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15 dicembre 2004

LA TUA FETTA E’ PIU’ GRANDE DELLA MIA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 16:27

di Elio Paoloni

 

(Recentemente, su queste colonne, si è dibattuto anche di colonialismo. Eccovi dunque un elettrico pezzo di E.P. sull’argomento. Buona lettura. M.U.)

 

Esilarante. Sì, sto parlando della lettura di seri lavori scientifici, e affermo che non mi sono mai divertito tanto in vita mia. La comicità non è involontaria ma non c’è stata neanche premeditata ricerca di accostamenti: è la Storia a essere comica. Deliro? Qualcuno pensa ancora che la storia sia rigoroso, geometrico, dispiegarsi di un disegno? Henri Wesseling mette in guardia dall’attribuire un senso che non sia circoscritto alla ricerca di un inizio o di una causa ( non possiamo parlare di un unico evento né di un’unica motivazione… la società non agisce secondo le leggi della meccanica… taluni atti possono essere definiti reazioni ad altri atti ma non in senso meccanico). La mentalità di un’epoca influenza le decisioni ma certi ordini di idee pur non mancando di logica non sono ovvii. Certe deduzioni (occorre dominare il Nilo per difendere l’Egitto) sono ovvie ma non ineluttabili. E se, coinvolti nell’orrore, quasi tutti concordiamo con Shakespeare nel considerare la storia "una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla", tuttavia, guardando un’epoca lontana, senza coinvolgimento emotivo o ideologico, succede che il prevalere della casualità e la bizzarria di alcuni attori trasformano i più drammatici degli eventi in una pochade.

La lettura di libri come "La spartizione dell’Africa, 1880-1914" ha scardinato tutte le mie solide – ancorché vaghe – certezze. E immagino che molti tra i non specialisti, anche quelli più acculturati e accorti, forse proprio coloro che usano fondare le proprie analisi geopolitiche sul colonialismo (per essere più precisi sui nefasti effetti del colonialismo) condividano il mio stesso bagaglio di luoghi comuni. Passerebbero pure loro di sorpresa in sorpresa.

Cominciamo dal titolo: spartizione. Non invasione, conquista, sfruttamento, men che meno colonialismo. Inizialmente (e per lungo tempo: a volte non ci fu altro) di questo in effetti si trattò: giochini geometrici condotti con incredibile spensieratezza su carte che definire geografiche sarebbe ridicolo. Matite e righelli si spostavano su candide superfici appena sporcate dal ghirigoro dei tratti finali dei fiumi, da indicazioni su montagne ipotetiche e su laghi dati per certi. Si era ancora all’hic sunt leones: questo Monopoli diplomatico fu giocato molto prima che si sapesse cosa si andava barattando, se in questi territori fossero presenti vegetazione o deserto, anime o solo bestie. Non ci furono vere conquiste, tranne in alcuni casi. Quelli che si ottenevano erano diritti di commercio: io navigo sul Niger e tu traffichi sullo Zambesi, l’Alto Nilo non si tocca se no mi inquinate quello Basso. Il fatto è che di quest’Africa lontana e costosissima (molti “ possedimenti” restarono fuor di possesso perché non c’era alcuna convenienza a impossessarsene) popoli e governanti non volevano sentir parlare.

Lord Salisbury, alla guida della politica inglese dal 1885 al 1902, non aveva interesse per l’Africa ( è stata creata per divenire una piaga del Ministero degli Esteri) ed era ben consapevole della casualità delle annessioni: “ lo studio assiduo delle carte geografiche è in grado di invalidare le capacità di raziocinio di un uomo”. L’Inghilterra, del resto aveva troppi antichi domini a cui badare. Molti ministri inglesi – che non avevano la possibilità di mandare soldati a garantire la sicurezza nelle “colonie” – finirono tuttavia per avallare le acquisizioni e difenderle nei congressi. Noblesse oblige (e poi non si potevano lasciare troppe aree di influenza ai francesi). E’ vero che si preoccupò di tenere sgombra (non si sa mai) una linea ipotetica quanto inutile tra il Cairo e Città del Capo (e, sempre perché non si sa mai, una in croce tra est e ovest) ma ci fu tirata per i capelli perché la rovina finanziaria dell’Egitto (che minacciava i crediti di tutta Europa) la costrinse ad amministrarlo direttamente. Tutto appare più subito che premeditato.

In quanto alla Germania, aveva un’Europa a cui badare. La Francia post Sedan, perdute l’Alsazia-Lorena e l’iniziativa industriale e commerciale, aveva più necessità di sfogo ma furono la marina e i geografi a inventarsi una vocazione coloniale che i capitalisti avversarono sempre (ancora nel 1914, solo un quarto degli investimenti nei domini subsahariani erano privati e tutti insieme non ammontavano che al 4% degli investimenti esteri francesi). Tranne alcuni governanti, nessuno voleva cacciar fuori un quattrino per queste imprese in perdita.

L’intero evento, dunque, fu affare di medi imprenditori e ufficialetti in cerca di gloria. Questa gente andava in giro a raccattare firme – si fa per dire – su concessioni di navigazione e commercio da quanti più capi tribù possibile. Si trattava di tribù stanziate lungo i fiumi ma si dava per scontato che gli accordi riguardassero il territorio sconfinato tutto intorno, sul quale nessuno dei firmatari aveva in pratica alcuna autorità, e a volte neppure conoscenze. Dopo di che, gli avventurieri giravano la cartaccia ai governi perché la sbattessero sui tavoli diplomatici. A volte andava bene, altre no. Cameron nel 1857 “annettè” una parte del Congo ma il governo inglese, ringraziando, rifiutò. Brazza nel 1880 fece altrettanto ma il governo francese rispettò la sua decisione e la fece propria. Il parlamento avrebbe anche potuto non ratificare il trattato ma lo fece. Le potenze avrebbero potuto rifiutarne il riconoscimento, come avrebbero fatto nel 1884 con il trattato anglo-portoghese, ma questa volta venne accolto. Così andavano le cose.

Altra sorpresa: la guerra più cruenta, la più terribile per i civili, fu una guerra tra bianchi, quella tra inglesi e boeri, sostanzialmente una guerra civile, perché le colonie olandesi erano in realtà popolate da moltissimi inglesi. Il lato comico della situazione, infatti, era che il governo inglese lottava per far perdere la cittadinanza ai propri sudditi (nella speranza che poi capovolgessero la politica delle repubbliche boere). Il casus belli non era solo futile, ma aberrante.

Verso gli indigeni, al contrario, si cercava di evitare le brutalità, dato che le motivazioni addotte per finanziare le missioni erano di tipo umanitario e le opinioni pubbliche non tolleravano notizie di eccidi (quando in Francia giunsero notizie sulla spietatezza della missione Voulet-Chanoin il governo fu salvato solo dal provvidenziale decesso dei due comandanti, dati per impazziti). I massacri, insomma, riguardarono più spesso gli invasori (investiti, volenti o nolenti, della “missione civilizzatrice”) che gli invasi (con l’eccezione dei metodi barbari e brutali che resero tristemente celebre l’operato tedesco in Africa Orientale). Le “conquiste” erano in prevalenza incruente e spesso fonte di ricchezza per le popolazioni locali.

Ma il capitolo più esilarante è quello dell’invenzione del Congo, ovvero del modo in cui un sovrano da operetta inventato qualche anno prima dalle potenze europee, privo di qualsiasi peso politico, finanziario, militare, riuscì a impadronirsi di un territorio grande due volte e mezzo l’Europa.

Non perdetevi per nulla al mondo l’intreccio di sospetti, gelosie, calcoli precisi e strampalati, visioni cortissime e lungimiranti che permisero non – si badi bene – l’annessione al Belgio, bensì l’acquisizione personale – tramite associazioni umanitarie che divennero poi imprese commerciali – da parte di Leopoldo II.

Il sovrano, dunque, ha voglia di un dominio, uno a caso. Solo dopo aver scartato Nuova Guinea, Formosa, Tonchino, Sumatra e persino l’America Latina si concentra sul Congo, organizzando una prestigiosa conferenza geografica a Bruxelles, per allestire basi alla foce del Congo, ovviamente allo scopo di organizzare opere filantropiche.

Ma un ufficiale francese in congedo straordinario, incaricato da un associazione privata di istituire postazioni atte “ ad approfondire le cognizioni scientifiche, diffondere il cristianesimo e combattere lo schiavismo”, pianta la bandiera francese da quelle parti e comincia a stilare trattati con i capi tribù. Ah, sì? Leopoldo fa preparare pacchi di formulari standard per i trattati e li affida al celeberrimo esploratore Stanley, che riesce a farne firmare centinaia. Sorge però l’ostacolo Portogallo, che vanta antichi diritti di scoperta. Gli inglesi aborrono il Portogallo, schiavista e monopolista, ma i diplomatici, di fronte al procedere dei trattati francesi, sono intenzionati a favorire il Portogallo (meglio un minuscolo Belzebù del diavolo potente che è la Francia). Che ti combina allora Leopoldo? Dichiara che nel SUO Stato Libero del Congo avrebbe imperato la libertà di commercio TOTALE. Per smerdarlo i portoghesi sbandierano i trattati di Stanley, grondanti clausole sui diritti esclusivi. E il sovrano, serafico: ho dovuto appunto esigere i diritti esclusivi per farne dono all’umanità intera. Ma proprio adesso la Germania comincia a metter becco nella spartizione: Bismarck ha dovuto ammettere che se nessuno può provare che le colonie siano utili all’impero, non si può nemmeno provare che siano dannose. In conclusione, però, anche ai tedeschi importa soprattutto che l’area non venga dominata da vere potenze. Perciò, anche se le pretese del belga erano fantasmagoriche (come se un’associazione con un paio di postazioni lungo il Reno tra Basilea e Rotterdam pretendesse la sovranità su tutta l’Europa Occidentale) le accettò.

Tocca convincere i francesi, che non temono certo lui (senza una marina, senza fondi, non sarebbe riuscito a mantenere il Congo) ma gli Inglesi, che avrebbero finito per impossessarsene. “ E io vi do il diritto di prelazione”! (il lato sbalorditivo: questo trattato non fu firmato con il Belgio, ma con il segretario di un’associazione che faceva capo al re. Il lato tragicomico: nel 1960, quando i belgi smobilitarono, De Gaulle fece presente la validità legale di quel diritto di prelazione). Ai francesi Leopoldo presenta una carta più grande di quella originariamente discussa a Berlino (comprendente il Katanga, che gli avrebbe regalato ricchezze minerarie enormi) ma quelli non fiatano: avendo il diritto di prelazione hanno interesse a che lo Stato sia il più grande possibile.

L’Inghilterra deve ancora approvare ma il trattato arriva al Foreign Office in agosto, con gli esperti di faccende africane in ferie (sì, sembra proprio una storia da ministeri romani). I funzionari presenti ritengono che la carta sia sempre quella del trattato di Berlino (nel frattempo di erano accumulati tanti di quei trattati, tanti di quei Congo, tanti di quei bacini del Congo e di quella associazioni del Congo che non si capiva più quale fosse la carta originaria) e ratificano.

E fu possibile aggiungere un altro evento storico nei manuali di storia”.

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