
“La vera scuola del comando è la cultura generale”,
così disse De Gaulle, o scrisse, che è simile, che è smile,
oggi che tutti sorridono, anche alla morte nera, anche
al callo scavato, anche ai turbocancri e scabbie rosa.
Io merito qualunque cosa, sia di buono che di ottimo,
per esempio la zuppa di fave del Gambero Rosso,
la parmigiana di melanzane svelate da Andreas Zutterl,
una zuppiera in maiolica piena di cioccolata Lindt,
champagne Krug millesimé retrogusto sperma
(secondo recensione di Luigi Veronelli – r.i.p.).
Io merito qualunque Rolex d’oro, qualunque
Ferrari, Lamborghini, la Maserati col ringhio folle
come nel Toby Dammit di Fellini, nella corsa finale.
Il mio qualunquismo vuole, desidera, agogna,
spera in qualunque cosa puo’ piacermi, mi regala
canzoni a profusione, balocchi e profumate salive
femminili. Voglio erbe voglio vitaminizzate al cedro,
shampoo gaberiani tutta schiuma in libertà pilifera,
voglio tutte le playmate dell’ultima frontiera, e il Nobel
per il fisico di chi mi ama (solo donne lascive, certo.)
Le qualità del qualunquismo sono già dette nello stile
di perdersi in acquisti per nulla tormentati, in negozi
di stile hollywoodiano. Riprendere filmicamente tutto
con telecamera HD, colore semprevivo, documento
del nostro scompenso, tra l’ormonale e il nihil sub.
“In fondo alle vittorie di Alessandro, sempre si ritrova
Aristotele”, così concluse il generale; che lo spirito
umano è cosa calda e sensuosa, preziosa e salda
nelle menti aperte al nutrimento globale, viscerale.
[Immagine: FK - Autoritratto con Rolex verde.]