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January 20, 2010

Giuseppe Catozzella su L’inquieto vivere segreto sul Corriere Nazionale.

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 11:19 am

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L’ultimo romanzo di Franz Krauspenhaar “L’inquieto vivere segreto” (Transeuropa Edizioni) non è un libro cui si possano applicare le consuete categorie interpretative. La trama (come nel precedente “Era mio padre”), infatti – la concatenazione degli eventi – pare solo un pretesto. E, proprio per questo, è un romanzo notevolissimo.
Tutto si gioca nel luogo da cui arriva la voce narrante: una sorta di doppiofondo della coscienza. Più ancora di come normalmente accade per i romanzi scritti in seconda persona, il “tu” de “L’inquieto vivere segreto” sembra arrivare da uno strano luogo mediano di comunicazione (di comunione) tra il lettore e lo scrittore. In questo senso credo che si possa parlare di una sorta di rimbombo surreale in cui ciò che resta – a lettura ultimata – è un reale movimento interiore del lettore, una sorta di nausea da luna park. Come all’uscita dalla camera degli specchi. Il lettore si ritrova masticato dallo scrittore (che gli sta davanti, lo precede sempre), che restituisce del lettore stesso un’immagine distorta che crea un “movimento interno”, e quindi consapevolezza. Questo movimento sta tutto nella dialettica tripartita tra il narratore, lo scrittore (il personaggio principale) e il figlio dello scrittore (e il lettore come quarto testimone). Dialettica che si sviluppa quasi oniricamente (l’elemento dell’incubo ritorna in più occasioni nel libro), come generata dal motore di una emozione. La sensazione è quella di un romanzo che si viene scrivendo mentre lo si legge. Non prima, non poi. Durante l’atto stesso della lettura. Il lettore ha la sensazione di fare parte del vissuto onirico che sta vivendo. Come in una sorta di “Alice nel paese delle meraviglie” girato cinematograficamente con un grandangolo, con i colori saturati, creando un effetto di grottesco evidente. Questa, secondo me, la cifra di questo romanzo, ciò che lo rende davvero un’opera notevole, insieme al gusto raffinatissimo e quasi necessariamente vomitato della lingua che incolla alla pagina. Di nuovo, come nei precedenti romanzi di Krauspenhaar, una lingua vivissima e nello stesso tempo puramente e altamente letteraria: riuscitissima.
Per ciò che attiene alla trama, è presto detta (e non è di certo l’essenziale. È pretesto). Uno scrittore 64enne, italiano ma nato in Germania, di gran successo, a un certo punto – e dentro il milieu di una famiglia frantumata – vede la moglie scomparire. Sul cammino della sua ricerca incolperà il figlio e la nuora di omicidio, traccia che condurrà lo scrittore (che rimane senza nome) attraverso un percorso onirico di redenzione, in cui finalmente – e solo alla fine, appunto – potrà far pace con il suo sdoppiamento, con quella seconda persona singolare in cui per tutto il romanzo è rimasto esiliato, e svelando così le carte di tutto il gioco: forse la vita come testimonianza e scrittura vale un giro sull’ottovolante.

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