The FK experience

agosto 24, 2010

Pasquale Vitagliano recensisce Un viaggio con Francis Bacon per LPELS

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 8:59 am

allo stand di zona due

Franz Krauspenhaar, Un viaggio con Francis Bacon, Zona 9Volt, 2010

di Pasquale Vitagliano

Dunque per filmare un pezzo di storia di Bacon era necessario andare oltre il racconto”. Franz Krauspenhaar sta raccontando un film sul grande pittore, e in realtà parla della sua stessa opera su Francis Bacon e la definisce. “Ieri rivedo attentamente Love is the devil, il film sul genio del cineasta inglese John Maybury, del 1998, con uno straordinario Derek Jacobi nei panni di Bacon. E’ un Portrait of Francis Bacon, come recita adeguatamente il sottotitolo. (…) Il regista tenta la strada della rappresentazione caotica”. Quello di Kraupenhaar non è ritratto, ma un viaggio, anche questo caotico e circolare: non una ricostruzione lineare dell’artista e della sua opera ma una immersione in apnea dentro l’anima liquefatta dell’autore-personaggio; un viaggio nel corpo umano della sua pittura. “Le figure attorno al suo sguardo impietoso si sfaldano, come si sfaldano le figure dei suoi quadri. I connotati dei visi, visti quasi tutti di profilo, si allungano e si perdono contro gli sfondi, producendo scie di luce e colore”. Il Francis Bacon di FK finisce per assomigliare all’essere umano che egli stesso ha dipinto.

“Nel caos della vita, l’artista si deve calare a occhi chiusi per poter essere fedele proprio a quella vita che lo trattiene a forza dall’essere felice”. Eppure c’è un disegno dietro tanto caos. Leggo il libro di Krauspenhaar e allo stesso tempo sfoglio il catalogo della mostra su Bacon a Palazzo Reale nel 2008 a Milano. L’ ho visitata anch’io. Mi suona quasi banale – ma tant’è – soffermarmi sul fatto che un libro può essere utile come una mappa. Sfoglio il catalogo, ripercorro le foto perfette delle pitture, e intuisco, intravedo transiti trascurati o addirittura dati per chiusi. Con questo viaggio si entra in una biblioteca virtuale che richiama quella di Borges, con la sua catalogazione senza numeri e i suoi mondi infiniti. Quella di FK non è meta-letteratura – liberandoci dall’impiccio di dover scegliere tra la variante Citati o Baricco. L’opera d’arte e il suo autore non sono oggetto della narrazione. Sono piuttosto il medium con una realtà che altrimenti resterebbe velata, celata dietro canoni e codici sempre più incapaci di decifrare un mondo che perde e si disperde in ogni direzione. Si tratta di andare oltre il racconto. Cyber-letteratura o Crossover-letteratura, le definizioni non mi attraggono. Certo è che l’eterno tema del Doppio ritorna, ma inedito, senza repliche. E noi lettori di Un viaggio con Francis Bacon, per riflesso indotto, rischiamo di confondere FB, le iniziali del pittore, con quelle dello scrittore, FK. Il narratore si guarda allo specchio. Non si riconosce più. La sua faccia sembra un’opera di Bacon. Liquefatta. Deformata. Prova orrore, così come il Kurtz di Conrad-Coppola (altro doppio cyber-letterario) di fronte alla sua empietà. Può accettarlo, decodificarlo, farsene carico grazie all’opera (pittorica) del suo doppio. Quest’opera è lo star-gate verso la comprensione del Caos. Verso la propria anima. Il lettore assiste a questo transfert. Può esserne respinto con raccapriccio. Ma se egli stesso un qualche giorno lo ha provato, si lascerà tele-trasportare in questo viaggio, uscendone rinnovato, sciolto da ogni horror-vacui, avvolto in un’anima comune di commozione. “Cercare di viaggiare assieme a Francis Bacon significa sporsi dalla balaustra del traghetto, e guardare il vuoto. Non c’è che vuoto, in Bacon. Un vuoto rosso, dai colori comunque accesi, un vuoto che ci riporta alla nascita”.

“Ecco, per quanto mi ci sforzi, non riesco a trovare la pietas”. In questo non riesco ad essere d’accordo con FK. Cosa sarebbe l’orrore senza pietà? Un abominio. Un delitto contro l’umanità. “Non posso vedere un quadro moderno senza rallegrarmi per la scomparsa della faccia”, scrive Emil Cioran in uno dei suoi squartamenti. Persino l’odio del più coerente sostenitore dell’ “aggressione dell’uomo contro sé stesso” non è senza pietà. “Per quasi tutte le nostre scoperte siamo debitori alle nostre violenze (…) Persino Dio, (…) non lo scorgiamo nell’intimo di noi stessi, bensì al limite esterno della nostra febbre, esattamente nel punto in cui, la nostra rabbia fronteggia la sua”, scrive lo scrittore rumeno in La tentazione di esistere. E le facce di Bacon non richiamano forse la maschera di sangue del Cristo di Passion? Scandalosa perchè troppo reale, troppo umana. Il vero volto di Dio non si vede; così come il suo vero nome è impronunciabile, un tetragramma indicibile. La faccia è tumefatta. Si intravedono, tuttavia, gli occhi. Da qualche parte, allora, la pietà ci deve essere. Alla fine lo riconosce, al limite della contraddizione, lo stesso FK. “La vita fluisce negli e dagli occhi. Questa è l’anima. (…) Negli occhi dei personaggi di Bacon c’è una disperata eternità, c’è l’uomo a immagine di Dio, per qualche perverso intervento della natura raffigurante”. Il sacro di FB e di FK ci proviene per “sottrazione”. Da qualche parte la pietà c’è. La compassione gocciola, se strizzi lo straccio nero del male, lo sa anche Bacon, se è vero che il suo grande sogno mai realizzato fu quello di dipingere il sorriso. “A lui veniva facilmente il ghigno, l’urlo, lo spalanco delle fauci dell’animale uomo braccato dall’ansia”.

“Sono un uomo, non sono un animale”, grida The Elephant Man nel film di David Lynch, invoca la propria umanità dietro la maschera orrenda da freakshow. Sulla copertina del libro di Cioran si distende la foto di un quadro di Lucien Freud, Reflecion with two Childer (1965). Il volto dell’uomo raffigurato sembra implorare il medesimo riconoscimento. Eppure i tratti della sua faccia sono accentuati ma non sono deformati. Il confine del Norma è una lama tagliente. Oggi stiamo indossando il risvolto smart dell’abito doubleface della mostruosità. Il rischio è questo. Film come The Elephant man o come Freaks di Tod Browning del 1932 (censurato per 30 anni) non suscitano più scandalo. Forse ci può ancora riuscire Cronenberg con Crash – coglie nel segno FK a citarlo – avendo compreso che l’incontro-scontro con il corpo è diventato (persino quando è virtuale) l’ultimo meccanismo di comunicazione ossessivamente ricercato. L’orrore è diventato normale. Il circo surrealista con i suoi freakshows sono ormai demodé, persino un po’ tristi. Freaks potrebbe oggi essere ambientato in un call-center. E con un nuovo titolo: Smarties. Anche i quadri di Bacon rischiano di far vomitare la sora Augusta de Le vacanze intelligenti di Sordi. Ma questo non è orrore. E’ pornografia. Questo pericolo mi sento di indicare a FK. La pittura di Bacon va tolta dalla galleria delle correnti artistiche, va sottratta alla storia dell’arte, dove potrebbe risultare addirittura orrenda o pornografica nella consumazione di un piacere reiterato e meccanico. I quadri di Bacon vanno ricondotti nell’ hard-core degli infiniti vissuti individuali. Operazione che a FK riesce benissimo, con la sua scrittura tridimensionale, come ha fatto P. T. Anderson con Boogie nights. Ma senza nostalgia.

Bisogna dipingere ciò che si vede, mi ha detto un mio amico pittore. Sarà per questo che FK racconta ciò che ha visto. “La poesia, buona o cattiva, me la sogno e me la vivo a modo mio come racconto e ritratto. Un quadro è una poesia narrativa, il più delle volte. Così mi azzardo a sintetizzare – magari in modo un po’ semplicistico – cosa è l’arte di Bacon per come l’ ho vista nel mio home theatre”. Egli stesso ha trovato nella pittura – lo scopriamo nel corso di questo viaggio –una forma nuova di espressione o un nuovo pharmakon contro il suo orrore. Ma se FK dipinge ad orecchio, scrive dentro un architettura solidissima, benché riversi nelle fondamenta le colate nere del proprio dolore. Seguendolo nel suo viaggio entriamo dentro un Tempio dell’Orrore, alla foce dello Stige, dove le sculture non portano l’impronta di Fidia, ma di un signore in grigio, omosessuale e retrò, che ha sostituito i fregi con pennellate che hanno la violenza di sfregi. Lungo questo story-board di e in decomposizione, Bacon ha scritto la sua personale storia della Fine dell’Inghiterra, con la medesima potenza visionaria di un altro “scultore” dell’orrore, Derek Jarman, per comune ascendenza (uno per tutti, Goya) e destino sentimentale (entrambi omosessuali). Siamo arrivati infine alla musica. L’urlo di Bacon non grida. Soffoca in gola ogni possibilità di fonema. Gli urli di Bacon esprimono silenzio. Il silenzio del dolore. Ma anche il silenzio della disciplina, quella di “un artigiano che sottomette il suo talento”, di un uomo che sottomette la propria umanità. In questo senso, in un movimento che si schianta, in una voragine che si apre sul vuoto, le opere di Francis Bacon urlano. Urlano il silenzio che sembra preannunciare (con un sorriso) una ripartenza o un riempimento. Ed allora propongo un’altra colonna sonora. By this river, Brian Eno.

FK è un grande cronista della fine degli imperi. Se con Era mio padre, ci aveva portato nella cripta della letteratura Mitteleuropea, in questo viaggio ci siamo spostati decisamente ad Occidente, ed abbiamo visitato un altro mausoleo di una civiltà morta. Morta come la carne che fa bella mostra nel bazar post-moderno; più morta di quella di kebab, più morta di quella plasmata e impastata dai pennelli di un grande epigono della “iniziazione alla vertigine”, il cui nome, Bacon, si traduce, guarda caso, carnesecca. Nomen est omen.

2 commenti »

  1. complimenti davvero Franz x questa stupenda recensione..
    immagino “la tua” eccellente mappa mentale …

    che vuoi che ti dica…
    significa che sarà il mio prossimo tuo libro che leggerò..
    ma procediamo con ordine…

    Commento by Bruna Lacotta — agosto 24, 2010 @ 3:47 pm

  2. “La pittura di Bacon va tolta dalla galleria delle correnti artistiche, va sottratta alla storia dell’arte, dove potrebbe risultare addirittura orrenda o pornografica nella consumazione di un piacere reiterato e meccanico. I quadri di Bacon vanno ricondotti nell’ hard-core degli infiniti vissuti individuali.” dice a un certo punto Vitagliano nella sua bella recensione. E’ vero, va tolta da lì. Ed è quello che fa Krauspenhaar col suo saggio-racconto,la cui lingua rabbiosa, urticante cerca di inscrivere l’ “hard core”, il nocciolo duro del significato della pittura di Bacon (l’orrore inscritto nella carne dell’uomo baconiano), nella carne e nell’emozione del suo “vissuto”, in fieri. Così come mi pare essere il “programma generale” della sua scrittura/letteratura, che altro senso non ha se non essere “carne e sangue” vivi che in qualche modo incidano nel vissuto del Parlante/Autore/Lettore,ché – diversamente- non si dà né v’ha letteratura. L’uomo baconiano, dunque, è’ l’uomo senza volto dell’oggi, dell’ “in fìeri” del reale che si fa virtuale/menzogna, il solo modo per cui l’individuo/oggetto possa guardarsi negli occhi senza orrore. Diversamente, è il panico, il sonno/sogno fuga, come giustamente sottolinea FK in uno dei passaggi più belli del suo racconto/lettura dell’arte baconiana, laddove cita il personaggio interpretato dal vecchio Buster Keaton in “Film”, il folgorante corto di Beckett del 1965:l’ossessiva soggettiva del personaggio che, dopo esser scivolato come un topo lungo i muri della metropoli/realtà, si chiude nell’interno della sua stanza/autismo e, per quanto colga in circolare i dettagli ora della sedia, ora dell’uccellino in gabbia, ora di foto del suo passato/non vita, freddamente, senza apparente emozione, ecco che sobbalza e trasecola, come sull’orlo di un abisso, solo innanzi al suo volto che gli si riflette in perfetta simmetria….e cade addormentato!la sola salvezza, il sonno , il sogno…o la fuga. Proprio come ora, proprio come qui, nel qui ed ora del nostro vivere, nel groviglio di corpi e simboli, nel disfacimento di senso e immagini. E fa bene, anzi benissimo, FK a richiamare il Crash di Cronenberg – e meglio ancora il romanzo stesso di Ballard: quei grovigli di corpi e lamiere sono proprio come il “crash” il “fall out” di realtà e virtualità. Quei grovigli sembrano i fondali dei quadri di Bacon dove si staglia la ghignante figura dell’uomo baconiano, sia esso un papa, un ubriaco o un anonimo uomo in blu. “The orror! the orror”, continua a gridare Kurtz dal fondo di una letteratura ancora forte e attuale, che sia il Kurtz di Conrad in fondo alla foresta del Congo o il Kurtz/Brando trasposto nella jungla cambogiana da Coppola in Apocalypse Now. Già, come l’opera del Living Theatre, è sempre e ancora Ora l’Apocalisse, che non accenna a scemare, ci siamo in pieno. Questo l’uomo baconiano. Questo ci conferma il bel racconto/saggio/lettura di Krauspenhaar con una scrittura tesa e sincera, mai noiosa o banale, che si fa leggere come poche,proprio perchè cerca costantemente il corpo a corpo con l’oggetto del suo dire. E non in un groviglio straniato di “carne e lamiere”, come in Cronenberg, ma per vedere se da quella scrittura possa uscire – senza dirlo – un po’ di pietas. Quella pietas di cui, a buon diritto, parla Vitagliano. Anche se in UN VIAGGIO CON FRANCIS BACON Krauspenhaar non lo esplicita, fedele alla grinta “calabro/tedesca”, quella pietas arde sotto la cenere della scrittura , attraverso la filigrana di una generosità del dire tutta milanese, e dunque cosmopolita. In positivo, il lato non detto dell’ uomo baconiano. Ecco, come nascosto da un paradossale pudore, il punto di vista “etico” del VIAGGIO Franzkrauspenhaariano nella pittura di Bacon.
    Mi sbaglio?

    Commento by Salvatore D'Angelo — ottobre 7, 2010 @ 6:53 pm

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