The FK experience il sito di Franz Krauspenhaar

30 aprile 2005

RICCIOLO DI DONNA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 14:36

 

di Riccardo Ferrazzi                                         

Ci risiamo. A Milano viene esposto un gomitolo di fil di ferro arricciato a mo’ di pelo pubico e subito scattano: 1) il finto scandalo dei (sedicenti) benpensanti, 2) le sussiegose risposte degli “artisti d’avanguardia”, 3) le liti fra i critici (ben contenti di avere un’altra occasione per mandarsi reciprocamente affanculo), 4) i peana dei giornalisti che gridano: “L’arte è ancora viva !”.

È un canovaccio che si ripete ormai con una frequenza imbarazzante. Sempre a Milano, un po’ di tempo fa, erano stati impiccati a un albero tre o quattro bambolotti. Per ravvivare le (sempre più stanche) polemiche, c’era stato anche il numero da circo del proletario di buoni sentimenti che andava a staccare i bambolotti dai rami e a momenti si spaccava l’osso del collo.

Io mi domando che bisogno c’è di queste sceneggiate. Intendiamoci: l’arte ha sempre fatto scandalo. Ma non è detto che dove c’è scandalo ci sia anche arte. Caravaggio dipinse la caduta di san Paolo sulla via di Damasco con tre quarti del quadro occupati dal cavallo, e fece scandalo. Ma anche il più ignorante fra gli scandalizzati era costretto a riconoscere che si trattava di un’opera d’arte. A quei tempi si dava per scontato che l’arte dovesse raggiungere tutti, sapienti e analfabeti.

Da quando l’arte è diventata “concettuale” ha perso il contatto con le masse, è diventata un fatto esoterico e solo gli amici intimi di un artista possono essere sicuri di interpretare correttamente le sue opere. Esagero ? Sì, ma mica tanto. Anzi, già che ci sono, esagero davvero: cosa ne direste di un po’ di “realismo socialista” ? Così, tanto per tornare a capirci qualcosa.

Dopo l’astratto e l’informale gli artisti si sono guardati attorno e non hanno visto più niente: avevano fatto tabula rasa di tutto. Una volta ho conosciuto un pittore/scultore che organizzava mostre nelle quali non si esponeva niente: la “installazione” era costituita dal luogo dell’incontro e dagli amici che venivano “a vedere”, bere prosecco e sgranocchiare salatini. Le foto che si scattavano tra loro erano l’unica testimonianza di questa “opera d’arte” programmaticamente caduca e transeunte.

Ma, a parte questi estremi, gli artisti hanno dovuto tornare alle cose riconoscibili per ricuperare il “concetto” (e siccome la merda è sì riconoscibile, ma quella d’artista non è diversa dalle altre, è stato necessario metterla in scatola e scrivere sull’etichetta le indicazioni necessarie per certificare l’origine).  

Ora, da semplice cittadino che ogni tanto gradirebbe vedere, ascoltare, leggere qualcosa di bello, gradirei essere stimolato dalla bellezza in quanto tale, e non dai clamori della stampa intorno a un concetto più o meno comprensibile. È dai tempi di Filippo Tommaso Marinetti che gli artisti si preoccupano più di fare scandalo che di fare arte. Non so voi, ma io ne ho un po’ piene le palle. Sono cento anni che la menano. Pensano di andare avanti così in eterno?

(Nella foto: una matassa di cavo elettrico, indispensabile per una corretta installazione…) 

29 aprile 2005

BRUNA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 14:11


di Vins Gallico

E’ la prima volta che Bruna, una mia amica italiana, viene a trovarmi in Germania. Io vivo in un paese che sembra uscito dalle fiabe dei fratelli Grimm, cioè dopo quattro giorni la gente che ospito si maciulla le palle. E a maggior ragione se le maciulla se non sa il tedesco. Certo, anch’io a stare con me tutto il tempo mi maciullerei le palle, e io so il tedesco.

La mia amica Bruna comunque ha deciso di rimanere una settimana. L’unica soluzione decente che posso offrirle a livello turistico credo sia andare il weekend a Berlino. Ci compriamo uno Schönes-Wochenende-Ticket, che è un biglietto cumulativo e più economico: dobbiamo viaggiare su treni velocità lumaca e si fanno tre cambi per arrivare. Va be’, sopporteremo.

Impieghiamo cinque ore e passa per approdare alla stazione dello zoo, Bruna si guarda intorno delusa. Non so che si aspettava ad accoglierla: Cristiane F.? I Kinder che si bucano ad ogni angolo, gli spacciatori, le puttane?

L’hanno ripulito lo zoo rispetto agli anni ottanta. Adesso ci sono i ristoranti, le librerie, i bar dove puoi bere un espresso decente. Compro il giornale, la Taz, per dare un’occhiata alle pagine locali, tanto per capire che roba ci attende stasera a Berlino. C’è la lunga notte dei musei, ma non abbiamo voglia di metterci in fila, d’impasticcarci di monumenti, di sbatterci da un museo all’altro.

Leggo che fanno una mostra sulla Raf.

Cos’è la Raf? mi chiede Bruna.

Rote Armee Fraktion. Sono tipo le brigate rosse tedesche, rispondo io. E’ un bel po’ che posticipano l’apertura della mostra, al curatore Klaus Biesenbach gli dicono male da un paio d’anni, gli dicono che vuole glorificare il terrorismo.

Ti rendi conto? Le brigate rosse?, mi fa Bruna, tu come la vedi la lotta armata? Secondo te si può ammazzare la gente per migliorare il mondo?

Ti va un Bratwurst?, le rispondo.

Io ne prendo uno con una striscia di senape.

Decidiamo di andare in giro mangiando Bratwursten, niente musei, niente mostre. Berlino fa meno sette stasera, la neve viene giù che è un piacere sull’Alexander Platz, Bruna guarda la zona orientale, bianca, neoclassica, spalancando i suoi grandi occhi nocciola. La torre della televisione incombe sopra di noi nel cielo plumbeo.

Mi sembra Natale, dice lei; col palmo della mano all’insù raccoglie i fiocchi di neve. Berlino meno sette, di notte, candida e buia, è suggestiva come poche altre città in Europa, unpotristemoltograaaandee, canticchiamo, Lucio Dalla sottovoce, sotto le sciarpe. Bruna allora inizia a chiamarmi Bonetti, le piace, e ripete ininterrottamente il pezzo BerlinocisonstatoconBonetti, eraunpotristemoltograaaandee.

Dopo tre ore in giro decidiamo di rinchiuderci a bere qualcosa in un pub, abbiamo i piedi intirizziti, il gelo c’è penetrato sin dentro le ossa. Diamo un appuntamento a Fritz, il mio amico che ci ospita per la notte, lui propone al Bandito rosso, sì, proprio così in italiano. Ci arriviamo in metro. Bruna ormai trema, non è abituata a queste temperature teutoniche.

Brrr, Bonetti, certo che ne fa di freddo in crucconia, mi dice tutta rannicchiata nel cappottone.

Il Bandito rosso è un pub di anarchici, cantano vecchie canzoni italiane partigiane, hanno un mojito proletario a un euro e cinquanta. Fritz non è ancora lì. Ci mettiamo a giocare a biliardino, Bruna e io facciamo secchi per cinque volte di fila un gruppo di bulgari, che all’inizio la prendono ridendo, poi mi sa che s’incazzano, perché non gli va di far brutta figura di fronte alle loro donne. Fritz ci salva dalla rissa, arrivando tempestivo e sussurrandoci all’orecchio di perdere. Bruna si fa infilare in porta da tre pallette lente come alla moviola.

Parliamo con Fritz, beviamo mojito, Fritz da buon crucco tracanna un paio di litri di birra; Bruna e Fritz si stanno simpatici. Si fanno le cinque. Ci avviamo per la via di casa ubriachi.

In metro la povera riprende a tremare e a battere i denti.

Brrr, che cazzo di freddo… Fritz c’è nato, ok, e peggio per lui; ma tu, Bonetti, come fai a vivere qui?

Io mica ci vivo qui, io vivo nel paese delle fiabe dei fratelli Grimm.

Al paese delle fiabe ci torniamo il giorno dopo, la domenica, col nostro Schönes-Wochenende-Ticket. Tocca cambiare a Magdeburgo. Saliamo sul treno regionale che ci avvicinerà a casa e prendiamo posto in fondo al vagone. Una volta seduti, li vediamo entrare. Prima sono in quattro, poi in dieci, poi in venti. Io e Bruna ci guardiamo increduli. Porca puttana, altro che favole: nell’ex-DDR i nazi crescono peggio dei funghi dopo la pioggia. Potremmo scendere dal treno, venti contro due ci massacrano sicuro, oppure nasconderci ben bene. Il treno parte prima che possiamo prendere una decisione. Sono sbronzi come spugne, tornano dallo stadio. Bruna mi chiede di tradurle cosa vanno cantando: schifezze sui campi di concentramento, sulle puttane ebree, sul loro amore per l’Adolfo nazionale. Quando all’ennesimo Heil Hitler non ce la faccio più e vorrei sputargli in faccia tutto il ribrezzo che provo per loro, Bruna mi trattiene nascosto dietro lo schienale e evita così la mia morte in giovane età.

Quanto dobbiamo stare su ‘sto treno? domanda preoccupata.

Un’ora, rispondo.

Anche lei è consapevole che il nostro aspetto troppo poco ariano (lei, poi, Bruna di nome e di fatto), i nostri vestiti poco fascisti e le nostre idee poco rechts-radikal rappresentano un grave pericolo per la nostra salute, se i camerati ci dovessero scoprire.

E’ un’ora d’inferno, mi sento privato della mia dignità umana. Dentro me cresce l’odio, devo rimanere nascosto come un ricercato, come un rifiuto sociale, defraudato della mia libertà. Mi auguro che il primo tir che li incontrerà per strada stasera li metta sotto, mi fanno schifo, non avrei alcun rimorso a vederli stesi stasera. Ucciderli io, quello no, ma se capitasse qualcosa non starei lì a piangere sulle loro teste rasate.

Finalmente arriviamo alla nostra stazione dove dobbiamo cambiare e prendere il regionale successivo. Sgattaioliamo fuori senza farci notare. I nazi rimangono a bordo.

Brrrr, fa Bruna.

Hai freddo? , domando.

No, ho solo avuto paura, risponde lei. È la prima volta che vedo dei nazi dal vivo. Si sforza di non tremare più.

Mi ritorna in mente la sua domanda sulla lotta armata per migliorare il mondo. Fra un paio d’ore intanto ci attende il paese uscito dalle favole dei fratelli Grimm.

(Questo racconto è stato già pubblicato nella raccolta “La prima volta che ho visto i fascisti”, in rete su www.wumingfoundation.com . )

28 aprile 2005

OMAGGIO A LEO MALET

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 13:50


di Giuseppe Iannozzi

(Pubblico col consenso dell’autore questo pezzo su Léo Malet, un maestro indiscusso del noir, già apparso più di un anno fa su King Lear. Buona lettura. M.U.)

“Spero che tutte le ragazze più belle
di Parigi vengano al mio funerale”.

Un maestro del genere ‘nero’, ha detto Corrado Augias per descrivere la statura artistica di Léo Malet. In un momento di crisi per il noir nostrano (se si escludono alcune rare eccezioni come Eraldo Baldini, le incursioni di Valerio Evangelisti e di pochi altri, gli autori italiani mancano di genuinità inventiva) l’intellighenzia italiana sta riscoprendo il noir d’autore, soprattutto quello francese, quello di Léo Malet.
Nato a Montpellier nel 1909 da una famiglia di umili origini, Malet rimase ben presto orfano; allevato dal nonno, vecchio anarchico individualista, la sua prima formazione culturale è stata tutta improntata verso la contestazione sociale/culturale. Il suo primo impiego l’ebbe presso una banca in qualità di fattorino, ma fu licenziato in tronco: la motivazione, aver diffuso il giornale anarchico L’insurgé. Si trasferisce a Parigi, un quasi esilio, vivendo la vita del vagabondo finendo anche il carcere; durante il periodo parigino sbarcò il lunario provandosi in occasionali e diversi mestieri: fece il lavabottiglie in un grande magazzino, poi riuscì ad esordire come chansonnier in un cabaret di Montmartre. Fu anche fattorino presso una ditta d’impianti idraulici. e un giorno – come ha raccontato lui stesso – mentre consegnava un bidet per un lussuoso bordello di rue Hanovre, vide nella vetrina di una libreria, quella del mitico José Corti, delle pubblicazioni che attirarono la sua attenzione: La Révolution surréaliste, riviste, libri, libri e ancora riviste, e subito rimase affascinato dalle loro strane copertine. Fu così che si procurò il Manifesto del Surrealismo; vede Un Chien andalou, il film di Bunuel Dalì, legge Lautréamont: il surrealismo gli entra ben presto nelle vene sia sotto il profilo artistico sia sotto quello politico. Decide di scrivere a Breton, il ‘Papa’, uno dei massimi esponenti della rivoluzione intellettuale: Era una specie di messaggio nella bottiglia – ha raccontato Malet – se ne dicevano tante, che i surrealisti erano molto poco accoglienti, gente ricca, distante. Io, invece, Breton l’ho conosciuto anche molto povero, e soprattutto ho scoperto che non si prendeva sempre per André Breton. In ogni caso, la mia lettera gli piacque, mi chiese di mandargli ciò che scrivevo, e poi di andarlo a trovare al Café Cyrano, il famoso Cyrano di Place Blanche. Era il 12 maggio 1931.
Non fatica ad integrarsi nell’ambiente surrealista: le sue giovani idee trovano accoglienza presso gli intellettuali della scuola surrealista. La sua fede anarchica subisce un mutamento, diventa trotkista; tuttavia il suo estremo individualismo non gli permette di accettare una qualsiasi disciplina, troppo misantropo perché il comunismo potesse attecchire pienamente nella sua anima. Nel ‘40 è un’altra volta in prigione: l’accusa formulata è quella di ‘attentato alla sicurezza interna ed esterna dello Stato’ e Malet rischia l’ergastolo se non la ghigliottina. Viene liberato dopo qualche mese; tuttavia non fa a tempo ad assaporare la libertà che subito viene catturato dai nazisti e rinchiuso in un campo di concentramento, lo Stalag X2, tra Amburgo e Brema: un anno di permanenza e di stenti nel lager per Malet. Tornato in libertà perché gravemente malato, Malet si mette alla prova come autore di romanzi polizieschi: all’inizio della sua carriera si firma con degli pseudonimi ‘americani’, poi, nel ‘43, pubblicando quello che si può considerare il primo vero noir francese, 120, rue de la Gare, decide di firmare con il suo vero nome i suoi lavori. Tra il ‘43 e il ‘49 escono sette inchieste di Burma: i romanzi ottengono successo e di critica e di pubblico, il loro protagonista diventa popolare quasi quanto Maigret e ben quattro attori diversi porteranno i personaggi di Malet sul grande schermo cinematografico. Nel ’53 Léo Malet ha un lampo di genio, ovvero ambientare ogni inchiesta del suo personaggio Burma in un diverso arrondissement di Parigi: L’idea mi venne sul ponte di Bir-Hakeim – ha raccontato – davanti a quel paesaggio di Parigi, mi sono detto che era davvero straordinario che nessuno avesse mai pensato di fare un film su Parigi, a parte Louis Feuillade. Ho avuto l’idea confusa di romanzi polizieschi che si svolgessero ognuno in un diverso quartiere. Tra il ‘54 e il ’59 escono quattordici romanzi firmati Léo Malet; nel ‘48, Malet pubblica il primo volume della sua trilogia noir: La vie est déguelasse, seguono Le soleil n’est pas pour nous e Sueur aux tripes. Con la trilogia noir Malet è ormai un punto di riferimento per molti intellettuali francesi, europei, americani: i tre romanzi pregni di crudezza, ferocia, indagano la psicologia umana, l’anima criminosa che si nasconde in ogni uomo. Malet è morto nel 1996 ed è sepolto nel cimitero di Chatillon-sous-Bagneux.

La vie est déguelasse, Le soleil n’est pas pour nous, Sueur aux tripes.

Il sole non è per noi è un libro crudo che parla di poveri cristi, di vagabondi: per Malet il delitto nasce dal destino, ovvero se uno nasce povero, povero morirà e non potrà sfuggire a quanto il fato gli ha serbato. I personaggi di Malet sono incapaci di risollevarsi dalla loro triste condizione: sono consapevoli del fatto che per loro non ci sarà possibilità alcuna di riscatto sociale, e questa ineluttabilità la sentono scorrere nelle vene come una colpa. Ne Il sole non è per noi Malet descrive il delitto come un accadimento puramente antropologico, esistenziale; il personaggio del romanzo, un povero artista sedicenne tenta indarno di farsi strada nella Parigi dorata, ma i suoi schizzi vengono pressoché ignorati da tutti, e alla fine si risolve nel non tentare neanche più di venderli o anche solo di proporli al pubblico. E’ chiaro per lui che è un disgraziato, che il sole che i suoi occhi vedono è un sole povero così come la sua vita. Arrestato per vagabondaggio, dopo due mesi passati in cella viene rilasciato: fa amicizia con avventori di tristi e squallidi bar, si tira dietro un amico di sventura penitenziaria: è evidente che la sua vita è destinata a concludersi tra le strade povere di Parigi. Per quanto si adoperi Parigi non è capace di offrire un sole splendente alla sua umanità, non è in grado di dar lavoro ad un vagabondo. Finalmente qualcosa sembra cambiare in meglio: in un caffè incontra uno strano tipo che gli offre di andare a lavorare in fabbrica, e il protagonista non può fare a meno di accettare. Tuttavia, una volta in fabbrica, si rende conto di essere diverso: è guardato con sospetto e ben presto si diffonde la voce in fabbrica che il licenziamento per gli ‘scansafatiche’ è ormai cosa prossima. Per evitare il licenziamento finge di infortunarsi: grazie ad un amico anarchico gli riesce di truffare l’assicurazione e restarsene a zonzo per le strade per buone tre settimane. E durante questo periodo, per così dire, di riposo, il giovane finisce con l’incontrare alcuni buffi tipi di strada, ragazzacci come lui, forse peggiori di lui. Diventa presto loro amico e finisce con l’innamorarsi della sorella di uno dei suoi nuovi amici; tutto sembra filare per il meglio, ma il ‘sole non è per lui’. Gina si dimostra subito accogliente e il giovane fra le sue braccia trova l’illusione della felicità; Gina condivide la casa con il fratello e la madre, una vecchia ubriacona. Il giovane protagonista intanto si dà da fare per scoprire quale segreto nasconde il fratello di Gina, il suo amico: incesto, Gina e suo fratello vanno a letto insieme. Accecato dall’odio, un odio razzista, gonfia di botte l’amico e stabilisce che Gina è sua proprietà. Il fratello di Gina sembra accettare la cosa, ma la vendetta è in agguato: alla prima occasione questi vende la sorella ad un arabo. Richiamato dalle urla di Gina, il giovane fa appena in tempo ad evitare che l’Arabo possa godere delle grazie di Gina: accecato dalla rabbia, dallo schifo che prova, con rapidi colpi di rasoio trucida l’Arabo e quando si rende conto di quello che ha fatto non ha paura, anzi si getta contro il fratello di Gina e lo sgozza senza pietà. Insieme a Gina scappa da Parigi; intanto la polizia parigina si è accanita contro il giovane accusandolo di un largo numero di delitti che si sono consumati nei quartieri poveri di Parigi. Gina è incinta: aspetta un figlio dal fratello, sta male. Arrivati in prossimità di una fattoria, sono costretti a cercare riparo; un vecchio bavoso accetta di dar loro un tetto. Gli eventi si corrompono del tutto: il vecchio bavoso tenta di mettere le mani addosso a Gina, o questo è almeno quanto immagina il giovane innamorato: si scatena l’inferno, il fuoco divora la fattoria e il vecchio muore nel rogo. Insieme a Gina fugge nel bosco e nel bosco Gina abortisce e muore dissanguata. Al giovane disperato non restano vie di fuga: ormai è deciso a consegnarsi alla polizia. E viene accusato di aver appiccato il fuoco alla fattoria per rubare i soldi del fattore, di aver ucciso Gina la sua amante, di aver ucciso il fratello di Gina e un Arabo. In un primo momento il giovane tenta blandamente di difendersi, ma poi comprende che tanto qualsiasi difesa sarebbe inutile. Aveva cercato solo di vivere, o meglio di sopravvivere, ma il sole non è per quelli come lui. La giustizia fa il suo corso implacabile. Léo Malet per questo romanzo fu accusato di razzismo, ma all’artista premeva solo di dimostrare ‘artisticamente’ che al destino non si può sfuggire e l’unico mezzo che aveva per ottenerne una efficace dimostrazione era parlare senza mezzi termini. Oggi nessuno, o quasi, crede veramente che Malet sia stato un razzista/fascista; riabilitato e dalla critica e dal pubblico, i suoi romanzi neri sono al centro di una rinnovata attenzione critica, una attenzione critica severa ma giusta, non quella degli anni Quaranta/Cinquanta che vedevano in Malet una meteora degna solo di disprezzo e vergogna.

Léo Malet scrisse La vita è uno schifo nel 1949 quando la popolarità del detective anarchico Nestor Burma era ormai consolidata e si contrapponeva al placido, freddo e analitico Maigret di Simenon; Malet sconcerta per il suo stile crudo, una prosa secca, impietosa, ambientazioni notturne, personaggi disperati e pessimisti. La poesia di Malet è molto vicina a quella dissacrante e forse più conosciuta di Boris Vian, autore che ancor oggi gode di buona fama, mentre Malet, dopo la sua morte, è stato quasi dimenticato dalla critica.
Il giovane protagonista de la Vita è uno schifo è Jean Fraiger, un anarchico, un killer perdutamente innamorato di una donna bellissima e sfuggente, Gloria. Jean si impegna a condurre vestendo i panni dell’antieroe solitario una ferale lotta contro il mondo. L’epilogo non può che essere la morte di Jean, la perdita della donna amata, una morte solo debolmente addolcita dalla consapevolezza che la vita fa schifo punto e basta. “Ti amo. Non abbiamo a disposizione che queste parole, che sono state usate e strausate e che sono state pronunciate da labbra impure e grondanti di menzogne…”, confessa Jean a Gloria, ma la sua è una confessione che puzza di poesia, di falsità; Jean è consapevole che l’amore non è sentimento che possa esser tradotto in parole, non prova neanche ad abbozzare una poesia d’amore per l’amata, e proprio qui sta la grandezza poetica di Malet, che negando la poesia, in realtà, le restituisce la sua identità primitiva di quando l’amore non aveva bisogno di esser spiegato a parole. Jean Fraiger è un duro, un romantico, un violento: il personaggio rappresenta l’uomo vittima di una società consapevole impegnata a metter al mondo altre vittime. La violenza di Jean Fraiger è pregna di romanticismo: se uccide, uccide per togliere allo Stato e restituire il danaro ai contribuenti, ai lavoratori, ai proletari; eppure qualcosa va storto, perché il proletariato non vuole sapere soldi macchiati di sangue, la società dei poveri non vede in lui un novello Robin Hood ma solo un efferato delinquente. Jean Fraiger riconoscendo che il mondo è irriconoscente nei suoi confronti decide di lavorare solo per sé stesso: insieme alla sua banda mette a punto e consuma con abile crudeltà delitti e saccheggi. Per assurgere a protagonista unico del dramma del vivere, Jean non esita a far fuori i suoi stessi compagni anarchici: uccide a sangue freddo Marcel, poi Gisele l’amante del povero gobbo Paul compagno di merende di Jean ed infine dà la morte anche al marito di Gloria. Jean Fraiger finisce con il non guardare più in faccia nessuno.
L’amor fou è un altro tema centrale de La vita è uno schifo: Jean coltiva il suo sogno d’amore con crudeltà romantica; Gloria è il suo ideale, la speranza che forse il mondo non è ancora completamente corrotto e schifoso: “io dico ti amo… è una verità… c’è il sole, la terra, la luna, le stelle e io ti amo… constatare la presenza non è corteggiamento”. Ma anche l’amore è solo un sintomo del male che l’uomo cova dentro di sé: Gloria, prima di scoprire la vera identità di Jean killer, lo indirizza dal dottor Claps, il quale gli rivela i misteri ascosi intimi delle sue turbe. L’amore nutrito nei confronti di Gloria è solo un puzzle, sussulti e smanie della sua anima: l’amore non è eterno.
Jean comprende di essere un uomo incompleto: non gli resta altro da fare che rivelare la sua vera identità. Il dottor Claps non rimane sorpreso dalla confessione di Jean, mentre Gloria finisce con l’odiarlo. Jean comprende che l’amore è cosa folle, ingovernabile come la società che lo circonda: l’unica fuga possibile è quella definitiva, il suicidio. Prima di congedarsi da Gloria, quella che credeva esser la sua amante, la sua medicina, le chiede se ha mai goduto a letto con lui: la risposta non lascia spazio a dubbi. E’ finita: fugge dal mondo per sempre, fa irruzione in un distaccamento della polizia armato fino ai denti, spara a destra e a manca, e il suo corpo viene imbottito di piombo. Rimane l’amara consolazione che l’unica verità possibile in un mondo corrotto governato da corrotti è la vita, la vita che non può non essere niente di diverso da un mostro schifoso. Un noir stupendo: La vie est déguelasse è un autentico capolavoro che oggi come ieri è più che mai attuale, un romanzo capace di investigare l’animo umano, la società, l’idealismo, la corruzione che inquina il romanticismo dell’idealismo politico, l’amore come menzogna, medicina che non può restituire all’uomo la sua umanità.

In Nodo alle budella, Paul Blondel sogna tutte le notti un piccolo uomo grigio. E’ un fantasma che non conosce, che gli è estraneo, ma che subito diventa incubo che lo perseguita nei sogni che non sono poi tanto dissimili dalla vita reale. Per dargli corpo, Blondel rivive le ultime settimane della propria vita: Blondel, piccolo truffatore sfigato, ha conosciuto Jeanne, una ragazza bellissima, impossibile, che vive e lavora in un malfamato bistrot di periferia, e per amore di lei ha osato “il tutto per tutto”, ha cominciato ad azzardare truffe impossibili per le sue virtù ladresche; poi, trova in una banda dedita a furti e rapine la sua dimensione, se non proprio ideale, almeno significativa. Sembra un periodo tranquillo per Blondel, ma presto la scoperta del tradimento di Jeanne e l’ulteriore prova della propria codardia lo sprofonderanno, lentamente, in un baratro esistenziale: il piccolo uomo grigio, il suo fantasma personale, torna da lui e ammorba ogni sogno incubo, ogni pensiero pensato e non pensato. Blondel comprende che il fantasma grigio lo abbandonerà a sé stesso solo quando troverà il coraggio di compiere l’ultimo delitto, quello più grave, quello che deciderà per il futuro che non ci sarà per lui. Blondel è ormai un fantasma lui stesso, un derelitto, povero cristo senza quasi senno, perennemente in fuga da chi lo ha tradito, da chi lo addita criminale, da chi osa chiamarlo ancora uomo nonostante tutto; ma Blondel non è più un uomo, è un fantasma, la dimostrazione “vivente” e “non vivente” che l’uomo è fallimento ed inutile è che si adoperi per tentare la sorte, per cercare un microcosmo migliore, un angolo dove vivere e morire in santa pace.

Molto e molto poco è stato detto intorno alla figura di Léo Malet: che ha rinnovato un genere letterario (“un’irruzione dirompente, che ha conferito un tono completamente nuovo al genere poliziesco”), che ne ha inventato uno, il noir, e che contemporaneamente ha ricostruito in maniera inconfondibile i misteri e le atmosfere parigine. Ma soprattutto, a mio avviso, Léo Malet ha disegnato l’uomo, il suo fallimento, la sua dimensione umana costretta sulla croce del Golgota senza alcuna possibilità di resurrezione.

(Léo Malet – Trilogia nera – A cura di L. Bernardi – Fazi Editore – Collana: Le porte – Pagine 537 – ISBN 8881124262 – € 19.50)

27 aprile 2005

ONESTAMENTE…

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 13:41

"Ciascuno si sospetta dotato di almeno una delle virtù cardinali, e ecco la mia: sono una delle poche persone oneste che io abbia mai conosciuto".

(Francis Scott Fitzgerald – Il grande Gatsby)

26 aprile 2005

I SEPOLTI – DI SERGIO LA CHIUSA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 11:59

di Sergio La Chiusa

Da "nel museo delle belle arti"

I

non è cosa umana il messia di grünewald è un relitto
che stilla una melassa scura, un succo di more che ingrassa
la schiatta delle pulci – procediamo per le sale del museo

benché fuori non s’oda il nostro passo il sasso scagliato
nello stagno l’intaglio del bulino che inchioda l’ala al legno
(i corpi li gettano a mucchi nelle buche a pochi chilometri da qui)

VII

di corridoio in corridoio ci ha condotti il sonno in un cortile
cieco, dove l’unico privilegio è non avere scelta; come
i carcerati di van gogh che camminano eternamente in cerchio

senza uno spicchio di cielo a sviare l’occhio – ha chiuso
il custode, ma ha avuto buon cuore di lasciare accese le luci:
che le falene vedano gli specchi contro cui sbattono le ali

 

 

25 aprile 2005

UFFENWANKEN – RADIO ROMA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 00:34

Probabilmente fino a luglio (se non mi cacciano prima) sarò ogni sabato mattina su Radio Roma a parlare di letteratura e affini dalle 9.15 circa, per un buon quarto d’ora, nella trasmissione del bravissimo e simpatico Alex Contedini. Replica verso le 15.10. La prima "uscita" radiofonica è già andata in onda ieri mattina: praticamente Alex m’ha svegliato una mezz’ora prima del collegamento con una sua telefonata! Buon ascolto del sottoscritto, se siete romani o comunque del centro Italia e a quell’ ora del sabato siete ancora svegli!

(Nota: Radio Roma è ascoltabile anche online: http://www.italymedia.it/radioroma/)

23 aprile 2005

BERLINO, SOTTO I TIGLI (POESIA BILINGUE)

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 22:59


di Franz Josef Uffenwanken

BERLIN, UNTER DEN LINDEN

Ein schoener Stadtaufenthalt

fuenfunddreissig Jahre alt

ich bin die Schatten

ich bin die Naechte

du bist die unbelichteten Stellen die ich liebe

du warst niemand

als ein nichts

waren wir

ich fuer dich

du fuer mich.

Jetzt, heute

essen wir

miteinander

Kalbschnitzel mit Kartoffelsalat

in Unter den Linden, Berlin

unter den Linden.

Nachts

sind die Strassen leer

jetzt, heute

schlafe ich ein und ein Traum

lautlos fliegt:

du bist niemand

ein nichts

sind wir

unter den Linden

wenn schauerlich

mein Traum

fuer mich und dich

in mir

unter den leeren Linden

in einem Nichtsschrein

schreit.

BERLINO, SOTTO I TIGLI

Un bel soggiorno cittadino

di anni trentacinque

io sono le ombre

io sono le notti

tu sei i punti oscuri che io amo

tu eri nessuno

quando noi un niente

eravamo

io per te

tu per me.

Ora, oggi

l’un con l’altro

mangiamo

cotoletta di vitello con insalata di patate

a Unter den Linden, Berlino

sotto i tigli.

Di notte

le strade sono vuote

ora, oggi

mi addormento e un sogno

senza suono vola:

tu sei nessuno

un niente

siamo noi

sotto i tigli

quando orribile

il mio sogno

per me e per te

in me

sotto i tigli vuoti

in uno scrigno di niente

urla.

(Traduzione di M.U. Franz Josef Uffenwanken è nato il 12 Novembre 1960 ed è il mio fratello gemello. Separati dalla nascita per ragioni che un giorno, forse, racconterò nella mia “autobiografia viscerale” della quale ho per ora soltanto il titolo (Chi me l’ha fatto fare), svolge una solerte attività di numismatico presso la Bundespost di Tubinga. Comunichiamo solo via email nonostante la sua passione per le lettere (quelle postali, soprattutto); e non ci siamo mai visti di persona. Il perchè di questo lo racconterò eventualmente nella succitata e già perlomeno “titolata” autobiografia. So che è sposato con una insegnante di liceo ovviamente bionda, ha due gemelli di 10 anni anch’essi biondi e ha un carattere che non ho ancora capito. Questa poesia fa parte della raccolta “Linksblock” – “Blocco delle sinistre”, uscita nel 1996 per l’editore Sepp Maier di Monaco).

FUORI DALLA MARGINALITA’

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 13:13

I fuochi del dibattito sulla restaurazione non si sono ancora spenti, su NI. (Consiglio la lettura del pezzo di Beppe Sebaste pubblicato oggi, a proposito). Coesistenza nella diversità. Qui, in questo punto del manifesto programmatico di NI, ci vedo della polpa. Anzi, ci vedo la polpa più golosa, per tutti. Le lotte contro la cosiddetta restaurazione (che poi a mio modesto avviso è semplicemente lo status quo) ognuno di noi le combatte come puo’, parliamoci chiaro. Con le armi che ha a disposizione, e che spesso sono spuntate. Io, per esempio, che armi avrei? Ho un blog, ci scrivo e ci faccio scrivere gli altri in assoluta libertà, cerco di capire nel mio piccolo questo tipo di comunicazione abbastanza nuovo, agli albori (ma non elitario, come ha detto qualcuno, perchè per fare questo tipo di diagnosi, secondo me, è comunque troppo presto). Ognuno combatte tutti i giorni a suo modo, come puo’. Carla Benedetti, da critico di prestigio, puo’ scrivere sull’ Espresso, per esempio. A nessun scrittore o intellettuale serio puo’ piacere lo status quo: la letteratura è relegata ai margini della comunicazione, infatti. In questo, a mio avviso, gli scrittori, gli artisti in genere, sono marginali de facto perchè relegati nella marginalità. Ora, in questo momento. Coesistenza nella diversità. Se penso a questo, penso anche al termine "apertura". Apertura anche verso chi – lo dico in maniera molto generica – la pensa diversamente. Io in NI ho visto e vedo questo. Ma ho anche visto (anzi letto) un’accensione dei toni che in questo momento mi pare davvero fuori luogo. Per uscire dalla marginalità occorre aprirsi verso l’esterno, anche sporcandosi le mani; nessuno è totalmente puro, nessuno è fatto di granito, chi più chi meno siamo tutti nella "macchina", ci siamo saliti e nessuno ne vuole scendere. L’apertura di cui parlo si puo’ attuare anche con le cose pratiche, cioè rendendo più facile l’accesso ai commenti in homepage, cosa che si voleva fare  e ancora non si è fatto;  e non so perchè. Critichiamo chi parla di marginalità della letteratura e poi lasciamo che i commenti restino negli "archivi del mese", e così uno che non è mai entrato nel sito – se non è un genio – non ci capisce un cazzo se nessuno gli spiega il meccanismo? E’ dalla pratica che parte tutto, è sempre così. Un piccolo ma importante restyling andrebbe fatto. Lo dico sommessamente.

22 aprile 2005

LE COSE COME STANNO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 11:46

di Piero Sorrentino

(Sono quasi al countdown… A ormai due settimane dall’uscita del mio euronoir Cattivo Sangue, pubblico questa recensione al mio precedente romanzo,   Le cose come stanno, pubblicata recentemente sulla bella webzine letteraria La Frusta – tra i miei link. Segnalo anche, a proposito di Le cose come stanno, il post di Alderano di ieri sul suo blog. Buona lettura. M.U.)

 

In tempi di fiction televisive e narrazioni cinematografiche in cui i preti e gli uomini di chiesa sono e restano ormai le sole risorse messe in campo dalle penne sempre più scariche e secche dei nostri sceneggiatori,  capaci di far risuonare le loro storie solo con le note di possenti organi e profumarle di incenso e cotte inamidate, imbattersi in una figura come quella di Puch, protagonista de Le cose come stanno (Baldini Castoldi Dalai editore, 114 pagine., 12,40 euro), secondo romanzo di Franz Krauspenhaar, può trasformarsi in un’esperienza immunizzante: una blindatura a prova di bidimensionali parroci di frontiera, preti investigatori e “don” assortiti.

Sfruttando l’espediente classico (e tuttavia spesso ignorato dalla recente narrativa) del romanzo epistolare, Krauspenhaar affida la narrazione a una lunga lettera (“risentita”, aggiunge il sottotitolo) che Puch, giovane sacrestano di una piccola chiesa cattolica tedesca, scrive al fratello Fritz, pittore in cerca di successo emigrato in Danimarca, nei giorni del Natale del 1966. Attorno a questo esile spunto di partenza, Franz Krauspenhaar si avventura nelle profondità della vita interiore dei suoi personaggi con tutte le prerogative di una spietata onniscienza e restituisce al lettore pagine (il suo è un testo composto soprattutto di pagine:  sgraziate, nervose, poetiche, malinconiche…) di una densità capace di dare la polvere a opere assai più ponderose e fameliche.

“Le cose restano nella stessa sbagliata posizione di sempre”: la lettera di Puch trabocca di un senso di immedicabile immobilità che si trasforma nella stessa immobilità fisica di Puch, chino sul tavolino a vidimare l’atto di accusa peggiore che si possa fare: un decreto contro quello che si è, o si vorrebbe essere. Perché ogni frase che Puch scaglia contro Fritz è in realtà una spietata requisitoria contro sé stesso, e saggia è stata la scelta per la foto di copertina.

L’immagine è leggermente fuori fuoco; in primo piano, i due maschietti sembrano immersi nella nebbia, stanno vicini ma è come fossero in competizione – più che in posa – per una fotografia. Lo spazio che hanno a disposizione è stretto, e uno dei due sembra di troppo. Assegnare un’identità ai due bambini ritratti è un’operazione delicata:  chi è Puch? Chi Fritz? L’immagine Photonica non può presentare meglio di così l’indecidibile lacerazione del povero sacrestano, costretto a sputare su una vita che in fondo, ma nemmeno tanto in fondo, desidera. Come in un racconto di tarda iniziazione, l’indagine contro sé stessi si svolge nel tempo, col tempo, e quello che viene conosciuto modifica profondamente colui che conosce, che accoglie in sé l’ignoto, l’inquietante, il riprovevole che si annida nelle pieghe (e nelle piaghe) della carne. 

“Io sono come Dio, perché lascio sempre le cose come stanno, possono pregarmi, scongiurarmi, ma niente, io lascio tutto come sta, non muovo un dito, rimango qui, nella mia quiete rintronante, nella mia enorme muta dissonanza, nella mia sordità da dopoguerra in continuo aggravamento, a parlar male di tutti, di tutti voi che almeno fate qualcosa, ma siete, seppur disgustosamente, degli esseri umani, mentre io sono un essere simile a Dio, non a sua immagine e somiglianza, proprio simile, proprio apparentabile, un dio senza deità, un Dio senza cuore (…)”

Questa è la radice ipotattica della scrittura di Krauspenhaar, che diramandosi sulla pagina allestisce la struttura di un romanzo breve e densissimo sul quale (si spera che col prossimo, in imminente uscita sempre da Baldini Castoldi Dalai, ci sarà un riscatto) la critica ha esercitato il più idiota e immotivato dei silenzi, lasciando immeritatamente le cose come stanno.

21 aprile 2005

PRUA VERSO IL MARE!

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 11:44

di Sergio Garufi

Tempo fa pregai un mio amico, che  considero il miglior narratore della mia generazione, di andare in tivu, perché vorrei che le sue parole si rivolgessero a un numero di interlocutori maggiore di quelli della biblioteca Calvairate (con tutto il rispetto, essendo io uno di loro). Ma lui mi disse di no, che in tivu non ci sarebbe andato. E poi glielo dissi, di andare, perché ho un naturale moto espansivo. Se amo un libro, un film o una mostra ne parlo agli amici e ne scrivo su Nazione Indiana o su Stilos, perché penso che la condivisione di un piacere sia l’unica cosa che anziché dimezzarsi raddoppia. In che misura poi andare in tivù possa comportare dei benefici credo dipenda da tanti fattori (il tipo di trasmissione, l’orario in cui va in onda, il tempo a disposizione per parlare, l’argomento di conversazione, l’abilità dell’oratore ecc), ma non è questo il punto. Il punto è promuovere e valorizzare chi ha qualcosa da dire, non lasciare che il mezzo di comunicazione di massa più potente e persuasivo sia gestito solo da parolai e saltimbanchi. Quando mi capita di   parlare di sensibilità, intelligenza e talento intendo proprio confutare la vulgata attuale della cultura come quantità di libri letti. Oggi tutto ha un valore quantitativo, il numero è l’unità di misura di tutto: le persone valgono per quanto guadagnano, le cose si valutano per quanto costano e l’essere colti per la cifra di libri letti. Il corollario di questa visione del mondo(Weltanschauung, tanto si sa che amo il vintage lessicale) è l’invito a mettere a frutto, a monetizzare anche gli hobby. Quante volte mi sono sentito dire: tu che leggi tanto perché non apri una libreria o metti su una casa editrice, come se questa passione priva di fini di lucro non avesse senso. Per chi la pensa così, un "lettore anomalo" (nel senso che non lo fa di professione)come me spreca le sue energie e il suo tempo. E per certi versi è vero: non ci pago le bollette e il mutuo, non ne ricavo prestigio sociale (anzi, a volte ispiri commiserazione). Ma la cultura è come i libri, i servizi di piatti, le tovaglie e la biancheria intima che Luchino Visconti pretese per il suo "Gattopardo". E quando la produzione obiettò che tutte quelle cose erano inutili e dispendiose perché non si sarebbero viste nelle scene, essendo nascoste nelle scaffalature, nei cassetti dei mobili e sotto gli abiti dei protagonisti, il regista replicò che era importante che gli attori sapessero che c’erano. In qualche modo, quegli oggetti invisibili avrebbero aiutato Claudia Cardinale, Alain Delon e Burt Lancaster a immedesimarsi nella parte, a vivere e sentire, più profondamente, l’epoca in cui si svolgeva la storia. A conti fatti, aveva ragione lui. La cultura è questa cosa nascosta e segreta che ci permette di capire e vivere meglio il nostro tempo. In ogni caso, per chi ha un’autentica passione letteraria non è mai il tesoro – inteso come l’utile, morale o materiale, che se ne può ricavare – che conta. Come disse Trewlaney (ne "L’isola del tesoro” di Stevenson) poco prima di partire: "Prua verso il mare! Al diavolo il tesoro. E’ l’incanto del mare che mi ha dato alla testa!"

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