Io dico qui che Camillere è un mito
facondo, uomo intellettuale, Sicilie,
agrumi a Milimunti Scalo, sudd
‘mportanto, Camillere fà grande
il sudd, grande scriddore, tivvù
con Fabiofazie, grande ‘mportanto
presentatore meglie di Corrade,
Camillere parla meglio che scrive,
scrive romanzo ‘mportanto
“Montalbanosono”, m’portanto
diriggenziale commissarie Sicilie
“Montalbanosono”, che tutte
polizia mangiano beccafico mentre
morto che parla, e taliano tutto,
sempre a taliare a destra e manga,
Camillere nostra gioia nazionalo
ottantasette paesi, grande scoperta
gialle, genere nuove e m’portanto
tivvù attore fiction m’portanto
dirigenzialo Sicilia agrumi fichi d’India
zagare. Profumo di, m’portanto,
mare, pesceammare, pescacheguizza
sempre ammare. Spaghettiscoglio
granite, cannolo, calibro vari, ‘mportanto.
Io a sentire Camillere parlara m’incanto
come a Berluscono, altro prezioso
m’portanto del paese nostro.
June 29, 2009
Camillere
June 27, 2009
La donna di Tahiti
Sono, i denti, come fa il sorriso della luna
all’alba. Nel mare blu cupo la menta riposa
nel sole. Alza il passo lento, e rende
grazie. Mi incammino verso le sue orme.
Sono fenditure di gioia. E’ passata
la gioia, aliena dal male. Mi scorgo
sulle dune, inseguirla. Passo da nave
cargo, dietro ai fianchi di nocciolo,
blu controvento, camme di potenza
scuotono le scie bianche, pulite,
piene d’oro salpato, nelle ciglia.
[Immagine tratta da "Tabù", di W.F. Murnau - 1930.]
June 26, 2009
Haikusessanta
Guarda come dondolo
ballo il twist, anni di plastica
di rigatoni al mare
di mare a polaroid
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Di Nettuni ascellari
accostumati, di sirene
belghe accavallate
di poveri ma brutti (more…)
June 24, 2009
La fine di Moro
Il telegiornale, il giornalista della RAI Paolo Frajese, nella concitazione del post trauma, il microfono in mano, la voce incrinata dall’emozione, parla di quello che vede, la Fiat di rappresentanza triturata dai colpi d’arma da fuoco, i resti, il sangue, l’ombra invisibile di Moro forse già morto, forse come in cielo, asceso, planante a mani giunte e dissanguate in una preghiera disumana. “Mi lascino andare! Cosa vogliono da me? “ aveva protestato il politico mentre veniva sbattuto fuori dall’auto. Quella formula compita, educata. Quel tratto fine dell’intellettuale, dell’uomo dal raffinato pensiero e dalla fede cattolica sentita. Pensavo che avevano preso il migliore di tutti, il meno compromesso col marcio nazionale. E anche se non poteva esserne fuori, dalla putrefazione, era stato pur sempre un uomo integerrimo, che forse aveva creduto davvero in certi assurdi ma pur rispettabili valori. Guardando la televisione e pensando a mio padre mi venne da piangere. Non ho pianto molto, nella mia vita. (more…)
June 23, 2009
Haikusinistra
Questi della sinistra
sempre sinistri sono
stati; alla fine l’unione
solo è stata sovietica,
altrimenti son cazzi
bulgari
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Sono così imbecilli
e ignorantelli crassi
che se la farebbero
fare anche da un rutto
libero, da un brigatista,
ecco
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June 21, 2009
Haikumilano
Peni su pensiline
pene d’inferno
d’amor perduto
solcami e di Fazi
leggimi
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Perbenisti sciatti
a morale bolsa
senso di vaga balsa
come su nave rotta
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Come Berlusconi
in villa, mignotte
mignon, così la gente
applaude, satiriasi
telegattonica, Fritz
il guappo, padre
della gnaggnera
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June 20, 2009
Haiku-de-strazio
Ai tempi del menarca
su spiagge pandorate
Certosa, Villa Galbani
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Topolinek, abitualmente
veste Barzotto
son pomeriggi estivi
stretti stretti
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Quando mi dici così
ti amo
e ti rispondo così
che famo (more…)
June 18, 2009
Haikuglobetrotter
Manicotti caldi
segnano Temp
autostrada
della vacanza
segnerà
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La tua lontananza
è come il vento
fresco, o il pesto
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Breakfast in America
Poltergeist ad Hollywood
Bonanza on television
noia maledetta noia (more…)
June 16, 2009
Biondo ferro
Alici, e spaghetti con le vongole, veraci. Soleado al cartoccio, mele d’ordinanza, scampate al diluvio universale. Il suo culo è una mela originaria. Filetti scoscesi di roccia, sorpassata da una spider, nel cucciolo cuore cremoso del pomeriggio addormentato. Mineralwasser. Un timballo di speranza di essere amati, una lasagna al forno nel caldo della passione sfrenata. L’accensione libidinosa delle trofie al pesto, la menta fredda nella gola come fosse uno scaricare l’orgasmo da lui a lei. Il sole che dà illusione ottica di solarità, Ostia nel caldo torrenziale, gli anni Sessanta in melamina, cupole di spaghetti al sugo controvento, in una sola folata, nel sudore di canottiere traforate, stavo guardando cent’anni dopo un film del ‘67, Colpo di sole. Bambini che ascoltano Luglio, e uno di questi sono io. La mamma mi deterge il sudore, dolce madre mia che guarda da sotto lo statuario mio padre, l’omone. Io biondo come il grano maturato, sorrido d’azzurro sulla pineta ammantata di cielo. Come un piccolo morto vago per le nuvole basse e tese in una versione stralunata della mia vita, un’alternativa di paradiso. Oso pensare alla sensibilità della pelle, scatola dei sentimenti e del profondo, incavato da inverni e primavere grigie e nere. L’ingegner Kunz ci porta sul motoscafo: mia madre, radiosa, aspetta in pancia mio fratello, io sono contro l’aria, mio padre ha i capelli scompigliati e muove il volante. Spaghetti all’arrabbiata, birra Spluegen, ne bevve quattro litri, salì sull’auto e guidò fino a casa come se niente fosse. Ora scrivo le memorie di un bambino. Spaghetti aglio olio e peperoncino, mille anni dopo, in una terrazza estiva, assieme a spinterogeni umani a cavaolio di cervella stantie, mugolano il piacere del normale, a rucola dessertati, spumanti volitivi, modaioli, crassi. Sono sopravvissuto a tutto questo. E poi a tragedie, e ad assedi del mio cuore. E a battaglie quasi perse in partenza. Ma io sono biondo ferro battuto e mai vinto.
[Immagine: Franz Krauspenhaar - Frankfurt, Kaiserstrasse. New version.]
June 14, 2009
Pelle di confine
Dal di fuori la sembianza è quella italiana, di quella terra solcata dai mari, di quella terra solcata a strati d’altre terre. Terra di Siena la faccia, quando al brillare durevole del sole il bronzo si alliscia sulla pelle, e prima s’arrossa. Nel grigiore a metropoli, Milano da bere e vomitare, aperitivi sbagliati, come negroni a qualità registrata, la mia faccia è su quella tinta-non tinta, colore non colore, come pennacchi di fumo, come nebbia d’argento. Il colore dei capelli è la neve dura d’inverno della mia città, in medio, la Mediolanum, in medio tra il nord e il sud dell’Europa. Gli occhi sono azzurri, ma potrebbero tagliarsi da angioini, da normanni lontanissimi per parte meridionale di madre. Fuori il mio corpo è Italia, il mio corpo è d’unghie di combattimento medievale, di Guelfi e Ghibellini schermati tra le lance, e le stoppie d’un sangue dei comuni sgorgato bollente come l’olio, giù, dalle torri di guardia. (more…)








