
Non puoi sapere qual è l’odio
o che soltanto io ti detesto:
il tuo essere, il tuo chiaro nulla
che non c’è, che sarà, e neanche
l’attendo, perchè è nella vita
che vorrei sfascio e invetrare
di denti sull’asfalto e la terra
bucata da spari senza senso. (more…)

Ti svegli con la rabbia e vorresti
una scure per amica, sei solo.
Unico rappresentante al mondo,
unico venditore di stracci, come
il padre di Kirk Douglas, per ghetti
rumorosi e sporchi, di polvere nuda. (more…)

Il dodici aprile del 1968 pensai la parola
“domani”.
Allora la parola domani era spalancata,
oggi
penso alla parola domani con tensione
tra le corde del collo, fino alle dure spalle.
Oggi
la parola domani si nutre di ricordi
di domani
già stati, scavalcati senza colpo ferire,
parvenze di soli e notti e albe da latte
state
andate
scoppiate, genuflesse al dio dei tramonti
d’ogni giorno, fino a
domani.
Guardo vecchi film, la pellicola trasmette
luci di un sole su antichissime pietre,
Rossano Brazzi guida una Lamborghini
su per le Alpi in “Un colpo all’italiana”,
quell’aria del 1968 c’è o non c’è,
l’auto rossa c’è o non c’è più?
Di certo solo l’attore è morto
i suoi domani si sono interrotti.
Domani è una curva, all’uscita
c’è ieri, anzi c’era – che gli ieri non esistono.
Se penso ai domani che ho incontrato
penso a un cimitero senza sentieri,
posti che visito spesso, la notte
quando conto cio’ che mi manca.

“La vera scuola del comando è la cultura generale”,
così disse De Gaulle, o scrisse, che è simile, che è smile,
oggi che tutti sorridono, anche alla morte nera, anche
al callo scavato, anche ai turbocancri e scabbie rosa.
Io merito qualunque cosa, sia di buono che di ottimo,
per esempio la zuppa di fave del Gambero Rosso,
la parmigiana di melanzane svelate da Andreas Zutterl,
una zuppiera in maiolica piena di cioccolata Lindt,
champagne Krug millesimé retrogusto sperma
(secondo recensione di Luigi Veronelli – r.i.p.).
Io merito qualunque Rolex d’oro, qualunque
Ferrari, Lamborghini, la Maserati col ringhio folle
come nel Toby Dammit di Fellini, nella corsa finale.
Il mio qualunquismo vuole, desidera, agogna,
spera in qualunque cosa puo’ piacermi, mi regala
canzoni a profusione, balocchi e profumate salive
femminili. Voglio erbe voglio vitaminizzate al cedro,
shampoo gaberiani tutta schiuma in libertà pilifera,
voglio tutte le playmate dell’ultima frontiera, e il Nobel
per il fisico di chi mi ama (solo donne lascive, certo.)
Le qualità del qualunquismo sono già dette nello stile
di perdersi in acquisti per nulla tormentati, in negozi
di stile hollywoodiano. Riprendere filmicamente tutto
con telecamera HD, colore semprevivo, documento
del nostro scompenso, tra l’ormonale e il nihil sub.
“In fondo alle vittorie di Alessandro, sempre si ritrova
Aristotele”, così concluse il generale; che lo spirito
umano è cosa calda e sensuosa, preziosa e salda
nelle menti aperte al nutrimento globale, viscerale.
[Immagine: FK - Autoritratto con Rolex verde.]

Vuoto, freddo, una sola volta a Londra,
mai stato a Berlino, a Parigi in fretta,
e a New York manco da trent’anni,
è come se fosse stato in altre vite.
Vuoto, freddo, nullo come un sasso
mai scagliato, spezzato sul greto
di un fiume di schiuma fuoriuscita
da una nuda fabbrica di polvere.
Vuoto, freddo, talvolta a Torino,
talvolta a Roma, sempre di fretta e furia,
il divertimento come una sveltina,
l’ansia del ritorno che segue l’andata,
treni troppo cari, il cellulare spento,
il sibilo del mostro, l’alta velocità,
le gallerie come ultimo antro, buco
cinetico d’ogni residua sparizione.
Vuoto, freddo, mai stato in Cina
nè in Giappone, nessuna voglia
di andarci, nessuna voglia d’Africa,
nessuna di Sudamerica, nessuna
di tutte le isole, che siano o che non siano.
Troppe volte in Germania e in Svizzera
seguendo un duro destino familiare,
in Francia girando senza respiro
con auto a nolo tirate allo spasimo,
finchè sul Massiccio Centrale sfiorai
la morte. Che c’é oggi di vuoto, freddo
al taglio del bosco, del marciapiede
emerso dal nulla, da periferici sconnessi
sbalzi d’umore, per l’uomo di città, sepolto
nel suo bunker, stanco di restare
nel piede libero della sua solitudine?
[Immagine: Henri Cartier Bresson - Provenza, autoritratto. 1999.]

La nostra oscurità è pensiero
di strade senza uscita, è latte
versato sui rimorsi, è la pena
addolcita da cioccolata ardente
nei baci e nei morsi della frutta.
La nostra oscurità ci bagna
gli occhi di un colore sfatto,
come in un letto di dolore;
e noi siamo cuscini di parole.
La nostra oscurità desidera
la luce di un mattino qualsiasi,
rompersi, frangersi, ripetersi.
Ma nulla dura, tutto scorre,
tutto velocemente s’oscura.
Come nello spettacolo, a teatro.
[Immagine: FK - Wat.]

Non c’è più niente da fare
si puo’ soltanto tonnare
voce del verbo tonno, “subito”
come la disse allo spot
il Buzzanco tutto sexy
mano al fianco, sì lo so
piaciere piacio ma a ’ste tone
che ci lancio, fotoromancio
per la Svizzera ladina, forliva
la piadina e la piadèna col duo
diviso tre riporto di uno.
Una lacrima sul viso, ho caputo
tante cose, col Sergio del sabato
italiano, mambo po’ cazzo, che
male ti fò, Dario no, quante
pallen di Woody. “Zingara!”
gridasti alla pezzente sul metrò,
a Roma la metro, prendi questa
mano in faccia e ’sto calcio
inter culo. La Lega l’è bela basta
avere l’ombrela ti ripara le gesta
questo è un tempo di pesta, col
Borghezio Ciccio Buliscio a Bordu,
lo chiamavano Boca Juniors di Rosa
come il Diego Armando a Napule uè,
coi femminielli a culorotto sciuè sciuè.
Se piangi se ridi son cazzi a caghér,
su questo non fo sconti, nè comitive
né orge nè partouze.L’ouzo lo bevi tuzo,
brutto strunzo, e dopo sia che piangi
sia che ridi c’est la meme dico chose,
dico gazzi, dico volatili por diabeticos,
dico che la vita di un Bobby è sempre
da solo, da solo come un cazzo di cane.

Cane nero. Sono fuori dal corpo,
dannato in un sogno tutto nero,
cane nero caffè, nero di pece,
nero di china, d’umor nero, nero
del Narcissus, nero fascista.
Tu cane nero sei apparso
nella mia notte da incubo
saltando su di una nera zampa.
Cane nero, fissavi me con
uno sguardo bianco, bieco,
cieco, eri senza fari nella notte
nera, cane nero e distratto
da foglie nere nella nera notte
mi fiutavi, aprendo le fauci nere
come per farlo, a zanne bianche,
sulla mia pelle perduta, in un
sogno di palude stigia, di cani
neri, traballanti nella notte acre.
Cane nero, nel sogno giravi
a me attorno; poi andavi nero
via, poi tornavi, e io, nell’ansia
da coltello, trattenevo il respiro.
E la mia vita, tutta, fino all’alba,
come per morire: finalmente.

Troppo ricco per la polvere
e troppo povero per l’oro,
e troppo furbo per morire
per le idee, e troppo nudo
per coprirmi di fredda
politica, oggi, come una
fredda poltiglia di ossa
e carne, mi sono diretto
al mio buon camposanto.
Per trovare i morti, loro,
i miei morti, due, da anni
stesi come panni scuri.
Allora ho pensato a tombe
mai viste, a duri mausolei
fecondi di storia. E poi
a loro, stesi tra migliaia
di nomi che nulla dicono
a nessuno. “Io voglio
essere famoso prima”,
mi sono detto. Guardo
così la lattigine del cielo,
Milano al vento, le mani
stranamente giunte, ma
non prego, osservo la
mia carne come se stesse
sparendo da ossa cave.
“Io no, io no, prima di morire
voglio apparire, prima di quello
voglio essere trascritto, ripetuto,
come una preghiera. Voglio
lo stato, mille finti amici, almeno
venti donne che mi fecero
soffrire, compagni di ventura,
giornalisti al seguito del feretro.”
E così le ore passano. Sogno
il mio funerale, in Svizzera, con
banda cantonale, presidenti,
ambasciatori. Poi penso al dopo.
Nessuno che viene, nessuno
di caro. Me ne vado, torno
nel mondo. Tanti clacson. Nessuno
di caro. Nessuno che si affacci
dalla vita, un minuto, a guardarmi.
[Foto: funerali del musicista Umberto Giordano - Milano, 14.11.1948.]

Se le fibre ottiche potessero
parlare direbbero zzzzz, come
a fumetti, come i segnali indiani,
come zanzare da spot, come
l’ultima alfabetica in repeat
ossessionato. Invece silenzio
in ogni casa, accorpati stretti
nel virtuale condominio, enorme
come navicelle spaziali, lem
infiniti, in vette siderali.
Silenzio parla Agnesi, parlò
Agnelli, parlano angeli focomelici
in cucine Salvarani di salvezza.
Parlano biscotti Colussi triturati
da denti a colazione, come topi
segreti dell’infanzia, notturnamente.
Nei computer, gente perlopiù estranea
ronza battute e risposte, tra cunicoli
e blog. Invece dello shampoo, oggi
Gaber si farebbe un post; è solo
spesso la paura di morire che ci fa
comunicare; ronzano anche le grida
di aiuto, gli sos dell’ultimo minuto.
[Immagine: FK- Himmelein.]