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	<title>The FK experience</title>
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	<description>il sito di Franz Krauspenhaar</description>
	<pubDate>Sat, 08 Nov 2008 22:29:41 +0000</pubDate>
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		<title>Grigio  (Dedicato a David Foster Wallace)</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Nov 2008 22:26:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franz Krauspenhaar</dc:creator>
		
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Sono un gigione, un gigione, me lo dicono tutti, sono un gigione, leggo da gigione e parlo a volte così; e sono insomma un gigione, e da piccolo vedevo in tivu Topo Gigio, un gigione anche lui, a suo modo; e lui, un altro, lo chiamavo Gigetto quand&#8217;eravamo piccoli, anche poco prima che morisse, e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.markelo.net/wp-content/uploads/2008/11/kromaluce-1.jpg" title="kromaluce-1.jpg"><img width="2899" src="http://www.markelo.net/wp-content/uploads/2008/11/kromaluce-1.jpg" alt="kromaluce-1.jpg" height="2158" style="width: 401px; height: 291px" /></a></p>
<p>Sono un gigione, un gigione, me lo dicono tutti, sono un gigione, leggo da gigione e parlo a volte così; e sono insomma un gigione, e da piccolo vedevo in tivu Topo Gigio, un gigione anche lui, a suo modo; e lui, un altro, lo chiamavo Gigetto quand&#8217;eravamo piccoli, anche poco prima che morisse, e non era più piccolo da un pezzo, e lo chiamavo a volte così, ancora; e il cielo di quella mattina, poche mattine fa, rientrando a casa, era grigio, o bigio, non era per niente al mondo un cielo gigione, nemmeno gigioneggiava, voglio dire, per farsi coraggio, per vincere una timidezza, un panico, una follia, un blocco; no, quel cielo era bigio come un pezzo di pane raffermo che viene calato in una tazza di latte davanti a una finestra che dà su quello stesso cielo grigio, o è del pane ed acqua, di un grigio di condanna, grigio di stento e di fine della corsa; e a proposito, c&#8217;è il grigio dell&#8217;asfalto al Tour de France, il grigio di un paio d&#8217;occhi muti che mi guardarono una volta cercando nel mio azzurro un po&#8217; di comprensione, quel grigio che ci sferza fino alle vene battenti con la pioggia; e il grigio del bianco e nero, lustrato di quella stessa pioggia nelle strade bagnate, lunghe strisce di lacrime sballottate in un lavaggio-strade, che sia a Brooklyn o sulla strada sotto casa, che dà a sua volta verso finestre spente da chiazze grigie, che sono in realtà soltanto tende, dello stesso colore; e dietro queste, delle anime grigie in pena, stordite fino in fondo dal terrore, che premono su tutto il grigio che si potrebbe scavare dentro il loro essere per decidere, una buona volta, di farla finita.</p>
<p>[Immagine: FK - Kromaluce #1]</p>
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		<title>Linnio Accorroni recensisce EMP su L’indice dei libri.</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Nov 2008 08:45:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franz Krauspenhaar</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[
Franz Krauspenhaar (il ramo paterno della famiglia è originario dei Sudeti, quello materno ligure-calabrese) è stato, prima di questo Era mio padre, autore di altri tre romanzi, l&#8217;ultimo dei quali agevolmente collocabile nella categoria eterogenea e ospitale del noir. Questa sua nuova opera sorprende non solo per la netta cesura rispetto alle precedenti &#8220;frequentazioni&#8221;, ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.markelo.net/wp-content/uploads/2008/11/fr.jpg" title="fr.jpg"><img width="2037" src="http://www.markelo.net/wp-content/uploads/2008/11/fr.jpg" alt="fr.jpg" height="2858" style="width: 446px; height: 566px" /></a></p>
<p>Franz Krauspenhaar (il ramo paterno della famiglia è originario dei Sudeti, quello materno ligure-calabrese) è stato, prima di questo <em>Era mio padre</em>, autore di altri tre romanzi, l&#8217;ultimo dei quali agevolmente collocabile nella categoria eterogenea e ospitale del noir. Questa sua nuova opera sorprende non solo per la netta cesura rispetto alle precedenti &#8220;frequentazioni&#8221;, ma anche perché si sottrae alla stolida <em>medietas</em> di tante uscite recenti; infatti, anche se per lunghi tratti quasi incondita e rozza, questa è un&#8217;opera che turba e scuote, che irrita e disturba: &#8220;Voglio che ti prendi una vacanza dall&#8217;intrattenimento, dalle storielle sordide di morti ammazzati di carta, dallo stile ben temperato, dalle passioni inventate di sana pianta, in interni borghesi indecenti di sozzura e pulizie di primavera&#8221;.<br />
Ma di questo si è grati all&#8217;autore; in fondo si continua a leggere per scovare quelle opere capaci di spezzare quel &#8220;mare gelato che è dentro di noi&#8221;, di cui parlava Kafka nella celebre lettera a Oskar Pollak. Così Krauspenhaar ama definire questo testo, rischiando l&#8217;ambiguità di una collocazione spuria, romanzo &#8220;bioautografico&#8221;. In questo caso, la prolessi non è mero <em>mot d&#8217;esprit</em>, ma il grumo semantico da cui si innesca una ricognizione spietata della propria inadeguatezza esistenziale, rinvenuta nel recupero-sofferto e nella rilettura-dolorosa del proprio passato. Il racconto in presa diretta che caratterizza buona parte dell&#8217;opera sembra fatto per placare un&#8217;insopprimibile urgenza narrativa, tanto che il libro pare, in molte sue pagine, quasi trascurato a livello di editing. Per fortuna, però, tanta ruvida asprezza stilistica non scade mai, o quasi, nel birignao manieristico. L&#8217;autore non sa (forse non vuole: è il diario di un inetto a Milano) chiamarsi fuori da un passato tragico e vischioso, da una materia ancora molto viva da cui si sprigionano furori acri e immedicabili, inquietudini e odi inveterati che il tempo, invece di esulcerare, ha rinvigorito. Scrive infatti Krauspenhaar: &#8220;Come pensare che il passato possa svanire? Il passato è passato, si dice. Come si può credere a un&#8217;idiozia del genere? Il passato è qui, ora, perché noi siamo passato, noi siamo il passato, il passato passa all&#8217;esterno ma rimane nel nostro interno notte e giorno – giorno e notte; il passato ci sveglia nei sogni&#8221;.<br />
Una confessione scontrosa e arrabbiata, che non consente qualsivoglia indulgenza o <em>pietas</em>, anzi; volentieri l&#8217;autore colleziona e cataloga quantità considerevoli di disprezzo e di odio, elargendone dosi multiple all&#8217;esercito di macchiette, comparse e replicanti che attorniano l&#8217;io narrante e che assistono alla sua esistenza, alle sue storie grottesche e febbrili. Un libro fatto di sventatezze e menzogne, di lapsus e pigrizie, di un dolore recitato ed esibito, impudicamente. Una specie di <em>mon coeur mis à nu </em>dei tempi nostri in una Milano la cui alienante disarmonia riesce ad amplificare malanni e rancori irranciditi. La città qui non è mero orpello urbanistico, quinta decorativa ed estetizzante, ma luogo che impedisce l&#8217;accesso a qualcosa che, anche solo vagamente, possa assomigliare alla felicità.<br />
Sin da subito, per evitare ogni possibile fraintendimento, l&#8217;autore ci prospetta un assioma che fatica a essere condiviso soprattutto da coloro che vedono nella letteratura l&#8217;aspetto ludico-artificioso, l&#8217;esercizio di stile che sublima e trasfigura. Per Krauspenhhar, invece, &#8220;i libri fatti con le viscere e col sangue sono sempre utili: a chi li scrive e, ancora di più, a chi li legge con la giusta partecipazione&#8221;. Essendo beatamente <em>in partibus infedelium</em>, mi si consenta di nutrire seri dubbi sulla veridicità della seconda parte. Ma sicuramente questo romanzo (?) rientra nella categoria delle opere fatte con le viscere e il sangue, corrosivo e urticante, conto aperto con il passato e il presente (e anche il futuro, sicuramente) di chi l&#8217;ha scritto.<br />
Come recita il titolo, il tentativo è quello della costruzione di un <em>mémoire</em> incentrato attorno a una figura paterna, ingombrante e non addomesticabile: un tedesco nato nel luogo (Italia) e nell&#8217;epoca sbagliata (anni venti), combattente della Wehrmacht, che, tra mille travagli, compie una scalata sociale che non lo salva però da una specie di dolorosa coscienza del vivere, riflessa nei figli. Dal coacervo di storie che si enuclea attorno alla figura di questo combattente, sempre vocato alla sconfitta, si generano, quasi per filogenesi, una serie di vicende che ricadono pesantemente sull&#8217;autore, la cui esistenza è sotto il segno di una precarietà affettiva e sentimentale proposta quale modello unico di vita. Le giornate dell&#8217;io narrante sono contrassegnate da una serie di vuoto letargico da ozio infinito, l&#8217;<em>ennui</em> di chi si trova a fine corsa senza essere mai partito, che non può essere tacitato attraverso espedienti tipici dell&#8217;epoca delle passioni tristi: gli amorazzi, gli aperitivi, le telefonate e gli sms, i post sul blog (Krauspenhaar è redattore del blog collettivo Nazione indiana), i film porno scaricati da internet, il soffocante edipico rapporto con una madre <em>panoptikon</em>.<br />
C&#8217;è una scena, in particolare, che mi sembra sintetizzare compiutamente il mood di quest&#8217;esistenza banale, asfittica, tormentata, che suscita tenerezza e affetto nel lettore: l&#8217;io narrante che accompagna verso casa l&#8217;ennesima &#8220;fidanzata&#8221; e, preso da una specie di raptus incontrollabile, &#8220;le abbranco una tetta, la tolgo dal vestito leggero in mezzo alla strada e mi ci attacco con la bocca come un bambino si attacca al morbido e vitale biberon&#8221;.</p>
<p>[Immagine: FK - Franzmicrowelle - 2008]</p>
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		<title>Two against nature</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Nov 2008 06:18:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franz Krauspenhaar</dc:creator>
		
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TWO AGAINST NATURE
Dall&#8217;omonimo album degli STEELY DAN, uscito nel 2000. Ovvero Donald Fagen (il Kubrick della musica, per il suo talento unito a un perfezionismo quasi disumano) e Walter Becker.
La mania del suono perfetto, un sound inconfondibile trovato presto e mai più lasciato, pochi album, turnisti finiti dallo psichiatra a causa dell&#8217;ossessività del duo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.markelo.net/wp-content/uploads/2008/11/steelydan_ok_1.jpg" title="steelydan_ok_1.jpg"><img src="http://www.markelo.net/wp-content/uploads/2008/11/steelydan_ok_1.jpg" alt="steelydan_ok_1.jpg" /></a></p>
<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=MhldU1JOe1Y&amp;feature=related"><strong>TWO AGAINST NATURE</strong></a></p>
<p>Dall&#8217;omonimo album degli <strong>STEELY DAN</strong>, uscito nel 2000. Ovvero <strong>Donald Fagen </strong>(il Kubrick della musica, per il suo talento unito a un perfezionismo quasi disumano) e <strong>Walter Becker</strong>.</p>
<p>La mania del suono perfetto, un sound inconfondibile trovato presto e mai più lasciato, pochi album, turnisti finiti dallo psichiatra a causa dell&#8217;ossessività del duo di incontentabili. Il canto stirato di Fagen, la mente. Un album, firmato solo da quest&#8217;ultimo, <strong>The nightfly</strong>, del 1982, che è rimasto per la maggioranza dei critici il più bell&#8217;album di pop music mai realizzato. Un concept-album sull&#8217;essere disc-jockey negli anni &#8216;50 del rockabilly e del grande jazz. Una dichiarazione d&#8217;amore al passato che vende milioni di dischi in un&#8217;epoca di fuffa elettronica e non.<br />
Uno stile che mette insieme il jazz al rock al pop in una sintesi carezzevole, che ha spazio talvolta anche per un&#8217;espressione grintosa. Mai sopra le righe, gli <strong>Steely Dan</strong> da quasi quaranta anni (i due si incontrano nel 1967, fricchettoni innamorati soprattutto del jazz di Charlie Parker) coerentemente si ripetono con poche variazioni. Ossessivi in tutto, bravi in tutto. C&#8217;è fuoco che cova nel loro senso della misura, nella loro modernissima pulizia. Fagen e Becker: due metronomi pieni di fantasia e di gusto.</p>
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		<title>La mia naja, tra sogno e realtà su Lpels</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Oct 2008 12:36:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franz Krauspenhaar</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Su La Poesia e lo spirito un mio racconto-verità già apparso su La Tribuna del Mezzogiorno: La mia naja, tra sogno e realtà.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Su <strong>La Poesia e lo spirito</strong> un mio racconto-verità già apparso su <strong>La Tribuna del Mezzogiorno</strong>: <a href="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/10/29/la-mia-naja-tra-sogno-e-realta-2/#more-9304">La mia naja, tra sogno e realtà</a>.</p>
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		<title>Svizzera interna [REPRISE]</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Oct 2008 07:00:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franz Krauspenhaar</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Blog]]></category>

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		<description><![CDATA[
Verso montagne blu, contro cieli colore
del mio solo compagno, l’orologio d’acciaio.
Incespicando betulle al passaggio contorto
di piaghe. Venute dal nord. Eccole ai rami,
restano attaccate come foglie dalle nervature
di mascara, per occhi di bosco.
Nel cuoio gettato al vento, di sera, la Svizzera,
addomesticata dal foehn, tra tornanti elettrici
guidati dal torcersi dei monti, supera se stessa.
A valle. In crinali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.markelo.net/wp-content/uploads/2008/10/lerba-del-vicino.jpg" title="lerba-del-vicino.jpg"><img width="1345" src="http://www.markelo.net/wp-content/uploads/2008/10/lerba-del-vicino.jpg" alt="lerba-del-vicino.jpg" height="958" style="width: 392px; height: 299px" /></a></p>
<p>Verso montagne blu, contro cieli colore<br />
del mio solo compagno, l’orologio d’acciaio.<br />
Incespicando betulle al passaggio contorto<br />
di piaghe. Venute dal nord. Eccole ai rami,<br />
restano attaccate come foglie dalle nervature<br />
di mascara, per occhi di bosco.<br />
Nel cuoio gettato al vento, di sera, la Svizzera,<br />
addomesticata dal foehn, tra tornanti elettrici<br />
guidati dal torcersi dei monti, supera se stessa.<br />
A valle. In crinali superbi e brutali, e il verde mela-<br />
- bellezza di laghi a venire, nel getto delle nubi.<br />
Le tane delle volpi, tessute di calma. Come finestre<br />
al covo delle buche. Mille stelle raschiano l’aria fedele<br />
della Svizzera interna, da cantone a cantone, metri.<br />
L’ uno lontano dall’ altro. Si spogliano di canzoni e<br />
di pascoli di mucche incinte. La città pungerà. Ago.<br />
Enorme, nel giro di chilometri. Trifoglio e muro di cinta.</p>
<p>[Immagine: FK - L&#8217;erba del vicino - 2008]</p>
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		<title>Triptyque su Nazione Indiana: Krauspenhaar-Petrova-Ruffilli</title>
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		<comments>http://www.markelo.net/2008/10/26/tryptique-su-nazione-indiana-krauspenhaar-petrova-ruffilli/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 25 Oct 2008 22:38:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franz Krauspenhaar</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Blog]]></category>

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		<description><![CDATA[
Su Nazione Indiana, a cura di Francesco Forlani, da ieri sera tre poesie insieme: una mia, una di Alexandra Petrova, e una di Paolo Ruffilli. Un &#8220;triptyque&#8221;. Leggi.
[Immagine: FK - Autobahn Neuss- Duisburg - 2008]
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.markelo.net/wp-content/uploads/2008/10/autobahn-kaiserslautern-duisburg.jpg" title="autobahn-kaiserslautern-duisburg.jpg"><img width="2840" src="http://www.markelo.net/wp-content/uploads/2008/10/autobahn-kaiserslautern-duisburg.jpg" alt="autobahn-kaiserslautern-duisburg.jpg" height="2058" style="width: 354px; height: 279px" /></a></p>
<p>Su<strong> Nazione Indiana</strong>, a cura di <strong>Francesco Forlani</strong>, da ieri sera tre poesie insieme: una mia, una di <strong>Alexandra Petrova</strong>, e una di <strong>Paolo Ruffilli</strong>. Un &#8220;triptyque&#8221;. <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/10/25/triptyque-tre-movimenti/#more-10072">Leggi.</a></p>
<p>[Immagine: FK - Autobahn Neuss- Duisburg - 2008]</p>
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		<title>Dalla clinica psichiatrica [REMIX]</title>
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		<comments>http://www.markelo.net/2008/10/24/dalla-clinica-psichiatrica-remix/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 24 Oct 2008 06:00:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franz Krauspenhaar</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Blog]]></category>

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		<description><![CDATA[
Scriverò un’altra sfilza
edificante, l’assaggio sale su
chiodato per la gola. Ensor lo vidi
persino al museo, tra
le sue maschere, come
il salumiere tra i clienti fissi.
[nome delle creature quello vero]
Vino e birra. Lo sbronzo non
sapeva dov’era. La poesia
è muta come la scala B, calva
come la follia che hai fatto,
sporge come un suicida.
E un operaio sghignazzava.
[soffre la nostra voglia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.markelo.net/wp-content/uploads/2008/10/yippo.jpg" title="yippo.jpg"><img width="3141" src="http://www.markelo.net/wp-content/uploads/2008/10/yippo.jpg" alt="yippo.jpg" height="2333" style="width: 359px; height: 296px" /></a></p>
<p>Scriverò un’altra sfilza<br />
edificante, l’assaggio sale su<br />
chiodato per la gola. Ensor lo vidi<br />
persino al museo, tra<br />
le sue maschere, come<br />
il salumiere tra i clienti fissi.</p>
<p>[nome delle creature quello vero]</p>
<p>Vino e birra. Lo sbronzo non<br />
sapeva dov’era. La poesia<br />
è muta come la scala B, calva<br />
come la follia che hai fatto,<br />
sporge come un suicida.<br />
E un operaio sghignazzava.</p>
<p>[soffre la nostra voglia d&#8217;essere]</p>
<p>“Non è valido! Non è valido!<br />
Non è valido! So scrivere meglio io<br />
la lista della spesa! Siete bravi<br />
a mangiare senza muovervi dalla<br />
sedia, io sui tubi grondanti piscio<br />
le rime dell’edilizia franca!”</p>
<p>[soffre la nostra voglia, la nostra voglia soffre]</p>
<p>Sono diventato moralista al cubo,<br />
intubo sentenze e massime<br />
giù nella gola, il cibo liquido,<br />
fino alla fine del componimento.<br />
In alto perciò i cuori di pietra!<br />
In alto i calici del grande sbronzo!<br />
In alto i camici delle infermiere!</p>
<p>[in alto in alto, in alto i camici]</p>
<p>E se non conosci Ensor affrettati,<br />
è uno delirante, made in Belgium,<br />
un cantore di corte vuota, solo spettri<br />
che rodono, che pisciano nei vasi<br />
del disumano. Io, qui all’asylum<br />
per prestatori tumefatti, con l’anima<br />
gonfia di preservativi, vado avanti<br />
a cadaverilene malmostato, 100 mg.</p>
<p>[su per la gola, come rovina e calcio]</p>
<p>Quattro signori pazzi guardano l’aria<br />
cadere, una donna è sdentata, una<br />
volta era bella e sapeva di confettura<br />
alla fragola, mi ha detto il marito<br />
in visita. Il professore è candido<br />
forse per via del camice, e Sonia,<br />
l’infermiera dalle tette lunghe, con<br />
le labbra Gran Riserva, mi suscita<br />
erezioni di tenerezza splendida.</p>
<p>[incuba del dolore la sofferenza estrema]</p>
<p>Qui non si sta male. Ricordo di nuovo<br />
l’operaio, che sghignazzava dal ponteggio<br />
mentre nevicava pelle bianca, e gli alberi<br />
simulavano un pestaggio. Erano ridotti<br />
all’osso, come ciminiere smangiate<br />
dal fumo, che lentamente ritornava indietro.</p>
<p>[che lentamente lentamente ritornava indietro]</p>
<p>Ricordo che scrivevo molto, le sere<br />
soprattutto d’estate, il notes<br />
sulle ginocchia color malva, i testicoli<br />
introflessi dall’angoscia, le murene a percorrere<br />
la mia schiena con un fischio di treno<br />
sgozzato da coltelli di lamento.</p>
<p>[coltelli e coltelli di lamento]</p>
<p>Poi mi spensi come un sigaro rubato,<br />
venni portato qui da una Citroen bianca,<br />
familiare, ardimentosa a scantonare<br />
nel traffico topesco della sera.<br />
Dai polsi sudavo stigmate di nonsense<br />
aperto, a liquidare il mio sangue<br />
di santo apposito, di santo curioso<br />
non ufficiale, fustigato dal male.</p>
<p>[male fustigato, fustigato dal male]</p>
<p>Qui si sta bene. Il ronzio della mente<br />
fa buon brodo sullo sciacquio dei sensi<br />
sedati. Fissato alla parete, prendo la dose<br />
elettrica e mi scuoto come un cane<br />
nella pioggia, le gocce sparano dal bianco<br />
della camicia, nell’ombra lieve separata dal corpo.</p>
<p>[Immagine: FK - Yippo-2008] colonna sonora da dare i numeri:<a href="http://www.youtube.com/watch?v=6TlvNpIwTto&amp;feature=related">KRAFTWERK - NUMMERN</a></p>
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		<title>Diario di un milanese # 2 su www.ibridamenti.com</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Oct 2008 11:09:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franz Krauspenhaar</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Blog]]></category>

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		<description><![CDATA[Oggi seconda puntata su Ibridamenti di Diario di un milanese, il mio diario lirico-lisergico. Wooow!!!
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi seconda puntata su Ibridamenti di <a href="http://www.ibridamenti.com/diario-di-un-milanese/2008/10/diario-di-un-milanese-2/">Diario di un milanese</a>, il mio diario lirico-lisergico. Wooow!!!</p>
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		<title>Cover girl, di Wolfgang Flur</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Oct 2008 06:00:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franz Krauspenhaar</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Blog]]></category>

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Continua il breve viaggio nella musica elettronica tedesca, a partire dai Kraftwerk. Dopo Karl Bartos, co-autore di varie melodie entrate nella storia coi Kraftwerk, è la volta del percussionista Wolfgang Flur, attivo nel gruppo di Duesseldorf dal 1973 al 1987. E autore di un libro controverso sulla lunga esperienza musicale e umana, &#8220;Io ero un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.markelo.net/wp-content/uploads/2008/10/2191.jpg" title="2191.jpg"><img src="http://www.markelo.net/wp-content/uploads/2008/10/2191.jpg" alt="2191.jpg" /></a></p>
<p>Continua il breve viaggio nella musica elettronica tedesca, a partire dai <strong>Kraftwerk</strong>. Dopo <strong>Karl Bartos</strong>, co-autore di varie melodie entrate nella storia coi Kraftwerk, è la volta del percussionista <strong>Wolfgang Flur</strong>, attivo nel gruppo di Duesseldorf dal 1973 al 1987. E autore di un libro controverso sulla lunga esperienza musicale e umana, &#8220;<strong>Io ero un robot</strong>&#8220;, uscito qualche anno fa. Flur è quello che, anche attraverso il libro, è stato il più polemico verso gli altri compagni, <strong>Ralf Huetter </strong>(la mente melodica) e <strong>Florian Schneider </strong>(la mente tecnica) in testa. A sentire ciò che ha espresso dal vivo e seguendo alcune interviste, Flur mi appare però come il più poliedrico: non solo musicista, ma anche intrattenitore, scrittore (per quel che ho letto del libro, cioè stralci, non particolarmente brillante) ma sicuramente uomo colto. Come il collega Bartos, la sua produzione solista - col marchio <strong>Yamo </strong>- segue la scia dei Kraftwerk anche per quello che riguarda gli appigli tematici. E&#8217; il caso di questa <strong>Cover girl</strong>, che segue il famoso singolo dei Kraftwerk <strong>The model</strong>. Se in quel pezzo lontano la modella era quasi un&#8217;idea astratta, una specie di crittogramma, ora, in <strong>Cover girl</strong>, siamo ai nostri tempi, alla ragazza-copertina, appunto; e ne viene fuori una storia, la salita e la caduta tramite uno scandalo. Il simbolo, la rarefazione, l&#8217;astrazione qui vengono sostituiti da una musica più calda, sempre ipnotica, semplice, sensuale e di grande impatto; e lo show della ragazza sul palco riporta alla &#8220;carne&#8221; di una realtà pulsante.<br />
<a href="http://www.youtube.com/watch?v=3KgTZbJrt5k"><strong>Ecco il video di Cover Girl</strong></a></p>
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		<title>The camera</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Oct 2008 06:00:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franz Krauspenhaar</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Blog]]></category>

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		<description><![CDATA[
E&#8217; un periodo così. Mi va di divagare. O forse questo periodo dura da anni? Forse da quasi 48? (La mia quasi età). Comunque sia, ecco un altro esempio di krautrock, questa volta tra passato e presente. Il pezzo di cui pubblico il video è di Karl Bartos, ex percussionista dei Kraftwerk. Nel 2003 Bartos [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.markelo.net/wp-content/uploads/2008/10/1189174738_carl.jpg" title="1189174738_carl.jpg"><img src="http://www.markelo.net/wp-content/uploads/2008/10/1189174738_carl.jpg" alt="1189174738_carl.jpg" /></a></p>
<p>E&#8217; un periodo così. Mi va di divagare. O forse questo periodo dura da anni? Forse da quasi 48? (La mia quasi età). Comunque sia, ecco un altro esempio di <em>krautrock</em>, questa volta tra passato e presente. Il pezzo di cui pubblico il video è di <strong>Karl Bartos</strong>, ex percussionista dei <strong>Kraftwerk</strong>. Nel 2003 Bartos ha pubblicato un <em>concept-album </em>(che belli che sono, anzi che erano, perchè pochi li fanno ancora, i concept). Si chiama <strong>Communication</strong>, rimanda alla techno, a sonorità sempre e comunque elettroniche, al sound dei Kraftwerk. Un album profondamente pop, (ma nel senso migliore del termine) e che ha avuto molto successo. Il pezzo è <strong>The camera</strong>. Uno dei nostri modi di comunicare, appunto. Il mezzo e il <em>media</em>. Da qualche tempo, per la prima volta in vita mia, mi sono messo a fotografare. Come un bambino che gioca coi nuovi giocattoli. Tipico del neofita, certo. Ho fatto anche l&#8217;autoritratto (molto ravvicinato) ai miei peli pubici, per dire. Non sono riconoscibili&#8230; Lo scatto ravvicinato rende la pelle rossa e proprio irriconoscibile, e la peluria assume l&#8217;aspetto di lunghi girini in viaggio prenatale&#8230; Fotografo, rielaboro, mi distraggo dal mio ego spesso pesante, chiuso e incassato in se stesso. La fotografia, ho scoperto, mi serve per distrarre lo sguardo profondo da me stesso, e volgerlo verso quello che mi circonda, che solitamente, avvolto dai miei pensieri, non degno che di sguardi o interessati (non essere travolto dalle auto in corsa, per esempio) o semplicemente distratti. Nel tentativo di creare qualcosa da ciò che mi circonda, andando a fotografare per esempio una faccia ma anche un mattone a distanza ravvicinata, nella speranza di ricavarci qualcosa in fase di postproduzione, il mio sguardo elabora e si muove comunque nella ricerca di un linguaggio e di un messaggio. La fotografia, lo sappiamo, è specchio deformato della realtà. La possibilità di deformare, cambiare, togliere, sottrarre, accostare, tramite le tecniche digitali, ha fatto avanzare la fotografia verso la pittura; tant&#8217;è che ormai si parla di arte visiva sia che si usi il pennello che la macchina fotografica. La musica di Bartos (come quella dei Kraftwerk) racconta di un futuro visto da una prospettiva rilanciata nel passato, quando ci si immaginava un ventunesimo secolo nel quale la felicità e l&#8217;ordine erano compatti e costituiti e a disposizione di tutti. O l&#8217;infelicità. In questo senso, <strong>Metropolis</strong>, il film di <strong>Fritz Lang </strong>scritto dalla moglie <strong>Thea Von Harbou</strong>, in seguito - ennesimo paradosso tra realtà e finzione - compromessa col nazismo, taglia in due la scena del mondo futuro immaginato: ci sono i ricchi che guadagnano sullo sfruttamento dei poveri, che vivono in un altrove posto molto, anzi troppo, in basso. Una metafora esacerbata della condizione reale della società capitalistica. Siamo sempre dalle parti - intime- della visione, cinematografica e fotografica; del racconto, della letteratura, anche. Il racconto si attua in modi diversi: attraverso un romanzo, un film, uno scatto fotografico (o una serie di scatti in accostamento), una canzone. L&#8217;elettronica del mondo sonoro di Karl Bartos narra, tra le varie &#8220;macchine comunicative&#8221;, la macchina fotografica come essenza e motore davvero <em>scattante</em> della visione; ma dalla prospettiva &#8220;Kraftwerk&#8221;, cioè nell&#8217;ennesima, affascinante <em>fiction</em>: il futuro è un &#8220;retrofuturo&#8221;, un futuro di modernariato, dove sono posti in primo piano elementi e simboli del nostro passato remoto novecentesco. E se la fotografia, grazie alla tecnologia, si avvinghia con un abbraccio definitivo alla pittura e la perfora, in certo senso torna indietro con mezzi posti molto &#8220;in avanti&#8221;. Torna all&#8217;origine dell&#8217;immagine, creata dalla mano dell&#8217;uomo su antichi muri di caverna. In questo senso Bartos, musicista in qualche maniera esondante con rigore, mette insieme nei suoi concerti elementi visivi coordinati alla sua musica, ovvero di grande pulizia formale. Ecco che il suono musicale si mischia ancora una volta con l&#8217;immagine, diventando parte di una sintesi artistica che arriva ormai da tempo nei musei; infatti sono ormai diventate comuni le installazioni sonore, per cui non pochi musicisti (come anche Karl Bartos) lavorano in ambito diciamo così museale. E&#8217; uno dei trionfi dell&#8217;arte contemporanea, che si alimenta di un cannibalismo circolare, nel quale ogni arte mangia per sopravvivere quella che la segue e così via, in uno sbranarsi - rigenerarsi continuo e meravigliosamente fattivo.<br />
<a href="http://www.youtube.com/watch?v=j79TXSd9IR0">Ecco il video.</a></p>
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