The FK experience il sito di Franz Krauspenhaar

28 febbraio 2005

HENRY MILLER: UN IDOLATRABILE PORCO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 13:05


di Kanji

Miller… Miller… Miller: il porco che entra ed esce a piacimento nel pozzo delle idee.

Con il ghigno ubriaco sulle punte dei polpastrelli: Miller salta nella bocca cariata del pozzo.

Non usa protezioni, né si cala, né discende gradatamente; no, Miller non perlustra i pensieri: ci si tuffa a capofitto. Non descrive il cuore pulsante della vita, dell’opinione, no no, lui s’incunea nel muscolo teso e sugoso divenendo battito. Non si esilia dal vivere per fotografarlo dall’alto del pensiero cristallino, ossigenato; Miller si tuffa nella pece callosa del pozzo e quando, scorticato e pesto, tocca il fondo, si riempie i polmoni di fetida aria in fermento, la trattiene, si piega sulle ginocchia e ad occhi aperti si cala nel magma più denso impersonandolo, come un moderno Golem del pensiero vivente.

In Sexus, scrisse: “La breve frase Perché non cerchi di scrivere? mi coinvolgeva in un acquitrino di confusione senza speranza. Volevo incantare, ma non asservire; volevo una vita più grande e più ricca, ma non a spese altrui. Volevo liberare l’immaginazione di tutti gli uomini contemporaneamente perché, senza l’appoggio del mondo intero, senza un mondo immaginosamente unificato, la libertà dell’immaginazione diviene un vizio. Non rispettavo affatto lo scrivere di per sé, non più di quanto rispettassi Dio di per sé. Nessuno, nessun principio, nessuna idea, possono essere validi di per se stessi. E’ valido solamente quel tanto, di qualunque cosa, Dio compreso, che viene realizzato da tutti gli uomini in comune. La gente non fa che crucciarsi per la sorte del genio; io non mi sono mai preoccupato per il genio: il genio provvede al genio dell’uomo. La mia preoccupazione è sempre andata al nessuno, all’uomo che si perde nella confusione, all’uomo tanto comune, tanto ordinario, che la sua presenza non viene neppure notata. Un genio non può ispirarne un altro. Tutti i geni sono sanguisughe, per così dire. Si nutrono alla stessa fonte… il sangue della vita. La cosa più importante per il genio consiste nel rendersi inutile, nel lasciarsi assorbire dalla corrente comune, nel divenire nuovamente un pesce e non uno scherzo di natura. Il solo vantaggio, mi dissi, che lo scrivere avrebbe potuto offrirmi, sarebbe consistito nell’eliminare le differenze che mi separavano dal mio simile. Senz’altro non volevo diventare l’artista, nel senso di divenire qualcosa di estraneo, qualcosa di separato e di escluso dalla corrente della vita.”

Miller è la ciste nel cuore del pensiero letterario, e da lì, da quel pus in ebollizione dirompe urlando, in Tropico del Cancro: “Voglio un mondo di uomini e di donne, di alberi che non parlano (perché si parla già troppo nel mondo com’è!), di fiumi che ti portino in qualche luogo, non fiumi che sian leggenda, ma fiumi che ti mettano in contatto con altri uomini e donne, con l’architettura, la religione, le piante, gli animali – fiumi che abbiano barche e in cui affoghino gli uomini, affoghino non nel mito e nella leggenda e nei libri e nella polvere del passato, ma nel tempo e nello spazio e nella storia. Voglio fiumi che facciano oceani, come Shakespeare e Dante, fiumi che non si secchino nel vuoto del passato. Oceani, si! Dateci più oceani, nuovi oceani che cancellino il passato, oceani che creino nuove formazioni geologiche, nuovi paesaggi topografici e strani, nuovi continenti, oceani che distruggano e conservino al tempo stesso, oceani su cui si possa salpare, partire per nuove scoperte, nuovi orizzonti. Dateci più oceani, più sconvolgimenti, più guerre, più olocausti. Dateci un mondo di uomini e di donne con una dinamo fra le gambe, un mondo di furia naturale, di passione, d’azione, di dramma, di sogni, di follia, un mondo che produca estasi, e non scoregge secche. Io credo che oggi più che mai debba cercarsi un libro, anche se dentro c’è una sola pagina grande: dobbiamo cercare frammenti, schegge, unghie dei piedi, tutto ciò che abbia materia in sé, capace di resuscitare corpo e anima.

Forse siamo condannati, non c’è speranza per noi, per nessuno di noi, ma se è così lanciamo un ultimo urlo d’agonia e di sangue aggrumato, uno strillo di sfida, un grido di guerra! Basta coi lamenti! Basta con le elegie e le trenodie! Basta con le biografie e le storie e le biblioteche e i musei! Che il morto mangi il morto. E noi vivi danziamo sull’orlo del cratere, un’ultima danza di morte. Ma che sia una danza!”

Amen: e così sia, porco di un Miller!

27 febbraio 2005

PREGHIERA PER IL DERBY

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 14:28

di Tifo Stagno

Ti prego Signore/ fa che stasera non finisca come al solito/ fa che questa squadra  blasonata come si diceva una volta, troppo tempo fa / faccia la sua porca figura/ pensa a noi/ pensa a noi Signore degli Anelli Olimpionici/, Signore dello Sport/ Dio dell’ Agone Agonizzante/ che potresti con un calcio in culo dato da forse troppo in alto aiutarci almeno per una volta/ fa che QUELLI LI’ una volta tanto perdano per mano nostra/ e fa che    anche QUEGLI ALTRI perdano oggi/ stasera che sera ti prego Signore, amen in anticipo/ fa scendere su di loro/ su quei ragazzi ricchi e un po’ depressi un po’ di grazia/ Tu che Puoi Tutto/ nel giorno della nostra possibile Rinascita/ tutto è infatti possibile/ fa che Toldo non scenda in campo/ c’è Fontana l’esperto, c’è l’uruguaiano Carini metti loro tra i pali/ dovrebbe pensarci l’allenatore per questo/ se lui non ci pensa perchè lui è un essere umano pensaci ti prego Tu/ Signore Dio dell’Universo Calcistico e non/ dell’Universo e Basta/ stasera PORCA PUTTANA LADRA FACCI VINCERE IL DERBY!

(Amen, e grazie comunque…)

26 febbraio 2005

IL MITO DELLA SOCIETA’ APERTA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 11:59


di Gilad Atzmon*

(Ricevo da Silvia Brusotti e pubblico. M.U.)

Sessanta anni dopo la liberazione, Auschwitz è diventato un evento politico internazionale. Non è una coincidenza e credo che dovremmo fermarci un momento e chiederci: Perché ora? Perché Auschwitz?
Noi che viviamo in un’epoca tecnologica, troviamo naturale che la maggior parte dei commentatori giudichino qualsiasi avvenimento analizzandone gli aspetti positivi, cioè la storia che essi contengono, i fatti su cui concentrare l’attenzione, il messaggio che se ne trae. Quando si parla di Auschwitz, si sottolineano solo il numero terrificante delle vittime, Mengele e i suoi esperimenti, la morte clinica di massa, le camere a gas, i treni, il famoso Arbeit Macht Frei sul cancello d’ingresso, la marcia della morte poco prima della liberazione, ecc. E tuttavia, io direi che è per lo meno altrettanto illuminante esporre ciò che il racconto di Auschwitz serve a nascondere. Ogni racconto storico può essere utilizzato come uno schermo fumogeno; e può diventare uno strumento molto efficace per far affermare la cecità collettiva. I racconti di Auschwitz e dell’Olocausto, in questo senso, non sono affatto diversi.

A quanto pare, pur senza impegnarci a rispondere alle molte domande che minano la validità della versione dell’Olocausto che è attualmente accettata dalla maggioranza della gente, noi possiamo senza pericolo chiederci a cosa serva oggi la versione ufficiale dell’Olocausto. Chi ne tragga beneficio. Abbiamo altresì il diritto di chiedere perché la versione ufficiale dell’Olocausto viene oggi diffusa tanto ampiamente[1] da diverse e opposte istituzioni politiche. E’ forse il risultato di una propaganda altamente sofisticata e orchestrata dagli ebrei? Non ne sono più tanto sicuro.

Di primo acchito, la risposta a queste domande è assai semplice, la devastante immagine di Auschwitz e il Giudeocidio Nazista sono argomenti autosufficienti per condannare il nazionalismo, il razzismo e il totalitarismo. All’interno dell’accettata versione ufficiale dell’Olocausto, ognuna di queste ideologie viene considerata un nemico dell’umanità. Ma poi, si deve ammettere che non è né il nazionalismo, né il razzismo, né il totalitarismo che uccisero tanti esseri umani innocenti. Le ideologie non uccidono, sono sempre gli uomini che uccidono, indipendentemente dalle ideologie.

Ma la versione ufficiale va un po’ oltre, con l’immagine di Auschwitz nel fondo della nostra mente, i nostri pensatori e politici liberali dell’Occidente ci descrivono entusiasticamente una visione ingenua della nostra realtà sociale, presentandoci una semplicistica divisione binaria. Da una parte c’è la società aperta, dall’altra ci sono i suoi numerosi nemici. Secondo questa visione del mondo, c’è una sola società aperta, ma numerosi sono i suoi nemici; è importante sottolineare che il concetto di società aperta è un concetto vuoto, in pratica significa molto poco, per non dire nulla. A quel che sembra, per diventare membro dell’ esclusivo club della società aperta, si deve semplicemente sostenere le guerre giuste. Il presidente Bush, un uomo che è ben lungi dal possedere grandi doti di eloquenza, è stato inaspettatamente preciso nel presentare proprio questo assioma post-Auschwitz occidentale: State con noi o contro di noi.

Stare con noi, cioè stare con la società aperta, vuol dire che credete che siamo stati noi a liberare l’Europa, che siamo stati noi a liberare Auschwitz, che siamo stati noi che abbiamo salvato gli ebrei, e che siamo sempre noi che portiamo la nozione di democrazia negli angoli più remoti di questo pianeta turbolento. Stare con noi significa che accettate il fatto che noi rappresentiamo la voce del mondo libero. Significa anche che voi sapete di essere liberi incondizionatamente. Si tratta fondamentalmente di una nuova forma di tautologia: siete liberi anche se non lo siete. Stare con noi vuol dire che credete che il mondo sta progredendo rapidamente verso una divisione ancora più grande, vale a dire uno scontro di civiltà, in cui voi rappresentate un essere umano illuminato, buono e innocente, appartenente alla civiltà Giudeo-Cristiana, e gli altri sono malvagi fondamentalisti delle tenebre o per lo meno potenziali malvagi. Stare con noi vuol dire che ci si aspetta da te che tu non faccia troppe domande riguardo alla nostra condotta immorale.

Per esempio, non devi chiedere perché il Bombardiere Harris & Co[2] ha assassinato 850.000 civili tedeschi, bombardando le città tedesche invece dell’infrastruttura industriale nazista.

Essere un individuo libero in una società aperta significa che tu non devi mai azzardarti a fare domande riguardo Hiroshima. Nel caso tu sia abbastanza stupido da porre queste domande, faresti bene a farti subito furbo e accettare la verità ufficiale: Hiroshima era il modo migliore per porre un termine a quell’orribile guerra. Essendo un individuo libero quindi tu non farai domande riguardo alla moralità che si nasconde dietro l’uccisione di 2.000.000 di persone in Vietnam. Stando con noi non hai bisogno di porre tutte quelle stupide e noiose domande, perché devi ricordare che Auschwitz è stato il male supremo. Auschwitz è stato il fondo della malvagità umana e non devi mai dimenticare che siamo stati noi a metterci fine.

Diciamo la verità: Auschwitz è stato senza dubbio un luogo orribile, ma sfortunatamente non è il male ultimo, perché il male non ha né limite né scala. Poi, se si vuole essere storicamente precisi, dobbiamo dire che non è vero che siamo stati i liberatori di Auschwitz. A quanto pare, fu Stalin, l’altro male. Fu Stalin che diede a tanti ebrei, a tanti prigionieri di guerra, prigionieri politici, zingari e a tanti altri detenuti la possibilità di vedere la luce del sole. Ma ancora una volta, dal momento che siete esseri liberi appartenenti alla società aperta non avete veramente bisogno di fare attenzione a simili dettagli secondari della storia. Sembrerebbe che Auschwitz sia un tassello essenziale della nostra auto-immagine di virtuosi occidentali.Quando serve il petrolio iracheno, il presidente americano non deve fare altro che paragonare Saddam a Hitler. Poi veniamo a sapere che il popolo iracheno deve essere liberato dal suo ‘Auschwitz’. Già sappiamo quali sono state le conseguenze inevitabili.

Dal momento che Auschwitz è così importante per i dirigenti politici americani, non sorprende che non troppo lontano dalla residenza del presidente degli Stati Uniti ci sia un grande museo dell’Olocausto, dedicato alla memoria degli ebrei e dei loro eroici liberatori. Il museo non riguarda le persone e nemmeno i crimini contro l’umanità, riguarda invece la continuazione dell’illusione della società aperta. Riguarda il mantenimento di una interpretazione particolare della storia. Riguarda l’idea che noi abbiamo ragione e gli altri, chiunque siano, hanno categoricamente torto.

Questo museo non è veramente sulla sofferenza ebraica. Suppongo che esso non spiegherà ai suoi visitatori alcuni fatti storici fondamentali. Per esempio, non sarà spiegato alla folla che ci sfilerà dentro che il governo americano adottò una politica di immigrazione fortemente restrittiva, mai modificata nel periodo 1933-1944,[3] per bloccare l’immigrazione ebraica. Eviterà altresì di illustrare il fatto che il governo americano si rifiutò di intavolare o ostacolò profferte tedesche di trasferire ebrei da territori controllati dai nazisti. Più di ogni altra cosa il museo nasconderà il fatto accertato che l’aviazione americana non ricevette mai l’ordine di mandare in frantumi la fabbrica della morte nazista. Non furono mai bombardate le ferrovie che conducevano ad Auschwitz e ancor meno fu bombardato il campo di Auschwitz, né dalla RAF inglese, né dall’aviazione americana. Sembrerebbe che nei centri decisionali americani ci sia stata per tutta la guerra una vera e propria negligenza assassina su questo punto. Per esempio, il 20 agosto 1944, ben 127 fortezze volanti, scortate da 100 aerei da combattimento Mustang bombardarono con successo una fabbrica a meno di 5 miglia da Auschwitz. Nessun aereo fu dirottato per attaccare il campo della morte.

Questi fatti non verranno mai documentati nel museo americano dell’Olocausto. Essi non combaciano con l’auto-immagine di un’America eroica e giusta. La storia di Auschwitz è in realtà una storia di brutale negligenza anglo-americana. La versione accettabile di Auschwitz è fondamentalmente un mito che ha la funzione di sostenere la pratica espansionista degli Stati Uniti. Auschwitz è la colonna morale portante dell’ideologia americana.

Il museo dell’Olocausto è stato costruito per dire agli americani quello che può accadere quando tutto volge al peggio. Per quanto triste possa sembrare, nell’America contemporanea, tutto sta volgendo al peggio, malgrado il museo. La ragione è semplice, quando l’immagine del male si fa fermentare nella propria eredità culturale solo come attribuibile all’altro, allora si può diventare ciechi davanti al fatto che il male sei proprio tu. Come già i loro fratelli israeliani, gli americani hanno dimenticato come guardare a se stessi.

Nel caso dell’America, la versione ufficiale dell’Olocausto serve la filosofia espansionista della destra. Allo scopo di prevenire un’altra Auschwitz, gli americani manderanno i loro eserciti in Vietnam, in Corea, in Irak. Essi sono sempre i liberatori. Fino alla fine della guerra fredda, c’erano i comunisti da combattere, un male concreto e reale; ma ora il male sta diventando sempre più astratto. In realtà, l’unico modo per dare un volto concreto ad un nemico indefinito è di equipararlo a Hitler. Il caso dell’Europa è leggermente diverso. Per quanto possa sembrare strano, in Europa è la sinistra parlamentare che trae i benefici dallo sfuttamento di Auschwitz. Fintantoché Auschwitz resterà profondamente radicato nel discorso politico quotidiano, la destra non potrà mai alzare la testa.[4] La sinistra dominante europea dipende oggi totalmente dalla versione ufficiale dell’Olocausto e di Auschwitz.

A quanto pare, Auschwitz è l’ultima barricata della sinistra (parlamentare) contro la rinascita della destra. In Europa, qualsiasi sentimento di aspirazione nazionale, o solo una preoccupazione nazionale che può apparire xenofoba viene immediatamente contrastata come se fosse una rinascita del nazismo. All’interno di questa opprimente visione del mondo, alla gente non è più permesso di esprimere un qualche amore per il proprio paese. Inoltre, dal momento che essa è politicamente dipendente dall’immagine dell’ebreo come vittima innocente, la politica dominante della sinistra europea non potrà mai sostenere pienamente la causa palestinese.

A quanto pare, Auschwitz è diventato un simbolo del legame tra la sinistra parlamentare europea e la destra espansionista americana.[5] Per entrambi Auschwitz è un’icona della minaccia contro l’immagine della società aperta; nella prospettiva di questo legame fatale, qualsiasi genuina politica di sinistra europea è destinata a essere spinta al margine. Qualsiasi forma di politica genuinamente di sinistra è destinata ad essere presentata come una politica sovversiva ed estremista. Nel marzo 1988, Robin Cook, allora ministro degli affari esteri inglese, fece una visita diplomatica in Israele. Mentre si trovava in quel paese, Cook giustamente rifiutò di visitare lo Yad Vashem, sostenendo che era preoccupato del futuro e non del passato. Non molto tempo dopo Cook perse il posto. Il rifiuto di inchinarsi davanti alla versione ufficiale di Auschwitz gli costò il ministero degli esteri. Non furono gli ebrei che lo cacciarono da quel ministero. Fu il partito laburista, un partito parlamentare della sinistra europea. E così, Auschwitz è lì per protrarre il mito della società aperta, è lì per presentarci un’illusione di identità occidentale liberata. Finchè ci sarà Auschwitz nel cuore della nostra politica quotidiana, noi saremo tutto all’infuori che liberati. C’è vita dopo Auschwitz e questa vita ci appartiene. Faremmo meglio a farne qualcosa di utile. Se c’è qualcosa che non dovremmo mai fare, questo sarebbe di non uccidere nessuno nel nome di Auschwitz.
E’ invece esattamente ciò che stiamo facendo.

(16 febbraio 2005)

*Gilad Atzmon è nato in Israele ed ha effettuato il servizio militare nell’esercito israeliano. E’ l’autore di un recente romanzo ‘A Guide to the Perplexed’. Atzmon è anche uno dei migliori sassofonisti europei. Il suo ultimo CD ‘Exile’ (Esilio) è stato dichiarato il migliore CD Jazz dell’anno da parte della BBC. Vive a Londra.

NOTE:

[1] Al punto che qualcuno comincia a chiedersi se la commemorazione del ‘Giorno della Memoria’ con documentari, cerimonie ufficiali, messe e prediche religiose, film hollywoodiani, testimonianze, discorsi di politici di tutte le tendenze, presentazioni di libri, poesie, concorsi nelle scuole, con una lunga e insistente programmazione di tutte le reti televisive e radiofoniche, con articoli di prima pagina di tutti i quotidiani, manifesti, ecc non corra il rischio di diventare controproducente (ndt).

[2] Arthur Harris (1892-1984) teorico e responsabile britannico dei bombardamenti sui civili tedeschi tra il ‘40 e il ‘45.

[3] Nè naturalmente il museo spiegherà che questa politica di immigrazione restrittiva era appoggiata (sembra assurdo ma è vero!) dalla principale organizzazione sionista americana che per voce di un suo dirigente, Stephen Wise, con l’approvazione del presidente della Organizzazione sionista mondiale, Weizman, si oppose all’abolizione delle restrizioni sull’immigrazione ebraica in America nella speranza che questa immigrazione si dirigesse verso la Palestina al fine di costituirvi al più presto una maggioranza ebraica e uno stato ebraico sionista (vedi Lenni Brenner, ‘Zionism in the Age of the Dictators’ Cap. 13, edizione Online, dove tutta la vicenda è esposta con dovizia di particolari.) (ndt).

[4] Questo è vero per la destra di tutti i paesi europei, come ad esempio la destra di Le Pen in Francia o la destra austriaca di Haider, ma non per la destra trasformista di AN in Italia. Fini ha fatto dell’alleanza con Bush e Sharon e del sovvertimento della precedente politica antisemita i cardini del rinnovamento del fascismo italiano. Fini ha capito che all’estrema destra oggi conviene adottare la stessa politica dell’Olocausto adottata dalla destra USA (ndt).

[5] Blair e il partito laburista inglese ne sono gli esempi più eclatanti (ndt).

la versione originale dell’articolo di Atzmon:
http://www.gilad.co.uk/html%20files/Auschwitz.html

25 febbraio 2005

HASTA LA SINCERITA’ SIEMPRE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 02:13

 

Il calcio argentino secondo me è il migliore del mondo: perché è astuto e coriaceo, fantasioso quasi quanto quello   brasiliano ma con molto più acume nella testa e nei piedi,  drammatico come un ultimo tango a Parigi, cattivo, senza pietà, viscerale come un assolo al sax di Gato Barbieri. Il calcio argentino ha infatti espresso perlomeno tre geni assoluti: Alfredo Di Stèfano (per me soltanto un grande personaggio letterario per motivi anagrafici, ma mi fido ciecamente del madridista Javier Mariàs che ne è appunto il cantore più accreditato- vedi il suo bel libro “Selvaggi e sentimentali”, Einaudi), Omar Sivori e  l’ amatissimo Diego Maradona, il Michelangelo, insomma il più grande di tutti i tempi, futuro compreso. C’è chi ancora ritiene Pelè il più grande, soprattutto Trapattoni e altri   parrucconi della sua generazione: O Rey era il negus corretto, il bravo ragazzo negro un po’ viziato, era l’artista di regime dei brutti tempi – oscurantisti a qualsiasi latitudine-, era freddo e politicamente corretto come la maggior parte degli intellettuali. E ora non a caso fa parte dell’establishment della FIFA Associazione A Delinquere. E peraltro, mi chiedo, dove sta tutta la sbandierata allegria del calcio brasiliano? Il futebol bailado è più o meno una gradevole rottura di scatole fatta di belle triangolazioni, di leziosità da balera lusitana, di fulminee accelerazioni nei pressi dell’area di rigore avversaria dopo un estenuante piccolo trotto per tutto il resto del campo servito con contorno di melensi passaggi laterali. Il Brasile vero si esprime molto di più nella musica, dalla bossa nova di Jobim fino ai suoi derivati contemporanei, Ivan Lins e Milton Nascimento in testa al gruppo. Ma il futebol bailado è un samba calcistico senza capo né coda, senz’anima nera, (e quindi con poca anima tuuut kuuurt) senza nemmeno un pretesto di carnevale. E’ splendidamente triste, alla fine, anche se quella fine coincide spesso con un gol di eccezionale fattura o addirittura con una vittoria mondiale. E’ triste come un post-coitum in una camera d’albergo a brevi ore liete.

Ora che se ne è andato Omar Sivori, El Cabezon per amici e nemici, sono abbastanza triste. E’ un post-coitum calcistico, il mio. A me francamente dispiace quando un personaggio così scorretto ci lascia un po’ più soli in questa valle di lacrime e di ipocrisia. Non l’ho mai visto giocare per via della mia età non ancora giurassica (ma è solo questione di tempo…); soltanto spezzoni di filmati in bianco e nero fin da quand’ero un piccolo nerazzurro in fiore e ancora- innocente com’ero- non sapevo quali umiliazioni calcistiche avrei dovuto subire nella mia età della ragione persa: ma tanto, o poco, mi è bastato. Enrique Omar era un funambolo cattivo, uno scorretto proprio andante, uno che sapeva stare in campo senza essere un vero atleta. Certo,  uno come lui non potrebbe giocare nelle bolgie odierne dei tatticismi supermuscolari, oggi uno come lui verrebbe fermato al primo dribbling, e non per capacità tecniche dei difensori, ma perché i difensori d’oggi sono ancor più armadieschi dei loro padri e alle 4 ante 4 dei loro fisici ramboidali aggiungono la velocità che ai tempi di Sivori solo un Mazzola e pochi altri speedygonzales potevano raggiungere. Se ti arriva addosso un comodino a 40 all’ora puoi anche sopravvivere, ma se alla stessa velocità di crociera ti s’impatta tra capo collo e soprattutto ginocchi un’intera libreria in ciliegio naturale, allora sono cazzi acidissimi e policlinici. La correttezza, nel calcio, mi fa ridere. E’ un’ipocrisia. Sivori non era un ipocrita e a fine partita aveva le gambe sanguinanti come un San Sebastiano pedatorio. Niente parastinchi: lui  teneva i calzettoni a cagarola come a dire a quei fresconi dei suoi marcatori: menate pure, beli, che io ve mato lo steso, io ve ridicolizo, ve facio vedere i topi morti verdi. E glieli faceva vedere davvero, i sorci, e in tutte le gradazioni del colore della speranza di stenderlo, che infatti lui   spesso disilludeva. Li umiliava fino all’ultimo, i mastini terzini, li voleva vedere cadere sulle chiappe, inferociti, odianti la sua angelicata faccia sporca da indio, fino alla morte. Era troppo bravo per andare in gol al solito modo degli altri, degli innumerevoli magutt del football. Doveva dribblare anche se stesso – l’avversario più ostico, sempre, per tutti e in tutti i campi – e alla fine piazzare il colpo di grazia con lo svolazzo del tocco fino. Era un torero che matava la porta e gli avversari.   “Io te digo Sandro che Omar Batistuta non vale meza gamba de Derticya”, disse una volta davanti a milioni di telespettatori della Domenica Sportiva al grande Amante di Lady Chesterfield Sandro Ciotti, il giornalista sportivo dalla voce transistorizzata e dai collettoni della camicia che gli arrivavano alle reni. Anche Omar sbagliava talvolta i suoi colpi, soprattutto da opinionista televisivo: perché Batistuta sarebbe diventato di lì a poco un grandissimo campione, mentre Derticya si dimostrò uno dei tanti brocchi venuti dall’ Argentina a cercare fortuna, a non trovare la linea di porta mentre quella di una repentina uscita di scena si, e alla velocità della luce.

Ma Argentina, nel calcio, vuol dire anche il Mundial della dittatura del 78 vinto in maniera che dire sporca è dire poco. E infatti dico che quella fu una maniera lercia. Però Argentina calcistica vuol soprattutto dire Diego Maradona: Diego il sublime, l’artista puro, il genio. Diego, che Sivori capì perfettamente fin dall’inizio: “Diego Maradona è tropo buono” disse infatti di lui El Cabezon, lapidario. E infatti. Troppi approfittarono della bontà di Maradona, e non solo a Napoli. Vittima del suo genio e soprattutto del suo carattere generoso fino all’autolesionismo. Sivori pensava solo a se stesso, Maradona pensava ai compagni. Tutti e due hanno lasciato un segno indelebile tra gli appassionati della corrida calcistica, una corrida che sarebbe maledettamente ipocrita chiamare incruenta. Anche perché una corrida incruenta è come una birra senza schiuma e soprattutto senz’alcol. El Cabezon se ne è andato e El Pibe de Oro se la passa maluccio: entrambi tendevano a dire quello che passava loro per la mente: viva la sincerità, comunque. E hasta la victoria della sincerità siempre, nonostante il costo esorbitante dell’ “articolo” siempre più raro a trovarsi negli scaffali dell’onestà vera del mondo.

24 febbraio 2005

JIM CARROLL 1-2-3-4

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 02:17

Sempre di ritorno nelle strade, devastate e bagnate,

affaticate dalla stanchezza del centro, tardo pomeriggio,

quando i furbi pedoni incanalano il flusso dei taxi

o si voltano verso il cielo per staccarsi parole bagnate

dalle palpebre.

Gli sconosciuti dai capelli unti sono soliti

strangolare scolarette a queste ore riflesse.

E i contorni ombreggiati sono logori e la luce è trainata

da autobus e lo sballo è infranto nella precipitosa altezza

dei palazzi federali più in basso. Guardo quest’isola

dove anch’io sono nato e ho trascorso la giovinezza a

camminare, non a destarmi.

Camminando sul grigio sul verde in Central Park portavo

jeans squarciati e una maglia giamaicana azzurra e gialla

con il cappuccio e molti bottoni rossi che non mi

apparteneva.

POESIA

I miei passi nelle basse

pozze oceaniche, le labbra avvelenate

degli anemoni permettono ai miei occhi

di volare all’orizzonte, la memoria del tempo

vedo passare un’unica nave,

priva d’ombra, quella che non è mai

arrivata mentre tu anni prima

aspettavi nel porto, vestita per l’amore,

i tuoi seni liberi a pulsare come se sotto

minuscoli pesci si stessero nutrendo del tuo cuore.

PER ELIZABETH

E’ inverno, giunto alla fine terrena.

I pianeti si allineano domani

in marzo, e aumentano la distanza

dal sole e fra loro

come soldati dispersi e spossati in ritirata

da un nemico che non esiste più.

E’ una primavera mite in purgatorio.

Nel limbo verde i bambini le cui fronti sono asciutte,

le cui mani non crescono, vengono trasformati essi

stessi

in stagioni, o in uccelli che aggirano un obelisco

di mercurio tremante. A nessuno è concessa

una preda. A nessuno è concesso il becco adunco del

paradiso.

Sono rondini radiose, o colibrì

con spine al posto delle lingue

per nutrirsi del mercurio cangiante

della mitologia della mano di Dio

che io non posso infrangere, nemmeno ora,

sotto questo sguardo doloroso.

Ci ho provato.

Mi sto lasciando attraversare

da una dichiarazione di morte.

Tu, catalizzatrice di un ricordo così distorto.

In quel limbo i bambini si muovono

in una strana grazia. Il loro Signore è furioso.

Sono morti con la loro innocenza non messa

alla prova.

Nessuno sa cosa siano stati

o saranno. Ogni giorno cambia

senza cambiare. Capisci

cosa sto dicendo? E’ la vita che hai scelto

su questa terra. La vita di tossici e menzogne.

Ma quella non eri tu. Io ti conoscevo.

Avevi labbra perfette, occhi come

una vera bambina. I seni non formati.

Questo luogo in cui ora ti ho messa,

è una stagione maledetta, una linea

sgraziata, un cerchio imperfetto. Un serpente in fiamme

che divora ciò che domani diventerà lui stesso.

POESIA

Alcuni confidano che il lupo

che hanno allevato dalla nascita

non si rivolti contro di loro.

Alcuni mettono la propria vita

in mani le cui dita

sono cinque silenziosi coltelli.

Alcuni non rammenteranno

niente, o moriranno

di quel ricordo.

23 febbraio 2005

ENRIQUE OMAR SIVORI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 02:08

  Nació en San Nicolás, provincia de Buenos Aires, el 2 de octubre de 1935. Se inició en River Plate, desde la cuarta división, hasta debutar el 4 de abril de 1954, ante Lanús. Siguió en River hasta mediados de 1957, año en el que fue transferido a la Juventus de Italia, que pagó 10 millones de pesos. Allí fue campeón dos temporadas y pasó al Nápoli. Abandonó la práctica activa el 1 de diciembre de 1968, tras una seria lesión en la rodilla. Fue integrante de la selección argentina en varios sudamericanos, y también llegó a jugar en el seleccionado italiano. Fue campeón en River en los años: 1955 y 1956 y marcó 28 goles con la casaca "Millonaria ".

"Io te digo Sandro che quando sento parlare de strees meto la mano a la pistola".

(Omar Sivori a Sandro Ciotti – La Domenica Sportiva, 1984)

22 febbraio 2005

PAROLE E FILM

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 14:00


“Il romanzo perfetto da cui trarre un film non è, a mio avviso, il romanzo d’azione, ma, al contrario, il romanzo che si occupa principalmente della vita interiore dei suoi personaggi. Quest’ultimo fornirà a chi si occupa dell’adattamento una vera e propria bussola, capace di indicare in ogni momento della storia cosa un personaggio stia pensando o provando. E da questo punto di partenza l’adattatore potrà inventare un’azione che sarà un oggettivo corrispondente del contenuto psicologico del libro, che drammatizzerà con precisione ma in un modo implicito e indiretto, senza dovere ricorrere a dichiarazioni letterali di significato per bocca degli attori.

Credo che se un film o un lavoro teatrale voglia dire qualcosa di veramente importante sulla vita, debba farlo in maniera molto obliqua, così da evitare conclusioni banali o idee che si legano troppo ovviamente le une alle altre. Il punto di vista che si cerca di sostenere deve essere completamente fuso con un senso della vita quale essa è, e deve essere portato avanti attraverso una sottile penetrazione nella coscienza del pubblico, e l’eccitazione che deriva dalla scoperta rende le idee molto più potenti. Bisogna usare l’eccitazione del pubblico che deriva dalla sorpresa e dalla scoperta per rinforzare le idee, piuttosto che rinforzarle artificialmente per mezzo di meccanismi del plot o falsi movimenti drammatici o false dinamiche da palcoscenico messe lì solo per dare una marcia in più.

E’ stato detto talvolta che un grande romanzo costituisce una base meno promettente per un film che non un romanzo che sia semplicemente buono. Io non credo che l’adattamento di grandi romanzi presenti problemi particolari che non si incontrano invece adattando romanzi buoni o anche mediocri; è solo che pioveranno critiche più pesanti se il film non è buono, e forse anche se è buono. Credo che quasi tutti i romanzi possano essere portati sullo schermo con successo, a parte quelli la cui integrità estetica è strettamente legata alla durata. Per esempio, il tipo di romanzo in cui una gran quantità e varietà di azione è assolutamente essenziale alla storia, così da perdere molto della sua forza quando si operano consistenti sottrazioni dal numero di eventi o dal loro sviluppo.

Diverse persone mi hanno chiesto come sia possibile trarre un film da Lolita quando gran parte della qualità del libro dipende dallo stile della prosa di Nabokov. Ma considerare in un grande libro lo stile di scrittura come qualcosa di più importante di qualsiasi altra componente significa semplicemente non capire cosa sia un grande libro. Ovviamente la qualità della scrittura è uno degli elementi che rendono grande un romanzo. Ma questa qualità è il risultato della qualità dell’ossessione dello scrittore per il suo soggetto, per un tema e un concetto e una visione della vita e una comprensione del personaggio. Lo stile è ciò che un artista usa per affascinare lo spettatore in modo da poter trasmettere a lui i propri sentimenti, le emozioni, i pensieri. Sono questi a dovere essere drammatizzati, non lo stile. La messa in scena deve trovare uno stile proprio, cosa che farà se riesce davvero a impadronirsi del contenuto. E nel fare questo farà emergere un altro lato di quella struttura che è confluita nel romanzo. Il risultato può essere buono come il romanzo o non esserlo; talvolta può in un certo senso essere anche migliore.

Stranamente, però, nel film a un certo punto interviene la recitazione. Nella sua espressione migliore, il dramma realistico consiste nella progressione di stati d’animo e sentimenti che fanno leva sui sentimenti del pubblico e trasformano ciò che l’autore voleva dire in una esperienza emotiva. Questo significa che l’autore non deve considerare carta e inchiostro e parole come i suoi strumenti di scrittura, ma deve piuttosto pensare di lavorare con la carne e i sentimenti. E in questo senso a me sembra che troppo pochi scrittori si rendano conto di quello che un attore può o non può comunicare a livello di emozioni. Spesso l’autore si aspetta che uno sguardo silenzioso possa trasmettere quello che sarebbe necessario un rebus a spiegare, e il momento successivo impone all’attore un lungo discorso per comunicare qualcosa che è completamente evidente nella situazione e che potrebbe essere espresso benissimo con una rapida occhiata. Gli scrittori tendono ad avvicinarsi alla creazione del movimento drammatico in termini di parole e non si rendono conto che la più grande forza che hanno a disposizione è lo stato d’animo e il sentimento che possono indurre nel pubblico attraverso l’attore. Tendono a guardare l’attore a malincuore, come qualcuno che probabilmente rovinerà quello che hanno scritto, piuttosto che considerare l’attore come il loro mezzo, in ogni senso.

Ci si potrebbe chiedere, in conseguenza di questo, se la regia non sia né più né meno che una continuazione della scrittura. Io credo che è proprio questo ciò che la regia dovrebbe essere. Ne consegue che un regista che sia anche scrittore è davvero lo strumento drammatico perfetto; e i pochi esempi che abbiamo in cui queste due particolari tecniche sono state controllate magistralmente da una sola persona, hanno prodotto, a mio avviso un lavoro che è il migliore possibile.

Quando il regista non è anche autore delta sceneggiatura, credo che sia suo dovere mantenersi al cento per cento fedele al senso dell’autore e non sacrificarne neanche una piccola parte a vantaggio del climax o di un qualche effetto drammatico. Questa può sembrare un ovvietà, eppure quanti lavori teatrali e film avete visto in cui l’esperienza di visione era eccitante e coinvolgente, ma quando è finito tutto avete sentito che dietro c’era molto meno di quello che si vedeva? Questo è generalmente causato da una stimolazione artificiale dei sensi per mezzo di una tecnica che non tiene conto del disegno interno del lavoro. E’ qui che si manifesta il culto del regista nella sua peggiore espressione.

D’altro canto, non voglio sostenere che si debba essere rigidi. Nella realizzazione di un film niente dà un senso di euforia maggiore che sentirsi parte di un processo che permette al lavoro di crescere, attraverso la collaborazione vitale tra sceneggiatura, regia, recitazione, che prende gradualmente corpo. Ogni forma d’arte correttamente praticata comporta una relazione continua fra concezione ed esecuzione, perché la concezione originale viene costantemente modificata man mano che si cerca di darle una realizzazione oggettiva. Nella pittura questa relazione avviene tra l’artista e la sua tela; quando si fa un film questa relazione avviene tra le persone.”

(Stanley Kubrick)

21 febbraio 2005

SIGNORI, I FATTI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 02:11

di Riccardo Ferrazzi

L’apprendista stregone mette in moto il sortilegio ma non sa come fermarlo e se ne lascia travolgere. Quando è partito il revival della solita, eterna, immutabile discussione su “letteratura popolare” e ruolo della critica, con l’inevitabile codicillo della solita, immutabile, eterna “questione della lingua”,   confesso di aver guardato alla cosa con un certo fastidio. Ho una certa età, e questa manfrina l’ho già vista ripetersi non so più quante volte. Sarà un mio limite, ma faccio fatica a convincermi di una cosa: che prima si debba scegliere una idea e poi si debba interpretare la realtà alla luce di quella. Scusate tanto, ma io resto attaccato al vecchio metodo: prima esamino i fatti, poi, se proprio non se ne può fare a meno, ci elaboro sopra una teoria.

  Ammetto subito che non ho fatto uno studio approfondito, ma mi pare che tra le grandi opere della narrativa di tutti i tempi, di best seller immediati non ce ne siano stati molti. Se lasciamo da parte i romanzi pubblicati a puntate, forse restano solo il “Don Chisciotte” e “I dolori del giovane Werther”. Addirittura, il Chisciotte è il primo caso di un best seller che ha richiesto un sequel. Ma tutti gli altri ? Seriamente, cosa mi dite di “Il monaco”, “Il boia di Béthune”, “Ettore Fieramosca” ? I successi di fine ottocento si intitolavano “I misteri di Parigi”, “L’ebreo errante”, “Sepolta viva”, e compagnia bella. Negli stessi anni c’erano fior di scrittori che scrivevano fior di capolavori,   però dovevano pubblicarli a proprie spese, quando non uscivano postumi a cura degli amici. Perché dobbiamo meravigliarci o scandalizzarci per il successo di Faletti ? E, a rovescio, perché dobbiamo prendere lucciole per lanterne e celebrarlo come “il più grande scrittore italiano vivente” ?

  Faletti è un onesto scrittore di gialli che ha avuto successo. Ne sono contento per lui (che mi è simpatico fin dal suo primo apparire a Drive in), ma ne sono contento anche per la letteratura: non riesco a togliermi dalla testa l’idea che, dei due milioni di lettori che si è accaparrato, qualcuno insisterà a leggere, ci prenderà gusto e un giorno arriverà ad apprezzare anche Faulkner e Musil. Però ogni cosa va collocata nel giusto contesto. E a questo punto bisogna guardare i fatti in prospettiva storica.

  Di nuovo: io non ho fatto uno studio approfondito (e dubito che esistano statistiche in merito) ma quanti erano, all’inizio del seicento, gli spagnoli che sapevano leggere e scrivere? Quando parliamo del Chisciotte best seller di quale pubblico stiamo parlando ?   

  E ancora: alla fine del diciottesimo secolo, per quanto fossero progredite la cultura, la stampa e la pratica della traduzione, quanti erano in tutta Europa a leggere il best seller del signor Goethe ? E soprattutto chi erano ?

  Be’, qualche risposta possiamo darla. Nella Spagna del seicento leggevano i nobili, i preti e pochi altri. In Europa, alla vigilia della rivoluzione francese, leggevano i nobili, i preti e i borghesi. Ma i borghesi erano dieci volte più dei nobili e dei preti messi assieme. La loro cultura era più d’accatto, i loro gusti erano più terra terra, il loro pane quotidiano era il feuilleton. Per ogni Dickens, per ogni Balzac, c’erano centinaia di scribacchini pagati un tanto a colonna per riempire il supplemento del sabato delle gazzette, e molto spesso questi pennaioli avevano più successo di quelli le cui opere hanno retto al vaglio dei secoli. La “letteratura popolare” era già nata allora e ha sempre goduto di ottima salute.

  Sul finire dell’ottocento il movimento socialista portò all’alfabetizzazione le masse operaie che, fino a quel momento, si erano formate una cultura solo sulle opere di Verdi. Ai primi del novecento arrivò il cinema. Crisi, superamento e rilancio. A metà del secolo arrivò la televisione. Altra crisi. Ma la letteratura non muore. Ogni allargamento della base è benvenuto, ma l’espansione del mercato è progredita a tappe forzate. Non si può chiedere ai nuovi venuti di essere già smaliziati lettori di Joyce o di T.S. Eliot, di averli assimilati e digeriti, di aver gustato il postmoderno e di averlo superato. Non si può chiedere al salumiere (o perlomeno non a tutti i salumieri) di lavorare dieci ore al giorno per poi vegliare meditando sui versi di Neruda o di Kavafis.  

  Se la cosiddetta “letteratura popolare” ha dilatato i suoi numeri, perché dovremmo temere per la letteratura con la Elle maiuscola ? Certo, sono esistiti, esistono anche scrittori di valore che vendono centinaia di migliaia di copie, ma non sono la regola. Di solito, chi vive di diritti d’autore è schiavo di un cliché e raramente entra nei libri di letteratura. Si può scrivere per fare soldi, diventare famosi e scopare le veline; oppure si può scrivere per dire qualcosa. In questo caso sarà meglio non farsi illusioni, elaborare una strategia di nicchia e rivolgersi a una fetta di pubblico bene individuata. Che c’è di male in tutto questo ? È poi così desiderabile che milioni di (rispettabilissimi) salumieri acquistino e leggano (possibilmente in originale) “Der Mann ohne Eigenschaften” ? Oppure è indispensabile che ogni scrittore legga ogni anno l’ultimo Faletti o l’ultima Cornwell per “documentarsi” ?

  Invece di certi dibattiti inutili e ripetitivi, non sarebbero meglio delle serie e oneste recensioni che aiutino i lettori a orientarsi nel mare magnum delle moderne librerie?

19 febbraio 2005

BERLINO, SOGNO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 22:48

A Berlino che giorno è lo street fashion fa victims tutti i giorni appollaiati in Alexanderplatz dicono aufwiedersehn e Franz resuscita al Cafè Doeblin.

Nel frastuono techno, tra lounge minimal e ambient cova l’ansia

Unter den Linden,

ma poi svanisce nel terso sole.

Passo attraverso l’Hohenzollern Kanal sognando di fumare narcotici

del cartello di Medellin.

Nella Karl Marx Allee il da tempo defunto omonimo filosofo si rivolterebbe nella tomba

mentre—————————————————————————-

Hitler dall’inferno vede profilarsi, laddove sostava la cancelleria del Reich millenario

gente non proprio ariana e fuma di rabbia,

mentre Lucifero gli fa una testa così perché vuole sapere, da quasi 70 anni,

come diavolo

ha fatto a compiere i suoi diabolici scempi; si sente in soggezione.

Musica e cultura, Berlino è una supercittà tra inferno e paradiso,

sfilano mostri a novantotto teste, cadaveri vivi, pornoplastica, zum zum dada umpa

ein schoenen Tag, ich hatte die Hoden voll, wo bist du, ick bin ein Berliner

così disse JFK quella volta 40 anni e rotti fa, hier, in Berlin.

Ick bin ein Mann fuer alle Faelle, so sagte Harald Juhnke .

Udo Juergens canta ancora Sechsundsechzig Jahre, o forse era Peter Alexander o era

Heino?

Non era il viennese Falco, questo lo ricordo, alles klar Herr Kommissar.

Poeti algebrici mimano le contorsioni di mimi tubercolotici

nel paradiso berlinese.

Unter den Linden sfoggio la mia camicia gap, gas, giap, sono diventato

modaiolo freakciccarolo e me piace, mo’ vieni a magnà lo stinco de maiale, mortacci tua

dico a un romano di passaggio;

I’m sorry, do you know who I am?, chiede una signora del Minnesota a una del cantone di Uri.

C’è il destino, a Berlino.

Città cosmica, senza tregua, sconfinata nei suoi locali

e nelle architetture soffusamente deliranti.

Una gioia per gli occhi.

Birra siderale a fiumi.

Leggo Hammett e Ring Lardner sotto un albero seduto su una panchina del parco.

Ci sono vecchi nel parco che non vedresti a Milano, sono

ringiovaniti, ringiovaniscono.

E’ essenziale esserci, qui

ancora vivi, vivi di nuovo.

Fumo una Roth-Haendle pensando che questa era la patria di mio padre,

che io sono milanese e – lech mich am Arsch-, vivrei qui subito.

Fuggirei qui con me stesso.

Il mio aereo parte tra due ore soltanto, devo

affrettarmi.

Purtroppo.

Prendo un taxi Mercedes fino all’aeroporto, un’ultima birra prima dell’imbarco.

Sono nel cielo sopra Berlino senza Wenders tra i piedi,

con un amico americano di qualcuno

che mi dice sorry, e beve limonata.

Classe economica.

Atterro a Milano in perfetto orario.

La prossima volta, da Berlino, non fuggirò più.

Lo prometto alla mia felicità,

qualunque cosa questo significhi.

18 febbraio 2005

IL MATTINO HA L’ORO IN BOCCA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 16:01

di Jack Torrance

il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il  mattino ha l’oro in bocca 

Older Posts »

Powered by WordPress