The FK experience il sito di Franz Krauspenhaar

31 gennaio 2005

DARWIN, UNA BIOGRAFIA NON AUTORIZZATA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 14:11

di Lorenzo Galbiati

(Ecco la seconda puntata della serie su Darwin. La prima è andata in rete giovedì 20 gennaio. Buona lettura. M.U.)

Seconda parte

Una testa che scoppia

Già nel 1832, quando era sul Beagle, Charles Darwin conosceva come le sue tasche i due volumi del libro Principi di geologia di Charles Lyell, la Bibbia dell’attualismo (o uniformismo). Secondo questa scuola di pensiero la Terra, creata da Dio all’inizio dei tempi (quando? nessuno si azzardò a dirlo) era cambiata grazie all’intervento di cause fisiche presenti tutt’ora, le quali mantengono intensità costante in ogni epoca geologica. La Terra, quindi, non può che mutare gradualmente; anche gli eventi più drastici non si configurano come catastrofi in grado di cambiare considerevolmente la vita sul pianeta. Questa teoria (non corretta) si opponeva al catastrofismo, concezione (ancora più scorretta) che postulava il cambiamento repentino della Terra attraverso grandi catastrofi, come il diluvio universale.

Lyell era l’interprete più illustre dell’attualismo e fu amico anzi maestro di Darwin. Nella sua visione il mondo, sebbene statico, attraversa dei cicli eterni e nel passaggio da un ciclo all’altro si verifica l’estinzione di molte specie (come documenterebbero gli strati presenti in molte rocce con i rispettivi fossili). Poiché le specie sono immutabili, e quindi non evolvono, in corrispondenza di ogni grande estinzione si verifica la creazione di nuove specie che rimpiazzano le defunte. In pratica, secondo Lyell il buon Dio in cielo è un gran giocherellone che continua a distruggere specie e a costruirne altre: modella l’argilla, la mette sulla Terra, le insuffla il soffio vitale e voilà: una nuova specie!

Vi chiederete come sia possibile che Lyell sia stato un maestro di Darwin. Me lo chiedo anch’io! Lyell non fu neanche un precursore delle idee di Darwin, tuttavia la sua insistenza sul gradualismo delle trasformazioni della natura penetrò per bene nella mente di Charles; inoltre, Lyell si poneva le domande in modo corretto: moltissime specie si sono estinte e altre sono comparse dopo sulla Terra: come? È stato sempre il Gran Giocherellone a crearle? Possibile che non stia fermo un attimo? Darwin non era convinto dell’idea di una creazione perpetua e quindi seguì la pista di Lyell cercando di risolvere l’enigma. E cominciò ad avere i primi mal di testa.

Come già detto, fu la visita alle Galapagos che instillò i primi dubbi a Darwin. Quando tornò in Inghilterra, Charles diede al famoso ornitologo John Gould gli uccelli che aveva raccolto su quelle isole e attese con ansia che li classificasse. Quando seppe che i tordi raccolti su tre differenti isole delle Galapagos appartenevano a tre specie diverse, Darwin concluse che queste dovevano essere derivate da un’unica specie progenitrice appartenente al Sud America. Aveva infatti già notato che “la maggior parte delle specie dell’arcipelago Galapagos hanno caratteri nettamente sudamericani e soprattutto in ogni isola del gruppo esse si presentano con piccole differenze caratteristiche” (Autobiografia).

Era diventato un evoluzionista. Evviva! Già, ma come spiegare i meccanismi dell’evoluzione? La testa di Darwin era in fermento. Problemi di ogni tipo affioravano nella sua mente e lo misero a dura prova. Basti dire che la teoria che stava formulando gli fece perdere la fede in Dio, e dal 1838 si proclamò agnostico.

Tra il 1837 e il 1838 lesse moltissimi libri, non solo saggi scientifici ma anche filosofici e teologici. E incappò nell’opera di un filantropo: il Saggio sul principio di popolazione (1798) del pastore anglicano Thomas Robert Malthus. In quest’opera di demografia si postula che le popolazioni aumentano in progressione geometrica (1-2-4-8-16 ecc.), mentre le disponibilità alimentari si accrescono solo in progressione aritmetica (1-2-3-4-5 ecc.). Di conseguenza gli individui di una specie sono in competizione tra loro per accaparrarsi le risorse: è questa la struggle for life. “Affermiamo,” scriveva Malthus, “che la popolazione quando non venga frenata, si raddoppia ogni venticinque anni.” Malthus sosteneva che, se non si fosse intervenuto con mezzi artificiali, le popolazioni sarebbero andate inevitabilmente incontro a gravissime crisi alimentari periodiche, che ne avrebbero determinato la decimazione per fame e malattie. Per evitare queste disgrazie Malthus, ispirato dalla carità cristiana, proponeva ai poveri di evitare di sposarsi e quindi di astenersi dalle pratiche sessuali, che dovevano essere riservate ai ricchi, ossia a coloro che avevano naturalmente i mezzi per allevare i figli. Era assolutamente contrario allo stato sociale, all’assistenza sanitaria gratuita, a ogni “sperpero” di soldi per individui che non avevano i mezzi necessari per la sopravvivenza. Quando un fedele, fuori dalla chiesa, gli chiedeva: “ma nel Vangelo non c’è scritto: ‘dai da mangiare agli affamati’?”, il reverendo Malthus aveva una crisi di nervi, quindi esclamava: “la natura non distribuisce pasti gratis!”

Charles Darwin quando lesse Malthus, nel 1838, era già convinto dell’esistenza della lotta per la vita e il saggio sulla popolazione costituì un punto di appoggio decisivo per la teoria della selezione naturale, che aveva già maturato. Malthus colpì Darwin per il suo approccio quantitativo, per la sua aritmetica popolazionale: il Nostro si convinse che alcuni individui dovevano per forza essere “eliminati” mentre potevano sopravvivere e avere discendenti solo quelli in possesso di “variazioni individuali vantaggiose”.

Evito di entrare nel merito delle controversie sulla veridicità o meno delle affermazioni di Malthus, e su quanto le sue idee di economia politica abbiano influenzato il pensiero di Darwin. Mi limito a dire che molto di ciò che viene imputato a Darwin (e che ha portato al cosiddetto darwinismo sociale) è invece da attribuire all’opera di un suo contemporaneo, Herbert Spencer, il quale non diede alcun contributo positivo alla biologia.

Nel 1839, all’età di trent’anni, Charles Darwin aveva nella testa, aggrovigliata come un gomitolo di lana, una delle teorie più complesse e rivoluzionarie della storia delle scienze. Per evitare di impazzire del tutto iniziò a srotolare il gomitolo scrivendo un importante manoscritto, l’ Essay, che completò nel 1844. Questo documento sovversivo rimase però nel cassetto, poiché quel fifone di Charles credeva che la comunità scientifica non fosse ancora pronta per una teoria evoluzionistica come la sua. Darwin era talmente consapevole dell’importanza dell’ Essay che diede istruzione alla moglie Emma di pubblicarlo in caso di sua morte.

Charles ed Emma

Non appena videro loro fratello sbarcare dal Beagle, le sorelle di Charles si accorsero con preoccupazione di quanto fosse cambiato: aveva l’aspetto di un uomo di 40 anni, parlava tra sé e sé e quando gli fu di fronte le riconobbe a stento. Una sola cosa le rassicurò: puzzava ancora, se possibile più di prima. Ma questo non bastò a rasserenarle. Bisognava fare qualcosa prima che Charles diventasse uno zombie. Una donna: ecco la soluzione! Già, ma dove trovarla? L’unica possibilità era combinare un matrimonio al buio… oppure convincere una persona di famiglia, una ragazza non troppo bella, con spirito di sacrificio, senza tante pretese e amante della vita di campagna. Una sfigata, insomma. La trovarono: la cugina Emma Wedgwood.

Quando la presentarono a Charles, il loro beneamato fratello la squadrò da capo a piedi, soffermandosi sui fianchi, quindi disse: “brava Emma, sei cresciuta bene e ora sei proprio una bella manza, quei fianchi sono adatti a sfornare dei bei cuccioli! Sì, tu sarai la mia femmina!”

Ed Emma grugnì di felicità.

La vita con Charles non fu facile per Emma, che dovette fargli da madre, amante, amica e, soprattutto, infermiera. La salute di Darwin, infatti, iniziò a deperire non appena si trasferì a Down House con la moglie, a causa di una serie di gravi disturbi psicosomatici. La teoria dell’origine delle specie che rimbalzava nella sua testa lo metteva di fronte a insostenibili conflitti interiori, che sfociarono in patologie funzionali del sistema nervoso autonomo: era soggetto a forti cefalee, attacchi quasi quotidiani di nausea uniti a disfunzioni dell’apparato gastroenterico, aritmie cardiache e crisi respiratorie alternate a periodi di grande affaticamento e prostrazione.

È quasi incredibile che, nonostante questo costante stato di malessere, Darwin sia riuscito a espletare in modo egregio quelle che si rivelarono le sue attività preferite della maturità: il sesso e la scrittura di opere scientifiche.

Darwin aveva mutuato le sue idee su come far l’amore dall’osservazione degli insetti. I concetti base erano piuttosto semplici: il maschio doveva tendere un agguato alla femmina sorprendendola alle spalle, quindi doveva violent… pardon, possederla violentemente e rapidamente. Come sempre, Darwin cercò di mettere in pratica ciò che aveva imparato. Di solito avveniva che, finita la cena, Emma sparecchiava e si sedeva su una sedia della cucina; allora Charles le si avvicinava furtivamente, la prendeva sotto le ascelle, la sollevava, la stendeva sul tavolo, la spogliava brutalmente, si apriva la patta e la prendeva da dietro. La copula durava dai 2 ai 4 minuti (preliminari, si fa per dire, compresi). Al termine dell’operazione, Charles le dava una pacca sul culo dicendole: “sei proprio una bella manza”, si chiudeva la patta e andava in bagno a cacare. Inutile dire che questa tecnica sessuale si rivelò alquanto efficace: i coniugi Darwin ebbero dieci figli.

Dicevamo che l’altra attività a cui Darwin si dedicò fu la stesura di opere scientifiche. Un bel giorno Charles disse a Lyell che aveva in mente di scrivere dei piccoli lavori di geologia, tanto per ammazzare il tempo; fu così che scrisse due saggi: Struttura e distribuzione delle barriere coralline (1842) e Osservazioni geologiche sul Sud America (1846) con i quali entrò nella storia delle scienze della Terra. Nel primo saggio fornì una teoria sulla formazione degli atolli che stupì Lyell e che è tutt’ora valida e confermata dalle ricerche più recenti; nel secondo la sua teoria sul sollevamento della catena delle Ande risulta a tutt’oggi compatibile con la moderna teoria della Tettonica a Placche, fondamento della geologia attuale.

Terminata la fase “geologica”, un bel giorno del 1846 Emma vide Charles intento a osservare degli strani animali; gli chiese: “cosa sono quelle bestie, Charlie?” “Sono dei cirripedi, crostacei che ho raccolto lungo le coste del Cile. Sono animali molto interessanti e ho intenzione di studiarli per scriverci un saggio breve, tanto per ammazzare il tempo… Emma, perché non vai in cucina?” Fu così che Darwin trovò un altro passatempo da alternare a quello dell’impollinazione della moglie: lo studio dei cirripedi, a cui dedicò ben otto anni della sua vita, al termine dei quali scrisse una dettagliatissima monografia su questi animali che nessuno aveva mai degnato di tanta attenzione.

Nel 1855 Darwin lesse un saggio del naturalista Alfred Russel Wallace sull’origine delle specie e rimase sconcertato: “c’è in giro un altro pazzo come me!” disse a Emma, che non capì: “Charlie, che dici?” “Niente Emma, dico che forse è ora di rivoluzionare la biologia, ma al solo pensiero mi vengono delle allucinazioni e vedo il vescovo Samuel Wilberforce che inizia ad accendere il rogo…”

29 gennaio 2005

SOPRAGGIUNTA MATURITA’

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 21:29

 

“Forse era questo, pensavo. Forse stavo diventando troppo vecchio   per quel genere di seigiorni che stavo facendo, fratelli. Ormai avevo diciotto anni compiuti. A diciotto anni non si è più tanto giovani. A diciotto anni Wolfgang Amadeus aveva scritto concerti e sinfonie e opere e oratori e tutta quella sguana, no, non sguana, musica celestiale. E poi c’era il vecchio Felix M. con la sua ouverture di un Sogno di una notte di mezza estate. E poi c’erano tutti gli altri. E c’era questo poeta francese messo in musica dal vecchio Benjy Britt, che aveva scritto tutte le sue poesie migliori all’età di quindici anni, O fratelli miei. Arthur, si chiamava di nome. Quindi a diciotto anni non si era poi così giovani. Ma che dovevo fare?

Camminando per le strade buie in quel freddo inverno bastardo dopo aver pistonato fuori da questo sosto per il cià e caffè, continuavo a locchiare delle specie di visioni, tipo queste vignette nella gazzetta. C’era il Vostro Umile Narratore Alex che tornava a casa dal lavoro e si metteva davanti a una buona cenetta calda, e c’era questa quaglia tutta sorrisi di benvenuto e saluti tipo amorosi. Ma lei non la vedevo affatto cinebrivido, fratelli, e non sapevo chi potesse essere. Ma ebbi l’idea improvvisa che se andavo nella stanza accanto a questa stanza dove c’era il caminetto e dove c’era il tavolo con la mia cena calda, avrei trovato quello che veramente volevo, e ora tutto si collegava, quella foto ritagliata dalla gazzetta e questo incontro con Pete. Perché nell’altra stanza c’era una culla con un bambino che gorgogliava gu gu gu. Sì sì sì, fratelli, era mio figlio. E ora sentivo questo gran tamagno vuoto dentro le macerie, ed ero molto sorpreso. Sapevo quello che mi stava accadendo, O fratelli miei. Io stavo tipo maturando.

Sì sì sì, proprio così. La giovinezza deve andarsene, oh sì. Ma la giovinezza è un po’ come essere un animale. No, non proprio come un animale ma come uno di quei migni giocattoli che vendono per le strade, tipo dei piccoli martini fatti di latta e con una molla dentro e una chiavetta fuori e tu lo carichi trrr trrr trrr e quello pistona via, tipo camminando, O fratelli miei. Ma cammina in linea retta e va a sbattere contro le cose, sbam, e non può farne a meno. Essere giovani è come essere una di queste migne macchinette.

Mio figlio, mio figlio. Avrei spiegato tutto questo a mio figlio quando fosse stato abbastanza bigio da capire. Ma d’altra parte sapevo che non avrebbe capito o non avrebbe voluto capire e avrebbe fatto tutte le trucche che avevo fatto io, sì, forse avrebbe persino ammazzato qualche povera pulcella bigia circondata da ràttoli e ràttole miagolanti, e io non sarei stato capace di fermarlo. Né lui sarebbe stato capace di fermare il figlio suo, fratelli. E sarebbe andata avanti così fino alla fine del mondo, gira e rigira, come un tamagno martino gigantesco tipo Zio in Persona (per gentile concessione del Korova Milkbar) che girava e rigirava tra le grinfie gigantesche una lezzosa arancia saloppa.

Ma prima di tutto, fratelli, c’era questa trucca di trovare qualche mammola che volesse fare da madre a questo figlio. Avrei dovuto cominciare a cercare da domani, pensavo. Era tipo aver qualcosa di nuovo da fare. Era qualcosa in cui dovevo mettermi subito, un nuovo capitolo che cominciava.

Allora ecco che si fa, fratelli, ora che sono arrivato alla fine di questa storia. Siete stati dappertutto col vostro piccolo soma Alex, avete sofferto con lui e avete locchiato qualcuno dei più lezzosi buggaroni che il vecchio Zio abbia mai creato, tutti addosso al vostro vecchio soma Alex. E tutto per via che ero giovane. Ma ora che sto finendo questa storia, fratelli, non sono giovane, non più, oh no .   Alex tipo maturando sta, oh sì.

Ma dove pistono adesso, O fratelli miei, solo solicello, voi non ci potete venire. Il domani è tutto tipo fiori profumati e la lezzosa terra continuerà a girare con le stelle e con la vecchia Luna lassù e col vostro vecchio soma Alex tutto solicello che si cerca tipo una compagna. E tutta quella sguana. Un terribile mondo lezzoso e buggarone per davvero, O fratelli miei. E così adieu dal vostro piccolo soma. E a tutti gli altri personaggi di questa storia profondi sguerzi di musica labiale prrrrrr. E possono baciarmi le bacche. Ma voi, O fratelli miei, ricordatevi qualche volta di me che fui il piccolo Alex vostro. Amen. E tutta quella sguana”.

(Anthony Burgess – Arancia Meccanica)

28 gennaio 2005

CARLO AZEGLIO CIAMPI VS VINS GALLICO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 19:45

di Vins Gallico

VG: Be, Carlo Azeglio, ti vedo provato. Ti sei preparato il discorsetto per la giornata della Memoria?
CAC: Come no? Lo tengo in tasca. Sarà qualcosa di molto toccante.
VG: Per quanto mi riguarda gradirei non essere sfiorato, che non so come reagirei…
CAC: Senti qua, cittadino Gallico, sono cose che ti riguardano, nonostante la tua giovane età. Ti leggo un paio di passaggi. Ad esempio beccati questa: “Le leggi razziali fasciste del 1938 segnarono anche il più grave tradimento del Risorgimento e dell’idea stessa della Nazione italiana al cui successo gli italiani di origine ebraica avevano contribuito in modo determinante, da Daniele Manin a Ernesto Nathan, primo sindaco di Roma”.
VG: Guarda, Carlo Azeglio, io sinceramente con tutto il rispetto per Manin e Nathan non mi metterei a fare nomi. Se no ti tocca citarne altri sei milioni. Più che altro ‘sta storia dell’idea di nazione italiana mi sembra un po’ una stronzata. I fascisti erano italiani, hanno collaborato al progetto nazista, si basavano sull’idea di nazione italiana.
CAC: Dilla colla lettera maiuscola la parola Nazione, quando parli, cittadino Gallico. E sappi che come dico io nel mio discorso non possiamo dimenticare “il comportamento della gran parte dei militari italiani internati che rifiutarono di collaborare, accettando la prigionia e talvolta anche la morte pur di mantenere fede alla parola data con il giuramento di fedeltà alla Nazione italiana”.
VG: Carlo Azeglio, ma proprio oggi mi dici ‘ste cose? E allora i soldati che consegnarono gli ebrei ai nazisti, li fecero salire sui treni, li sperdono nei KZ? Oppure siamo ancora co’ ‘sta storia “Italiani, brava gente”?
CAC: Vabbe’, cittadino Gallico, vedo che sei uno di quelli colla testa di legno. Erano i nazisti i cattivi e non noi. Comunque, come si legge anche nel mio discorso, la fine della seconda guerra mondiale “ha segnato anche la fine degli orrori del nazismo”, ha sollevato un sentimento di liberazione “non solo dai lutti della guerra ma anche dalla persecuzione di un popolo e di un’intera civiltà, quella ebraica: una tragedia nella tragedia che non abbiamo saputo evitare”.
VG: Ma, scusa Carlo Azeglio, non è che a furia di liberarci poi ci scorderemo come è andata davvero?
CAC: Ma no, ce lo ricorderemo in quanto cittadini europei e come sappiamo tutti l’Europa è – vedi lo dico anche qui – un baluardo di una cultura “fondata sul rispetto e sulla tolleranza contro rinascenti fenomeni di discriminazione razziale, religiosa ed etnica”.
VG: – Ma allora l’antisemitismo dilagante un po’ ovunque, i manifesti della lega contro i mussulmani, i cpt e le condizioni penose degli immigrati, sono cose che me le ‘sto sognando? O in Italia non succedono?
CAC: Cittadino Gallico, tu così parlando perpetri il tradimento della tua Nazione.
VG: No, no, Carlo Azeglio, delle nazioni in generale. Mica solo la tua in particolare.
CAC: Allora io di che diamine sarei presidente? Eh, testa di legno? Rispondi… Dove te ne vai, senza rispondere… ehi, cittadino … cittadino Gallico.

P.S. Le affermazioni di C.A. Ciampi sono estrapolate dal suo discorso del 27 gennaio 2005 e facilmente consultabili in un articolo de La Repubblica (http://www.repubblica.it/2005/a/sezioni/cronaca/memoria/ciampirazz/ciampirazz.html)

27 gennaio 2005

SUL DIBATTITO DEI GIORNI SCORSI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 17:20

Alla fine non ci sono riuscito. Avevo sintonizzato la radio sulle frequenze milanesi di Fahrenheit per ascoltare il dibattito tra Carla Benedetti, Loredana Lipperini e Benedetta Centovalli. Poco dopo le 15 un’incombenza urgente mi ha costretto a uscire di casa. Mi sono perso la trasmissione, ecco. Certo, il dibattito era nato su Nazione Indiana ed era proseguito nei giorni scorsi a reti unificate, per così dire, con Lipperatura. Per cui a me, come ad altri, è capitato di fare  lo stesso commento sui due blog. Le mie idee, devo dire la verità, sono sempre più confuse. Intendiamoci: dai commenti ho appreso alcune cose importanti, le questioni sono state sviscerate a volte visceralmente, spesso con viscerale cognizione di causa. Hanno commentato critici, giornalisti, scrittori, blogger (cioè scrittori della rete in odore o addirittura in procinto di passare alla carta stampata o della carta stampata che si cimentano anche nell’etere di queste nostre pioneristiche "radio da leggere"). A me personalmente manca l’ultimo pezzo, il finale radiofonico. Se qualcuno che ha ascoltato la trasmissione volesse dire la sua anche in questo spazio ne sarei felice. Ancora oggi, su Lipperatura, il dibattito continua. Ci sono degli interventi davvero degni di nota, come quello di Maurizio Becker, per esempio. Ma, come dicevo, le mie idee rimangono lo stesso confuse. Avrei voglia di dire -forse cinicamente – che le storie, tutte le storie, anche quelle vere, non fanno che ripetersi ossessivamente. Ma è ovvio che tra la società letteraria di un secolo fa e quella attuale molte cose sono cambiate. Ma l’essenza? Io cerco l’essenza, e non la trovo. Credo di aver capito – e qui smentisco il mio abituale cinismo- che tutti hanno le loro ragioni, direi sacrosante. Mi è sembrato, per una volta, di aver assistito e partecipato a uno scambio di idee che andava ad afferrare il nocciolo del "problema letteratura". Mi è sembrato di assistere a un salto di qualità eseguito da questo nostro mezzo di comunicazione – parlo dell’uso che si fa comunemente dei blog. Vedete, io qui faccio ormai l’editore. Non ridete. O meglio, ridete pure, ma fino ad un certo punto… Insomma, qui ho messo in piedi (non so nemmeno come) una specie di rivistina sprint &spray. Un contenitore, anche se non pippobaudesco diomenescampieliberi. Cerco di alternare pezzi acutamente gravi e pezzi acuti con minor forza di gravità, diavolo in me e acquasanta per tutti, alto q.b. (quanto basta) e moderatamente basso. Dite che il moderatamente basso prepondera? Puo’ darsi, anche se ho i miei dubbi. Ma insomma, su NI e dalla Lipperini mi è sembrato che questo nostro strumento di conoscenza e comunicazione così nuovo e ancora a parer mio inesporato – il blog – nella fattispecie di questa discussione sui massimi sistemi editoriali abbia fatto un salto di qualità. La partecipazione di alcuni esponenti delle interconnesse categorie, scrittori critici e lettori (che poi, a ben guardare, queste tre figure le incarniamo tutti a seconda della situazione) ha liberato dalle arse gole di molti alcuni rospi che andavano evidentemente sputati. Dite che sono troppo generico? Può darsi, ma non sono qui per fare il riassunto di una convention.  La letteratura, questo è quello che penso perlomeno con una certa chiarezza, non è popolare. Si, esiste la letteratura popolare, ma all’interno del "mondo letteratura" questa, spesso,  risulta impopolare. Gli editori macinano titoli a raffica a fronte di una domanda (so che la parola non è quella esatta, perchè non parliamo di generi di prima necessità, nonostante tutto) tutto sommato esigua. Non c’è contraddizione, a mio parere, tra ricerca del profitto e ricerca della qualità. E non è vero, sempre a mio sommesso parere, che la letteratura di progetto non ha spazio. La letteratura cosiddetta di progetto ha pochi lettori, tutto qui. Vedo sui giornali e sulle riviste libri di piccoli editori opportunamente recensiti, oltretutto. Le recensioni fanno poco, ha scritto più o meno Loredana Lipperini in suo commento di qualche giorno fa. E dunque? Se la televisione mostra altro (la televisione ha la sua fiction, che è quella dei telegiornali, e dalle sue fiction cinematografiche – vedi Buzzanca ultimo atto- provvede ad aprire dibattiti su temi come l’omosessualità vista da destra), i libri possono farsi vedere (per dire che esistono) solo sui giornali, in settori e spazi sempre più ristretti. E possono farsi sentire alla radio, nelle splendide nicchie come quella di Fahrenheit. La letteratura, in sostanza, è genere per pochi. E’ un genere. Un genere borghese concepito e consumato da borghesi. Oggi è così. Perlomeno, io la faccenda la vedo così.

26 gennaio 2005

L’OPERA STRUGGENTE DI UN FORMIDABILE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 18:15

 

di Ennio Veruziis

(Ecco un pezzo di Ennio- il suo blog tra i miei link- su un provino immaginato?. Ogni riferimento ecc.ecc.è puramente casuale ecc.ecc. Buona lettura. M.U.)

I provini sono finiti e Pippo, stanco di tutto o quasi, si guarda intorno circospetto. Nessun’altra piccola nessuna gli andrà davanti saltellando e fingendo di ballare. Nessun’altra sciacquettata si leccherà le labbra inumidita dal misero desiderio di beccarsi il posto nel corpo di ballo della sua trasmissione. Pippo ha pensato alla fine dell’ultimo provino che tutte le ragazze che si erano presentate erano buone solo per essere infilzate e poi ributtate giù per la strada da sole e con una spallina calata. Se le immaginava tutte così, con la spalla destra nuda, il rossetto sbafato e la bocca un po’ impastata. Umiliate ma zitte. Piagnucolanti e remissive.

Quando Pippo si è alzato dalla sedia con le zampe di metallo e ha sentito il sangue riprendere a scorrergli nelle chiappe non si aspettava di vedere la porta aprirsi di nuovo, con quel cigolio umile che sottolineava la disposizione al sopruso delle ragazze che l’attraversavano. Uno avrebbe detto che l’ambizione portava sacrificio e il sacrificio porta umiltà, ma lui se era dov’era c’era perché all’umiltà aveva preferito la determinazione, e perché i ruoli che gli uomini ricoprono nello spettacolo non richiedono quasi mai prestanza o disponibilità sessuale. Richiedono semmai una simpatia generica da dopo pranzo di Ferragosto. Una chiacchiera stopposa da ammazzacaffè, quando lo stomaco è troppo pieno perché lo spettatore si chieda qualsiasi cosa e al massimo si fa una finta risata anche a voce alta se è in compagnia. Quindi, con la porta che si è aperta nuovamente e i primi squarci di gambe che si sono insinuati nella stanza, e Pippo è là che guarda giù dalla finestra le ragazze provinate che si confrontano e raccontano cosa avevano dovuto fare, si è riaperta anche se solo per un attimo la sequenza di estenuanti evoluzioni cui tutti dovevano assistere. Un ultimo provino.

Pippo si è voltato verso la ragazza abbandonando le chiacchiere delle piccole sfigate ignare di essere state escluse già prima di aver sostenuto le prove e l’ha squadrata come si squadra un ciauscolo prima di sceglierlo. L’annusata con gli occhi, l’ha tastata con gli occhi, la soppesata con gli occhi, l’ha già umiliata sforzandosi di fare una smorfia di indisposizione.

Alla ragazza Pippo ha subito e seccamente chiesto il nome. Ha scartabellato tra i fogli sul tavolo senza leggerli e dando a vedere che si stava chiedendo chi cazzo fosse questa qua ora. Lei gli ha risposto che era Melinda Marlowe e era la numero centoquarantanove. Era stata saltata perché a causa di un problema alle pareti dell’utero era dovuta correre al pronto soccorso per farsi installare un tampone che ne bloccasse le continue e copiose e inspiegate perdite. Pippo l’ha squadrata di nuovo e col sopracciglio più alto che poteva le ha detto "Quindi lei non può ballare", e ha raccolto i suoi fogli per comunicare alla ragazza precarietà e imminenza di fine. Lei gli ha detto "Sì, volendo posso anche ballare. Spero solo che regga il tampone". Così gli ha detto e Pippo il boss ha sorriso ai suoi collaboratori come a dire "Facciamoglielo pure il provino, ma tanto…". La ragazza se n’è accorta e un po’, c’è da dire, si è scomposta. Ma tant’è.

Pippo dopo qualche istante silenzioso passato senza alcun motivo a spostare i fogli fino a disegnare una grossa T le cui estremità indicavano le due possibili vie d’uscita dalla stanza (cioè le finestre e la porta) ha detto alla ragazza "Sicuramente lei, Melinda, sa suonare il pianoforte", sferrando il primo colpo all’autostima della vuota. La ragazza ha detto "Sicuramente" e Pippo ha alzato di colpo la testa dalla T sul tavolo e l’ha guardata. I collaboratori di Pippo hanno fatto un "oooo". Pippo, colpito ma non in positivo dal fatto che l’oggetto femmina sapesse suonare il piano, si è alzato di nuovo e è andato verso il suo cappotto verde scuro. Si è aggiustato gli occhiali bene sul naso e ha estratto uno spartito scritto a penna tutto mezzo scarabocchiato. È andato vicino alla tipa, l’ha presa per mano e dicendole "Venga venga. Vieni, su" l’ha trascinata fino al pianoforte a mezza coda piazzato in fondo alla sala, qualche metro dietro le schiene degli esaminatori. Melinda si è seduta, ha srotolato lo spartito e si è messa in quattro e quattr’otto a suonare. A qualche incertezza causata dalle cancellature e riscritture sullo spartito ha reagito accelerando sulle battute seguenti, cinguettando spedita sulle semibiscrome che, sadicamente, erano state seminate sul pentagramma a semi-casaccio. Inutili orpelli, ha pensato Melinda. Inutili e kitsch ha detto Melinda a Pippo una volta terminata l’esecuzione del brano. "A cosa ti riferisci ragazza?" le ha chiesto Pippo. "A tutte queste notarelle che appesantiscono la melodia qua e là" gli ha risposto Melinda con una voce improvvisamente tre toni e mezzo più bassa. "Sai chi è l’autore di questo brano?" ha detto Pippo con la gola che gli tremava per la rabbia e l’onta. "No" gli ha detto subito subito Melinda, con grande sicumera, "ma lo immagino" ha aggiunto poi. "E chi dunque?" l’ha incalzata Pippo. "Lei?" gli ha detto Melinda con un sorrisino forzato e ebete. "Brava cara" ha ripreso il conduttore, "e non è carino che tu ne parli così". "Massì massì" ha replicato Melinda, "il brano è discreto ma è un po’ ovvio e soprattutto è baroccamente barocco" ha concluso, poi. Pippo a questo punto si è indispettito. Ha strappato lo spartito dal leggio e se l’è messo in tasca alla bell’e meglio. Ha fatto qualche passo verso la finestra, poi è tornato verso Melinda. Si è fermato davanti a lei che è rimasta là con le mani tra le gambe poggiate sulla pelle marrone dello sgabelletto e le ha detto "Può andare Melinda, vada pure". "Ok" ha detto lei alzandosi con un balzello e trovandosi in un attimo già alla porta con la borsa in spalla e il cappotto appeso a un braccio. "Allora arrivederci" ha detto poi facendo capolino dalla porta. Nessuno le ha risposto. Pippo intanto è già tornato alla finestra e sta cercando le ragazze di prima, quelle che parlavano di come era andato il provino per il posto da ballerina. Non c’era più nessuno nel cortile. Solo qualche attimo dopo però comparve Melinda, col cappotto ancora appeso al braccio, che parlava al cellulare e rideva forte.

Aveva un nonsoché di giulivo che ha irritato ancora di più Pippo, era troppo sicura di sé. Pippo è tornato dai suoi collaboratori che erano rimasti assolutamente immobili sulle loro sedie con le zampe di metallo. Guardavano tutti ancora negli stessi identici punti di poco prima. Pippo gli ha detto "Questa Melinda Marlowe sicuramente no direi". Uno dei collaboratori, Giuliano Veruziis, gli ha detto "Signor Pippo, non abbiamo scelta. La Marlowe è la figlia del migliore amico del direttore Agostino. Lei è dentro comunque". Allora Pippo è andato su tutte le furie e per qualche istante, lo hanno sentito tutti, la voce gli si è strozzata e ha imprecato in falsetto.

25 gennaio 2005

sEp and the city. OVVERO: COME E’ POSSIBILE VIVERE A ROMA NONOSTANTE I NEGOZI CINESI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 16:09

di sEp

(Ecco un nuovo episodio della serie grosso modo mensile della come non mai ellittica sEp. Buona lettura. M.U.)

Certe volte ci vuole proprio e perché negarselo. Dopo una giornata magari faticosa, stressante, dopo avere chiesto tanto al proprio fisico e alla propria mente perché negarsi un buon massaggio. 45 minuti di leggere pressioni su diversi punti del corpo per riattivare la circolazione. Perché no? In fondo non è un trattamento estetico. Sono 45 minuti di semplice pressione ritmata calcolata e calibrata, dalla punta dei piedi alle scapole, davanti e dietro, imbustata in una tuta blu che si gonfia e si sgonfia. Solo 45 minuti. Ogni tanto ci vuole. Specialmente dopo una giornata passata per le stradine che a raggiera circondano, partono da, arrivano a, dietro a, all’incrocio di, passando per Piazza Vittorio. Piazza Vittorio è una Piazza risalente al periodo Umbertino nel mezzo del quartiere Esquilino e sembra un pezzo di Torino a Roma. C’è una leggenda metropolitana: si dice che da dieci anni il numero dei cinesi in città sia rimasto invariato non ostante le continue migrazioni dalla Cina verso l’Italia, questo perché per ogni cinese morto ammazzato dalla mafia cinese, e quindi non denunciato, si sostituisce un altro cinese clandestino, che tanto sono tutti uguali, passandogli il passaporto. Io non lo so se è veramente così, però Piazza Vittorio, ve l’assicuro, è piena di cinesi e di negozi cinesi, e ogni tanto si trova anche qualcuno che parla musulmano, ma per lo più lavora per i cinesi. Perché una signora di Prati si deve spingere fino ai confini etnici della città per ritrovarsi in un posto sovrappopolato di cinesi? Per fare spese. Lì l’argento costa dai 0,50 all’1 € al grammo e sotto natale anche una signora ha delle regole: vietato superare i 700 € di spesa per i regali. Solo che neanche una signora colma di spirito d’avventura si spingerebbe all’interno dell’Esquilino, dietro piazza Vittorio, tra le stradine che vanno da Piazza di Porta Maggiore a Piazza Vittorio, da sola. E la domanda a questo punto è la seguente: perché un fidanzato dovrebbe seguire la signora di Prati all’interno dell’Esquilino, tra Porta Maggiore e Piazza Vittorio, per permetterle di spendere non più di 700 € in regali d’argento da 0,50 fino 1 1€ al grammo? Perché lei ha assistito ad una riunione di movimento pur avendo l’alluce valgo? No. Perché lei, la signora, il giorno precedente, aveva ricevuto una laconico sms: “Mi piace il tatuaggio che hai sul seno”. La firma del messaggio era quella di un collega di lavoro. La signora, come ogni signora di Prati che si rispetti è fedele al suo compagno come una cagna: stupidamente, ed è anche feribile nella sua intimità come solo una signora di Prati può essere: stupidamente. Telefona al suo compagno ed in preda ad una crisi di sudore gli dice “lo sai che mi è arrivato questo messaggio? Che devo fare?” Il compagno che è compagno in tutti i sensi, ma che non è scemo, fa solo una domanda: “C’è qualcosa che devo sapere?” E scoppia l’inferno.

A chi non è capitato di ricevere delle avances, sottintesi commenti sul corpo, su un particolare aspetto o su una particolare zona del corpo. Frasi buttate lì con ingenua indiscrezione. Riflessioni voyeristiche di chi è riuscito a vedere il colore delle calze sotto i pantaloni indossanti con degli stivali, tatuaggi nascosti da reggiseni, piercing celati sotto vestiti ¾. Ci sono situazioni in cui, se non aiuta la natura, dovrebbe aiutare l’esperienza. Ma cosa succede quando è una signora di Prati a ricevere delle avances? Come reagisce quando, camminando per i negozi di Via Cola di Rienzo riceve un sms di un conoscente che le comunica di avere sognato il suo orecchino nascosto da fluenti capelli lunghi; quando riceve una e-mail in cui un collega le comunica di gradire particolarmente il tatuaggio che ha alla fine della schiena? Semplicemente questo non avviene. Le signore di Prati si tengono lontane da un certo tipo di commenti, un certo tipo di ambienti, e, soprattutto, da un certo tipo di sottintesi. Perché i ragazzi di Prati non agiscono così. I ragazzi di Prati li conosci a scuola, al liceo, ci cresci insieme, ti invitano a mangiare una crêpes a via Fabio Massimo, ti portano dei regali all’interno dei quali nascondono bigliettini d’amore che trovi solo dopo anni e allora passi il pomeriggio con l’amica anche lei di Prati a dirle quanto era stato cretino il tale ragazzo che tre anni prima ti aveva scritto ti amo in un bigliettino che non hai mai letto prima di allora. Ma non vanno per sottintesi. Magari se li conosci in terza liceo ti portano a cena fuori, e poi diventano avvocati e allora li incontri durante le file al tribunale che sono amici di amici, ci esci in gruppo, poi lui ti manda un sms sul tempo, tu gli rispondi, poi un altro e poi la cena. Ma se la signora di Prati esce da Prati? Poniamo appunto che si sia “imbastardita” e che non sia un avvocato. Cosa succede quando si spezza una catena di tradizioni codificate e conosciute sin da piccoli? Che si ricevono avances. E a quel punto una si trova a trent’anni a dovere fronteggiare una situazione di emergenza che la spinge quasi a lasciare il lavoro, passando per diversi stadi di angoscia. Ma il mondo le cade veramente addosso quando sente quella domanda: “C’è qualcosa che devo sapere?” Una donna nel panico potrebbe rispondere in molti modi, ma una signora di Prati in preda al panico ha un solo modo: “Sei un’egoista!” La catena di telefonate arriva fino a Londra dove amiche con più esperienza sono in vacanza. Le soluzioni autoprodotte vanno dal “faccio finta di niente” al “ è meglio fare finta di niente”, mentre il fidanzato continua a dare consigli poco praticabili come “manda l’e-mail a tutto l’ufficio” e la sorella ricorda che forse è il caso di parlare al collega della sua splendida luna di miele appena conclusa con la moglie nuova di zecca. Nella sua testa c’è solo una frase terrorizzata: “ma quando mi sono fatta vedere il seno?” e 3 anni di psicoanalisi le rispondono: “un girocollo è un tuo diritto! Questa è molestia sul lavoro!” E la nonna le ricorda a 12 anni che dallo specchio esce il diavolo, mentre il fidanzato domanda se questo tipo è fico e l’amica a Londra non risponde anche quando la signora le manda un sms “Ti prego ti devo parlare! Contattami appena puoi”. Ma l’amore trionfa: “Se non gli rispondi e fai finta di niente lui è legittimato a riprovarci e magari poi tu ti ritrovi in una situazione ben peggiore: a scostarti da un bacio o ti ritrovi una mano sul sedere, e allora sì che è imbarazzante…” All’idea della mano sul sedere che lei non saprebbe togliere prima di essersi domandata: “Sarò scortese?”, decide di trovare una soluzione: in fondo al liceo era brava nei temi e nell’estate tra prima e seconda liceo aveva letto D’Annunzio e risponde: “Grazie, ma non è un argomento di conversazione.” Incerta chiede conferma alla sorella che approva, sempre precisando che secondo lei dovrebbe ricordargli della luna di miele alla quale lei ha contribuito con un beauty case di Oliviero Martini, e al fidanzato che sentenzia “Io non sarei stato così accondiscendente, ma va bene.” Quello che rientra nella normalità dei rapporti quotidiani tra uomo e donna, quello cioè che per chiunque è routine, si trasforma in tragedia e, si sa, nei momenti di tragedia ci sono dei caratteri che si erigono forti e vigorosi, che affrontano il dramma, il problema, senza abbassare lo sguardo e senza cercare il fard nella borsetta; ma poi, superata la tragedia con successi inaspettati, eccolo lì: il crollo. Il passaggio è molto semplice: una signora per reagire ad un evento decide di utilizzare schemi diversi da quelli eteroposti, da quelli cioè con i quali è cresciuta, e la risposta non può che essere quella di chiudersi nel tradizionalismo più assoluto, di rifugiarsi nell’unico comportamento che accomuna tutte le donne in una situazione disperata, in quell’atto che i maschi, non ostante tutto, ancora non riescono ad ignorare: il capriccio. Ebbene sì, spesso, quando si trasgredisce in maniera così evidente alle regole, quando ci si spinge più il là, molto più in là, si sente il desiderio di accoccolarsi per un po’, di rintanarsi, cioè restare nella tana. La tana della tradizione. La tana delle cose che si conoscono. Sotto Natale. Così, come due più due fa quattro ed il sole sorge ad oriente, a Natale il capriccio “non mi fare comprare da sola tutti i regaliiiiiiiiiiiiiiiiii” scalfisce anche il no global più agguerrito (anche perché, diciamola tutta, il “mi nascondi qualcosa?” ancora brucia sotto forma di senso di colpa). Ma la signora di Prati, che comunque è uscita da Prati e ha superato così brillantemente una prova di vita lo sa, sa perfettamente che un così colossale passo indietro non sarebbe ammissibile: e allora al bando via Cola di Rienzo! via Condotti! corso Vittorio! Campo de Fiori! No! I regali di Natale si fanno nei negozi all’ingrosso dei cinesi: spesa minima, spreco pari a zero, fantasia cavalcante e soddisfazione incontenibile. Fino alla prossima amica che dice “I cinesi ci mangeranno vivi. Hanno comprato la De Longhi, 670 dipendenti verranno licenziati.”

24 gennaio 2005

RUSSELL EDSON ONE -TWO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 20:13

Ricevo dall’ amico Stefano Sanfilippo e pubblico un paio di brevissimi “pezzi” di Russell Edson, scrittore nato nel Connecticut nel 1935 e autore di 11 libri di prose poetiche, nessuno dei quali, a quanto pare, è stato tradotto in italiano. M.U.).

1.Soffriggere

Un uomo stava facendo soffriggere il proprio cappello, e nel frattempo pensava a come sua madre aveva fatto soffriggere il cappello di suo padre, e come sua nonna aveva fatto soffriggere il cappello di suo nonno.

Un po’ d’aglio, un po’ di vino, il cappello non sa assolutamente più di cappello, sa di mutande…

E facendo soffriggere il cappello pensava a come sua madre aveva fatto soffriggere il cappello di suo padre, e come sua nonna aveva fatto soffriggere il cappello di suo nonno, e pensò che gli sarebbe piaciuto in qualche modo trovar moglie, in modo da avere qualcuno che gli facesse soffriggere il cappello; a far soffriggere i cappelli ci si sente così soli…

2.Ci ricresce sinceramente

Come un lumacone bianco, la tazza del gabinetto scivola nel soggiorno, ed esige di essere amata. Ci rincresce sinceramente, ma non è assolutamente possibile.

Nel libro del cuore non si accenna agli articoli da bagno.

E sebbene molte volte ci si sia intimamente intrattenuti con te, tu appartieni a una stirpe disgraziata, a cui preferiremmo non unirci…

La tazza del gabinetto scivola fuori dal soggiorno come un lumacone bianco, gorgogliando * di dolore…

(* Difficile rendere il gioco di parole basato sul doppio significato del verbo flush, che vuol dire sia “arrossire, sia “far scorrere l’acqua”.)

IN PAROLE POVERE…

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 16:06

"Il problema essenziale lo si puo’ esprimere molto semplicemente. E’ stato l’impulso evolutivo a indurre l’uomo a creare la civiltà. Ma ora si è arenato in una civiltà che gli blocca l’impulso creativo. Del tutto inconsciamente la nostra civiltà ha fatto suo il principio secondo cui non si vive per altro scopo  che quello di restare in vita, con tutte le comodità possibili. Chi nel recarsi al lavoro passa davanti alle fabbriche enormi, agli immensi isolati d’uffici non vede in tutto quell’immane macchinario altro fine che di versargli una goccia di latte nel caffè e di permettergli di comprarsi un televisore a colori."

(Colin Wilson, La filosofia degli assassini)

KAMIKAZE A MILANO.

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 15:00

(Riprendo da Nazione Indiana questo comunicato dell’amico Jacopo Guerriero.M.U.)

Dal 25 al 30 di gennaio, presso il Teatro Verdi di Via Pastrengo 16, a Milano, andrà in scena Kamikaze , lo spettacolo di Teatro Aperto tratto dai Canti del Caos di Antonio Moresco.

E’ il risultato di un incontro importante, tra teatro e testo, tra gesto e parola.
Vi aspettiamo tutti!

Per informazioni è possibile rivolgersi ai seguenti numeri telefonici: 02/8323156 oppure 02.6880038 – 02.27002476

Mercoledi 26 gennaio, inoltre, sempre al Teatro Verdi, alle 18.30 è previsto un incontro con Antonio Moresco
ingresso libero

23 gennaio 2005

A GRANDE RICHIESTA: IL RITORNO DEL BISCELA. IO (CIOE’ LUI) E I CAMALEONTI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 15:26

Torna il Biscela. Un sessantenne sprint nato e cresciuto al Giambellino, uno dei quartieri più popolari di Milano. Un milanese doc. Uno che sa parlare il dialetto. Protagonista di alcune mie interviste apparse qui nei mesi scorsi sulla vecchia mala milanese. Un uomo onesto cresciuto in un quartiere difficile. Un uomo di una simpatia prorompente. Alla faccia di quelli che dicono che i milanesi sono tutti stronzi e non hanno senso dell’umorismo. Si, al 90%, forse. Forse addirittura meno. Ma poi, comunque, ci sono sempre delle magnifiche eccezioni.

Incontro il mio amico Biscela al solito bar. La cinese porta un caffè a lui e un marocchino a me. “Caffè/ malochino/ plego…” “ Glazie”, dico io come al solito. Il Biscela è in gran forma, col suo dolcevita rosso granata. Dimostra non più di 50 anni. E’ anche questione di spirito. (In quello a dire il vero ne dimostra 16…) E’ da un bel pezzo che dobbiamo parlare delle sue vecchie frequentazioni musicali ma non si trova mai il tempo, per un verso o per l’altro. Si parte dai Camaleonti, un complesso (come si diceva 30 anni fa) in voga appunto nei 60/70. Quelli di “L’ora dell’amore” , “Applausi”, “Perché ti amo”, “Io per lei”.

M.U. Allora Biscela, diamoci sotto: dimmi un po’ come sei arrivato ai Camaleonti.

B.Beh, la cosa era così: io frequentavo i vari locali di Milano, tra i quali il famoso Santa Tecla…

M.U. Frena, frena. Quando? In che periodo?

B. Eh, si parla dal 63 in poi… Insomma, non mi interrompere, dai… Ti dicevo che il Santa Tecla in particolare era la pista di lancio di tutti i gruppi nascenti in quell’epoca. Poi c’era anche il Parco delle Rose, però ci si andava d’estate. Insomma, i Camaleonti non erano nessuno, tutti ragazzi della mia età eccetera.

M.U. Vabè… Senti, vai un po’ a fondo, descrivimi il gruppo a quei tempi.

B. Niente; c’era il Ricky Maiocchi, quello che è morto l’anno scorso, ne abbiamo parlato, ricordi? Lui era il cantante. Poi c’era Tonino Crepezzi, tastiere e cantante anche lui, il Jerry, Paolo il batterista e Livio il chitarrista. Il fratello del Livio era il ragioniere del gruppo. Ho simpatizzato con loro alla grande lì al Parco delle Rose, sono diventato amico, giravo con loro nei locali, dal 64. Finivo di lavorare in tipografia e via nei locali, lo sai come facevo, te l’ho raccontato, no?

M.U. Si, e m’hai fatto una testa così… Senti, dov’è che andavi più spesso col gruppo?

B. Eh lì, alla trattoria Il Casotello, in via Fabio Massimo, prima del Parco delle Rose. In quella trattoria c’era il passaggio di tutti i gruppi nascenti, tutti squattrinati. Mangiavano lì prima di esibirsi.

M.U. Chi hai visto al Casotello?

B. E beh, c’era Fausto Leali, i Profeti… Prima ancora c’erano i Trappers, hai presente?

M.U. No. Chi erano?

B. Cazzo, nei Trappers c’era il Tonino Crepezzi prima che andasse nei Camaleonti. Quello era un gruppo della madonna anche se durò pochissimo; ci suonavano anche Mario Lavezzi, Alberto Radius e Chicco, il batterista della Formula 3.

M.U. Grandissimo Radius… E no, io non ci sto/ e no io non ci sto/ lasciatemi nel ghetto ancora un poooo’… “Nel ghetto”, grandissimo pezzo!

B. Si, fortissimo. E poi c’erano anche i Casuals, hai presente?…

M.U. Veramente no. I Casuals mi mancano…

B. Beh, erano quelli che si vestivano da nordisti… Poi c’era Teo Teocoli e altri, però ora non me li ricordo tutti, dai che ho fatto la notte… E lì al Casotello ho conosciuto la mia prima morosa, che si chiamava Luisetta. Ci sono stato assieme fino al 79, mi pare…

M.U. Cosa facevi coi Camaleonti?

B. Beh, ci vedevamo spesso in un negozio che loro avevano in Piazza Beccaria dove vendevano jeans. Questo nei primi anni 70. Io al pomeriggio quando potevo andavo lì al negozio a rompere le palle. E ci veniva parecchia gente per vedere se c’erano.

M.U. Era il loro periodo di maggior successo, quello.

B. Eh si. Ma erano bravi ragazzi, simpaticissimi, non se la tiravano per niente.

M.U. Adesso Biscela raccontami un aneddoto su te e i Camaleonti. Qualcosa di gustoso, dai!

B. Mi ricordo che una volta ero a Loano, dove andavo in ferie, era il 75 o giù di lì, insomma una sera sono andato ai Pozzi di Loano e lì ci siamo rivisti, saranno stati un paio d’anni che non ci vedevamo. Cioè, io ero andato ai Pozzi perché avevo visto fuori le locandine; sono andato ai camerini e lì mi hanno fatto una festa pazzesca. Poi dopo siamo andati al ristorante tutti assieme. Comunque, prima dello spettacolo, quando eravamo nei camerini a parlare dei vecchi tempi, a un certo punto siamo andati sul terrazzo, sopra i camerini c’era un terrazzo, te capì? E il Livio, il più spiritoso, mi fa’: Tè, Biscela, metti la giacca dei Camaleonti e saluta il pubblico là sotto’. E così ho fatto; ho alzato il braccio per salutare i fans che stavano sotto. I riflettori erano puntati verso di loro, cioè il pubblico, mentre io ero in penombra; e così mi presero per uno del gruppo e mi beccai un sacco di applausi. Le risate! Troppo divertente!

M.U. Ti ci vedo, lì che saluti il pubblico con la giacca dei Camaleonti!

B. Si. Ah, e mi ricordo che il Livio era goloso di olive, lì al Casotello era capace di mangiarsene anche due piatti una dietro l’altra… E sempre lì al Casotello li sentii dire con le mie orecchie: ‘ Quando saremo famosi torneremo sempre qui!’… Ecco si, questa cosa qui la disse proprio il Livio, me lo ricordo bene. Stavamo mangiando gli spaghetti alle vongole, mi ricordo. Era pure la sera che con la Luisetta decidemmo di metterci assieme, è stata una serata importante, quella. Insomma Markelo, con loro c’avevo proprio un bel rapporto di amicizia, e il gruppo era unito, mai una discussione, sempre allegria, niente invidia. Erano amici dall’infanzia, cresciuti praticamente assieme, te capì?

M.U. Ho capito Biscela. Grazie. E ora intoniamo: “ Applaaaausi/per gente come noi/ applausi/ tatatatata… E poi come faceva?

B. Canta ancora/ canta ancora/…

M.U. Si, si. E poi ?… Boh?

B. Boh? Bella canzone, però. Vabè, io vado a giocare la tris, tu che fai?

M.U. Ho da fare, vacci da solo. Grazie mille Biscela, caffè pagato.

B. E vorrei anche vedere… Quando va in onda il pezzo?

M.U. Ancora non lo so. Qua c’ho un palinsesto come la radio, te capì Biscela? Anzi, sai che ti dico, pagami tu il marocchino, fa il bravo…

(Segue, da parte del Biscela, il classico gesto dell’ombrello…)

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