The FK experience

giugno 11, 2009

Salsa suprema

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 9:36 am

 flowers-of-greed.jpg

Salsa suprema. Un nome, una garanzia. Salsa d’altitudine, di bivacchi con le labbra sporche di grasso e gli occhi allampanati, circonflessi, una smorfia di luce tenebrosa. Unisco alla vellutata il brodo di funghi freddo, faccio cuocere fino a ridurre la salsa di tre quarti, aggiungo metà cartone di panna, faccio ispessire, passo al setaccio, unisco una grossa noce di burro e il resto della panna. A questo punto, invece che accompagnarla a carne di manzo, uova o pollame, la ingerisco direttamente dal cucchiaio della minestra, come un cane lupo affamato. Rivoli di salsa colano compatti dai lati della mia bocca oscena, una specie di pertugio per il sesso a pagamento, il buco di poliuretano di una bambola gonfiabile. In cinque cucchiaiate l’ho fatta fuori, sempre in piedi, leggermente curvo in avanti, le gambe che tremano come sotto le bombe degli alleati, gli Spitfire danzanti su corde di cavi elettrici scorticati e bambini tedeschi che fumano in alto a duemila all’ora colpiti dalle bombe al fosforo. Dresda, Amburgo. Stelle umane che capitombolano in aria in un volo lucente nella morte fosforica, mentre gli aerei dei vincitori sorvolano ogni casa per trovare altri topi da snidare e uccidere sbattendoli in aria per centinaia di metri. Io sono fosforico nella pancia, che è come se s’illuminasse del mio rantolo a basso continuo. I borborigmi mi assalgono assieme a pulsioni crepuscolari di acido, il riflusso sale per l’esofago fino a torturarmi la gola. Il dolore è leggero ma costante, persistente, demenziale, cattivo, graffiante. Nella pentola più grande del mio armamentario di cucina faccio rosolare una cipolla tritata con una grosse noce di burro, aggiungo un chilo di trippa tagliata grossolanamente, poi unisco carota e sedano tritati, una manciata di fagioli in scatola, anzi due, anzi verso tutto il contenuto della scatola, aggiungo una bottiglia salsa di pomodoro. Aggiungo almeno tre litri di brodo di carne e crostini di pane. Ci vogliono almeno un paio d’ore a fuoco lento, intanto tiro fuori dal frigo un piatto con sopra cinque belle fette di polpettone di maiale e vitello, e senza nemmeno chiudere il frigo le addento e la divoro pensando all’indivia belga che ci starebbe bene a contorno, e che non c’è, ma anche a dei cetrioli enormi sottaceto comprati al Lidl che invece ci sono, basterebbe fermarsi da quell’assalto e prenderli dal grosso barattolo. E invece non posso fermarmi, devo andare avanti con questa strage, azzannare, calare la dentatura da squalo d’acqua dolce e triturare nel morbido, senza accompagnamento, un viaggio in solitaria senza altra meta che la deglutizione che è già sconfitta, che è fine, che è insoddisfazione ancora una volta confermata. Finito di masticare, guardandomi intorno e sentendomi perduto ad ogni occasione, ad ogni latrato di vita, a ogni spiffero di realtà e di bene, torno al frigorifero e acchiappo il barattolo dei cetrioli tedeschi. Li prendo tutti con tre dita e mi li caccio dentro, nel pertugio ossessivo, nel buco nero, nel corpo del reato, nell’occhio sbavante del porco indigesto. Vorrei bestemmiare, vorrei urlare il mio dolore e la mia tensione divorante, più divorante di questa mia fame infinita e calpestata, di questo mio torrido male d’avvoltoio, io carogna tra nubi e fogliame di carogne; ma non posso che masticare, masticare, masticare, con l’ossessione persecutoria del suicida. E quando ho finito con i cetrioli è la volta di duecento grammi di prosciutto crudo di Parma preso all’Esselunga, il mio bordello schifoso per colazioni di gruppo, per orge d’occhi e palato e fantasia traslucida di sperma in crema, e me li calo nel pertugio sbalestrato dall’alto, tutte quante le fette compresse, l’una sull’altra, fette sottili che nelle mie mani, raggrumate come sono, diventano come cotolette crude che atterrano dentro fauci di fuoco e dolore e succhi gastrici risaliti verso l’esplosione.

[Immagine: Franz Krauspenhaar - Flowers of greed.]

2 commenti »

  1. Un pezzo impressionante ma vero, caro Franz.
    Quando il dolore supera la soglia della nostra
    energia, tutto si risolve in rovina. E l’urlo
    rimane dentro assieme a quei cibi che lo mandano
    sempre più giù.
    Ma si può riemergere quando la nausea è più forte del dolore.
    Si può, pian piano, riappropriarsi di se stessi.

    un abbraccio di sole
    jol

    Commento by jolanda catalano — giugno 12, 2009 @ 9:44 am

  2. grazie carissima, è una parte di un racconto lungo sulla bulimia, la non accettazione di sè, l’ansia… l’ho finito e consegnato due giorni fa.

    diamo una speranza, un sorriso vero.

    Commento by franz krauspenhaar — giugno 13, 2009 @ 12:07 pm

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