The FK experience il sito di Franz Krauspenhaar

31 dicembre 2004

AUGURI METROPOLITANI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 21:15

 

 

 

"AUGURO A TUTTI UN BUONARROTI E FELICE ANDREASI"

(Scritta con pennarello nero su un muro della Stazione Lotto della Metropolitana Milanese – 1981)

29 dicembre 2004

STARGATE GARGANO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 13:19

di Elio Paoloni

 

Lui non voleva. Non si era mai cimentato, non si riconosceva la necessaria spiritualità. Forse non gli andava di cercare sintonie con plebi superstiziose. Perché, con tanti bravi architetti in giro per il mondo, i pii monaci si erano incaponiti con lui? Dal giorno del cortese rifiuto, però, Renzo Piano ricevette ogni mattina un fax con la benedizione personale dell’economo provinciale dei frati minori cappuccini.

Ma che gentile. Che benevolo pensiero. Dopo quanto tempo cominciò a trovare che forse quei fax erano un po’ persecutori – o almeno iettatori? Che un’insistenza di quel genere assomigliava – divinamente – a quegli abbracci mafiosi che sottintendono la sempre presente eventualità di un ritiro della benevola protezione?

Era da un po’ che mi ripromettevo di andare a verificare l’esito di questa benedicente insistenza ma guidare non mi garba, son sempre duecentoottanta chilometri (mi sarebbe più leggero affrontare ginocchioni un chilometro di scalinate sante). Perciò mi sono imbucato in un pullman. Non si tratta di pellegrini ma di gitanti, pensionati della Guardia di Finanza (molto giovani alcuni, che i militari fino a poco fa potevano congedarsi presto). Oggi San Giovanni Rotondo, domani la Foresta Umbra, dopodomani costiera amalfitana. Meglio loro: con un prete per tour operator finirei rintronato da un loop di rosari.

Quando il pullman, dopo una prima fermata per il pedaggio (non autostradale ma doganale: balzelli soppressi ai confini nazionali e resuscitati nei paeselli, come nel medioevo) si arresta definitivamente, guardo su e intuisco forme verdastre da pressostatico. Disgustoso. Uno stadio del famoso architetto già lo conoscevo e l’ho rivisto poco fa, passando da Bari. Queste architetture moderne, bah, avrà ragione Carlo d’Inghilterra. Chi me l’ha fatta fare di venire in questo paesone orrendo in un giorno umido e grigio, che non può piovere solo perché dalle nuvole siamo già avvolti? E che idiozia inserirsi in una comitiva dopo averle evitate per decenni: non posso neppure tornare indietro, dirottare su un agriturismo o optare per un paesino sul mare. Vabbe’, sarà la penitenza che tocca a chi si è arruolato tra gli atei devoti, quelli che non potendo non dirsi cristiani ma non riuscendo a credere si ritrovano ad auspicare il rifiorire della fede – negli altri – per arrestare il declino dell’Occidente. E che intendono vigilare perché i preti – e gli architetti – facciano le cose a puntino.

Lungo la rampa del colonnato comincio a riconciliarmi con l’architetto, anche se la mancanza di un robusto campanile scontenterebbe chi vuol contrastare i minareti a suon di più svettanti falli. La croce in pietra, però, costituisce una snella quanto possente supplenza. E la potenza di fuoco delle campane non viene meno sol perché si offrono in orizzontale al livello del sagrato, cioè del fedele, molto semplicemente accostate in otto multipli di campanile a vela. Sono ben alte, del resto, su paese e piana sottostanti.

Anche gli archi della facciata visti dal sagrato mi rincuorano. E mi piace che al posto delle stucchevoli colombe Mario Rossello abbia scolpito dei nervosi aquilotti. Questo sagrato è immenso, un mare di pietra che tocca il cielo (oggi i vapori) senza dover passare per l’orizzonte. Costeggiando l’esterno della chiesa continuo a essere disturbato dall’effetto palazzetto dello sport: verdastre pareti curve (si tratta del nobilissimo, tradizionale rame, in versione preossidata brevettata, ma in questa sistemazione sembra plasticume) e legno listellare in alto (come un parquet da campo di basket ribaltato). Però, siccome il percorso semicircolare è abbastanza lungo, faccio in tempo a rimbeccarmi: cosa c’è di più giusto? Cosa rappresenta la gloria, oggi? Una reggia? No di certo: la gloria è negli stadi. E’ in mezzo agli stadi, sul podio, che si consacra la regalità, non in quel cornutaio di Buckingham Palace. Dov’è che raccoglie la gente il Papa in trasferta? E cos’era Padre Pio, se non un idolo delle folle?

Giungo alla vasca del battistero, che i gitanti, butterandola di monetine (unico collegamento col mercimonio che dilaga tutto intorno) sono riusciti a trasformare in una Fontana di Trevi. Di fianco, una porta stretta (allungato in verticale l’ingresso liturgico sembra più stretto di quanto non sia). Ma è l’ultima cosa stretta che trovi. Dopo ti si allarga la prospettiva. E l’animo (apprezzate la desinenza maschile, che mi permette di escludermi dai credenti). Questo posto desta meraviglia (il termine permette di tenere insieme lo stupore goloso dell’esteta e il moto di reverenza del devoto). Inchioda senza opprimere, spinge a inoltrarsi senza costringere. Gli archi sono maestosi però zampillano leggeri e festanti dal pilone centrale. Sei in un hangar ma come in un cantuccio, sei raccolto in te stesso e in comunione con gli altri, sei dentro la chiesa e fuori, sul sagrato, sei libero e protetto, sospeso e radicato come la croce di Pomodoro che veleggia violenta. Non si sfugge all’ossimoro quando un posto è come deve essere. Preferirei non eccedere in tanto prevedibile figura retorica ma è meglio perdere punti con i critici e guadagnarli in verità (che il proto non si azzardi a postare maiuscole).

Le silhouette dei fedeli contro la luminosità della vetrata sembrano di spettatori davanti al telone del cinema ma questo non toglie atmosfera (anche quella dei cinefili è una comunità di fedeli, raccolti e compenetrati, che si comunica con ostie di celluloide). Riposizionandomi sul pavimento in pendenza mi sento “a posto” in ogni zona: non ci sono angoli morti. Ovunque, da uno spicchio di vetrata, da un concio svettante, da un’ostia Guzzini, dalle ali di un puntone d’acciaio, sembra offrirtisi la grazia (non mi coglierete in fallo: tengo il dito ben lontano dal tasto maiuscole). Avanzo per godermi i particolari dell’ambone di Vangi ma quel concentrarmi sul singolo dettaglio artistico, così naturale in altre chiese, qui mi costa quasi uno sforzo. Tutto ciò che lo sguardo vuole è galleggiare in modo indefinito. Questo sito si dimostra a misura dell’uomo, nonché dell’Eventuale. Perdono importanza i dettagli tecnici che in altre circostanze mi avrebbero entusiasmato (la precisione di planarità delle facce dei blocchi con tolleranza 0,5 mm per campate fino a 50 metri con i blocchi della base grandi quanto una stanza, la necessità di un apposito parere del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici essendo la tipologia non contempolata dalle normativa tecnica italiana, record, singolarità e innovazioni d’ogni genere).

A volersi estraniare, a fare i criticoni, i filistei affezionati ai costruttori delle antiche cattedrali, quelli che “dopo il Bernini niente”, si può sostenere che sembra un aeroporto (l’impressione è acuita da un ininterrotto flusso turistico che dall’ingresso del sagrato sciama verso un varco laterale all’ingresso liturgico, passando dietro ai fedeli che assistono alla funzione). Sì, questa chiesa è un luogo di transito, per Padre Pio le masse si scomodano. Del resto, cos’è un aeroporto se non porta coeli (come ogni chiesa che si rispetti)? Ma se un aeroporto è l’apoteosi del non luogo, questa è apoteosi del Luogo (questa maiuscola si può far passare, non appare troppo impegnativa).

Mentre abbandono il mirabile edificio, mi imbatto in una porta, nel corridoio antistante un ascensore. Silenzio. Adorazione Eucaristia. Spingo la porta e mi trovo davanti a una botta di sacro. Un nucleo inquietante, un monito che ti riduce al silenzio ben più di qualsiasi cartello. Un monolito kubrickiano, un meteorite da kaaba. E’ il silenzio fatto corpo, solidificato. Un blocco nero di etnea pietra lavica che incastona un abbagliante tabernacolo d’argento. La piccola cappella è strutturata in modo tale che l’occhio e il pensiero non possano posarsi altrove. L’aria intorno vibra e non c’è foto che possa renderla. Sul lato opposto, a schermare la vetrata che dà su un corridoietto cieco, una sciatta tenda arricciata sull’esistenza della quale Renzo Piano dev’essere stato tenuto rigorosamente all’oscuro.

A questo punto posso stilare il certificato di collaudo: avendo risvegliato l’eccezionalmente pigra spiritualità dell’estensore, il conglomerato etereo della nuova chiesa risulta a norma. Risulta tuttavia anche sospetto, lontano com’è dalla spiritualità claustrofobica, sudata, labirintica, del vicino convento. Non sarà che questa incantevole astronave si limita a rappresentare l’idea di spiritualità di Renzo Piano, light, cosmopolita ed estranea al luogo, adatta a laici di buone letture e ricorrenti visitazioni artistiche? La fede qua è d’altro genere. Genere tosto. Non è un santo esemplare Padre Pio (no, non chiedeteci di chiamarlo San Pio, non ci viene naturale, al massimo ci intorciniamo in un San Padre Pio, via, ci penseranno le prossime generazioni. E poi un padre è molto più vicino e benefico di un santo ormai distratto dall’eccessivo fulgore dei cieli). No, anche se l’agiografia galoppa e i santini si ingentiliscono, le foto sono inequivocabili: nessuno riuscirà a liftare quello sguardo fosco che ha messo a disagio tante anime belle, quasi maligno sotto le sopracciglia alla Enrico Maria Salerno ultimo look. Non riusciranno a fare di quell’uomo (nella cui figura De Martino avrebbe rintracciato di sicuro tracce di culti pagani precristiani) un’ameba rassicurante con l’occhio rivoltato in su tipo macchietta di Verdone. Resterà sempre un Mistero la decisione di farlo interpretare in TV da Castellitto. Un giorno per i responsabili del cast degli sceneggiati italiani dovrà essere creato un Oscar apposito, quello del miglior ruolo sbagliato.

A me P.P. sta simpatico da quando una coppia di baciapile di paese se ne tornò indignata da un pellegrinaggio: “Ma non sono modi!”. Che il frate sgamasse da lontano i frivoli e gli ipocriti, che molte fedeli uscissero piangenti e insultate, mi sembra un gran titolo di merito. Quando un militare che si è sempre vantato di non aver paura di niente e di nessuno ti confessa che è rimasto terrorizzato dal Suo sguardo, sei costretto ad ammettere che, santità o no, quel magnetico frate disponeva di un ecoscandaglio infallibile, tarato in micron, a cui mancava solo la stampante a colori. Un uomo rude, che c’aveva i guai suoi ogni notte (fossero anche solo i morsi dell’acido fenico o i rimorsi per l’impostura, come sostengono gli increduli). Un uomo sofferente, come i poveracci, come tutti.

Ma quello era il frate. Ora abbiamo il Santo. Ora contrizione e costrizione devono sfociare in spazi per la gloria. Vai, Renzo.

Avevo intenzione di ritornare qui dopo pranzo, ma nella comitiva si forma un partito pro Monte Sant’Angelo e ci tocca sottoporci a parecchi chilometri di tornanti secchi. Dopo di che l’autista ci dà meno di un’ora. Poco male: il paese l’avevo visitato anni fa, quando davanti al santuario c’era soltanto un vecchio guardiano rimbambito che, essendosi fatto mezzogiorno, ci aveva chiuso il cancello in faccia. Riprendiamo da quel mezzogiorno. Non è agevole visitare la cripta dell’Arcangelo Michele, si tratta pur sempre di una Porta Stretta. Non è questione di dimensioni. E neanche della calca dei fedeli incolonnati da addetti con gilè da protezione civile. Questo percorso, le rampe che ti portano giù e poi di lato e poi in un incredibile atrio napoletano con piante sul ballatoio e poi su verso il luogo terribilis, non ha nulla di casuale. Incombono secoli di devozione, anche pagana ed esoterica, si indovinano anomali fenomeni magnetici, alle spinte dei contrafforti gotici corrispondono controspinte psichiche. Appena dentro il cuore del Santuario, tenue impressione di consuetudine: l’altare barocco di fronte. Ma subito ti rendi conto dell’incongruità. Siamo fuori zona qui, fuori tempo, non c’è ibridazione che tenga. E non solo per la maestosità delle volte gotiche: a destra ti attende l’arcaico cuore del sacro. La grotta non si presta a indagini paleologiche, né d’altro genere. Sta. Se la nuova chiesa di San Pio è un aeroporto, questa grotta è lo stargate. Qui la spiritualità la tagli a fette, e non è una battuta riferita all’Arcangelo spadaccino ( terribilis non è un aggettivo come tanti: a essere portata in processione è la spada, non il portatore, quel San Michele boccoluto del Sansovino che l’armatura non riuscirebbe a rendere marziale – ci riesce, invece, la spigolosa e fiammeggiante urna d’argento e cristallo di Boemia).

Il buttadentro mi invita a spegnere la macchina fotografica. Di solito me ne fotto ma adesso non ho nessuna voglia di trasgredire, anche perché non credo che riuscirei a catturare niente, e se invece ci riuscissi mi sembrerebbe di rubare. Difficile fare il visitatore, anche per uno abituato ad aggirarsi nei luoghi di culto con le mani in tasca e l’aria "fate largo, bizzoche, che mi precludete l’affresco".

Non è solo la pressione fisica delle comitive, l’insistenza dei vigili-sacristi che ti chiudono in un angolo. E’ che nessuno riesce ad assumere l’aria svagata comune altrove tra pellegrini-gitanti. Per descrivere la sosta in questo sito necessita il ricorso a un verbo in disuso: ristare.

28 dicembre 2004

CONTRO LO SPORCO PIU’ SPORCO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 23:19

Se oltre che per le Feste in corso d’opera avete voglia di deprimervi con qualcosa d’altro, potete andare su Nazione Indiana, ancora senza possibilità di commenti, dove da stasera c’è un mio pezzullo edificante dal titolo "I nuovissimi mostri". Vi si parla di televisione, e senza pietà contro lo sporco più sporco, come recitava una non recentissima pubblicità di prodotti detergenti per la casa di cui al momento non ricordo la marca.

I nuovissimi mostri

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 18:36

di Franz Krauspenhaar

La televisione ci mostra sotto varie forme il mostrabile, l’indimostrabile, il mostruoso, il mostro. Non rinuncio alla mia quotidiana dose di televisione. Non rinuncio, con una certa dose di masochismo, alla replicata dimostrazione visibile che i mostri sono vicini, che spesso i mostri sono i nostri vicini di casa, che gli assassini sono nostri ospiti. Il mostro è un’ottima persona, spesso crede in Dio o in chi ne fa le veci (Buddha, il Milan- cito una squadra a caso -, la BMW, il viaggio alle Maldive…).
(more…)

DOMENICHE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 12:03

di Annalisa Busato

 

(Prendo di peso e pubblico con la sua autorizzazione questa poesia di Annalisa già apparsa sul suo blog "Quasi Adatti" – tra i miei link. Buona lettura. M.U.)

 

Aspetto la domenica

come il settimo giorno,

quello che ripaga

della fatica di vivere.

Poi la passo a curare il trascurabile

a terminare l’interminabile

a tappare falle, a fallare tappe.

Mortifero

questo voler rifinire l’infinito,

affinché tutto sia compiuto.

 

Intoniamo un canto

al nuovo culto..

Detersivo, eterna giovinezza,

immortalità,

pietra filosofale che tutto rigeneri

piatti lampade lenzuola.

Il cristallo del corpo insultato

per te torna vergine.

Necesse est spolverare

per negare il tempo.

Oportet lavare semper

et denegare

rimuovere, cancellare

la polvere, il tempo

i periodi, i cicli del corpo

come degli astri.

 

Proserpina

(Cenerentola )

rinasce

si nasconde

nel ventre della terra

e poi torna fuori

detersa, luminosa,

ma di Domenica.


26 dicembre 2004

PERCHE’ LE DONNE FINGONO?

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 13:48

di Riccardo Ferrazzi

Nelle Memorie di Giacomo Casanova si legge una illuminante riflessione: la maledizione della vecchiaia consiste nell’essere ancora capace di godere ma non più in grado di far godere, e siccome il piacere di un uomo deriva per tre quarti dal vedere sul volto dell’amata il piacere che le hai dato, ciò che rimane si riduce a ben poca cosa.

Fin qui il Giacomo nazionale, orgoglio e vanto del gallismo italico. Ma chi ha imparato a conoscerlo un po’ sa che Casanova bara. È vero che una buona parte del piacere di un uomo dipende dalla conferma della propria virilità (e se una donna dal parrucchiere vuol fare sghignazzare le amiche racconta che Tizio, dopo aver fatto sesso, le ha chiesto: “Ti è piaciuto ?”). Ma il Nostro confonde le carte quando si dipinge preoccupato di far godere la compagna e si dispiace di non poterlo più fare: in realtà gli rincresce di non godere più come una volta, e arzigogola per cercare scuse (altro esercizio in cui è maestro).

Perché sono così severo con il nostro latin lover ? Perché, si sa, le donne fingono. Cosa direbbe Casanova davanti alla performance di Meg Ryan in “Harry, ti presento Sally” ? Forse proverebbe a vantarsi: lui, con la sua lunga pratica di attrici, non ci cascherebbe mai. Ma la realtà è un’altra. Come ogni uomo sa, è assolutamente impossibile sapere se una donna ha goduto o ha finto. E non valgono neanche le prove a posteriori: il fatto che una donna, dopo aver fatto sesso con te, voglia farlo ancora significa solo che ha in mente qualcosa. Qualcosa che non c’entra con le tue illusioni da gallo.

A nessuno dei lettori, beninteso, è mai successo niente di ciò che sto per dire (vero ?). Non mi sognerei mai neppure di pensarlo ! Ma per puro esercizio retorico proviamo a immaginare una cosa così. (Ripeto: a voi non è mai successo !) Abbiamo fatto faticosamente del nostro meglio. Apparentemente, lei ha collaborato con scarso entusiasmo. Nel momento culminante del finale travolgente (?) c’è stato un sospiro, un “ooh” fioco e roco, una lievissima contrazione. Occhi chiusi, naturalmente. Espressione imperscrutabile. Siete rotolati di fianco e avete fissato il soffitto cercando di trattenere il fiatone. Lei ha fatto passare venti secondi, poi si è rannicchiata contro la vostra spalla.

E adesso ? Poche storie: se le credete, o le volete credere, lasciamo perdere. Siete dei filosofi. Ma se non le credete, dovete domandarvi perché fingeva.

In effetti, non c’è neanche bisogno di non crederle: basta il dubbio. I suoni erano forzati, i movimenti non erano spontanei, quel rannicchiarsi contro la spalla aveva l’aria di un mezzo rimprovero, come se avesse detto: non importa se non sei stato Escamillo, fammi le coccole come il mio papà. (Non so a voi, ma a me niente mi fa andare in bestia come una che mi si struscia addosso vagheggiando il padre). Insomma: fingeva. Ma perché ?

Forse qualcuno (o qualcuna) istruisce le donne e spiega che un commento sarcastico sarebbe deleterio per i futuri rapporti. Ma quando avviene questa occulta iniziazione alla psicologia del sesso ? E perché a noi maschietti nessuno dice niente ?

Parliamoci chiaro: questa spiegazione non mi convince. Anche perché (non proprio spesso, ma qualche volta càpita) esistono anche le avventure, le “cose da una botta e via”. Possibile che quelle si concludano sempre necessariamente con un orgasmo ? E se non è così (e non lo è), perché una donna dovrebbe fingere quando sa benissimo che non ti vedrà mai più ?

Una vecchia leggenda dice che Tiresia trovò due serpenti che si accoppiavano, li percosse con il bastone e per incantesimo fu tramutato in donna. Nove anni dopo si trovò di fronte alla stessa scena, percosse ancora i serpenti col bastone e tornò uomo. Qualcuno gli domandò se, avendoli provati tutti e due, era maggiore il piacere sessuale dell’uomo o della donna. Tiresia rispose che il piacere della donna sta a quello dell’uomo come dieci a uno. (La traduzione dal greco è controversa quanto alle cifre, ma la sostanza è che il piacere della donna è molto superiore a quello dell’uomo).

Avanzo un’ipotesi. La donna fa sesso solo con se stessa. (Ripeto: è soltanto un’ipotesi). Ciò che le provoca l’orgasmo è un fatto puramente mentale, che si ingigantisce se, per pura casualità, l’uomo si comporta esattamente nel modo che ha in mente lei. Per questo finge. Per se stessa. Perché per lei l’illusione conta più della realtà.

25 dicembre 2004

5 MINUTI, 4 MESI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 11:00

Questo blog l’ho messo in piedi il 25 agosto da un momento all’altro senza nessuna idea precisa. Una specie di raptus. Mi sono innamorato di un blog perché non avevo niente da fare, più o meno. Avevo appena finito il mio prossimo romanzo ed ero ancora “caldo”, come si suol dire. La mia odioamata città era ancora a misura d’uomo, metà degli psicopatici di tutte le classi sociali residenti qui, nella capitale mai stata morale del Paese, erano ancora a godersi i loro cartolinacei mariemonti. Sono andato su Splinder perché mi piaceva il nome. Clarence non mi piaceva, mi sembrava il goffo nome di battesimo del personaggio maschile di un romanzo ben harmonizzato. Excite? Per niente eccitante. Splinder invece mi suonò subito bene: mi venne in mente un personaggio nuovo, il Comandante Splinder, da non confondersi però col Comandante Straker, quello della base SHADO della serie televisiva UFO (vedi foto). Ad ogni modo ho scelto il provider (o il server?…) a orecchio, si può proprio dire. Fui su Splinder in pochi secondi passando da Google, e nonostante la mia conclamata tecnoimbranatudine misi in piedi il blog in 5 minuti. Presi dal cilindro neuronico del mio cervello in quel momento ben sintonizzato il nome di Markelo Uffenwanken altrettanto al volo. Dovete sapere (per chi ancora non lo sapesse, dato che l’ho detto a tutti quelli che conosco, e tutti quelli che conosco prima o poi sono venuti a sfruculiare qui…) che questo è il nome di un finto regista porno di un finto film porno che si trova all’inizio del – vero, almeno lui – videoclip del brano “Outside” di George Michael, uscito un paio d’anni fa o forse più. All’inizio di quel bellissimo video, prima ancora che parta il pezzo, scorrono i titoli di testa in rosso fuoco; e intanto una biondona da urlo tarzanico si sta lentamente spogliando davanti a un biondo seduto di fronte a lei, preso da evidenti scalmane arrapatorie. Alla fine di questa simpatica introduzione ecco la famigerata scritta: “ Regie (o qualcosa del genere in una lingua comunque nordica, non ricordo) Markelo Uffenwanken”. Da cinefilo corazzato e da mezzo crucco quale sono non potevo farmi sfuggire questo nick, onestamente. I sottotitoli di questo “fabbricone” li scrissi sul tag (o come diavolo si chiama) inventandomeli in quei 5 minuti primi. Ho cominciato senza dir nulla a nessuno. Di blogosfera sapevo quello che avevo imparato, se così si può dire, in meno di un anno di frequentazione come articolista e commentatore di Nazione Indiana, che io amo definire la “mamma di tutti i blog pensanti del Paese”. Insomma, buttavo giù due o tre pezzi al giorno che restavano spesso senza commenti. Ma ero in vena. Sperimentavo. Facevo del protopostdadaismo. Poi alcuni miei cari amici di penna, a settembre, mi sgamarono: davanti a una Guinness giunta al suo epilogo confessai dopo un quasi pressante interrogatorio che si, Markelo Uffenwanken ero io, Franz Eccetera Eccetera.

Da qualche tempo, come ben sapete e soprattutto vedete, nel fabbricone virtuale riesco a postare anche le foto. Questa è diventata una blogzine illustrata. Mi piace da matti accostare testo e immagine, per me è una cosa nuova, aggiunge atto creativo ad atto creativo. Devo ringraziare il poeta dall’interfaccia pulita superesperto di computer Giovanni Monasteri, per questo: con un paio di mail mi ha chiarito come acchiappare le foto da Google in pochi secondi. E’ bella questa cosa: si prende e basta. Si espropria proletariamente senza commettere reato. Essi (tutti) lo fanno, e qui come spesso altrove, sul web, nessuno prende viceversa una lira per quello che fa, qui tutti scriviamo gratis, per pura passione, per esibizionismo, per quel diavolo che ci pare, a ciascuno la sua motivazione. Forse siamo- chi più chi meno e sotto sotto- dei sognatori. E in un certo senso ci troviamo come ai vecchi tempi delle radio libere, siamo in un nuovo Far West, e questa – come tante altre- è una specie di radio libera da leggere da qui fino a El Paso e anche oltre. Siamo capaci di arrivare fino in Australia, tecnicamente parlando…

Comunque volevo anche dirvi che sono davvero tanto affezionato a Splinder, almeno per ora. Perché funziona e mi suona bene, appunto. Ci sono affezionato soprattutto a orecchio.

Un abbraccievole grazie a tutti voi, intanto, per il fatto che condividete con me questo intrattenevole spazio. Non vi regalo il solito panettone farcito del vero capitalista, anche perché immagino ne avrete già fin sopra i capelli dell’esofago; però vi regalo il mio affetto, e scusate se è poco… Sono passati esattamente 4 mesi e a scriverci qui siete soprattutto voi, perlomeno un buon numero. Non lo sospettavo minimamente, questo, quel 25 agosto, quando mi vennero quei “5 minuti”, anche perché non sapevo proprio dove sarei andato a parare, come sempre. Augurwanken.

24 dicembre 2004

IL NATALE DEL RE MAGIO MARIO VON BREMENWEISS

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 02:24

di Mario Bianco

 

Modestamente in una precedente vita ero il re mago o magio, chenneso, Baldassarre, il quale, cioè io, essendo suo avatar, me ne venivo in Palestina scopo partecipare a Fiera astronomica e tenere bancolotto con responsi cabbalistici per raggranellare qualche denario o talento, magari, vuoi dracma, quando incontro sulla stessa via due sciammannati coronati,( per finta) mezzi ‘mbriachi, che andavano cantando singolari litanie o peani, nonsisabene, nomati Gaspare e Melchiorre, a quanto pare evasi di lavoro forzato babilonese.
Questi birbanti s’erano furati un cammello enorme a viaggiatori mongoli, comprese vettovaglie, bevande, finimenti, pane e salame( non essendo semiti).
Insomma mi fanno: se vieni con noi andiamo a fare i musicanti di Brema.
Ah – dico io – se mi date ‘o turbantone pure a me, e mangerie, seguovi immantinente.
Fatto sta ed è che invece che a Brema ci siamo fermati a Betelemme che c’era il cartello sbagliato, allora, scopo riposo.
Ci rifuggiammo in stamberga ove trovammo poveri cristi, di cui una femmina da poco sgravata, che a noi fetenti tuttavia fece pena, non certo suo marito Giuseppe, scansafatiche cronico e falegname disoccupato organizzato che portava disgraziata famiglia sua a scroccare dies Natalis Solis presso parenti di moglie.
Il figliolino era carino, però.
Tirammo fuori allora dai sacchi dei mongoli bastoncini di incenso, scopo togliere puzza sterco animale che aleggiava pregnante in detta stamberga o stalla.
Indi una collana di tolla lustra scopo omaggio a madre e birra, barillotto uno, per festeggiare.
Poi demmo a madre, di nascosto al falegname, trenta denari scopo acquisto primo corredo a piccino nato.
Ma fu cattivo auspicio e profezia: ‘sti trenta denari.
Poi ce ne andammo definitivamente a Brema dove trovammo un asino, un cane, un gatto e un gallo con cui fondammo Orchestra Filarmonica.

23 dicembre 2004

PENSIERI PER IL PRESENTE PROSSIMO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 02:32

di Cristiano Prakash

 

Qualche anno fa, pochi anni, scrissi questo per gli amici. Il periodo, come si evince dalla stessa, è lo stesso di ora: fine dicembre, fine anno, come ogni anno, pressappoco ogni anno.

Corrisponde al tentativo di fare gli auguri a persone che conoscevo. Qualcuno più caro di altri, ma tutti importanti.

Ora, grazie al blog, non sono più io a propormi a qualcuno; ora qualcuno sceglie di passare di qua e, visto che c’è, farsi fare gli auguri da me.

Ed è perciò che ribadisco il concetto: auguri, veri e sinceri.

Sono gratis.

Ma per me valgono.

 

Pensieri per il presente prossimo

Fuori, oltre la finestra accanto al computer acceso, un cielo bianco confetto coperto di nuvole sembra indifferente al tempo.

Testimone e interprete diretto di quello atmosferico, rimane comunque impassibile anche quando si scatena investendo delle proprie esigenze il pianeta terra, puntino al quale riserva la stessa attenzione di quegli altri che lo abitano; un neo nel suo immenso corpo inconsistente e concreto.

Preso da questi pensieri vacanzieri di fine dicembre, penso all’enorme sproporzione dei nostri affanni terreni e a quale valore attribuiamo al tempo, nell’accezione moderna: quello che passa veloce, che rincorriamo e contrastiamo sperando, piccoli come siamo, di poterlo condizionare. Il tempo che ci contiene da quando veniamo a quando lasciamo, con un corpo-custodia, questa bellissima e saporita esistenza terrena.

Così la linea della vita, con agli estremi i grandi misteri su cui ci interroghiamo, spesso sbattendo il grugno sul nulla, territorio estraneo alle dinamiche della mente razionale, scorre placida: semplicemente iniziando quando può e finendo quando deve; senza fretta, senz’astio; scivolando fluida ed eterea.

Ma un piccolo essere di passaggio su un mondo immenso per lui, anche se, come si diceva poche righe fa, relativamente piccolo nell’universo, a fine dicembre pensa all’anno nuovo.

E il piccoletto, che sarei io, ci pensa in termini inflazionati e tipicamente umani: cosa farò nell’anno nuovo; come sarò/à; quali meraviglie e /o tragedie mi riserverà; riuscirò a stillare, almeno una, perla di saggezza, un intento degno di essere ricordato ogni giorno?

Metaforicamente lacerato dai dubbi circa la possibilità di riuscire in almeno uno dei bei propositi cui sopra, mi prometto, spergiuro e imperfetto quale sono, almeno di tentare questo:

visto e considerato che il tempo è un’invenzione, lo spazio è un concetto, le fedi sono un’armatura con la quale ripararsi dalle incertezze, dovrei progettare qualcosa che dipenda solo da me, dalla mia consapevolezza, dalla mia capacità di essere presente a me stesso;

ergo: vivere ogni momento come fosse il più importante di tutti, sì da trasformare passato e presente soltanto in verbi; sì da rimanere il più possibile in compagnia della mia solitudine che è l’unica certezza che ho, senza isolarmi; sì da essere generoso e disponibile con gli altri perché fa bene a me e non perché ne sarei ripagato; sì da non perdere tempo ( ecco che torna) a preoccuparmi di cose inutili.

Ecco, questo ho pensato in questa giornata fredda ma non troppo, triste ma forse no, in fin dei conti bella a saperla guardare con lo sguardo innocente di chi se ne frega di considerarla e catalogarla.

Un augurio a tutti di saper vivere il più intensamente possibile ogni momento che ci è concesso in questa inebriante vita: questo è il mio augurio, non tanto per l’anno nuovo, ma per l’attimo che inizierà subito dopo questo appena passato.

Un abbraccio a tutti.

Cristiano Prakash.

22 dicembre 2004

AL MIO VECCHIO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 02:12

Immagino tu stia bene

lassù dove ti trovi

(assistenza gratuita, pasti caldi, amore, libri belli da leggere, sole imperituro).

Mi parlavi, da vivo, di colline pietose

bombardate, e di fossati rosasangue

e parlavi parlavi parlavi

fino ad ammutolire (io sbadigliavo).

Negli ultimi tempi

ci passavamo le sigarette come in cella;

ti riportai al vecchio vizio, io, giovane bastardo, giovane infingardo.

Il morbido sorriso, l’età affrettata

sul tuo viso scuro di non ancora vecchio

di divenuto stancamente solo…

Venni a riprenderti lontano, dopo la fine

ti appoggiai una mano sulla nuca col pensiero nero

e ti lasciai andare per sempre

tra quelle colline lucide di veli d’erba

nell’estate dei cardi e dei vecchi ricordi.

Non piango più da un pezzo, su di te.

E sono contento che tu non esista

qui, in questo mondo porco

in questo mondo fottuto

e ubriaco fradicio, e vivo per miracolo.

Ti amo.

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