The FK experience

July 20, 2009

Lo scrittore e l’attrice, un gioco di recitazione

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 10:47 am

 marilyn_arthur_by_richard_avedon.jpg

“Bisognerebbe scegliere per moglie solo una donna che, se fosse un uomo, si sceglierebbe per amico”. Così sentenziava lo scrittore Joseph Joubert in tempi molto lontani dai nostri.

La letteratura, dentro le proprie pagine, è sempre stata piena di amicizie, di matrimoni, di unioni, di amori e disamori. E, al di fuori – ma fino ad un certo punto- dalle trame dei romanzi, di scrittori ammogliati. D’altra parte il destino dell’uomo occidentale non è quello semplicemente di accoppiarsi, ma di identificarsi in uno status. Il matrimonio arriva prontamente in soccorso di questo bisogno che diventa destino, a volte – non voglio dire necessariamente purtroppo- davanti alle aule dei tribunali. Al di là delle storie matrimoniali dei personaggi da romanzo (Moravia, ad esempio, ne compilò un bel mucchio) abbiamo una realtà fatta di scrittori i quali, dovendo scegliere con chi unirsi in vincolo matrimoniale, scelsero – o vennero scelti – da partner che facevano il loro stesso mestiere; e qui val la pena di citare di nuovo Alberto Moravia, e dunque Elsa Morante. E oggi le coppie di scrittura si moltiplicano col moltiplicarsi delle coppie – sebbene a crescita zero in questo nostro mondo occidentale: un simile passo in avanti nello status puo’ essere utile soprattutto nelle spesso drammatiche fasi di revisione dei testi. Un collega- partner sperabilmente non invidioso e dunque amabile e complice che corregga gli strafalcioni non solo sintattici, ma anche le trame, i personaggi, finanche il corso stesso della storia narrata: una pacchia in s.p.e., un editor-ombra tra le lenzuola e di mattina a colazione, davanti al prosaico ma decongestionante caffellatte nel quale inzuppare la madeleine del momento, foriera, chissà, di futuri ricordi letterari. A chi far leggere una prima, seconda, terza, quarta stesura spesso piene d’intoppi e d’intossicazioni formali e contenutistiche se non – per usare un’antica espressione- all’amato bene?

Ma cosa dire di quelle coppie formate da uno scrittore e da un’attrice (o da una scrittrice e un attore?) Parto dal luogo comune, per parlarne, che i rapporti umani sono tutti basati sulla recitazione. La coppia recita il proprio monologo a due su di un canovaccio; è la commedia dell’arte d’arrangiarsi la vita che si fa prassi d’amorosi e non di rado dolorosi sensi. Sviluppare un discorso sul rapporto matrimoniale scrittore-attore però necessita, a mio avviso e nello spazio che ci è concesso, di almeno un paio di significativi esempi.

Arthur Miller sposò Marilyn Monroe non credo cercando un’amica, ma perché aveva bisogno di amare e proteggere un simbolo, anzi un grande personaggio letterario popolare. La diva delle dive cercò in Miller un uomo che “sapeva troppo” dal quale essere protetta con le idee in profondità e con la sensibilità acuita dalla cultura. Lei entrò in una specie di guscio protettivo che soprattutto il sapere dell’altro le spalancava davanti per racchiuderla avvolgendola. Il loro incontro di destino (come chiamava con la consueta grazia espressiva Federico Fellini il suo felice incontro con Giulietta Masina) fu a mio avviso dominato anche da una naturalissima esigenza che si puo’ definire letteraria: il drammaturgo newyorkese, in fondo, scrisse Marilyn; e questa recitò l’autore della Morte di un commesso viaggiatore.
“Marilyn è stata la persona che mi ha consolato e mi è stata più vicina”, affermò lo scrittore in anni recenti. “Attraverso i suoi occhi ho visto anche molti aspetti del mondo che non conoscevo: un’agonia, un’angoscia che non avevo mai capita, non almeno fino a quel punto, e contro la quale non ero in grado di far nulla. Per me è stata come una finestra, e io non la potrò mai dimenticare: una grande gioia e un grande tormento; perché era quasi sempre malata quando noi eravamo insieme, ed è morta proprio per questa sua sofferenza”. Miller scrisse Marylin soprattutto cercando di comprenderla; lo scrittore affronta la sua inedita materia, la sua strabiliante narrazione popolare, l’icona letteraria in forma di donna, la svolge, ci lotta affannosamente e amorevolmente contro per dirimerla; la diva è diventata il suo libro più importante, il suo libro decisivo che appunto non riesce a dominare perché sfuggente; scrive pagine e pagine credendo di aver finalmente trovato la strada giusta che lo indirizzi verso una comprensione, ma a un tratto si accorge – nonostante la “consolazione” che questo “libro umano” gli procura (come è consolante, difatti, spesso, lo scrivere tout court) di esserne finito fuori, da quella impervia strada intrapresa. “Attraverso i suoi occhi” legge e dunque scrive una vita non sua, una vita altra anche se contigua: “ho visto anche molti aspetti del mondo che non conoscevo”, aggiunge infatti. La chiave di tutta questa narrazione sulla viva pelle di una persona sta in quel vedere “attraverso gli occhi” proprio di quell’ altra persona, operazione ardua che è proprio tipica di ogni scrittore di vero talento. In questo c’è rara capacità d’immedesimazione; é così che lo scrittore riesce a superare anche la normale empatia, recitando la parte dell’altro, entrando drammaticamente nella vita dell’altro. Si potrebbe quindi dire che la Monroe fu per Arthur Miller un grande romanzo incompiuto: questa “finestra” che lei fu per lui era purtroppo spalancata sopra un baratro che l’artista non riusciva a vedere con esattezza, perché l’arte puo’ intuire ma ovviamente non puo’ comprendere tutto. L’arte tenta, ma quasi sempre non risolve; certo, a comprendere sua moglie Miller ci provò, si, ma fu inutile. La “grande gioia” e il “grande tormento” sono proprio quei sentimenti esplosivi che prendono spesso un autore alle prese con l’opera a cui egli affida le proprie energie creative, le proprie speranze di riuscita.

Il secondo esempio è tutto italiano e riguarda Vitaliano Brancati e Anna Proclemer. Lo scrittore pachinese ormai quarantenne e la ventiduenne attrice trentina nel 46 si uniscono in matrimonio. Due mondi e due età affatto diverse. La loro unione è fin dall’inizio costellata di separazioni a causa degli impegni che si formano su lunghe distanze, geografiche e mentali. Anna non puo’ che seguire il suo nomadismo d’attrice di punta nel panorama teatrale italiano; lo scrittore a volte la segue nei suoi spostamenti di lavoro, spesso la raggiunge nei luoghi delle vacanze scoprendo con l’entusiasmo dell’amore le vette alpine a lei così congeniali, il biancore abbagliante delle montagne, questo nord che per lui, nonostante tutto, resta intimamente lontano. Lo spirito caustico di Brancati, questo scrittore a lungo sottovalutato che parlò della Sicilia come metafora dell’intera Italia, lo scrittore che corrodeva con la sua penna di spugna i costumi della sua epoca in un a volte cupo moralismo iniettato di disperazione, il detective dalla penna saporosa dei vizi borghesi, riesce anche se a tratti a stemperarsi in tutta quella neve alpina così lontana da quella macchia mediterranea che insaporì sempre la sua scrittura. Ma tutta questa differenza (d’età, d’origine, ma non – detto senza ipocrisia- di spessore intellettuale, come fu invece nel caso Miller-Monroe) non puo’ comunque che ledere la cinghia che stringe con pressioni di volta in volta diverse il loro rapporto. Lo scrittore si lamenta delle assenze, la giovane Proclemer soffre di rimando di quest’insofferenza. I loro mondi si separano sempre più, lui ripiega in Sicilia, lei si concede una pausa di riflessione a Cortina. E’ il 1952, e poco tempo dopo i due si separano.
“Un uomo puo’ avere due volte vent’anni senza averne quaranta”, scrisse Brancati. Ma forse – soprattutto a quel tempo- questa non era che semplice speranza di un difficilissimo traguardo, benché l’artista della parola, sia esso scrittore sia esso attore, si anima spesso d’ indole fortunatamente adolescenziale. La storia di Brancati e della Proclemer fu quella di due esseri umani indipendenti. Lui lontano da certi ambienti soprattutto della politica, lei ribelle alle convenzioni, a volte angosciosamente romantica nelle scelte anche artistiche, complicata e nevrotica; come complicato e nevrotico e contraddittorio fu l’autore del Bell’Antonio.

Il rapporto sentimentale tra scrittori e attrici è a mio avviso interessante per eventuali approfondimenti, sulla base di numerosi altri esempi. La recita solitaria, monologante della letteratura, nella quale l’attore recita ad improvvisazione le sue parole scrivendo nel suo solitario studio, si congiunge con la recita orale dell’attrice. E nel caso di Brancati- Proclemer, lui scrisse per lei perlomeno una commedia, La governante, che forse rovesciava l’immagine di assoluta purezza che l’autore s’era costruito da solo nella sua mente d’indomito ma anche contraddittorio moralista.

[Pubblicato su "Stilos" il 20.12.2005, e successivamente su "Nazione Indiana" il 4.1.2006. Foto di Richard Avedon.]

2 Comments »

  1. Pensa a Bel Amì, lui si….. che aveva trovato un aiutino!

    Comment by gena — July 21, 2009 @ 11:20 pm

  2. ma era uno stronzo fottuto, però.

    Comment by Franz Krauspenhaar — July 22, 2009 @ 12:29 am

RSS feed for comments on this post. TrackBack URL

Leave a comment

Powered by WordPress