaar…” Lo interruppi subito: “Mi stia a sentire lei. Io di lei ne ho pieni i coglioni. Senza offesa, naturalmente.” E lui, come se nulla fosse: “Lei si mette in una brutta china, caro mio”. E io: “Non lo metto in dubbio. A non rivederla”. Sapevo benissimo di essere in una posizione pericolante, in azienda, per cui mi presi la soddisfazione di lasciarmi andare. Non fruttavo abbastanza. Infatti il giorno dopo mi diedero il benservito. Non è carino, quando hai appena avuto un grave lutto in famiglia. Ma questo alle aziende interessa poco. Feci il signore. Non per altro: non volevo farmi vedere piegato, questione d’orgoglio. Solo alla fine, quando il grande capo mi congedò con una stronzata classica, vale a dire con la frase seguente: “Ci siamo conosciuti, abbiamo fatto un tratto di strada insieme e ora ci lasciamo”, io non potei non rispondergli: “Meno male che esiste il divorzio”. Ero divorato dal dolore e dalla rabbia. Fuori, nel bugigattolo della portineria, salutai la coppia dei portinai, gran brave persone. Ci baciammo sulle guance. Erano esterrefatti per il trattamento che mi era stato riservato, come tutti lì. Ma nessuno se la sentì di accennare la minima protesta. Perché le aziende sono imprese dittatoriali. Dissi fra e me e me: “Sono piegato ma libero, ora”. Per giorni e giorni meditai una vendetta. Era il minimo, per me, nello stato d’animo in cui mi trovavo. Meditavo di fargli bruciare la fabbrica. Nel 2001, invece, cominciai a scrivere Cattivo Sangue. Decisi di vendicarmi con le parole scritte. Credo nel potere vendicativo della letteratura. Alcuni pensano che sia catarsi, io non ci credo. Ci si   vendica sulla vita scrivendo, il più delle volte. Altrimenti si fa soltanto esercizio di stile. Il protagonista Bruno Bruide sono un io più sfigato ma anche molto più violento. N, lo stronzo fottuto, è diventato Jean-Claude Sebastiani nella finzione letteraria. Il resto è  finzione letteraria al 100%– a parte la rabbia che continuai a provare per mesi. Ora mi sento un uomo libero. Guadagno un decimo o forse di meno di quanto percepivo allora, devo tirare la cinghia, ma adesso mi sento me stesso. Mi ha aiutato Henry Miller, il mio vero maestro ideale. Anche lui alla stanga, e  fino ai 40 anni (io soltanto fino ai 37) e poi scrittore per evasione. Un evaso dal carcere del mondocane del lavoro tramite il mitragliatore della scrittura. Henry è come un padre, mi ha aperto la testa in molti sensi leggerlo. Un uomo libero, senza moralismi inutili, vitale e generoso, disperato e gaudente.

Nel 98 mi misi a bere e contemporaneamente a dipingere. Dipinsi furiosamente qualcosa come un centinaio di acquerelli, tecniche miste, acrilici, anche olii. Mi ispiravo a Otto Dix, a Grosz, i miei pittori preferiti. Scaricavo la mia rabbia immensa sulla carta e sulla tela. Dopo tre mesi smisi di bere, per fortuna. Nel maggio del 99, in 10 giorni piuttosto impegnativi, scrissi Le cose come stanno. Ero diventato uno scrittore sul serio.   

(Nella foto: Alberto Sordi nella famosa scena dei "lavoratoriiiii!" inclusa ne "I Vitelloni" di Federico Fellini).

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