The FK experience il sito di Franz Krauspenhaar

30 settembre 2004

CONFUCIO AL… COMPUTER

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 15:46

Nel precedente post di Ferrazzi, "Anarchici di destra e di sinistra", Giovanni Monasteri cita il libro di Furio Colombo "Confucio al computer". Beh, ora vi do Confucio al Computer. Ve lo piazzo al computer, insomma.M.U.

"Il maestro disse: "Per politica s’intende l’arte di conservare in vita lo Stato.L’abilità del duca Shao di restare al governo mentre lo Stato precipita non puo’ essere chiamata politica".

(Confucio, Dialoghi, sec. V a.C.)

 

ANARCHICI DI DESTRA E DI SINISTRA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 02:34

di Riccardo Ferrazzi

(Eccovi un nuovo pezzo di Ferrazzi. Una garanzia. Solo su M.U.)

 

Secondo una leggenda metropolitana che riscuote un certo credito anche presso gli intellettuali, l’anarchico di sinistra sarebbe una specie di Easy Rider o, meglio ancora, uno Straniero dagli Occhi Pallidi che cavalca libero per la sconfinata prateria senza essere rapace e masnadiero, anzi, dimostrandosi sensibile, idealista e giusnaturalisticamente fautore del Bene.

Ma sarà poi vero che per essere progressisti bisogna atteggiarsi a eroi romantici in preda allo Streben e allo Sturm und Drang, tutti impulso, passione e nobiltà d’animo ? E, viceversa, siamo certi che chi guarda alle cose – più che alle utopie – è di destra, è conservatore, è un cinico pessimista e triviale ?

L’anarchico di destra (di destra ?), dicono gli intellettuali, è un tizio che forse ha capito tutto ma non vive la vita. Invece, quello di sinistra (di sinistra ?) cavalca nella immensa prateria portando nelle tasche della sella un capitale di belle e sante idee. È un liberal (cioè un buono). Detesta i monopoli (che non siano di stato), le posizioni di preminenza sul mercato (a meno che non siano di de Benedetti), i giornalisti fiancheggiatori di un partito politico (tranne Furio Colombo, lui è un’altra cosa), le scuole e le cliniche private (salvo quelle degli amici). Gli danno fastidio anche l’obbligo del casco e delle cinture di sicurezza, e naturalmente i divieti di spinello, di pista e di pera.

Cazzo, siamo liberal sì o no ? Abbasso i muri ! I muri sono di destra ! Noi vogliamo cavalcare liberi, scorrazzare nell’immensa prateria inebriandoci di infinito. La prateria è dei buoni, e i buoni siamo noi. Per questo, se uno mi viene incontro gli piazzo una palla in mezzo agli occhi. Perché è un cattivo. Come faccio a sapere che è un cattivo ? Cazzo, invece di andare nella mia direzione mi tagliava la strada ! (Oppure: aveva una camicia a strisce anziché a quadretti, dava del pirla a Tabucchi, diceva che Margherita Hack ha rotto il cazzo, ecc. ecc.). Per quella gente lì ci vorrebbe il cappio o la ghigliottina, o almeno la gogna. E se proprio non è possibile farli fuori tutti, costruiamo dei muri (ma belli, di sinistra) che li costringano a marciare nella nostra direzione anche se non vogliono. E che cazzo ! Siamo liberal sì o no ? Viva i muri di sinistra !

Solo che anche i muri di sinistra, una volta costruiti, stanno lì. E gli stronzi di destra sono così tanti che, per farli marciare nella giusta direzione, di muri bisogna costruirne un casino. Al punto che il bravo figliolo di sinistra (di sinistra ?) invece di scorrazzare nella prateria, finisce per camminare tra due muri anche lui, esattamente come gli stronzi di destra.

Tragedia, disperazione, autocritica. Oddio, non sarà che ci siamo sbagliati ? Impossibile ! Il nostro è un pensiero forte, la nostra analisi socioeconomica è modernissima (in realtà è plurisecolare, ma noi diciamo che è modernissima e guai a chi dice il contrario).

Già, ma come la mettiamo con il pensiero debole ? Come si fa a tenere insieme il pensiero debole (e quindi l’inevitabile abbondanza di pirla che non la pensano nel modo giusto, cioè come noi) con l’intima certezza di avere ragione ? Non sarà (lo dico piano, perché è quasi una bestemmia) non sarà che qualche ragione (non tutte ! tutte le abbiamo solo noi), ma solo una o due, magari su qualche punto marginale, potrebbero averla anche gli altri ?

Cazzo, vuoi vedere che per essere liberal ci tocca diventare liberali ? Ovvero: piantarla di fare i missionari, dare per scontato che ci sarà sempre gente con la camicia a righe e non a quadretti, smetterla di incazzarsi per così poco, riconoscere che l’umanità ha impiegato millenni per abolire i sacrifici umani, e altri per mettere al bando la schiavitù, ed è ragionevole pensare che altri millenni, e impegno, sudore e fatica, ci vorranno per raggiungere le mete del progresso sociale ?

In fin dei conti, preoccuparsi più delle cose e meno delle idee non significa rinunciare ad avere delle idee. Non ci rinuncia neanche l’anarchico di destra (di destra ?). Solo che lui non si vergogna a riconoscere che in sociologia e in economia le bacchette magiche (alias: il mito della rivoluzione che mette a posto tutto) sono rimedi peggiori dei mali. La macchina a vapore ha liberato l’umanità molto più dei discorsi o delle ghigliottine.

Poi, per amor del cielo, ognuno è padrone di vivere alla maniera di Fabrizio del Dongo o di Julien Sorel. Ma non se la prenda con chi considera i due eroi stendhaliani per quello che sono: due bambocci viziati. E quando picchia il naso contro un muro non la butti in politica: i muri non sono di destra o di sinistra. Sono muri e basta.

29 settembre 2004

DA OSAKA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 18:35

di Fabio Viola

Seconda puntata

(Arieccoci. Pensavate che la seconda puntata l’avrei messa in onda tra una settimana, magari? No, subito. E, d’accordo con Fabio, abbiamo cambiato anche il titolo alla serie. Quello che tutti i serial non fanno. Da Rambo al Maresciallo Rocca. Noi no. La terza puntata tra qualche giorno. M.U.)

 

Eh, stavolta li ho sentiti eccome. Stanotte e ieri notte, due scossoni che mi hanno spostato con tutto il futon. come se un tizio spiritoso venisse a prenderti a calci il letto mentre dormi. Fa impressione. Poi riaddormentarsi non è facilissimo. Ti resta l’idea che potrebbe arrivare quello grosso che stacca il palazzo da terra e lo fa appoggiare sul davanti, con te che improvvisamente cammini sulla finestra.

Il caldo imperversa. E’ una cosa immonda. A casa fa anche più caldo che fuori, ma di brutto, ci saranno trentadue gradi all’interno del miniappartamento in cui sto. Dormire con una temperatura del genere non è facile, poi ci si mettono anche i terremoti.

A parte questo, ci tengo a ribadire che Osaka è veramente immensa, non so se si era capito nella scorsa puntata. Ieri abbiamo girato in bicicletta da nord a sud, e senza mai toccare le periferie abbiamo percorso tratti oceanici.

Ho visitato l’Osakajo, il castello di Osaka, e devo riportare che tutto il parco intorno al castello è abitato da barboni giapponesi con le loro tende blu. Immaginate i giardini della Mole Adriana popolati di barboni giapponesi con le tende blu. Non ci potevo credere. E non è tutto qua! La strada percorsa per raggiungere l’Osakajo è una cosa immonda. Prendete Atene, frullatela con viale Marconi a Roma, riempitela di giapponesi, sparateci dentro una milionata di biciclette e odori di qualunque cosa a go-go e ci siete. Ecco: Osaka, voilà. Inoltre non mancano: cartacce, spazzatura, rifiuti vari, pezzi di pesce, brandelli di carne e organi umani, antenne aliene mozzate e godzilla. Hmm, vabbè, era per dire che questa città è un vero casino. Allora, sconvolto da tanta non giapponesità mi sono consultato con una tale G., ragazza di Milano che vive qua con il fidanzato giapponese e che da ben sette anni non mette piede in Italia né ha intenzione di farlo. Ella dice: "Osaka non è Giappone, è Asia. Qui puoi farti un’ idea di come sono Seoul, Pechino, Saigon, altre città dell’Estremo Oriente". Questo è ciò che ella dice. Io dubito fortemente che Saigon o Pechino o Seoul abbiano un reddito medio procapite paragonabile alla metà di quello di un osakese, ma il concetto è senza dubbio quello. In seguito ella ha aggiunto: "Se vai a Tokyo ti rendi conto di quanto Osaka sia una realtà a sé". In seguito a questa affermazione mi è venuta voglia di andare a Tokyo, cosa che avevo esclusa a causa del costo considerevole del treno per raggiungerla (con lo Shinkansen, il treno superveloce che ti ci porta in due ore e mezzo – si tratta di più di quattrocento chilometri – ci vogliono circa 240 euri, a quanto pare). Tokyo, dai racconti di amici e conoscenti, e da ciò che sto desumendo da un confronto ipotetico con Osaka, è una specie di delirio post-post-futurista, una visione bladerunneriana in cui la Svizzera ha vinto la terza guerra mondiale e tutti si vestono in latex arancione e/o blu, un laboratorio ipertecnologico in cui si studia il modo di rendere il futuro più cool. Insomma: il primo insediamento umano su Nettuno. G., ella, ha detto, ma qui parafraso e interpreto, che laddove Osaka ti fa sentire di essere in Asia, Tokyo ti fa sentire di essere a bordo dell’ Enterprise.

Passando ad altro, ieri ho visitato un ufficio postale giapponese. Chi di voi ha visto un qualunque film di Lynch sa bene come Egli rappresenti gli impiegati, i commessi, le persone che insomma sono addette alle relazioni dirette col pubblico. Ebbene: entrando in questo ufficio postale di Abeno (quartiere di Osaka tipo Tor Bella Monaca coi grattacieli senza vetro e senza la malavita), locato in una stradina piccola e storta con casette vecchie a ridosso di vari colossi di cemento, ho trovato ben tre impiegati schierati uno di fianco all’altro davanti ai loro sportelli. Guardavano verso l’ingresso in silenzio. L’ufficio postale era deserto (ma c`e` da dire che era anche piuttosto piccolo) e i tre non parlavano, non ridevano, non mangiucchiavano, non qualunque cosa. Stavano là e aspettavano. Entriamo e mentre scriviamo gli indirizzi sui pacchetti da spedire i tre non fanno altro che continuare a guardare verso l’ingresso. Di sicuro respiravano però. Con quel silenzio li ho sentiti distintamente emettere aria e riappropriarsene ritmicamente. E’ stato interessante. Nell’ufficio postale ho acquistato dei francobolli di Mazinga che userò per spedire qualche cartolina. C’erano anche quelli di Hello Kitty ma ho preferito Mazinga. E come tutti sanno, uno esclude l’altra.

In Giappone si mangia benissimo. Anche questo l’ho già detto, ma ci tengo a ripeterlo. Sto diventando dipendente dagli udon, in ogni loro variante, e dal tonkatsu (che mangio spesso anche a Roma.) L’ altroieri ho mangiato anche il sashimi più buono di sempre, con talmente tanto wasabi sciolto nella salsa di soia che per un momento ho creduto di aver ingurgitato mezzo litro di benzina senza piombo. Eccellente. E oltre a mangiare in maniera rimarchevole, in Giappone si mangia sano. Se vivessi qui riassesterei il mio malandato fegato in poco tempo e probabilmente perderei anche peso. Non sarei più il "barile di merda" che Polda Farani (di Castel Madama, quella che da grande vuole fare la giornalista, quella che ricorda una qualunque immigrata clandestina dall’est europeo) mi ha rimproverato di essere.

Ci sarebbero altre cose ma per ora passo. Anzi no, prima devo dire una cosa: in questo momento vi scrivo da un internet point all’interno di un centro commerciale specializzato in elettronica. Avevo intenzione di acquistare una macchinetta fotografica digitale ma ce ne saranno esposte ALMENO seicento tipi diversi. Sto impazzendo, non so quale scegliere né come. Ieri, preso da un moto di stizza per tutta quella varietà, ho compiuto un gesto riprovevole modificando di proposito il menu di una macchinetta presa a caso dal giapponese al francese. Prima che mi arrestino per terrorismo linguistico, qualcuno mi dà qualche dritta per favore?

SALUTI DAL GIAPPONE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 02:09

di Fabio Viola

 

Prima puntata

( Comincia oggi questa serie a puntate scritta da Fabio Viola del collettivo di Ellittico. Direttamente dal Giappone. La prima volta di Fabio in Giappone. Sensazioni e osservazioni in differita. Perché lui è tornato a Roma – da poco – e questi racconti di viaggio li pubblico dunque ancora caldi. Fino ai primi freddi. M.U.)

 

Fa un caldo impensabile. E’ umido. Tira vento. Ogni tanto casca l’acqua dal cielo (n.b. non piove, casca proprio l’acqua, per via di un tifone che sta spazzando Okinawa giù a sud).

Ci sono stati tre terremoti da quando sono qui. Non ne ho sentito manco uno ma se ne parla. Uno pare fosse forte. L’epicentro era altrove e sembra che a Osaka l’abbiano sentito. Io no.

Si mangia benissimo, inverosimilmente meglio che nei ristoranti giapponesi a Roma, c’è un botto di roba e di scelta e si paga anche molto poco. Ancora non ho preso il sushi.

Osaka è: enorme. Tendente al grigio come ricorrenza cromatica. Piena di gente. Veramente enorme. Proprio enorme. Ci sono pochissimi stranieri e se ci sono si nascondono. Non ricca. Non opulenta. Non povera. Non misera. E’ la capitale universale dell’understatement consumistico. Ci sono alcune zone centrali che sembrano il delirio di un architetto psicopatico e drogato. O forse di squadre di architetti psicopatici e drogati (nello specifico: direi funghetti allucinogeni. Ancora più nello specifico: amanita muscaria). Non è una città pulita come uno si immagina le città giapponesi. Ho visto: cartacce in più punti, un frigorifero abbandonato, una lavatrice rotta vicino al frigorifero, un televisore morto pochi passi dopo la lavatrice e il frigorifero. Spazzatura dimenticata. Oggi al parco di Nagai (Nagai-Koen) ho pestato una merda. Non ci potevo credere visto che qui girano tutti con la paletta e anzi ne sono ossessionati. Pertanto ritengo di aver pestato l’unica merda vagante di Osaka. Al parco di Nagai c’è, oltre alla merda che ho pestato io e a un numero impressionante di gente che corre (per andare dove, nessuno lo sa) e va in bicicletta, una tendopoli di barboni. Essi vivono in condizioni assai poco barbonesche in quanto sono dotati di: lavatoi, tende in sintetico blu tutte uguali, panchine, un paio di chioschi e accessori per la cucina e il bagno. Essi sono pertanto non barboni, ma barboni giapponesi. Voi capite che è diverso.

I giapponesi a Osaka sono diversi da: 1. i giapponesi che ho conosciuto io prima di venire a Osaka; 2. i giapponesi che uno che non ha mai conosciuto i giapponesi immagina (in quanto sono: rumorosi, spavaldi, atteggioni, sciolti, acchittati); 3. i giapponesi che uno vede in televisione o al cinema da noi in Europa; 4. i giapponesi che uno vede in giro per Roma che corrono appresso agli ombrelli e fanno le foto. In un certo senso questi giapponesi di Osaka sono sia una delusione sia un’interessante scoperta. Pare che essi – gli abitanti di Osaka – siano considerati i cafoni del Giappone, ma certi li trovano anche estremamente divertenti. Mi ricordano, a livello di reputazione, quella che hanno le persone di Napoli in Italia. E questo conferma le dicerie su di loro che avevo ascoltato prima di partire.

Infine di Osaka – dopo questi due giorni devastanti in cui il fuso orario sta facendo di me ciò che la cocaina ha fatto al naso di Califano – c’è da dire che è una specie di affastellamento senza soluzione di alcun genere di continuità di architetture di ogni provenienza (incluse le provenienze frutto di fantasia o abuso di stupefacenti allucinogeni). Ci sono vie anche in periferia che sono così assurde e improbabili da essere tutte uguali e indistinguibili l’ una dall’ altra. Non so se mi capite.

28 settembre 2004

HANNO LIBERATO LE RAGAZZE!!!

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 19:43

Le Simone sono libere. Stappate quello che avete. Io vado a farmi una birra. Ciao.

OFELIA SUL BLOG

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 19:38

di Arden

(Torna Arden con una poesia in esclusiva. C’è Ofelia. Non quella di "Per amare Ofelia" con un giovane Renato Pozzetto vittima del Complesso di Edipo. Ci penserà Giovanna Ralli a farglielo passare, comunque… No, qui si tratta dell’Ofelia di Shakespeare. Cioè, dell’Ofelia dell’Otello di Shakespeare. No, mi dicono che Ofelia era nell’Amleto. Però era di Shakespeare anche l’Amleto. Insomma, questa è una Ofelia blogger. Perchè, non si puo’? Solo su Markelo Uffenwanken si puo’, si puo’…)

La scena è nel salone del barbiere
preferito dai quarantamila
bloggherelli, proprio nel tramente
ch’eran accesi quelli in discussione
sulla questione capital dell’Io
– s’esso, il mio, dato che il tuo
si sa che non è Io, sia molle
oppure duro – ed ecco che entra
lei, l’Ofelia in camiciola e
"Sì, sicuro", dice ad un dipresso,
in quella sua maniera un poco
repulsiva che sapete – è matta
che volete…"Dicono", dice,
"che il ragno sia stato un mastro
blogherello di scrittura… Signore,
scriver lo dovrò nel mio diario:
cosa che siamo questo lo sappiamo:
cosa sarem però non conosciamo"…
Detto ciò, va via. Esce. Sipario!

LA STORIA DELLA MALA MILANESE ANNI 60/70/80

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 03:38

Terza Puntata. La droga.

Torna il "Biscela". Un testimone oculare. Uno che ha visto da vicino qualche colpo gobbo. Uno onesto, ma nato e cresciuto in un quartiere "caldo", il Giambellino. Un milanese doc. Di quelli che parlano il dialetto.

Lo incontro, il Biscela, nel mio bar di "riferimento" . La cinese porta un caffè marocchino al Biscela e a me un cappuccio. " Plego", mi dice. " Glazie" le rispondo. Lei sorride. Avrà capito? Il Biscela è in splendida forma. 60 anni e non sentirli, come Nino Castelnuovo, o giù di lì, nella vecchia pubblicità dell’Olio Cuore. Niente convenevoli, col Biscela passi lunghi e ben distesi e simpatica presa per il culo reciproca. Dunque passo subito alle domande.

M.U. Raccontami dello spaccio di droga nel tuo quartiere.

B. Beh, il movimento della droga è cominciato al Giambellino attorno al 74/75. C’erano tre sbarbati che facevano avanti e indietro con l’Olanda. Compravano lì la roba a prezzi stracciati e la rivendevano da noi. Tutto in sordina. Solo che siccome erano dei tossici irrecuperabili si facevano come pazzi e si sono rovinati con le loro mani. Se lo son messi nel lisca da soli. Due sono morti in breve tempo. Un altro è riuscito a recuperare ed è ancora vivo, sta bene.

M.U. Quando è cominciato il giro grosso?

B. Eh, qualche anno dopo. All’inizio degli anni 80 il Giambellino era il centro di smercio più grosso d’Europa. C’era di tutto. Era proprio come al mercato. C’era un bar frequentato da tutti quelli del giro. Lì ci trovavi i cavalli, che erano i tossici che vendevano per farsi, e i pusher che erano i padroncini che avevano sotto di loro ciascuno 3 o 4 cavalli a testa. Dopo il Giambellino, come grandezza del mercato, c’erano Baggio, Quarto Oggiaro e molto dopo Bovisa e Affori.

M.U. Raccontami qualche episodio di cui sei stato testimone.

B. Beh, alura… Verso la fine degli anni 80 c’era una guerra tra bande per prendersi le zone. La nostra zona faceva gola a tutti perché era la più grossa. Ma quelli che comandavano era gente che contava. Un’organizzazione composta da pugliesi, calabresi e siciliani, tutti molto uniti e con le palle formato famiglia. A un certo punto uno sbarbato esaltato e prepotente del Giambellino, assieme a due compari del kaiser, s’era messo in testa di sfidare i boss di Quarto Oggiaro. Al Giambellino i capi gli avevano detto di lasciar perdere, che c’era un accordo, non bisognava pestarsi i piedi. Ma quello non ne voleva sapere e andava a rompere i coglioni fino a Quarto coi suoi scagnozzi, ne faceva di tutti i colori. Allora una sera, era pieno inverno, prima che i negozi chiudessero, cioè attorno alle 7 meno un quarto, sono arrivate in zona 4/5 auto piene di gente di Quarto, fai conto un venticinque malavitosi in tutto. Prima hanno sistemato una bomba rudimentale dentro un bidone della spazzatura, quella è scoppiata e ha creato il panico. I negozianti terrorizzati tiravano giù le clér. Poi quelli di Quarto sono scesi armati di mazze da baseball e bastoni vari e hanno cominciato a distruggere tutto, a randellate sulle vetrine, sulle macchine in sosta, un rebelott. Sono arrivati al bar famoso che ti dicevo. Io ero lì a bermi un Crodino e a giocare la tris. Hanno cominciato a sfasciare tutto. C’era un sacco di gente del giro e di tossici. Hanno cominciato a menare duro; cazzo, vedevo la gente che usciva fuori dal bar attraverso le vetrine. Uno ha tirato una mazzata al bancone e poi la mazza stava per tirarmela in testa; io, lo sai, meno male che ho fatto il ballerino di boogie woogie col Jack La Cayenne, ma insomma non so come, ma ho schivato il colpo e me la sono battuta fuori dal locale. Un altro mi ha tirato un calcio negli stinchi, un male cane, Markelo, robb de matt. Un mio amico mi ha raccattato al volo mentre quello che mi aveva mollato il calcione veniva colpito alle spalle da un pusher del Giambellino, che poi però s’è ritrovato all’ospedale mezzo in coma, ho saputo dopo. Zoppicando sono arrivato al Ford Transit del mio amico e ce la siamo battuta. Insomma, Markelo, cazzo, dieci minuti scarsi di terrore in tutto il Giambellino, una sgaggia pazzesca.

M.U. E che fine hanno fatto quei 3 che avevano sfidato la banda di Quarto?

B. Niente… Sono spariti da un giorno all’altro. I capi delle zone si sono ritrovati, hanno fatto una bella chiacchierata tutti insieme e tutto è ricominciato come prima.

M.U. E poi? Come si è sviluppato lo spaccio in seguito?

B. Eh, niente. Pian piano il Giambellino è diventata una zona come tutte le altre. Dal 98, soprattutto. Ormai la droga si tratta in tutta la città e anche fuori, in tutta la provincia.

M.U. Si, non c’è più religione… Va bene, Biscela, grazie. Se prendi un Crodino te lo pago io… E anche una tris. In ricordo di quella bella serata…

B. Ma vadaviaiciapp… Lascia stare, va, pirlometro, grazie per il caffè e buonanotte.

M.U. Grazie a te, milanista che non sei altro…

27 settembre 2004

L’ESPLOSIONE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 13:53

Note caoticamente sparse su Antonio Moresco

di Razgul

(Ricevo e pubblico con piacere queste “note caoticamente sparse” di Razgul che a mio avviso possono aiutare ad avvicinarsi all’opera dello scrittore. M.U.)

La lettura delle opere di Antonio Moresco mi ha stravolto la vita. Prima scribacchiavo anch’io, come tanti. Ho irresistibilmente smesso di farlo. Mi sono detto: “Dopo questa catastrofe biblica ho di fronte due possibilità. Non riuscirò mai più a scrivere niente. Oppure, après ce déluge , se davvero ho un briciolo di talento, uscirò rigenerato”. Non so ancora come andrà a finire. Ma la cosa (solo apparentemente) strana è che non è per niente castrante. Anzi. È come trovarsi di fronte a un’enorme esplosiva aurora di fuoco. Moresco è la combustione, l’epoché, il Ragnarokr. Ma è anche, nello stesso momento, esempio e annuncio di esordio.

Disperatissima vitalità

Tutta l’opera di Moresco è caratterizzata dalla compresenza inscindibile della disperazione e di un’irriducibile spinta esordica.

Hannah Arendt ha scritto: “Gli uomini non nascono per morire, ma per incominciare”. Moresco probabilmente riscriverebbe questa frase così: “Nasciamo per morire, per incominciare”. Dove altri vedrebbero una contrapposizione, una contraddizione, Moresco “prende dentro tutto” (per usare una delle sue espressioni preferite).

Scrive nel Vulcano: “…non dobbiamo limitarci ad affermare, a ricordare e a testimoniare, in modo veritiero, che la morte esiste ed è anzi la condizione stessa perché possa esistere quella cosa che è stata chiamata vita. Non dobbiamo limitarci ad affermare che tutti moriamo, che ciascuno di noi morirà. Dobbiamo anche affermare che vogliamo morire, che vogliamo continuare a morire perché vogliamo poter continuare a vivere. Gli scrittori viventi hanno buoni rapporti con la morte” (p. 46).

La fine e l’inizio. Se partiamo dalla considerazione che il cosmo è caos, i due estremi s’innervano l’uno nell’altro.

E ancora, sulla speranza e la disperazione: “Non aspettarsi niente, non sperare niente, ma non per questo scendere a patti. Mantenere un atteggiamento inarreso, insurrezionale” ( Il vulcano , p. 76).

Ex ordine exordium

Le opere di Moresco sono letteralmente dominate dall’idea dell’esplosione (qui mi piace pensare, nonostante l’etimologia ufficiale, che ex-plodere contenga la stessa radice del russo plod-, da cui si hanno plodit’, ovvero “generare, mettere al mondo”, e plod, “frutto”), dello scardinamento e dell’esordio ( ex – ordo). In altre parole: fuga in avanti, esodo spiazzante, movimento inarreso, sovversione permanente, scarto incessante e reinvenzione di sé.

Anzi, in questo senso si può addirittura individuare una serie di espressioni e di parole-chiave ricorrenti pressoché in tutto ciò che ha scritto. Sono grumi concettuali ad altissima densità, perché condensano la visione del mondo e le riflessioni di Moresco. A me piace paragonarle alle stelle di neutroni. A elencarle, si vede come tali parole-chiave vadano a comporre un arco semantico ben preciso, alle cui estremità, appunto, troviamo i concetti di deflagrazione ed esordio: caos, esplosione, sisma, incendio, in fusione, in fiore, appena inventato, in annuncio, l’apertura, lo squarcio, l’esordire, il movimento in avanti, l’eruzione, il trasloco. Cito questo brano, posto proprio all’inizio della seconda parte dei Canti del caos, perché mi pare che condensi in poche righe quasi tutti questi concetti:

“Ho saltato il fosso, ho scavalcato il tempo. Ho accettato la sfida, l’ho provocata. Attraverserò cruentemente il campo nemico facendogli credere chissà cosa per poi trascinarli tenendoli tutti quanti per un orecchio fin dove ci porterà questo sogno non ancora sognato, questo agguato. Mi espanderò in questi spazi pieni di comicità, dispera­zione, delicatezza e disprezzo. Entrerò nelle latrine di questo tempio scoppiato, con la mia solitudine, con la mia fiamma. E tenderò e scardinerò queste strutture in fuga totale verso non si sa dove. Le sue linee curve, i suoi piani, le sue sfere. Mentre tutti, da ogni parte, se ne stanno fermi su un piano che non esiste, su un filo di tempo che non esiste. Attorno alle loro tavole apparecchiate, fisse: i piatti al loro po­sto, le posate, i bicchieri. Anche i riflessi delle luci tutti al loro posto, incollati. Niente che si solleva da terra. Niente che si muove, che trema. Qui invece tutto vi­bra, vibrerà. I bicchieri sbattono l’uno con­tro l’altro fin quasi a spezza­rsi, vanno in pezzi contro i miei denti quando me li porto alle labbra per brindare sulla voragine di questo inizio posto dentro un inizio. Le posate si spostano a ondate sulle to­vaglie, le afferro con la mano nell’aria, nello spazio. Le pareti si spa­lancano da tutte le parti, i lam­padari si inventano orbite nuove sopra le nostre teste in fusione, in fiore, mentre diamo inizio a questo pran­zo di nozze e a questo sisma.” (p. 7)

Qui si penetra direttamente nel magma fondante, radicale del pensiero di Moresco, “sulla voragine di questo inizio posto dentro un inizio”. L’inizio. L’esordio, l’esplosione, la creazione. Il centro del big bang. Le teste sono in fusione, tutto vibra, tutto deflagra e straborda, si espande, le teste sono in fusione, tutto è una colata lavica, le teste eruttano, sbocciano, le teste sono in fiore. Il caos è sì questo nostro mondo terribile in disfacimento. Ma il caos della fine è anche il caos dell’inizio. La catastrofe del caos, la distruzione e la costruzione. Un mondo che nasce, nasce nel caos, è il caos. Tutto è scardinato, tutto ciò che illusoriamente ci eravamo abituati a vedere, a credere immobile, e ben apparecchiato in un ordine rassicurante. L’universo è in esplosione, in espansione caotica.

Destruam…

“È in atto da tempo una (…) normalizzazione, in gran parte della narrativa di questi anni. Portato di un atteggiamento generale, diffuso e acriticamente accettato – e che a me pare una vera e propria ideologia camuffata da antiideologia – che i giochi sono ormai fatti e ormai chiusi, che alla letteratura è ormai assegnato solo il ruolo di più o meno redditizia testimonianza residuale e che gli scrittori, nel migliore dei casi, non potranno svolgere d’ora in poi altra parte che quella di intrattenitori o di epigoni.

Crollata l’illusione, l’ideologia ‘moderna’ del progresso (che neanch’io – beninteso – possiedo o rimpiango) è rimasta solo quella cosiddetta postmodernistica, nelle sue varie connotazioni, di una labirintica e interscambiabile terminalità totalizzante e diffusa.” ( L’invasione, pp.13-14).

Moresco ha fatto violentemente epoché di tutto il ciarpame ideologico che ha soffocato e soffoca la letteratura contemporanea. Da qui le sue punte polemiche contro Calvino (l’unico di cui non salva quasi nulla), Pasolini, Beckett (verso i quali non nasconde, nello stesso tempo, una grandissima stima), la versione ideologicamente distorta e imbalsamata del pur amatissimo Artaud, le avanguardie (“I baffi della Gioconda… Ma queste cose hanno già stravinto da tempo! Non se ne sono accorti? I baffi della Gioconda sono diventati la pubblicità dell’acqua minerale liscia gassata o Ferrarelle, l’orinatoio dentro il museo è diventato il museo dentro l’orinatoio, l’illusione di un’Avanguardia affidata alla sola ipertrofia del dato mentale separato è diventata soltanto, poco tempo dopo, base teorica della ‘comunicazione’ pubblicitaria e del vivere light” – Il vulcano, p. 58), il postmoderno.

Non un assalto a una determinata idea di letteratura, ma l’attacco a un’idea di letteratura assurta a potere totalitario.

Moresco non si augura che, per esempio, le opere di Calvino o del Gruppo 63 vengano bruciate e scompaiano. La ragione dei suoi attacchi sta nell’urgenza vitale di abbattere la dittatura. Non si scaglia contro di essi perché la pensano diversamente da lui, ma al contrario perché essi tendono a emarginare e annientare ogni alterità.

Detto in questi termini, sembrerebbe persino banale. Eppure le reazioni indignate di gran parte dell’establishment critico-letterario sembrano non aver colto questa semplice differenza. Poiché si tratta in generale di persone colte e istruite, il sospetto è che il fraintendimento nasconda molta malafede.

…et aedificabo

“A me pare invece che l’esperienza della scrittura possa iniziare solo dopo che si è abbattuta questa imprigionante barriera, quest’idea puramente funzionale di letteratura. Andare oltre le superfici presentate come unica dimensione possibile, entrare nelle zone amniotiche [ancora un termine di ‘generazione’], fluide, che si aprono al di là di esse, sempre in drammatico cominciamento, in esordio. Noi scrittori non siamo e non vogliamo essere una specie protetta in via d’estinzione. Non dobbiamo esitare a collocarci in una zona di rischio totale, senza nessuna baldanza e nessuna speranza (…). Non siamo e non vogliamo essere puro funzionariato. Non ci interessa questo ruolo all’interno della variegata, potente e inerte macchina editoriale di questi anni.

(…) Tutto questo può aprire uno spazio profondo per gli scrittori. Anche se è uno spazio di rischio. Il terreno è aperto. La strada è sgombra. Non ci sono le mappe. Ma non è una buona ragione per non continuare ad andare” ( L’invasione, pp. 14-15).

I romanzi e gli scritti teorici di Moresco stanno lì a dire: guardate che la letteratura può essere una cosa enorme, abnorme, feroce; può essere una cosa che prende dentro tutto, un incendio dell’anima. La letteratura può essere un’esperienza radicale.

Per questo gli hanno dato del massimalista, del velleitario, del presuntuoso. Questa è la colpa. Credere e soprattutto praticare un’idea radicale della letteratura. Da una parte stupirebbe il contrario: la radicalità è l’eresia suprema del nostro tempo. Dall’altra, appare paradossale che, alla rivendicazione di un ruolo forte dello scrittore, non corrisponda una generale adesione e alleanza.

Il Labirinto e il Minotauro

C’è un punto del pamphlet contro Calvino (“Il paese della merda e del galateo”, nel Vulcano) che mi sembra particolarmente significativo, che riassume bene il senso dell’attacco mosso da Moresco contro l’ideologia postmoderna.

Moresco mette a confronto il mito antico del Labirinto (“tra i più disperati ed esplosivi”) con la sua versione postmoderna e calviniana – il labirinto (con la minuscola). Osserva e vede subito una cosa che dovrebbe in teoria essere lampante, ma evidentemente non lo è: dov’è finito il Minotauro?.

È stato eliminato. Nemmeno ammazzato. Semplicemente è scomparso. Forse perché faceva paura, perché impediva di percorrere il labirinto comodamente. Eppure senza il Minotauro il mito perde significato.

“Nel labirinto depotenziato di Calvino il Minotauro (ragione stessa del labirinto, immagine dell’orrore e del male, orco divoratore di vite e di carne umana, la cui presenza imprime un carattere drammatico alla ricerca di una via d’uscita) non esiste più, è stato espunto. Non solo: del labirinto di Calvino (come nelle sue versioni ornamentali e simboliche attuate con siepi ad altezza d’uomo nei giardini si può venire a capo semplicemente tracciandone una mappa (questa sarebbe, tra l’altro, lo scopo della letteratura, della sua letteratura)” (pp. 28-29).

Nel mito antico le sole persone che riescono a evaderne sono Dedalo, Icaro e Teseo. Il paradosso utopico e il paradosso amoroso. Nel mito postmoderno non è più dato alcun paradosso, non è più data alcuna utopia, “le urla dei destinati a essere divorati sono diventate le piccole angosce autoreferenziali degli (auto)imprigionati…” (p. 30).

Il mito è diventato consolatorio, protettivo. Serve a nascondersi dalla mostruosità, dall’incomprensibilità, dal caos. Soprattutto, serve a elidere completamente ogni dimensione tragica.

Autosegregazione carceraria in un’illusione protettiva, elisione dalla tragedia, negazione della possibilità stessa dell’utopia. Io personalmente credo che queste considerazioni siano perfettamente applicabili non solo alla sfera culturale, letteraria, ma più in generale al nostro tempo.

Lo scrittore, il lettore, la fruibilità

Ogni volta che si discute di pubblico, lettori e fruibilità, provo l’irresistibile impulso di mettermi a cantare a squarciagola l’Inno della rivolta. Mi sembra che si sprechino inutilmente tante parole e si giri viziosamente intorno a una polemica fasulla e putrida.

Non vedo come e da cosa si possa dedurre che Moresco se ne frega dei lettori. Non capisco perché dovrebbe interessarsi ai lettori. È una questione malposta, un falso problema.

Uno scrittore scrive in un determinato modo perché non potrebbe fare altrimenti. Perché è necessario che scriva così. Non scrive per sé stesso, non scrive per il lettore. Scrive perché non può fare diversamente, come diversamente non potrebbe fare. È molto semplice.

Moresco non è uno scrittore che si prefigga programmaticamente l’illeggibilità. Non è nemmeno uno scrittore particolarmente difficile o astruso. È qualcosa di diverso: chiede molto a chi gli si avvicina perché chiede molto a sé stesso, alla propria scrittura. Chiede rispetto perché è pieno di rispetto verso il lettore. Pensa che accontentarsi non sia una gran cosa e crede perciò che il lettore sarà felice di trovare qualcosa che non l’accontenta semplicemente, ma che lo stimola e lo smuove.

Io sono felice quando un libro non mi accontenta ma mi sconvolge, mi domanda il massimo impegno e mi coinvolge in un corpo a corpo. Il corpo a corpo con un libro è la cosa più bella che possa capitare a un lettore. E allo scrittore che l’ha scritto.

“E poi magari esci dal supermercato con la tua sporta di plastica mezza sfondata dalle bottiglie, e subito dopo incontri sul marciapiede uno di quei bambini che ci sono in giro in questi anni, ancora piccoli, proprio piccoli, con quegli occhialoni dalla montatura di plastica colorata, legati dietro la testa perché non li perdano. Vedi i loro occhi deformati e ingigantiti dietro le spesse lenti di plastica per forti miopie, mentre ti passano vicino… Quegli occhi abnormi ingigantiti dalle lenti, che sembrano sempre sbarrati, come quelli di certi piccoli animali che vivono e soffrono nell’aria, nelle viscere della terra, dei mari. (…) Che lettore mi interessa incontrare? Sono anch’io un bambino dagli occhi abnormi e voglio scrivere per quel bambino dagli occhi abnormi” ( La visione, pp. 227-228).

Per finire incominciare

“Mai come adesso mi sento non pacificato e riconciliato. Mi sembra anzi che stiano crescendo sempre più dentro di me una disperazione e una delicatezza che non so dove mi potranno portare” ( La visione, p. 191).

COMING SOON

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 03:04

Prestissimo (questione di ore) un pezzo di Razgul (ultimo dei miei link – Tunga!) su Antonio Moresco, a seguito del mio del 23 Settembre e di quello di Riccardo Ferrazzi (La matita rossa e blu), del 24. E il ritorno del Biscela con una nuova puntata de "La storia della mala milanese anni 60/70/80". Dopo "La truffa dei pace-maker" (4 Settembre) e "La prostituzione" andata in rete il 13, ora tocca alla spaccio di droga nel Giambellino. Prestissimo il ritratto di un artista veramente singolare, Valerio Zecchini. E molto altro ancora. Solo su… Vabbè, avete capito.

26 settembre 2004

TECNOCLEOPATRA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 15:00

di Pamela Canali

(Pamela Canali – trovate tra i miei link il suo blog – ha una penna camaleontica. Ha un punto di vista molto femminile, senso dell’umorismo e sagacia. E capacità di svariare, cosa non da poco. Ricevo e pubblico un suo pezzo – una email di Cleopatra a Marcantonio- in esclusiva. Solo su Markelo Uffenwanken.)

Da cleopatrareginadegitto$schiavomessaggerosiriaco.iter
A: marcantonio.triumviroenonsolo@fastmar
Oggetto: Lettera amorosa
Allegati: segreti
Risposta a carico del mittente

Caro Antoniuccio mio, generale orsetto,

Ti mando questo messaggero, il più veloce che ho trovato in città. Spero che ti porti presto questa missiva amorosa. Sbrigati a scrivere la risposta, perché sono ansiosa di sapere che combini, lontano da me, perdippiù a Roma, città tentacolare e pericolosa. Per indurre il messaggero a tornare velocemente, fagli una zuppa di fave e miele, con finocchietto selvatico: ne va pazzo. Gliel’ho promesso che l’avresti fatta preparare e un’altra lo aspetta qui, l’ho già messa in caldo. Evita che vada in giro per Roma senza accompagnamento di un vecchio saggio. Potrebbe infilarsi in qualche postribolo, a cui non è abituato, e allora ce lo siamo giocato.

Bando ai preamboli, passo alla missiva vera e propria.

Oggi ho fatto le solite cose, niente di speciale. Ho fatto giustiziare un paio di delinquenti: una mia ancella di poco conto che è stata sorpresa a provarsi i miei calzari, sai quelli con gli scarabei di lapislazzulo. Mi ha fatto arrabbiare non tanto per i lapislazzuli, ma perché è una che si lavava poco. Io non è che glielo dicessi, glielo facevo capire con garbo, mi mettevo a parlare di oli da bagno, di profumi speziati e deodoranti, sai com’è. Niente, lei da quell’orecchio non ci sentiva. Un po’ mi dispiace perché era brava a mettere in ordine. Sai che io sono un po’ casinara e mi faceva comodo una che rimettesse a posto le vesti dopo che me le ero provate e che buttasse i papiri illustrati dopo che il sarto di corte aveva copiato i modelli, aggirando il legittimo diritto di esclusiva dei sarti inventori, sancito dalla legge romana e siriaca ed esteso a tutto il mondo finora conosciuto, come da accordi diplomatici verbali. Il vantaggio di stare alla periferia dell’Impero è che nessuno viene a sapere che porti delle vesti abusive.

Un’altra piccola esecuzione è stata quella di un nobile, ma non della mia famiglia, come al solito, questo no, c’era solo una lontana parentela e non ci siamo mai frequentati perché lui stava al Cairo, sai quel villaggio polveroso nei pressi delle Piramidi. Questa esecuzione è avvenuta senza troppa pubblicità perché lui era accusato di sparlare di noi due, la solita storia della ragazza madre che non la sposa nessuno e tutti gli uomini già impegnati approfittano di lei. Diceva anche che tu stai con me per i soldi, roba da non crederci. Che io devo pagarmi i gigolo, manco fossi una matrona romana che va a gladiatori. Che anche Cesare, se stava con me, con il naso che mi ritrovo, doveva avere i suoi buoni motivi.

A proposito, ti mando questo piccolo innocuo messaggio amoroso: se so che hai rivisto Ottavia, tua moglie, ti cavo gli occhi. Però mica ti lascio, ti tengo come amante anche cecato. E qui puoi notare la profondità del mio amore: potrei far presto a trovarmene un altro che mi guardi e mi dica quanto sono bella, nonostante il naso. Invece no, continuerei ad amarti, anche se non puoi più guardarmi. Io saprei che quando mi dici che mi vedi bella, mentiresti sapendo di mentire.

Lo so che è difficile, stai a Roma, nella stessa città, non puoi far finta di non conoscerla, lei metterà di mezzo gente, ti farà invitare alle stesse feste, farà scontrare la sua portantina con la tua, per costringerti a scendere per vedere i danni subiti, a costo di spettinarsi, ma sappi che hai le mie spie alle calcagna. Vedi tu, a buon intenditor…

I tuoi figli mi fanno disperare. Da quando te ne sei andato a Roma, anche Cesarione mi fa diventare matta. Se ne va in giro per Alessandria con una banda di giovani deficienti che fanno scherzi alle vecchie signore, suonano i campanelli e attaccano briga con i più piccoli. Pare che prima di fare le loro scorribande fumino delle sostanze inebrianti. Quando mi ritorna a casa ha un sorriso da ebete. Se non fosse mio figlio, lo farei arrestare. Vedi di scrivergli qualcosa di molto duro, che qui non se ne può più. Minaccialo di venderlo come schiavo ad una carovana diretta alla terra dei.Parti. Se glielo dico io, non ci crede.

I piccoli stanno sempre a bisticciare, da quando sei partito, si vede che sentono la tua mancanza. Approfittano della loro posizione regale e divina, per picchiare con bambole e cammellini di peluche le serventi, che poverine non possono reagire e devono sempre venire a chiamare me, per sgridarli. Il piccolo Filadelfo ha gettato pappa e latte dappertutto, schizzandoli sulle ancelle e per tutto il quartiere dei bambini, neanche stesse facendo il bagnetto nel Nilo. Lui si è divertito molto, ma è dovuta intervenire una squadra di pulitori. E’ inutile dire: “Quando arriva papà so’ cavoli tuoi.” Sanno che starai via parecchio e che, quando tornerai, io mi sarò scordata delle loro marachelle. Quindi vedi di tornare presto, perché qui la situazione è ingovernabile.

Spero che nel tuo bagaglio non manchi niente, di essenziale. Però quando sei partito e non eri più a tiro di messaggero, mi sono accorta che non hai preso la tua copertina, quella con le paperelle, che ti confezionò amorosamente la tua nutrice barbara quando eri ancora un lattante, senza la quale non riesci a dormire, a meno che tu non ricorra a qualche giara di quello buono. Te la mando con il messaggero in un pacco anonimo, involtata in una toga preziosa, in modo che nessuno capisca la tua debolezza, che se lo sanno i nemici sono cazzi acidi: te la rubano e ti fanno passare le notti in bianco, così non sarai più quel valente guerriero che tutti conoscono. Hai dimenticato qui anche il tuo talismano, il dente della lucertola che uccidesti da bambino, fingendo che fosse un drago. Quello non te lo posso mandare, non saprei come occultarlo, non sembra proprio un dente di leone, né di tigre, però stai tranquillo, che sto pregando Iside, con cui sono in ottimi rapporti, per la tua salvezza e soprattutto perché tu non incontri quella megera casalinga di tua moglie, una che non ha mai lavorato in vita sua e non ha idea di cosa significhi fare la sovrana.

Un’ultima cosa: oggi è successo un fatto strano. Stavamo mangiando gli spaghetti all’aspide, quando improvvisamente un lampo a ciel sereno ha colpito la mensa e si è sentita una risatina non umana, forse divina. Il tavolo di marmo che mi avevi regalato tu è andato in pezzi, magari ci possiamo fare un mosaico, ma io mi sono un po’ preoccupata. Secondo te che significa questo prodigioso avvenimento?

Aspetto ansiosamente il tuo ritorno, ma non diciamolo a nessuno, che non è consono al mio lignaggio…

Baci divini (me lo posso permettere, lo sai, io e gli dei siamo molto intimi).

La tua ranocchietta Cleo.

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