The FK experience il sito di Franz Krauspenhaar

31 marzo 2005

SULL’ATEISMO 1 e 2

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 16:04

Non molto tempo fa su Nazione Indiana si è dibattuto a spron ovviamente battuto di ateismo, religione, Papa. Personalmente credo nella scommessa pascaliana, dunque ho scommesso da un certo numero di anni (dopo una decade durante la quale non mi ponevo proprio il problema) sull’esistenza di Dio. Il mio Dio è cristiano, è quello che è finito sulla croce. Per il resto, non so davvero che altro dire. Rispetto tutti, e soprattutto quando questi tutti credono veramente in quello che dicono. Spesso, a mio avviso, è molto comodo credere; altre volte credere non è per niente comodo. Non riesco fino in fondo a credere che l’ateo creda davvero, fino in fondo, al suo non credere. E con queste mie ultime parole per nulla famose mi ritiro per ora in buon ordine lasciando qua sotto un paio di frasi celebri sull’argomento.

1. “Gli atei annoiano perchè parlano sempre di Dio” – (Heinrich Boell)

2. “L’ateismo è più sulle labbra che nel cuore di un uomo” – (Francesco Bacone)

30 marzo 2005

LUCI ROSSE (Seconda parte)

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 15:41


di Kristian Betti

Da quando assume la cattedra di Fisica a Leipzig, nel 1927, Heisenberg non smette mai di viaggiare per tenere conferenze. Zurigo, Copenhagen, Cambridge, Chicago. Nel 1933 gli viene assegnato il Nobel per la Fisica. Nel 1939, i suoi colleghi espatriati in America, tentano ripetutamente di convincerlo a non tornare in Germania. Al suo ritorno in patria, il fisico tedesco assiste, come tutto il mondo del resto, all’invasione nazista della Polonia. Pronostica che la Guerra si concluderà prima che sia possibile costruire la bomba atomica. Nel 1942 diviene professore di Fisica a Berlino, con l’incarico preciso di fornire la bomba atomica all’esercito nazista. Gli vengono dati tutti i poteri necessari al conseguimento di tale scopo. La sua famiglia confinata a Monaco, Heisenberg lavora instancabilmente ai propri progetti, che non coincidono necessariamente con quelli del regime di Hitler. Nei laboratori di ricerca da lui gestiti, la fissione nucleare, realizzata per la prima volta da due chimici tedeschi nel 1938, non produrrà mai una reazione a catena in grado di scatenare la potenza dirompente dell’energia atomica. Di tutt’altra rilevanza le acquisizioni nel campo della fisica delle particelle ad alta energia.

Chi ottiene la reazione a catena è il gruppo di Enrico Fermi, negli Stati Uniti. Nell’estate del 1939, alcuni scienziati di origine ebraica che erano riusciti a sfuggire alle epurazioni naziste e avevano trovato asilo in America, convincono Einstein a scrivere al presidente Roosevelt, affinché si studi il modo di pervenire all’arma atomica prima di Hitler. L’amministrazione americana tergiversa fino al 1941, quando i servizi segreti inglesi certificano il progetto atomico tedesco. Con l’entrata diretta nel conflitto a fianco delle nazioni che contrastano il dispotismo nazi-fascista, gli USA smettono di fornire unicamente sovvenzioni economiche e forniture militari ai paesi in guerra. Prende avvio la più grande operazione coordinata, economica, tecnologica e militare, della storia moderna. La sperimentazione dei più importanti ricercatori mondiali disponibili, nelle università più prestigiose; gli appalti per l’edificazione delle 3 città fantasma, dove progettare e produrre i reattori nucleari e la bomba a fissione, che coinvolgono decine di migliaia di imprese, dagli uffici per il reclutamento della manovalanza ai colossi energetici, come la General Electric, o chimici, come la Du Pont; la segretezza assoluta delle finalità dell’operazione, garantita dai servizi dell’esercito e dalla CIA; tutto questo forma il Progetto Manhattan, garantito da fondi pressoché illimitati e presieduto dal generale Groves e dal fisico Oppenheimer. A cui partecipa anche Fermi, fin dal 1942, quando attraverso la ‘pila atomica’ dimostra che è possibile ottenere una reazione a catena stabile e controllata dalla fissione dell’atomo dell’uranio 235.

Nonostante negli USA si sia a conoscenza dell’arretratezza del progetto atomico tedesco di Heisenberg, i lavori proseguono a tappe forzate, e non basta nemmeno la dissipazione delle armate nazi-fasciste ad opera degli eserciti alleati, e il cambio della guardia alla presidenza americana, per distogliere la politica dei governi dalla determinazione ad arrivare alla bomba. La cui fabbricazione viene finalmente ultimata nella primavera del 1945 e, col beneplacito del comitato scientifico di cui fa parte pure Fermi, viene sperimentata con successo (dapprima nel New Mexico, in luglio, quindi, di lì a un mese, sul Giappone).

La volontà e la possibilità di sviluppare e indirizzare la ricerca analitica, dal Progetto Manhattan in poi, sono sempre state indissolubilmente legate alla volontà di profitto economico dei grandi gruppi industriali e al desiderio egemonico degli apparati militari. Heisenberg morì di cancro nel 1976, dopo aver largamente contribuito alla rinascita dello stato tedesco. Grazie alle sue ricerche, alla sua influenza e alla sua inesauribile volontà proattiva, la Germania sviluppò un piano energetico nucleare che le permise di concorrere cogli stati più moderni del dopoguerra, tanto da divenire leader nelle esportazioni di tecnologia per i reattori atomici. Per molti anni Heisenberg collaborò e fu presidente della commissione che presiede il CERN di Ginevra. Nel 1948 fondò l’istituto Max Planck per la ricerca astrofisica e la sperimentazione della fisica quantistica e delle particelle elementari.

Max Planck è il padre della meccanica quantisica. Grazie ai suoi studi sui pacchetti discreti, oggi sappiamo che i fatti in natura sono discontinui, e la loro descrizione deterministica è largamente insoddisfacente e contraddittoria. Si sposò ed ebbe quattro figli. Nel 1918 gli assegnarono il Nobel. Nel frattempo aveva perso moglie e tre figli in guerra. L’ultimo figlio venne giustiziato per aver partecipato all’attentato ad Hitler, nel 1944. Planck morì tre anni dopo.

Alla stazione, seduto su di una panchina, sotto le fronde di un pino. Devo terminare il libro prima di rientrare a casa. Cristina è già tornata a quest’ora. Se mi presento col libro in mano, e le dico: prima di tutto, devo finire di leggere – esiste la possibilità che lei me lo sfili dalle mani e me lo infranga di taglio sui denti, il libro da finire. È che mi manca davvero poco. Sempre meno. Sempre così. Si viaggia a velocità discontinua, durante la lettura di un libro. La fine è sempre una precipitazione. Se il flusso della lettura fosse stato interrotto ad un’altra stazione, magari non mi troverei in queste condizioni. Adesso, l’accelerazione centripeta della storia che sto leggendo ha una forza gravitazionale a cui non mi riesco a sottrarre. Devo concludere la storia. Le particelle virtuali positive e le antiparticelle virtuali negative, stanno accoppiate nella fluttuazione quantica del vuoto. A volte recuperano dell’energia che passa, si formano nella realtà e si fanno un giro, poi quando tornano indietro e si reincontrano, finiscono per distruggersi, restituendo l’energia che avevano preso in prestito.

Nell’orizzonte degli eventi di un buco nero, la gravità possiede una forza intensissima. Le particelle quantiche virtuali che fluttuano limitrofe all’orizzonte degli eventi, una volta caricate di energia, non si annichiliscono più: restano separate. La particella positiva, spinta dalla gravità, si rassoda e si lancia incontro ai nostri strumenti rivelatori universali. La particella negativa entra nell’orizzonte degli eventi del buco nero per beccarsi la sua dose energetica, e così facendo contribuisce all’evaporazione del buco nero stesso, come postulato da Hawking nel 1974.

A volte i buchi neri esplodono. È una questione di energia. Per questo ho deciso di dedicarmi a Maspes. E alla retina colle biglie di plastica per giocare sulla spiaggia di Jesolo. Per via della fluttuazione del vuoto, dei campi gravitazionali e dell’entropia dei buchi neri. Non so. Non sono un credente, ma certe evidenze non fanno che ripropormi la tensione dell’amore, che la curvatura del tempo non riesce ad indebolire.

Suono. Mi apre. Salgo. Entro. Mi saluta. Mi tolgo le scarpe. Infilo il libro che ho finito tra gli altri, nel settore della mia libreria dedicato alla letteratura italiana. Mentre mi cambio spiego a Cristina della musicassetta che ho fortunosamente recuperato al lavoro. Non le interessa granché. Cambio argomento infilandomi la tuta.

Per strada mi son sentito delle canzoni che ho scaricato stanotte. Roba nuova.

Chi, mi chiede Cristina, recuperando i vestiti sporchi da lavare.

Uno nuovo. Giovane. Americano. Devendra Banhart.

Che nome strano, dice Cristina osservando i miei pantaloni.

Ho raccolto qualche notizia su di lui. Ascolta…

No, scusa. Ascolta tu, piuttosto, mi dice lei corrucciando lo sguardo, come hai fatto a sporcarti così i pantaloni? Sembra…ma…è resina! Ma lo sai che non viene via la resina? Come hai fatto a sporcarti?

San Francisco, senza fissa dimora. Gli piace aver sogni da far germogliare. È uno che si spende. Che si arrangia. Che riesce ancora a lasciarti a bocca aperta. Che a 21 anni si ritrova ad avere un po’ di fortuna che gli balla intorno. Lo convocano a New York e lui porta con sé la scabra essenzialità low-fi della sua attitudine.

Ottiene di poter registrare in una camera in casa di una, sul confine tra l’Alabama e la Georgia, una che aveva lavorato per uno che quarant’anni prima aveva registrato alcune tracce del giovane Dylan. C’è chi insegue ancora gli spiriti. Gli piazzano in camera un tot di microfoni e di strumentazione vintage. Gli pagano l’affitto per 10 giorni. Incide una sessantina di brani. Ne tengono 32. Nel fruscio dietro, di notte colle finestre aperte per colpa del caldo, dietro le registrazioni, si riescono a sentire le cicale frinire.

C’è una canzone di Nino Rojo, terzo album di Devendra Banhart, precisamente Little yellow spider, che a un certo punto dice: “hey there, Mrs. lovely moon, you’re lonely and you’re blue/It’s kind of strange, the way you change/But then again, we all do too”. È vero, per me, che siamo come la luna, perché l’ho verificato nella vita. La mia vita a luci rosse.

Valdir Peres, Leandro, Junior, Cerezo, Oscar, Luisinho, Socrates, Falcao, Serginho, Zico ed Eder. Così si schierò il Brasile, il pomeriggio del 5 di luglio del 1982, allo stadio Sarrià di Barcellona. Per arrivare a casa in tempo per le cinque, ero uscito prima dall’oratorio feriale, scavalcando i cancelli. Avevo corso a perdifiato, arrivando stremato a citofonare per farmi aprire. Ero entrato che la partita era iniziata da un minuto. Il tempo di rendermi conto che, col caldo e l’afa che c’erano, mia madre stava stirando in soggiorno, e Rossi aveva già segnato l’uno a zero per l’Italia. Mio padre giunse dal lavoro nell’intervallo tra il primo e il secondo tempo. Aveva la sigaretta in bocca e sudava come un disperato. Prima di salutare chiese come andava la partita. Angelo la partita se la guardava in carcere, insieme agli altri detenuti del suo braccio: tossici, ladri e fiancheggiatori. Quando Rossi firmò la propria tripletta, portando l’Italia sul tre a due, ebbi chiara l’impressione che quel giorno iniziava una nuova storia, un po’ per tutti.

La tipa che mi doveva tatuare conviveva con uno, in una palazzina oltre la circonvallazione ovest. Appena entrati in casa, cercai subito con lo sguardo la biblioteca. Di solito giudico le persone dai libri che leggono, se proprio devo formarmi dei preconcetti. E dalle affissioni. I libri saranno stati un centinaio. Le uniche edizioni rilegate erano L’accumulazione del capitale di Rosa Luxemburg e Casi Clinici di Freud. Marcuse stava fianco a fianco con Erica Jong. Foucault reggeva il moccolo a La strage di stato.

La cosa andrà per le lunghe, mi disse la tipa. Scegliti qualcosa da leggere, mi disse ancora.

Optai per La notte di Valpurga, una raccolta di racconti sui vampiri. La tipa mi fece sedere su di una sedia. Mi disse di togliermi la maglietta. Il suo compagno stava servendo il caffè. Gabriele guardava la tipa ricalcare su una pellicola la foto ritagliata dal giornale che avevo portato con me. Dopo che ebbe trasferito il disegno sul mio petto, la tipa si infilò i guanti di lattice e prese a trafficare con una macchinetta, a cui applicò un paio di aghi.

Bel libro, mi disse sedendosi di fronte a me. Il racconto di Polidori fu scritto in una villa di Ginevra, mentre in un’altra stanza Mary Shelley componeva il suo prometeico Frankenstein, mi disse ancora. Quindi accese il motorino della macchinetta per tatuare.

Quando avevamo la tua età, mi disse Gabriele, una situazione come questa sarebbe bastata agli sbirri per portarci via col cellulare.

Quando avevamo la sua età, disse Angelo, in una situazione come questa avremmo fatto ben altri lavori cogli aghi.

Calò un silenzio imbarazzato. A parte il motorino del tatuaggio e la musica in sottofondo. Tutti e quattro sapevano che era vero. Nonostante le maschere afro appese alle pareti, nonostante la musica degli U2 diffusa dallo stereo, nonostante Freud e Marcuse. Nonostante fossero tutti e quattro sopravvissuti a enormi sbagli. La tipa emaciata; il suo compagno che sembrava il Fabio Traversa di Ecce Bombo; Gabriele che portava il ciuffo alla Elvis e accompagnava Angelo, il quale aveva trovato la salvezza in fondo al pozzo. Lo sapevo pure io che era vero.

Lui è uno scrittore, disse Angelo.

Ma dai, disse la tipa.

Non è vero, protestai.

Legge un sacco di libri, disse ancora Angelo.

Bravo, si complimentò con me il compagno della tatuatrice.

Come vi conoscete, chiesi alla tipa, per parlare d’altro. Che si imbarazzassero pure tra loro, senza coinvolgere le mie timidezze.

Pensa un po’, Gabriele lo conoscemmo durante una manifestazione contro l’installazione dei missili nucleari americani in Italia. Che illusi che eravamo, vero?

Non so, risposi, Chernobyl ha sconvolto le coscienze di molti, mostrando che un reattore nucleare è un’arma letale.

Anche questa lo è, se non stai fermo, mi disse la tipa che iniziò a tatuarmi colla sua macchinetta ad aghi.

Quando fui allenato alla tensione costante del dolore della ferita che mi stavo procurando, iniziai a leggere il libro che avevo preso. Decisi di partire da Le Fanu.

(Fine. Nella foto: Werner Heisenberg)

29 marzo 2005

LUCI ROSSE (Prima parte)

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 14:40


di Kristian Betti

(Ricevo e pubblico questo racconto diviso in due parti. La seconda e ultima parte andrà in rete domani. Buona lettura e buon ritorno dalle feste pasquali. M.U.)

Vedi, mi disse prima di alzarsi dalla panchina, stando al principio di indeterminazione di Heisenberg, a prescindere da qualsiasi progresso tecnologico, è impossibile determinare simultaneamente la posizione e la velocità di una particella. È una questione di energia. Dritto in piedi davanti a me, dopo aver passato le mani a mo’ di spazzola sui pantaloni stazzonati, mi rivolse un limpido sorriso, quindi mi disse ancora: c’è una vibrazione, da sempre, un’oscillazione persistente, ovunque. Anche nel nero, tutto l’oscuro che riesci a immaginare. Il vuoto fluttua. Iniziò ad allontanarsi, senza che potessi percepire anche un solo movimento del suo corpo, elasticamente, e io a mia volta mi allontanavo da lui, io ancora incassato nella panchina resinosa degli umori dei pini del parco.

Come l’onda che ti risucchia dalla riva, spingendoti al largo, per poi nuovamente spumeggiante risospingerti verso i castelli di sabbia e le piste delle biglie, così io mi ritrovai di nuovo al suo sereno cospetto, quando finalmente riuscii a ricordarmi i rudimenti della lallazione e a chiedergli di mio padre, come stava.

Angelo, gli dissi, lo so che è solo il mio pensarlo. Un mare di pensieri che lo pensano. Lo so che sono solo io.

Oh, disse lui facendomi il segno del matto in testa, ma lo vuoi capire che i buchi neri si possono rimarginare? Tu, ad esempio, perché sceglievi sempre il biglione rosso colla foto rotonda di Baronchelli? Beh, gli risposi, perché Gimondi ha la bici scassata. E poi perché mai, nessun bambino della spiaggia ha mai esibito la biglia di Maspes.

Maspes? E chi è, mi chiese Angelo, facendosi talmente vicino che mi vidi riflesso nei suoi occhi nocciola.

Papà diceva sempre che era il migliore in pista. Che poteva stare le ore in surplace.

Bravo! esclamò Angelo, e lo spazio tra noi si tese nuovamente. Pensa a Maspes, mi esortò mentre l’elastico ci tirava via, ricuci lo strappo. Usa la formazione del Brasile contro l’Italia, il cinque di luglio.

Non nutro un affetto particolare per la sveglia. Quella nera Braun che alle sette mi induce il bisogno di spegnerla per alzarmi. Quella che una volta tanto che stavo sognando Angelo. Poi sono di pessimo umore tutto il giorno, nonostante i caffè e gli esercizi di training autogeno. Poi sono intrattabile e rancoroso. Per forza. Già che sogno, una volta tanto che son lì che mi sto producendo il mio bel bagaglio onirico, lì impegolato a tirar fuori qualche buon alibi inconscio – quella non trova di meglio che scattare precisina e tittì tittì, tittì tittì, vaffanculo il sogno è bello che sfumato, e ora di sera me lo sarò ultrascordato.

Oh, dico a Cristina che si stropiccia gli occhi, ho sognato Angelo.

Buongiorno, mi dice lei atona, spezzando uno sbadiglio.

Chissà perché l’ho sognato.

Forse perché è l’anniversario. Sono otto anni – e si gira per alzarsi.

Merda, di già, bofonchio grattandomi intorno, prima di estrarmi dalle lenzuola.

Milano, nel 1990. In autunno, tipo novembre. Tutto in toni grigi, freddi. Un freddo umido. Angelo mi aveva portato in giro con un suo amico, anche lui ex tossico. Anche lui segnato in faccia. Lo sbaglio tatuato sul viso, come un po’ per tutti gli eroinomani che hanno fatto progetti per il lungo periodo. Per il tatuaggio c’ero andato, a conoscere il rebonzo amico suo, perché Angelo gli avevo detto che volevo farmi tatuare un monile che avevo visto fotografato sul giornale, e lui mi aveva detto che non c’era problema, che certa gente che era stata in comunità con lui sapeva farlo benissimo, tatuare. Per cui, un giorno di novembre, coi mezzi pubblici, e avevamo trovato quel suo amico di fronte al negozio che vende parrucche.

Si chiamava. Aspetta. Io coi nomi. Si chiamava Gabriele. Angelo di secondo nome ha sempre fatto Giuseppe – che al prete gli sembrò davvero opportuno, come abbinamento, battezzarlo Angelo Giuseppe, nell’aprile del 1953. Invece era per Stalin, il suo secondo nome, perché per il nonno Stalin era il padre buono del mondo nuovo su cui radioso splendeva il sol del trallallero. Il nonno crepò nel maggio del 1968, e c’è da capirlo. Di suo in casa sono rimaste le fotografie di quando lavorava come operaio alla Caproni, e la copia di un foglio anarchico del 1903, che esortava la classe operaia a rigettare ogni forma di riformismo politico. Nell’ultima pagina c’erano le pubblicità delle stufe a legna per riscaldare gli inverni proletari.

Comunque era Gabriele, ci aspettava davanti alla vetrina delle teste di legno imparruccate e aveva una gran voglia di farsi una birra e di parlare, non so perché. A me parlare non. Ascoltare mi vien meglio. Anche far finta di ascoltare. Far finta di ascoltare, sono un vero gallo. Al bar ci sedemmo ad un tavolino, ordinammo da bere e Gabriele mi chiese che cosa volessi farmi tatuare.

Tipo un monile.

E dove.

Qui, e indicai sul cuore.

Non hai paura del male?

Non ci ho pensato.

Angelo mi ha detto che scrivi.

Batto a macchina.

E cosa scrivi?

Lettere e parole. Per allenare le dita.

Che cosa usi?

Una Olivetti Tropical. Fa abbastanza schifo. Si inceppano i tasti.

Mi faresti leggere qualcosa?

No.

E perché?

Così.

È timido, disse Angelo, e io l’avrei odiato per tutta la vita, se non fossero arrivate le birre. Bevemmo in silenzio. Il bar non aveva voglia di riempirsi. Il barista guardava una piccola televisione, in alto. Sotto, il bancone avrebbe avuto bisogno di una ripulita. Di fronte a me, sul muro, un calendario senza figure, solo numeri grandi, manco i santi.

Guarda, mi disse Gabriele, distogliendomi dal vuoto bianco dei giorni a venire, anch’io me lo son fatto, qui – disse arrotolandosi il polsino sbottonato, su per la manica della camicia, per mostrare un tatuaggio, una frase di un blu stinto, che aveva sull’avambraccio.

Rido per te che non sai sognare – compitai .

Esatto. Ti piace? Te lo sei fatto da solo?

No. Uno che conoscevo, quando stavo dentro.

Pure tu ti sei fatto la galera?

Beh, sì, disse Gabriele, recuperando il polsino arrotolato fino all’incavo del braccio. Di sfuggita notai i segni scuri dei buchi di lungo corso. È da sempre la cosa più sconcertante degli eroinomani, almeno per me: la mimica dell’inzicchio, col cucchiaino brunito, il risucchio nella siringa, il laccio emostatico e il pollice che pistona la roba in vena. Con la stessa aria indifferente con cui un tabagista caccia dal pacchetto l’ennesima sigaretta, se la infila nelle labbra e l’accende. Hardcore. Per questo casa mia è sempre stata V.M. 18.

In quel periodo quasi tutti son finiti in un buco, disse Angelo, alzandosi per andare a pagare, che era ora di uscire a prender un po’ di freddo.

Suonavo in un gruppo, mi disse Gabriele per strada, il basso. Tipo Jaco Pastorius. Sai chi era?

No, gli risposi.

Che musica ascolti, mi chiese.

Quella che capita.

Non scegli mai la musica da ascoltare, mi chiese.

Ho una radio. Quando ero piccolo la tenevamo sintonizzata su di una stazione commerciale. Adesso è sempre spenta.

Angelo! si infervorò Gabriele, arrestandosi alla fermata del tram, ma non gli hai insegnato proprio niente?

No, gli rispose Angelo, ma lui ha imparato ugualmente. Diglielo, che ascolti Negazione, CCCP e Litfiba.

Davvero, mi chiese Gabriele.

Un po’, gli risposi.

Non sei mai stato ad un concerto?

No.

Ahia. Qui le cose vanno male. Angelo ti ha mai raccontato del Parco Lambro?

No, rispose Angelo al mio posto. Arrivò il tram. Salimmo e restammo in piedi.

Fu una cosa eccezionale, disse Gabriele.

Fu un gran casotto, sentenziò Angelo.

È al Parco Lambro che presi la decisione di farmi fare la scritta sul braccio, disse Gabriele. È un verso di Gioia e rivoluzione, disse ancora. Non dirmi che non conosci gli Area di Demetrio Stratos.

Mi piace Pugni chiusi.

Ma quelli erano i Ribelli, non gli Area! I Ribelli erano pop. Gli Area facevano parte del Movimento. Si sbattevano per le stesse cause in cui noi credevamo. Facevamo lotta politica a tutti i livelli, ai nostri tempi.

Anche in amore, chiesi a Gabriele.

Beh, mi rispose mentre Angelo si era messo a ridacchiare, l’amore è sempre stato un casino. Certe rivendicazioni appartenevano più ai frichettoni. Capisci, la Summer of Love non era roba da anni Settanta. Il libero amore… guarda, in una comune ci sono stato, per un po’. A Cinisello Balsamo. C’era rispetto reciproco e scopare non era un problema. Ma l’amore è un’altra cosa, non credi?

La prossima fermata dobbiamo scendere, disse Angelo.

Otto anni. Ovvero, marzo del 1997. All’epoca, convivevo con Cristina da un anno e mezzo. Angelo era sposato da tre. Sua moglie si chiamava Grazia. Si erano conosciuti in un centro di recupero gestito da una comunità cattolica milanese. Angelo ci era finito per sbaglio. Il suo posto era al cimitero.
Lo avevamo sbattuto fuori di casa nel 1989. Per decidersi a farlo, mia madre ci aveva messo una vita. Lui intanto entrava e usciva dalle nostre esistenze, sottraendoci ogni volta qualcosa: i soldi, i pochi oggetti preziosi, l’affetto. Quando c’era, se ne stava chiuso nella sua stanza, a farsi di eroina e a poltrire nel letto. Oppure deambulava tra il bagno e la televisione, fumando decine di Gauloises senza filtro, e finiva abbioccato sulla sedia, a ciondolare il testone tra il portacenere intasato di mozziconi e lo schienale della sedia, ruminando tutta una serie di discorsoni imperniati sulla necessità di un’autentica rivoluzione libertaria condivisa, al fine di permettere la nascita della nazione italiana. Rivoluzione che sarebbe dovuta scaturire dalla coscienza individuale di ciascuno, e compito specifico di ognuno era svegliarsi, prima che fosse troppo tardi per tutti. Detto questo chiudeva definitivamente gli occhi e se ne restava così, come addormentato a bocca aperta davanti al televisore, mentre la sigaretta si consumava fino a bruciargli le dita. Se mio padre tornava dal lavoro prima del suo risveglio, per Angelo erano cazzi. Se poi mio padre aveva tazzato il suo pessimo vino, allora erano cazzi per tutti. Quando non c’era, stava in carcere, oppure in una comunità per disintossicarsi. Dalle comunità Angelo è scappato un sacco di volte. Dal carcere è evaso una volta sola, insieme a suo cugino Roberto, quando stavano reclusi all’Asinara. Quando non c’era, si scrivevano continuamente, lui e mia madre. A me mandò una sola cartolina, colla foto di una motocicletta. Dietro c’era scritto: Scordò la sua terra, scordò la sua casta: rimase una vecchia che salta coll’asta. Ricordati della mia promessa, quando sarai maggiorenne. Nel 1989 Angelo era uno zombie. Eroina non riusciva più a procurarsene, un po’ per i soldi che non era più in grado di racimolare in un modo o in un altro, un po’ per il credito che nessuno più gli faceva, perché erano tutti spariti quelli che gliel’avevano fatto per anni, facendogli poi pagare degli interessi salatissimi, che in confronto l’usura è santa. Per cui era passato agli sciroppi oppiacei che si faceva prescrivere dal medico della mutua; al metadone che ritirava al Sert e poi barattava con qualche scoppiato sopravvissuto tra i suoi amici; ai medicinali antidepressivi di mia madre; ai prodotti per la pulizia della casa, quelli potenti contro il calcare e le peggiori incrostazioni dello sporco. Nel 1989 invidiavo i tempi in cui si faceva di eroina. Anche lui. Un pomeriggio che c’era il sole, tornai dalle superiori e mia madre era agitatissima, perché Angelo si era chiuso in bagno per lavarsi e non ne usciva più. Mi toccò sfondare la porta, come nei telefilm polizieschi, solo che era casa mia e nessuno avrebbe mandato la pubblicità al culmine della suspance. Lo trovammo riverso nell’acqua marrone. Tabacco che galleggiava. La siringa ancora nel braccio. Fu il suo ultimo viaggio colla roba. Lo tirammo fuori dall’acqua che aveva la faccia blu. Non morì quel giorno, nonostante le urla di mia madre. Venne l’ambulanza e gli infermieri lo estrassero dalla vasca, lo misero in un telo e nudo com’era lo portarono via. C’era anche una ragazza, tra quelli che vennero a soccorrerlo. C’erano i vicini di casa curiosi, quando l’ambulanza partì per il pronto soccorso. Vennero pure i carabinieri, che sapevano la strada a memoria. Mio padre non trovò di meglio da fare che incazzarsi di brutto colla mamma, per poi andare a giocare alle bocce. Quando lo dimisero, Angelo tornò da noi e c’era la porta chiusa. Non c’era più posto per lui. Solo la strada. E la sua roba in un paio di borsoni. Non mi fu permesso di salutarlo. Ma lo vidi lo stesso. Tutti i giorni.

Quando andavo alla stazione a prendere il treno. C’era una macchina parcheggiata discretamente. Una FIAT coi vetri schermati da fogli di giornale. Seppi subito che ci dormiva Angelo. Non lo dissi a mia madre – fu lei a dirmelo, perché in paese l’avevano riconosciuto e gliel’erano andati a dire, a mia madre, che suo fratello il drogato dormiva in una macchina nel parcheggio della stazione. Un giorno non ci furono più i giornali sui finestrini, non ci fu più la FIAT che era stata rimossa forzatamente. Ci fu invece un articolo di giornale, un trafiletto con foto, nella cronaca locale, che spiegava l’arresto da parte dei carabinieri di un pericoloso latitante, noto borseggiatore. Ci rimasi male per l’articolo, soprattutto perché avevano storpiato il cognome dello zio (e della mamma). Fu mia madre a farlo uscire dal carcere. Insieme ad un prete, e ad un referto medico che indicava come Angelo avesse contratto il virus HIV. Lo mandarono nell’ennesima comunità. Non avemmo sue notizie per quasi un anno. Poi ebbe il permesso di venirci a trovare, accompagnato. Era bellissimo. Ebbe il permesso di frequentarci ogni tanto. Era bellissimo. Gli dissi che volevo farmi un tatuaggio per festeggiare la mia licenza superiore. Mi disse che non c’era problema. Fu un lungo, piacevolissimo periodo di sospensione. Quando partii per il militare, nel luglio del 1992, Angelo era stato assunto in una tintoria e si era fatto la Panda di seconda mano. Passava lui alla stazione Garibaldi a recuperarmi, le volte che tornavo in permesso da Udine. Aveva l’autoradio, sentivamo le cassette e discutevamo fittamente mentre mi riportava a casa. Le cose che stavano succedendo in Italia, quelli della sua generazione le avevano paventate quasi vent’anni prima. Solo che quelli della sua generazione erano scoppiati tutti, oppure giravano a bordo di piccole utilitarie sfidando il caos cittadino. E l’amore, gli chiesi. Sai, mi rispose lui, in comunità ho conosciuto una. Stiamo bene insieme. Forse andiamo a convivere in un monolocale. Ricky Gianco tirò un bestemmione sul palco, che è immortalato nelle registrazioni dei concerti che si tennero al Parco Lambro nel 1976. Me l’ha procurata uno al lavoro, la bestemmia. Non me lo ricordo come si chiama. Io coi nomi non ci sto proprio dentro. VI Festa del Proletariato Giovanile – Parco Lambro, 26-30 giugno, organizzata dalla rivista Re Nudo in collaborazione con le redazioni di altri periodici controculturali, e di alcune organizzazioni politiche della sinistra extraparlamentare. I gruppi musicali che si esibirono in concerto appartenevano a piccole etichette indipendenti, tipo la Cramps (colla scritta verde e la faccia del mostro di Frankenstein) e lo fecero a titolo gratuito. Fu un evento totalmente autogestito, dall’organizzazione iniziale alla tracimazione finale. Centinaia di migliaia di giovani, più o meno identificati nel movimento antagonista extraparlamentare, accorsero carichi di desiderio libidico e poveri di denaro da barattare in cambio dei servizi offerti. La giunta Tognoli si era rifiutata di fornire l’acqua e l’energia elettrica; inoltre, aveva lasciato totalmente a carico degli organizzatori il servizio di pulizia igienica del parco. Tanto fu l’afflusso di pubblico, che quelli addetti alla ristorazione ebbero la gran pensata di alzare i prezzi perché l’offerta non era assolutamente in grado di competere con la domanda. La gente non la prese troppo bene. Prevalse la volontà dell’esproprio proletario, vennero saccheggiati e distrutti tutti gli stand ritenuti responsabili di voler far la cresta al mercato. La furia fu tale che anche gli incolpevoli ne pagarono le conseguenze. L’assemblea collettiva che fu indetta per discutere dell’accaduto, fu seguita da uno sparuto numero di persone, in una zona laterale del parco, mentre intorno impazzavano i concerti e gli esercizi meditativi, le sedute di massaggio e gli spettacoli teatrali, e fuori dal parco la polizia caricava quelli che tentavano di fare rifornimento al supermercato. La televisione e i giornali misero in sordina gli eventi del Parco Lambro. Se ne occupò solo la rivista Variety, che gli dedicò la copertina e un ampio reportage, in cui si spiegavano diffusamente i disordini e la disorganizzazione degli antagonisti, confrontandoli con l’ordine e la funzionalità delle feste di massa organizzate dalla sinistra ufficiale italiana. Sarebbe venuto anche a me da bestemmiare, constatare come tutto andava in vacca. Per fortuna che qualcuno degli anni Settanta ha conservato una memoria sonora. Per fortuna la casualità dei discorsi può materializzare la registrazione di un evento che l’elasticità dei ricordi aveva seppellito sotto strati di macerie. Colla musicassetta in tasca, leggo e mi assopisco, sul treno che mi riporta a casa dal lavoro. Che non faccio andare una cassetta sono anni, ormai. Il computer, la masterizzazione, i formati compressi, il P2P, lo stereo NAD e le casse Celestion che fanno la loro porca figura in soggiorno, i lettori mp3 sparsi per casa. La tecnologia ha fatto il suo corso, da quando ho facoltà di spendere i soldi che guadagno. Cristina ogni tanto mi chiede di scaricarle le canzoni pop che sente alla radio, mentre anche lei va e viene dal lavoro. Del Parco Lambro conosce l’ubicazione, il resto si stufa presto di sentirselo raccontare. Quello che non le interessa, lo lascia a me.

Cristina non mi ha mai lasciato solo. L’ho conosciuta che aveva vent’anni e siamo subito andati a convivere. Le ho sbocconcellato la mia storia a piccole dosi. Angelo l’ha conosciuto che era già sposato con Grazia. Un’altra persona. Guarito dall’eroina e malato di AIDS. Si stavano simpatici. Anche mio padre ha sempre avuto un debole per lei. Cristina c’era, quando Angelo si è consumato, prima all’ospedale Sacco, tra gli infetti, poi in una clinica privata, dove si è rattrappito fino a diventare di carta velina. Cristina c’era, quando mio padre è imploso a Niguarda, mangiato dal cancro. Una delle ultime volte che fummo al suo capezzale, Angelo mi disse che aveva voglia di far l’amore con sua moglie, che era talmente delicata che doveva prima leccarle per bene la figa, per non farle male penetrandola. Era ormai cieco e Grazia aveva rinunciato a venirlo a trovare. Quando si erano sposati, circa tre anni prima, Angelo le aveva promesso dieci anni di luna di miele. Non aveva mantenuto la promessa, tanto per cambiare. Una delle ultime volte che fummo al suo capezzale, mio padre mi raccontò che la nonna Angela, moglie del fu Mosè stalinista, in punto di morte si era fatta promettere da lui e da mia madre che non avrebbero mai abbandonato Angelo a se stesso. Mia nonna morì nella primavera del 1976. Angelo nella primavera del 1997. Mio padre nella primavera del 2002. Io stamattina mi son svegliato da un sogno che mi ha lasciato perplesso. Al lavoro ero più svogliato del solito. Ho fatto una ricerca in rete dal mio terminale, per verificare che fine avesse fatto Werner Heisenberg. E ho questa cassetta magnetica in tasca. Non so, non riesco ad odiare fino in fondo la primavera.

(C ontinua domani. Nella foto: Demetrio Stratos degli Area)

27 marzo 2005

NOSTALGIE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 21:09

 

di Riccardo Ferrazzi

(Un Ferrazzi nostalgico? Non fatevi ingannare dal titolo. Pasquale, anche se si chiama Riccardo? Nemmeno. Insomma: buona lettura. E mi raccomando: nonostante la festa, il tempo ecc., state su. M.U.)

Sarà perché piove, è Pasqua, io me ne sto qui a guardare fuori dalla finestra il grigiore di Milano e ascolto il Parsifal (e cosa se no ?). Sarà per questo e altri motivi, ma non ho potuto fare a meno di ripensare al ‘68.

Gente, chi non c’era non può neanche immaginare che razza di casino è stato. Non sono stati “anni formidabili”, credete a me, non date retta alle bugie di chi ne ha fatto una professione. A rivederli con gli occhi di allora mi viene quasi da piangere: quelli sono stati gli anni in cui ero giovane e volevo far saltare il banco della vita. A rivederli col senno di poi sono stati soltanto una penosa illusione ottica.

Basta vedere cosa ne è stato di protagonisti e comprimari. Quel trombone di Capanna (era trombone già allora) ci ha costruito sopra una carriera così così: tutto quel che può dire di aver combinato nella sua vita è di essere riuscito a campare bene senza aver mai timbrato un cartellino. Questo non è qualunquismo: è la realtà delle cose. Non c’è un operaio, non c’è un povero, un debole, un indifeso, che abbia mai ricavato il minimo giovamento dalle iniziative di Capanna.

Alle assemblee si vedeva spesso Mannheimer. Ricordo che anche allora nessuno è mai riuscito a capire veramente da che parte stesse. Stava dalla sua. Nel senso che tutto faceva brodo pur di prendere in mano il microfono, così come oggi tutto fa brodo per comparire in televisione o sul Corriere.

Si vedeva anche Meomartini, che ormai fa il semidirettore galattico con scrivania di pelle umana all’Eni, dopo aver fatto parte per decenni della corte dell’ex ministro Reviglio. C’era Pedol (quello del Tonno Nostromo, che, se non sbaglio, ha passato qualche guaio ai tempi di Mani pulite), militante PSI o sedicente tale. C’era Kostoris, che sembrava già avviato a incarichi di prestigio. Chissà dov’è. Sarà finito probabilmente in qualche ufficio studi e non avrà indovinato la strada giusta per farsi largo. E dove sarà adesso Papaleo, che proponeva collette per acquistare dinamite e benzina per far saltare gli uffici amministrativi dell’Università ? Cazzo, mi sembra di rifare la poesia di Villon: che fine hanno fatto les belles dames du temps jadis?

Vorrei sapere che fine ha fatto il mio amico Gigi Luini, forse il cervello più brillante di tutti. Capace di essere intristito dietro a una scrivania in qualche ente parastatale oppure di essere entrato in clandestinità. Era un tipo così straordinario che avrebbe potuto fare l’una o l’altra cosa.   

Era imprescindibile avere un background a base di Sartre e Marcuse. Noi di Economia ci torturavamo la testa su Baran & Sweezy, due illusi che pretendevano di giustificare le teorie economiche di Marx alla luce delle scoperte postkeynesiane (un po’ come giustificare Tolomeo alla luce di Copernico). Eravamo tutti così inebriati di noi stessi da non capire il significato dell’invasione della Cecoslovacchia, da non accorgerci degli scricchiolii dell’Urss. Eppure mancavano solo vent’anni al crollo del muro di Berlino.

Il fatto è che allora vent’anni erano la durata della nostra vita. Nessuno se ne rendeva conto, ma avevamo davvero la vista corta. C’era chi parlava di “terza via” e di “eurocomunismo” come se fossero state cose serie. C’erano quelli che gridavano “la Cina è vicina” e si salutavano tra loro augurando “lunga vita al glorioso presidente Mao”. C’era chi credeva che si potesse riformare (pensate un po’: riformare !) una rivoluzione che si era evoluta in un regime così marcio da implodere su se stesso.  

C’erano anche i missini, ed è stato guardando loro che ho cominciato a capire quanto è stupida la posizione dei nostalgici. Credevano di essere chissà quale baluardo per i valori nazionali, ma la loro unica funzione era quella di fornire agli intransigenti dell’una e dell’altra parte un motivo per diventare estremisti. E così nei ricordi della mia vita devo metterci anche gli anni di piombo, che mi hanno fatto passare ogni simpatia per la politica.

Ma non ho il diritto di lamentarmi: anche la nostalgia, la pretesa di rifondare ciò che è morto e sepolto, è qualcosa di umano (troppo umano !). Non c’è teoria condannata dalla storia che non lasci alle spalle una coda di nostalgia, di rimpianti per un’intransigenza che, spesso, è più favoleggiata che reale.

So che ciò che sto per dire farà incazzare molti, ma dalle nostalgie, dall’intransigenza e dalle indignazioni non ho mai visto uscire niente di buono. La realtà non funziona come la matematica e chi pretende che due più due faccia sempre quattro è destinato a parecchie delusioni. Dopodiché o tira fuori la P38 (e fa la fine che si merita), o si rassegna ad ammettere di non aver capito un cazzo.

Ecco. Pasqua 2005. Il disco è finito, continua a piovere e, porca puttana, sono più incazzato di prima. Vita di merda.

26 marzo 2005

VARIE E PREPASQUALI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 14:30

Copertina dell’ultimo numero dell’Espresso: Alessandra Mussolini è in primissimo piano. Titolo: LI FACCIO NERI. Trasalisco, anzi no: trasalgo… : ha la faccia tale e quale a quella del nonno. La mascella ugualmente volitiva. Vi dico la verità: mi sono messo a ridere.Anche perchè la Mussolini in questi giorni non fa che parlare di democrazia. Io le posso anche credere. Ma i suoi camerati?… 

A Casa Storace i  guai non finiscono mai. Adesso c’è pure un vecchio ebreo che dice di essere stato picchiato, una sessantina d’anni fa, dal padre del Governatore. Il Governatore replica che non è possibile, a quel tempo suo padre era un preadolescente. Sulla Stampa di oggi Iena mette la pulce nell’orecchio: "Vabbè, sarà stato suo nonno…".

Ci prepariamo alla Santa Pasqua. Il Papa si fa fotografare solo di spalle. Sarà per aggiungere Mistero al Mistero?

Intanto in America una donna muore di fame. Hanno tolto i viveri per legge a questa donna e non entro nel merito della questione, non so cosa dire esattamente, penso che ogni caso faccia rigorosamente storia a sé. Eppure mi viene a trovare fitta nel pensiero questa immagine di donna vegetale che tra non molto finirà di vivere la sua vita per l’appunto vegetale. Come a una pianta, le hanno tolto l’acqua. La giovane donna sta cadendo come cadono le foglie d’autunno, s’accartoccerà e verrà spazzata via dalla prima folata di vento primaverile che passerà sul marciapiede del suo destino cinico e baro. La donna vegetale si trova nell’autunno inoltrato della sua breve esistenza mentre fuori la primavera traditrice impazza.

La cosa che mi fa pensare però con una certa rabbia è che l’ex marito voglia farla cremare. Nemmeno una cristiana sepoltura, richiesta dai genitori della donna vegetale, è dovuta a questa donna vegetale, a questa vera e propria morta di fame vegetale. E’ nel legale diritto di quell’uomo staccare la spina, ma questo Mr. Schiavo perchè vuole disperdere le ceneri della donna vegetale nell’aria, perchè vuole farla sparire del tutto? 

25 marzo 2005

IL TORTURATO ED IL TORTURATORE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 15:21

Storia di famiglia, alla periferia della storia

di Emilia Zazza

“Il libro di Sandro (“L’ordine è stato eseguito” Sandro Portelli n.d.a.) non ci rivela uno scandalo nascosto, ma ci ricorda che la storia riguarda tutti, perché tutti hanno una propria prospettiva sulla storia. Perché tutti vivono nella storia, anche se ne abitano solo la periferia. [1]”

Questa è una storia vecchia. Ma questa è anche una storia recente. Perché in realtà sono due storie. Una dentro l’altra, o forse, è meglio dire, una dopo l’altra. E’ la storia di un padre e di una figlia. E’ la storia di un uomo che anche le carte giudiziarie dichiarano torturatore. E’ la storia di un paese. O forse, più semplicemente, di un cantante, un tenore. Il suo nome è (era) Nicola Ugo Stame. Per la precisione:

STAME NICOLA – di Lucio – nato a Foggia l’8/1/1908 – tenore lirico e serg. magg. Aeronautica – arrestato il 24/1/1944 – appartenente al Movimento Comunista d’Italia – Bandiera Rossa.

Questo è quanto scritto sugli elenchi dell’Anfim, l’Associazione Nazionale Famiglie Italiane Martiri, che riportano i nomi delle vittime delle Fosse Ardeatine. Che’ di questa storia si sa già la fine.
La Discoteca di Stato racchiude nei suoi scantinati tecnologizzati il patrimonio audio del nostro paese. Nata per volontà di Mussolini nell’anno 1928, con regio decreto, serviva originariamente per conservare le voci dei gerarchi. Con legge del 10 agosto 1928 Vittorio Emanuele III ne decreta la nascita per riprodurre “la voce di cittadini italiani benemeriti della Patria…” e darla alla storia. Che’ c’era in quel periodo, forte, la sensazione di farla, la storia. Una storia giusta, pensavano, ma soprattutto una storia di vittoria che andava tramandata. I rulli di cera erano il primo supporto. Seguirono i 78 , i 33 e poi è storia.

Storia. Ecco una parola che ricorre. Ed è proprio dalla Discoteca di Stato che parte e finisce questa, di storia. “ Strage di una città- La memoria dell’eccidio delle Fosse Ardeatine ( 24 marzo 19 44 – 24 marzo 2005 )” è il titolo dell’evento che si terrà presso l’Auditorium della Discoteca di Stato il 24 marzo alle ore 15. In collaborazione con il Circolo Gianni Bosio verrà presentato il fondo delle registrazioni sonore relative alla memoria dell’evento. Come a cadere sotto il piombo tedesco furono generali e straccivendoli, operai e intellettuali, commercianti e artigiani, un prete e 75 ebrei, monarchici e azionisti, liberali e comunisti, ma anche persone prive di appartenenza politica, così le interviste sono state condotte da Alessandro Portelli su diversi gruppi di persone gruppi di persone, di diversa estrazione politica e sociale e con un diverso rapporto temporale e affettivo nei confronti dell’eccidio. Familiari delle vittime, i partigiani (specialmente i Gappisti che agirono in via Rasella il 23 marzo 1943), persone provenienti dai luoghi delle persone uccise queste le testimonianze che hanno dato vita al saggio storico, dello stesso Portelli, “L’ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria” (ed. Donzelli, 1999) da cui nel 2001 l’attore romano Ascanio Celestini ha tratto il monologo teatrale Radio Clandestina. Grazie al contributo della Soprintendenza per i Beni Archivistici del Lazio – queste voci sono state digitalizzate e indicizzate dal Circolo Gianni Bosio presso il quale sono già da tempo a disposizione del pubblico, in Piazza S. Ambrogio a Roma. Circa 200 voci di persone che raccontano la stessa storia, la loro storia, a modo loro, perché, come dice Celestini, c’è il rischio di vedere la storia come una cosa gigantesca, fuori di noi, se non ci si avvicina per vedere meglio chi l’ha fatta, questa storia, anche se alla periferia della storia.

E qui torniamo all’inizio: Nicola Ugo Stame.

Nicola Ugo Stame era un tenore famoso, si esibiva al teatro dell’Opera ed aveva una grossa attività in Radio. E fu proprio al teatro dell’Opera che venne arrestato, nel 1939, la prima volta. Dei questurini entrarono mentre provava la Turandot di Puccini nel ruolo di Calaf e gli domandarono se fosse in possesso della tessera del Partito Nazionale. Fascista e lui rispose No, naturalmente. Semplicemente. Nicola Ugo Stame non pubblicò nemmeno un disco, non arrivò mai ad ottenere registrazioni pubbliche al di fuori del salotto famigliare.

Ma la storia ha ripreso a forza il suo nome e lo ha sbattuto sulle pagine di Gente ed Oggi, sugli schermi dei Fatti Vostri, sui blog nella rete. Perché nell’anno 2003 Rosetta Stame, figlia di STAME NICOLA – di Lucio – nato a Foggia l’8/1/1908 – tenore lirico e serg. magg. Aeronautica – arrestato il 24/1/1944 – appartenente al Movimento Comunista d’Italia – Bandiera Rossa , è stata condannata a risarcire della somma di 3 mila Euro Erich Priebke. Per diffamazione. Sì, perché Rosetta Stame, aveva dichiarato sulle pagine di un giornale che il padre STAME NICOLA – di Lucio – nato a Foggia l’8/1/1908 – tenore lirico e serg. magg. Aeronautica – arrestato il 24/1/1944 – appartenente al Movimento Comunista d’Italia – Bandiera Rossa, “subì da Priebke atroci torture” . Sì, insomma, lo chiamò “torturatore”, a lui, che in fondo aveva solo eseguito un ordine: “Che per ogni tedesco ammazzato (a Via Rasella il 23 marzo 19 44) dieci criminali comunisti badogliani saranno fucilati [2]” . Priebke disse, in quell’occasione, di non volere soldi dalla signora Stame, e manifestò “il proprio cordoglio per la tragica morte del padre della signora Stame… il suo unico interesse era l’accertamento della verità, vale a dire l’infondatezza delle false accuse di avere torturato il signor Nicola Ugo Stame, vittima delle Fosse Ardeatine” ¸ tramite le parole di Paolo Giachini, uno dei suoi legali. La sentenza di condanna, ad onore del vero giudiziario, era basata sulla perizia del patologo Ascanelli eseguita, ad onore del vero storico, 4 mesi dopo la strage sui corpi già in piena saponificazione; da notare che in quell’occasione non solo non era stato chiesto al dottor Ascarelli se i corpi portavano tracce di torture ma neanche se sarebbe stato possibile rilevare eventuali torture subite , visto lo stato dei corpi. Nicola Ugo Stame, tenore lirico, sergente maggiore dell’aeronautica, nato a Foggia l’ 8 gennaio 19 08 e arrestato il 24 marzo 19 44, non aveva subito atroci torture. Non da Priebke, almeno, secondo la verità giudiziaria. Arrestato il 24 marzo 19 44. Una seconda volta. Questa volta perché aveva aderito dal 1943 alle bande partigiane.Di ritorno dal fronte di Nettuno, Nicola Ugo Stame fu i dentificato nella latteria di via S. Andrea delle Fratte dalla banda Koch, la più tristemente nota tra le formazioni poliziesche fasciste di natura militare e paramilitare che agivano a quel tempo; cercò di far perdere le proprie tracce, ma, venne raggiunto in piazza Mignanelli. Fu condotto a via Tasso e, dopo essere stato condannato dal Tribunale Speciale Tedesco al carcere duro in Germania e dopo che questa condanna venne respinta dal maresciallo Kesserling, venne destinato a l terzo braccio di Regina Coeli, da cui venne prelevato e portato a quelle che oggi sono note come le Fosse Ardeatine.

A quasi 50 anni di distanza Erich Priebke, capitano delle SS a Roma, viene rintracciato a Bariloche, dove si era trasferito nel 1954, estradato in Italia e processato. Durante il processo Priebke Karl Hass aveva riferito che, il 24 marzo 19 44, presso le Cave Ardeatine, Priebke aveva il controllo della lista dalla quale depennava i nomi delle 335 persone che scendevano dai camion e venivano avviati alla fucilazione. Ma non è un torturatore. Non a Via Tasso, almeno, dove pure Priebke era uno dei responsabili principali. Così ha deciso il giudice della I sez. civile del tribunale di Roma. Dirlo è diffamazione.

Durante il processo Priebke la sede dell’Anfim era stata forzata. Numerosi documenti erano stati portati in un caveau della Banca di Roma. In una di queste casse erano contenuti 2 documenti, presentati da Rosetta Stame, figlia di STAME NICOLA – di Lucio – nato a Foggia l’8/1/1908 – tenore lirico e serg. magg. Aeronautica – arrestato il 24/1/1944 – appartenente al Movimento Comunista d’Italia – Bandiera Rossa, in appello contro la sentenza di condanna per diffamazione ad Erich Priebke. Questi due documenti sono datati 1957 e 1955. Il primo porta la firma del Presidente della Repubblica Gronchi, il quale, su richiesta dell’allora Presidente del Consiglio Segni concede la medaglia d’argento al valore militare a STAME NICOLA – di Lucio – nato a Foggia l’8/1/1908 – tenore lirico e serg. magg. Aeronautica – arrestato il 24/1/1944 – appartenente al Movimento Comunista d’Italia – Bandiera Rossa. Questa la motivazione: “ …portato in via Tasso subì atroci torture”. Il secondo documento, a firma della Presidenza del Consiglio, di Stame in via Tasso dice: “sottoposto a sevizie e torture che sopportava con esemplare impegno”.

Questi due documenti hanno fatto assolvere in appello Rosetta Stame ed hanno dichiarato torturatore Erich Priebke di fronte alla verità del diritto, che è quella che conta, in tribunale. Un’altra sentenza di un altro processo, poi, lo ha condannato all’ergastolo. Ma questo si sa.

(Pubblicato su “Il Manifesto” di ieri, 24.3.2005)

[1] Ascanio Celestini, dalla prefazione a “Radio Clandestina”. Volume allegato al dvd dello spettacolo “Radio Clandestina” (Donzelli, 2004)
[2] dai giornali del 25 marzo 1944.

24 marzo 2005

WANDA RIPASSA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 15:22


di Angela Bruno

(Ricevo da Vins Gallico questo racconto e volentieri pubblico. Buona Lettura. M.U.)

Sono in città, ripasso.

Firmato:Wanda.

Wanda allora è di nuovo in città, ripassa.

Carla tiene in mano tre fagioli e il messaggio, scritto di fretta su uno scontrino sgualcito.

I fagioli sistemati tipo triangolo, al centro dello scontrino dove avverte che: è in città, ripassa. Più che legumi, sembrano pietre smaltate.

-Ma che cazzo di colore c’hanno?! – pensa Carla che li studia e sorride.

Ce l’ha davanti agli occhi la scena: Wanda, persa tra le bancarelle di un mercato messicano, con il naso immerso in un sacco di juta pieno di fagioli colorati (apparentemente identici), tutta intenta a scovare i più belli. Immagina la faccia incredula del messicano, abituato all’insensatezza e alle stravaganze dei turisti fricchettoni, quando lei, alla fine dell’estenuante selezione, gli si avvicina vittoriosa, gli mette in mano i tre fagioli per pesarli e gli dice sorridendo: ci ho messo un muy tempo, ma ne valeva la pena, no? Questi sono davvero belli, quant’è?

La sua amica, a Carla, le fa sempre quest’effetto, la fa sorridere, forse perché regala i colori, i più belli.

I vicoli del Born si devono attraversare con calma, alla luce del tramonto. Ne avevano discusso durante una passeggiata, poco prima che Wanda lasciasse Barcellona per andare in Messico. Dalla chiesa di Santa Maria del Mar a Carrer nou de Sant Joan, dove abita Carla, Wanda c’impiega più di un’ora a percorrerlo. In linea retta sarebbero pochi metri. Sarebbero.

– È che bisogna rispettarle, le vie, capisci? Attraversarle ad una certa ora e solo in una determinata direzione, quando la luce le rende merito e le veste. Senza la luce giusta, le vie sono nude, tranci di pietra.

Non mi segui? Tu, al mattino, senza trucco, il fiato che sa di aceto, il pigiama di acrilico, da chi ti vorresti fare vedere?

E allora Wanda zigzaga per le sue vie del Born, rispettandone la femminilità, cercando di individuare la direzione giusta, la prospettiva migliore.

Alle sette e dieci Wanda suona al citofono a casa di Carla.

Carla la sente salire le scale, bussare alla porta.

-Entra, è aperto!- fa Carla dal soggiorno.

Poi rumori, una valanga. La porta sbatte, il portaombrelli catapultato dall’altra parte del minuscolo ingresso, spiccioli che cadono in terra, una bottiglia di Rioja, quella appena comprata alla Tienda sotto casa, in frantumi sul pavimento e Wanda che urla un – Cazzo!- volante al tappeto.

– Cazzo, cazzo, cazzo! – continua da terra.

– Dai, lascia stare – fa Carla senza muoversi dal soggiorno – facciamo dopo, vieni a salutarmi!

– Mi dispiace, ma che cazzo, non è stata colpa mia, è che….- Wanda arranca mezza zoppicante.

– Lo so, lo so, lascia stare, il portaombrelli t’ha fatto lo sgambetto.

Si abbracciano ridendo.

– Allora, racconta…

– Carla, il Messico, non hai idea, i profumi i colori la gente l’oceano e poi una volta mi sono dovuta nascondere in un camion sotto le patate perchè la polizia… io ero coji zapatisti in un villaggio… poi la polizia… mi sono nascosta, e poi il subcomandante. Si, Carla, gliel’ho data, ma, Carla, ‘sti cazzi, ho pensato è il subcomandante! Almeno credo, non si è levato il passamontagna…. ma Carla, ‘sti cazzi. E poi i bambini il cibo tutto diverso un altro mondo la musica la gente i profumi i colori.

Basta poco, Carla, basta poco, sono felici lì, basta molto poco. E poi c’era una signora che vendeva le torte per strada, buonissime. Ho registrato tutto su un nastro, ho pensato che le foto non rendono, e poi che palle quando ti fanno vedere le foto. Ho registrato il Messico. I suoni delle mulattiere, che quelle non sono strade sono mulattiere, bellissime, le cascate il signore che vende il liquore… Carla, non hai idea!

Carla non ha idea, non l’avrà, lo sa, Wanda non è capace a raccontare. Non saprà mai come sono andate le cose col subcomandante, non saprà delle patate dei profumi i colori la gente l’oceano non saprà nulla dei suoi incontri, delle serate in spiaggia, non saprà niente.

Eppure ora guardando Wanda, mezza addormentata sul divano, ammansita da tre tiri di canna, a Carla quasi pare di poterlo vedere il Messico.

– Ma come fai?- sussurra Carla

– Hai visto i fagioli? Erano i più belli! – bisbiglia Wanda nel dormiveglia

Carla sorride, a lei Wanda fa quest’effetto.

23 marzo 2005

IL VERO SIGNORE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 22:34

 

"Il vero signore non corre mai. Lascia correre. Quando è arrabbiato al massimo lascia fuggire. Così, perché è magnanimo."

 

(Markelo Uffenwanken- 1996)

 

ESISTE UN SENTIERO INTELLETTUALE PER L’ILLUMINAZIONE?

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 15:48


(Ricevo da Cristiano Prakash e pubblico. M.U.)

“Esiste un sentiero intellettuale per l’illuminazione?”

“Innanzitutto non esiste nessun sentiero. L’idea stessa di sentiero è fallace. Il sentiero, necessariamente, ti conduce lontano; ti porta da questo a quello, da qui a lì, da ora a dopo. Affinché l’illuminazione accada non occorre alcun sentiero; infatti l’illuminazione implica essere qui. Un sentiero sarebbe una distrazione, tutti i sentieri sono distrazioni. Seguendo un qualsiasi sentiero seguiresti un sentiero sbagliato; non esistono sentieri giusti.

Lascia che questa realtà penetri profondamente nel tuo cuore: non esistono sentieri giusti, i sentieri in quanto tali sono sbagliati. Seguire un sentiero significa andare in una direzione sbagliata, perché ti allontaneresti sempre più da te stesso. Non nella realtà, ma nei desideri e nei sogni. Ecco perché tutte le religioni sono diventate ultramondane, trascendenti: sono tutte sentieri.

Per poter costruire un sentiero è necessario che Dio sia lontanissimo. Più è lontano e meglio è, perché in quel caso si può creare il sentiero. Il cristianesimo, l’induismo, l’islam, il buddismo hanno potuto creare dei sentieri. Dio deve essere veramente lontanissimo, così lontano che il sentiero non abbia mai fine, in questo modo i preti possono continuare a sfruttare.

Dostoevskij narra questa parabola:

……………………

avere Gesù troppo vicino sarebbe pericoloso per il prete. Perché in tal caso il prete non sarebbe più necessario. Il mediatore, l’agente, non sarebbe più necessario. Quando Gesù è al tuo fianco non hai più bisogno di qualcuno che lo rappresenti. Dio dev’essere lontano, anzi lontanissimo, affinché il prete possa assumere il ruolo di suo messaggero. Solo così può diventare un ponte tra te e Dio.

Tutti i sentieri sono creati dai preti. I Buddha non ti danno mai nessun sentiero. Ti aiutano a comprendere che non devi andare da nessuna parte; devi solo essere in silenzio nella tua interiorità, allora troverai ciò di cui hai bisogno. Il divino non è all’esterno; è nella tua interiorità. Il divino non è un oggetto: è la tua soggettività. Tu sei divino. Quindi dove stai andando? Di quale sentiero hai bisogno?

No non occorre alcun sentiero; nessun sentiero è quello giusto.

Mi chiedi: esiste un sentiero intellettuale verso l’illuminazione?

Innanzitutto, non esiste alcun sentiero. In secondo luogo, nessuna singola parte di te è in grado di riconoscere il divino. Puoi riconoscere il divino solo con la totalità del tuo essere. Non esiste un sentiero dell’intelletto, così come non ne esiste uno dei sentimenti: né con la mente, né con il cuore. Giungi al divino solo in quanto essere totale, ogni parte di te è inclusa: il tuo intelletto, le tue emozioni, la tua logica, il tuo amore, il tuo sangue, le tue ossa, le tue viscere. Ogni parte di te è inclusa nella totalità del tuo essere; viceversa i sentieri saranno inevitabilmente frammentari, nessun sentiero può essere totale. Perciò esistono sentieri intellettuali: in India vengono chiamati ghyana yoga , il sentiero della devozione; e infine ci sono i sentieri dell’azione, o Karma yoga.

Nell’essere umano ci sono tre livelli: il sapere, il sentire e il fare. La presenza di questi tre livelli in ogni essere umano ha dato luogo a quei tre sentieri. Con l’intelletto puoi acquisire nozioni ma non puoi sentire. Con i sentimenti puoi sentire, ma non puoi acquisire nozioni. Mediante l’azione puoi fare, ma non puoi acquisire nozioni e non puoi sentire. Il sapere non può agire, i sentimenti non possono agire. L’uomo è questa trinità, questo triangolo: agire, sapere, sentire. Questi tre livelli devono integrarsi in un’unità. Solo in quest’unità l’uomo può conoscere il divino.

L’uomo non ha scisso solo se stesso, ha scisso anche Dio: Dio il padre, Dio il figlio, Dio lo spirito santo. Oppure – secondo la mitologia indiana – la trimurti , i tre volti di Dio. Dio non ha faccia: è senza volto. Dio non ha forma, come potrebbe avere un volto? Dio non è trino. Dio è uno. Non è neppure giusto dire che è “uno”, perché l’uno crea l’idea del due, il due del tre e così via.

Il divino è, semplicemente. Né uno né trino, né uno né molteplice. Il divino è semplice “essenza”. E quando sei nella tua “essenza”, sei nel divino, tu sei divino. Ricorda, non vedrai il divino, non incontrerai il divino, non raggiungerai l’intuizione: “ ecco questo è il divino”. Quando senti che il divino è in te, tu sei divino. Il divino non è qualcosa al di fuori da te, è il nucleo più profondo del tuo essere, è il centro del ciclone.

Quindi, non esiste alcun sentiero. Non esiste un sentiero dell’intelletto, così come non esiste un sentiero dei sentimenti o di qualsiasi altro genere. Non esiste alcun sentiero: devi diventare un tutto unico, e proprio in quella totalità diventi divino.

L’intelletto può continuare ad indagare all’infinito. È arido, analitico, logico, non può sentire. La scienza è nata grazie all’intelletto; ecco perché non può affermare l’esistenza di Dio. La scienza deve negare l’esistenza di Dio; questa negazione nasce dai suoi stessi presupposti. Infatti la scienza crede solo nella ragione, e crede in una ragione estremamente distaccata in cui tutti i sentimenti non dovrebbero mai entrare. Dovresti rimanere freddo, distaccato, indifferente a qualsiasi cosa stai osservando. Dovresti essere solo un osservatore, senza sentimenti, senza cuore. Il tuo cuore non dovrebbe pulsare, il tuo sapere dovrebbe esser privo di qualsiasi sentimento.

Naturalmente la materia percepisce la materia. Non perché esista solo la materia, ma a causa della propria metodologia: quella metodologia è tale da non permettere di cogliere la consapevolezza. La consapevolezza rimane esclusa fin dall’inizio, il metodo stesso la esclude.

La logica ci ha dato la scienza. L’amore ci ha dato le cosiddette religioni; le religioni del passato, che non sono più così importanti, perché erano parziali come la scienza. Ecco perché la scienza e la religione erano tanto in conflitto tra loro: quel conflitto non era casuale. Era un conflitto di metodo. La religione era basata sull’emozione, sul sentimento; rinnegava la logica e vietava la ragione. Andavano benissimo le lacrime e le preghiere , ma non l’uso dell’intelletto: quello era il nemico. Ecco perché, quando la scienza cominciò ad affermarsi, naturalmente la chiesa e i suoi rappresentanti si trovarono in conflitto con essa. La religione del passato era tanto parziale quanto lo è la scienza attualmente.

Nessuno è mai riuscito a vedere l’essere umano nella sua totalità. Ora quel momento è arrivato; adesso l’uomo non è più infantile. Quel momento è arrivato: è arrivato il momento in cui quell’idea, l’idea della totalità, dev’essere accettata. E quando arriva il momento in cui un’idea dev’essere accettata, nessuno può evitare che lo sia. Tutti gli sforzi parziali sono falliti. Sono fallite la scienza, la religione e la politica: la politica significa l’azione. Sono tutti sforzi falliti. Di fatto, è fallita la parzialità.

L’oriente è fallito perché propendeva troppo per i fallimenti. Ne sono conseguite la povertà e l’infelicità, perché la scienza non ha potuto affermarsi. Senza la scienza è inevitabile che arrivi la povertà, senza la scienza è inevitabile che sorgano mille e un problema di tipo materiale.

L’occidente ha sviluppato la tecnologia. Con essa, sono scomparse la povertà e molte malattie, è stata una benedizione; d’altro canto è scomparso anche l’uomo. L’uomo si è trasformato in una macchina. Il suo cuore non palpita più, l’amore non fluisce più in lui, si è inaridito il nettare dei sentimenti ed egli sta diventando un deserto. L’uomo si sente privo di significato ed è vicinissimo al suicidio: la gente si suicida con estrema facilità, il numero dei suicidi è in continuo aumento. E prima o poi – se non riuscirà a ritrovare l’equilibrio, se non riuscirà ad abbandonare la parzialità a favore della totalità – esiste la possibilità reale che l’uomo decida per un suicidio globale. Immensi preparativi sono già in atto.

In occidente è scomparso l’amore, così come in oriente è scomparsa la logica. Questa è una situazione comunque sbilanciata.

Il mio approccio è la totalità, l’interezza. Io definisco santo qualsiasi cosa sia intera, integra. Con me devi imparare questo: non devi scegliere una parte, devi scegliere la totalità. Tu devi essere un uomo intero; non devi rinnegare niente. Devi essere qualsiasi cosa tu sia, con grande accettazione. Accettare tutto è difficile perché, se accetti la logica, quando accetterai l’amore, cadrai in contraddizione. Se invece accetti l’amore, ti sembrerà difficile accettare la logica. Ma cosa ci puoi fare? Così stanno le cose. Non è un problema di scelte: così è fatto l’uomo e così funziona l’esistenza.

L’esistenza è un paradosso. E l’umanità ha sviluppato l’idea, folle e stupida, che l’uomo non deve essere un paradosso. Perciò, quando sceglie l’intelletto, distrugge i sentimenti, perché non sono in sintonia con l’intelletto. Ma che bisogno c’è che siano in sintonia? Oppure, quando sceglie i sentimenti, si trova in antagonismo con la logica e la ragione. Diventa superstizioso, perché ha paura che, se cedesse alla logica, dove andrebbe a finire la fede? La fede ne uscirebbe distrutta.

Io ti dico che non devi avere paura. Puoi accettare tutto; devi solo comprendere una cosa: la vita è un paradosso. E più sarai paradossale, più la tua vita sarà ricca. Se riuscirai a contenere le contraddizioni, sarai sconfinato; avrai in te una varietà, una molteplicità, conterrai tutte le dimensioni. E quella sarà la nascita reale dell’uomo.

L’uomo deve ancora arrivare, è ancora una promessa. Noi stiamo solo movendoci a tentoni, inciampando e barcollando, per far nascere l’uomo reale. L’uomo non è ancora nato, noi siamo nell’utero: ecco il perché di tanta ansia. E sembra che il giorno della sua nascita sia molto vicino: ecco il motivo di tanta crisi. Per la prima volta sta per nascere l’uomo; l’uomo nel senso della totalità e del paradosso. Nel senso della vastità che contiene le contraddizioni.

Un uomo dovrebbe essere un poeta e un amante e dovrebbe essere razionale e attivo. Un uomo dovrebbe essere tutto, senza che questo sia un problema. Di fatto se in te ci saranno contemporaneamente la logica e l’amore, la logica farà da sostegno all’amore e l’amore alla logica. La tua logica non si inaridirà mai, il nettare del tuo amore lo manterrà verde. I suoi colori saranno verde, rosso e oro. E se in te ci sarà la ragione, il tuo amore non diventerà mai folle, manterrà sempre una certa ragionevolezza; non ti porterà mai a degli estremi. Rimarrai nel giusto mezzo, equilibrato ed equidistante.

Non esiste un sentiero dell’intelletto, così come non esiste un sentiero dei sentimenti. L’interezza e la totalità sono i requisiti richiesti. Nulla al di sotto di questo potrà mai funzionare: devi affrontare il rischio di essere totale.

(Osho – da “ La canzone della vita”)

22 marzo 2005

DESTRA SURREALISTA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 13:58

Avrete sicuramente letto e sentito parlare dello sciopero della fame di Alessandra Mussolini. Una che, con un cognome così, può dire ciò che vuole… In effetti la nipote del Duce di strada ne ha fatta: dal cinema di serie B anni 80 al Parlamento della Repubblica delle Banane. E’ una specie di femminista di destra, e questo a mio parere non è il male assoluto. Non credo che il femminismo debba essere per forza appannaggio esclusivo della sinistra. Nonna Rachele era brava in cucina e nell’allevamento dei figli ma, a quanto pare, faceva paura a nonno Benito tra le pareti domestiche, matterello in resta. Altro che manganello, diciamoci la verità…

Ora, la questione delle firme false che ha buttato fuori strada il terzetto nero (soprattutto di rabbia) di Alternativa Sociale (Mussolini, Tilgher, Fiore)   ha davvero dell’ incredibile: c’è qualcuno che ha fatto firmare anche i morti. E morti non tutti di destra, se andiamo a scorrere qualche nome.

Siamo in pieno surrealismo. L’altro giorno, camminando per la mia zona vedo un camper pieno di manifesti targati Alleanza Nazionale; e fin qui niente di strano, anzi. Ma cosa c’era scritto sotto il premiato logo del partito di Fini? “Almirante”, ecco cosa c’era scritto. Quando Giorgio Almirante è morto me lo ricordo bene, si era verso la fine degli anni 80. Sono passati – ridendo e scherzando per modo di dire- 17 anni. E ora il vecchio leader defunto del M.S.I. viene a dar man forte al suo delfino  dall’aldilà o zone limitrofe o dal nulla, viene cioè a dare man forte da morto al leader vivo e vegeto di un partito che più democristiano non si può? Non mi stupisco più di niente ma non ci posso credere… Non ho voluto indagare. I   morti sono morti, oltretutto. E in fondo, a ripensarci bene,  è pur vero (anzi sacrosanto) che fu Almirante a volere Fini alla guida della segreteria del   partito, mentre lui ne diventava il presidente per quattro mesi prima della scomparsa, avvenuta nel maggio dell’88. L’ho però raccontato, di questo incontro coi manifesti del leader defunto, agli amici del bar, tutta gente incazzata nera con Berlusconi per varie ragioni che non sto qui a elencare, potremmo far notte e in fondo si tratta delle solite cose inconcepibili per un paese che si autodefinisce, con enorme faccia tosta, civile e democratico. Gli amici del bar, tutti distinti signori con un  pelo così sullo stomaco, non hanno fatto una piega: sono abituati a tutto, loro, anche perché, quasi tutti, sono più vecchi di me.

Alessandra, la pasionaria della destra diciamo così sociale, ha passato una settimana di passione scolandosi 6 cappuccini al giorno, che in fondo non dev’essere poi così male pensando anche al fatto che l’estate tutto sommato non è lontana e la prova bikini, di conseguenza, nemmeno. Zia Sophia Loren da Ginevra le raccomandava di stare su, che alla fine del tunnel del digiuno le avrebbe preparato “la genovese”, piatto tipico della cucina napoletana, il preferito della nostra fintabionda bionica romagnolputeolana. La quale è una che non scherza, di questo ne sono abbastanza sicuro. Buon – o cattivo- sangue non mente. Lei, ne sono quasi sicuro, pensa costantemente al nonno, a quando i treni arrivavano in orario, a quando la nonna metteva tutti in riga tra le pareti domestiche e a quando il nonno, per dare l’esempio durante la guerra sciagurata e mondiale nella quale s’era infilato sperando di farla franca (mica come Franco, insomma…) ai figli non sganciava nemmeno mezza tavoletta di cioccolato. Come si fa a darle torto? Si chiama Mussolini, mica Pannella: anche se ultimamente il Radicalmarco Nazionale è diventato il suo dietologo di fiducia.

E come si fa a non riderne? La destra di questo paese s’è ridotta a queste squallide piazzate, di cui quest’ultima è forse una delle più volgari, delle più assurde. Storace, che è più intelligente del vecchio e quasi omonimo Starace del fascismo (non ci voleva poi molto, a dirla tutta) pare che abbia giocato la sua partita truccata con tutte le sue carte false in mano. Magari con qualcuno che da sinistra gli teneva bordone per fare fesso il cartaio… D’altra parte il lider maximo della coalizione della nostra bella destra cosa fa, da sempre? Che  fa, l’uomo che non deve chiedere mai lo sconto? Il Robin Hood alla rovescia? L’espropriatore antiproletario?

Fini tempo fa ha fatto pace con gli Ebrei. Anzi, con Sharon siamo arrivati decisamente al “pappa e ciccia”. S’è calato sul tinto coppino la sua kippah d’ordinanza e chi s’è visto s’è visto. Il fascismo è stato un errore, anzi peggio. Peccato che il suo maestro, e qui torniamo ad Almirante, aveva condannato le leggi razziali già trent’anni fa o forse più. Ma, è ovvio, ciò che conta è fare le cose giuste al momento giusto e soprattutto con le persone giuste e al posto giusto.

E intanto io penso a quel maledetto camper con tutti quei manifesti di Almirante appiccicati su tutti i fronti. E nel 2005. E mi viene da ridere davvero amaro. E mi viene anche da pensare che, in poco meno di 20 anni, è proprio cambiato tutto. E io sono diventato un elettore della sinistra per disperazione: e forse di sinistra – anche se soltanto nello sgabuzzino elettorale- così è giusto diventare: per disperazione, per rabbia, per mai doma sete di giustizia. Se non si è dei “compagni in Jaguar”, beninteso, se non si è dei sussiegosi radical-chic da Dom Perignon Rosso, questo per me è chiaro come il bel sol dell’avvenire…

Non mi faccio illusioni nemmeno sulla sinistra, me ne guardo davvero bene; non so più dove posizionarmi politicamente da tanti anni; e la destra come l’ho sognata io da ragazzo non esiste più da almeno, guarda un po’, un ventennio… Anzi, è molto probabile che non sia mai esistita. S’è proprio trattato d’un sogno giovanile, si, è così;  è stata tutta un’illusione, anzi è stata proprio un’allucinazione. E’ però anche vero, a mio avviso, che quella destra targata M.S.I.,  che di difetti e di zone d’ombra ne aveva a caterve, che era indietro su di un sacco di questioni e “non rinnegava” le sue origini, era un partito che faceva pur sempre opposizione. Faceva ostruzionismo, combatteva a suo modo contro il sistema. Non era davvero poco, ripensandoci oggi. Un sistema, quello di allora, che somigliava tanto a quello attualmente in auge. Forse era un sistema un po’ meno impresentabile dell’attuale, ecco… Era fatale per certi giovani idealisti che maledettamente a ragione non credevano nella truffa (per non dire di peggio) del comunismo, e che disprezzavano  il democattolicume di regime,  andare a cercare un ideale rifugio “di protesta”nel M.S.I. Niente nostalgie, per quanto mi riguarda, sia ben chiaro: tanto meno per quel vecchio motto che snocciolava Almirante e che oggi mi suona piuttosto sinistro: “Vivi come se tu dovessi morire subito; pensa come se tu non dovessi morire mai”. Buono per un orgoglio giovanile tutto da costruire, in sostanza. Buono per i merli ignorantotti che eravamo.

Io invece credo tuttora nel teorema a prova di bomba di un altro vecchio uomo di destra, in fondo un moderato; uno che soprattutto alla fine della sua lunga vita un buon esempio di ragionevole anticonformismo ce lo ha pur dato, menando tra l’altro terribili fendenti in direzione Arcore, calci nelle palle che i signori della nostra cara, “amabile” sinistra non si sognano nemmeno di sferrare, impegnati come sono, tra un girotondo e l’altro, a far finta di esserlo, di sinistra. Parlo di Indro Montanelli: puoi fare qualcosa per te stesso solo in cabina elettorale; e là dentro turati il naso con tutta la forza che hai e vota per l’accozzaglia di lanzichenecchi meno orribile presente sulla piazza della nostra sciagurata politica.

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