
Vorrei tenere questi anni come
reliquia, come ricordo fondo:
insegnami a tenerli buoni,
domati, anni seri, anni duri,
momenti che scrivo su pietra
lanciata, su asfalto di pioggia,
su lamine d’acciaio temprato
da migliaia di lune fugaci.
Dovrei tenerli nelle mani,
come semi, come sperma
da me emerso, come chiodi
confissi nel ventre del caso.
Insegnami a mirare in alto,
a fare della vita un salto
verso assoluti secondi,
verso l’estremità del cielo.

Tutto quel tempo.
Quel tanto tempo che ho mancato
quel tanto amore che ho lasciato
alle polveri del tempo, al dissetante
passato, al fuoco estinto e mai spinto
fino al fondo. Tutto l’amore mancato
in tutto il tempo spalancato che penso
adesso, come fossi spaccato, a ritroso,
come in una strada percorsa, in auto,
in corsa, prima di troppe morti,
prima dei conti fatti, esorbitanti.
Così io il tempo lo penso d’asfalto,
grigio, scorrente sotto ogni ciglio,
maledetto e perdente, punto d’ogni
sconfitta, nastro mancante, estinto.
[Fotografia di Stanley Kubrick - per "Look".]

Immagina il pilota del mito, Fangio
di Balcarce, che in tempi immoti
in una terra altra guida la sport
lungo il labirinto. A fianco tu, come
il secondo, avvinto e attento.
La macchina a trecento sfreccia
insicura, sballottata dal vento,
nell’oro del sole che cozza grave
su lamiere e gomme, lasciando
un filo dorato di metallo perso.
Fangio curva, quasi s’arresta,
avanza, curva ancora, cerca
ruggendo la fine, la bandiera.
La belva lascia da sé spaventevoli
urla, come imprigionata; l’uomo
non riesce dalla tecnica, non
riesce dall’uomo. Non arriva.

Non eri che la bestia, nel male della condizione
sua, imprecisa, volevi carne dell’uomo, tenera
di giovani, e cibartene, e fartene vanto, nel rantolo.
Una specie di toro, col corpo umano e il vello
di belva feroce; come noi tutti, simili a te,
che vogliamo carne e cuore degli altri, a succhiare
linfa e pareti del dentro gl’uomini, alla soddisfazione.
E non guardiamo nella nostra mente nulla che sia
umano, ma all’osso forsennato, impaziente, e strenuo.
Cos’è l’essere umano, se io, Minotauro in mezzo
ai milioni, nel labirinto senza sviluppo, cerco la carne
bestialmente, incessantemente? Noi siamo lui, dentro
appetiti e il disperare d’essere tagliati, in due parti,
che non sai qual è la prima e quale la seconda, dove
il sangue umano s’effonde nel taurino, e tutto
è confuso, come il rosso di una muleta, come l’odore
di sangue e di carne di vittima scovata; tutto
senza origine, non sapendo chi sei; e vaghi per queste
strade disperate alla ricerca degli altri, e nemmeno
conosci il piacere, ma la disperata abitudine, flusso
velenoso e senza posa d’un insensato esistere.
[Immagine: Pablo Picasso - El minotauro.]

Dedalo rincorrimi per ore
e giorni lenti, come iene
alla fame, stomaci
da febbre digestiva,
venti bollenti. Dedalo che
ruggi dentro aria di fuoco,
dentro rintocchi, dentro
maglie di stagno, un cielo
barbaro, grigio di plutonio.
Dedalo nel quale perdo
me, te, ogni cosa e senso,
dove non penso che a me
come si pensa al terrore
in una casa al fuoco, al ferro
dibattuto nel pianto, al
muro superno, verso il latte
del cielo, fisso come stella
esplosa. Dedalo come carne
dell’uomo, ricerca
d’un senso e un allarme,
dedalo come formiche, noi
uomini, andare nella selce
mentre uccelli rodano
le ali su di te, dedalo
montante, dedalo pericolo,
dedalo non ritorno, dedalo
odisseico, che non trova
ritorno, né l’inizio del viaggio,
dedalo confuso, angoscioso,
viaggio dell’uomo mai concluso.

Nel labirinto, motore di paure e di rimorsi
vagano passato e futuro, come nubi,
come fantasmi allungati nel riposo,
comete terree, infrangibili, spiccate al sole,
alle quali mi accosto all’entrata, col tremore
maligno nelle mani, il sudore alla testa.
Entrando, giro attorno a falsi percorsi,
so di andare sperduto per la mente
dell’uomo, di me stesso, e senza fine
potrei andare alla ricerca di quello
che ho dentro, che non sento e non spiego.
Nel labirinto, per ore che non finiscono,
mi perdo dentro me stesso, sento urlare
le cime del pensiero, grattare le paure
come una marcia falsa, rigettare dall’alto
ogni sapere, ogni esperienza, per la paura
di non tornare. E’ questa l’accortezza
d’ogni vita che nell’intelletto si duole:
quella di non entrare, e di non sapere.
[Immagine: FK - Max Ernst dream.]

Venne poi il tempo dell’alloro. Nelle salse
del nostro scontento. Nelle tazze dell’ oro,
nel disdoro disadorno e carso. Venne il tempo
lasso, venne l’asparago bruciato, senza senso.
Venne il tempo del sonno sordido, assonnato.
Degli occhi arrossati dal canto, dal ruvido
vociare del francese, abbassato di tono:
al discounto sordo del tuo sentimento.
Un uomo ha pazienza, un uomo ha costanza
se è un uomo di razza. Se dice “che pizza”
è perchè è in una pozza di noia, di assurda
combine con la fine. Sgocciola il tempo,
divenuto massimo, ingrossatosi come
una valvola; e così, pronto a spegnersi.
Un uomo ha pazienza se è un uomo che aspetta,
che cerca l’accordo, che abbassa la cresta,
che finge di nulla, che urla al bisogno
quando il bisogno è già un torto. Ma un uomo
va solo dove il vento, d’inverno, lo manda.
Fuori da un letto in piega, da un tavolo vuoto,
da un divano freddo e da una rabbia
immensa. Un uomo paziente ha pazienza,
finché la pazienza gli volge le spalle,
e l’abbandona per sempre: d’inverno, nel vento.
[Ispirata da Serge Gainsbourg. Foto di Helmut Newton.]

E’ uscita una recensione di Alessandra Minervini alla Guida letteraria alla sopravvivenza in tempi di crisi (Transeuropa), sorta di “film letterario a episodi” con tre novelle di Amato, Genovesi e del Vostro Affezionatissimo.
Il giudizio universale

Savoiardi fatti in Casa
Savoia, no non dico
gioia, ma la foia del bardo
biondo all’Isola Cavallo,
lo stallo della giustizia,
la mestizia d’un morto. (more…)

Oh! Oh! Oh !
?
(Continua)
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Elegante è la frutta, e il vestito
di seta e la maglia a collo alto,
e il metallo prezioso e la sposa
dopo la scivolata, e il ribaldo
pensoso, e l’ostrica mutilata
da una bottiglia di Veuve,
e il libro con le firme, e le labbra
rosso Ferrari, e la Radetzkymarsch
al Neujahrskonzert,
e le tette natuerlich, e l’addio
senza il dramma, e il bicchiere
gelato di Bailey’s accanto al letto,
e la mano guantata del killer,
e il suo silenziatore ben puntato,
e la Sainte Honoré al compleanno
del povero assassinato.
E accettare, sempre, la mia sorte.
*** (more…)