The FK experience

maggio 30, 2009

102 chili

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 10:43 am

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Centodue chili per un metro e settantaquattro. Il caldo si spiega soltanto con la visione di una vecchia, ingiallita carta geografica: siamo a due passi dall’Africa anche se la Svizzera è lontanamente vicina. In un buco enorme, ozono smisurato, variabili come sempre impazzite. L’estate è iniziata con incidenti stradali assatanati. Ragazzi imbecilli, ragazzine in calore, tutta gente minima o da quattro soldi che si schianta a bordo di Audi paterne dopo aver bevuto beveroni finto esotici in discoteche da cuore di panna. Hardcore techno, musica per sordi cavalli drogati. A TV7, nel 1964, c’era un ciccione di Bologna che raccontava al giornalista la sua dieta fatta di carne grassa, tortellini, contorni ricchi, poca verdura, vino a pioggia. L’uomo era quadrato, la faccia si espandeva sul collo, come se agli antipodi ci fossero sacche di grasso che colavano anche pelle, il famoso grasso che cola. Anche i peli della barba erano grassi, come il pelo duro, da setola di pennello Cinghiale, dei cinghiali etruschi grufolanti tra le tombe. L’uomo si vantava della sua alimentazione suicida. Non so chi sia stato nella sua grassa vita imbelle, ma sono sicuro che è morto tra i più atroci tormenti, o probabilmente alla guida di un camion, grazie a un infarto terribile, e il camion, un OM pieno di mortadelle, è uscito di strada lanciandosi in un fosso mentre scendeva la sera caliginosa sulla Bassa Padana. Oppure è morto in un ristorante, addentando una enorme salama da sugo. Centodue chili per la mia altezza media. Ho superato ogni record negativo, e guardarmi allo specchio è diventato un esercizio di crudeltà senza confini. Volendomi male come mai prima, guardarmi in mutande allo specchio rappresenta il trionfo della mia sconfitta psicofisica. Sono terrorizzato dall’infelicità tesa a pelle di tamburo, allo sbaraglio. Credo che mi ucciderò mangiando sempre di più. I posti, a parte la propria casa organizzata al suicidio alimentare, non mancano.

Tarda mattinata, sono appena tornato dagli egiziani del Fly Pizza. Mi sono fatto preparare quattro kebab, completi. Nel sacchetto ingombro, due lattine di Coca Cola. Niente più Light, mi pareva una presa in giro. Davanti al televisore acceso addento due kebab alla volta. E’ un esercizio di sottomissione sadica del mio mondo palatale. I denti sfibrano la carne d’incerta qualità e provenienza con calate d’ascia dentale. Prendo un sorso di Coca, e rutto in maniera selvaggia, come un homo sapiens sazio dopo aver fatto a brani la carne putrefatta di un nemico, l’estremo oltraggio. Il rutto made in Coca Cola Company è il mio grido di battaglia. Scorrono sullo schermo i soliti personaggi della tivu italiana del coma: il gastronomo toscano anziano, la cinciallegra piemontese sui trenta, la vecchiarda umbra con la voce da sirena dei pompieri. Cuochi improbabili, giovani, antipatici come la merda viva e vanesi come veline impazzite, scuotono teglie, imbracano pomodori, filettano pesci agonizzanti. Una trasmissione di cucina che va in onda da dieci anni e che fa passare discretamente la fame. Ma non a me. Io sono incubato nella capsula spaziale della mia plumbea dannazione. Il sugo di yogurt, maionese e salsa piccante cola dalla mia faccia punzonata dalla barba di quattro giorni. Mi dà fastidio, ma non ho più voglia di radermi. Questo significa ogni volta guardare la mia faccia pronta a scoppiare allo specchio del bagno, significa guardare in faccia la sconfitta globale. Un globo di grasso; io sono il mappamondo di un’anima carnificata in grasso disperato, senza destino.

Al supermercato ci sono i biscotti Tuc, salati. Mi ricordano sconfitte, mi ricordano morte senza resurrezione. Voglio essere parente sacrificale della morte in ogni circostanza, apparecchio la mia fine anche camminando per strada, sotto un sole piatto come un disco volante, mentre l’aria viene risucchiata nel pallore di poche nuvole basse, quasi radenti al muro dell’atmosfera surriscaldata. Il cuoco romano della trasmissione è un tizio che viene in quello studio da anni e dovrebbe fare allegria. Non fa che preparare idiozie romane fritte, piatti tradizionali, ma senza grazia. E’ solo grasso, il grassone che dovrebbe mettere di buonumore la platea. Penso a Orson Welles ne “Il terzo uomo”, cattivo, perfido, grasso bastardo. Ne “L’infernale Quinlan”. Una psicologa, che quand’ero molto meno grasso volevo stendere in orizzontale, mi disse una volta che i grassi sono cattivi perché trattengono energie negative. Mentre pago alla cassa i Tuc e i Digestive – biscotti a loro volta calorici a dispetto del nome – penso che anche i magri si difendono bene nell’esercizio dell’infelicità. Noi grassi siamo soltanto disperati per quello che vediamo a occhio nudo dentro di noi. Il dentro si trasforma nel fuori, lo diventa in pienezza. Non c’è più alcuna separazione, guardiamo con occhi lucidi di rabbia e frustrazione il nostro disfacimento, la nostra perdizione, l’inizio, o lo svolgimento avanzato, della nostra morte ingloriosa.

[Immagine: Franz Krauspenhaar - Menuzzz.]

9 commenti »

  1. Ti ammiro, per l’uomo che metti nelle tue parole.
    Amo la forza delle tue immagini e la loro carica emotiva.
    è sempre un piacere leggerti.

    Commento by Donatella — maggio 30, 2009 @ 3:49 pm

  2. Dimenticavo … anche il tuo umorismo agro-dolce.

    Commento by Donatella — maggio 30, 2009 @ 9:23 pm

  3. Franz carissimo,
    un pezzo da non sottovalutare. Dici cose di una verità feroce
    condite con la tua ironia e quel pizzico di malinconia,i biscotti tuc,
    che ti fa sempre più vero, qualora ci fossero dubbi in proposito.
    Ma l’argomento che tratti potrebbe essere capovolto : non sempre una
    situazione del genere va intesa come una sconfitta. Potrebbe essere invece
    un nuovo modo di essere infischiandosene di tutto e tutti e portare a spasso il proprio grasso
    con la levità di un ballerino di danza classica.
    Ovvio, dando sempre uno sguardo alla salute.
    Di solito, quando si arriva a questi livelli, inizia poi la fase decrescente,
    e i 102, piano piano, diventeranno solo un ricordo.

    un forte abbraccio
    jol

    Commento by jolanda catalano — maggio 31, 2009 @ 8:35 pm

  4. E intanto continuano i predicatori che dal pulpito inneggiano all’anoressia dei comportamenti, con un passato bulimico che grida vendetta.
    bacio SignorFranz
    Liz

    Commento by elisabetta — giugno 1, 2009 @ 2:44 pm

  5. Un grande testo, Franz: dolorosamente bello e necessario.

    fm

    Commento by fm — giugno 2, 2009 @ 12:18 am

  6. grazie davvero a voi. è l’incipit di un racconto lungo sull’alimentazione, sul calvario della bulimia e delle diete. sto andando avanti velocemente, immaginando questo strazio dell’anima, prima che del corpo. non ho molto tempo per finirlo, ma sono felice di scriverlo.

    tu liz hai le carte in regola per capire forse meglio di tutti. metterò altri piccoli brani più avanti. grande francesco, grazie. grande jol, sei un’amica di forza ed esperienza. grande donatella, un abbraccio.

    Commento by Franz Krauspenhaar — giugno 4, 2009 @ 5:53 pm

  7. Sai, Franz, le tue “madeleines” salate mi hanno colpito già nella lettura di “Era mio padre”. Allora ho pensato che il nostro comune anno di nascita avesse svolto un ruolo fondamentale nella scelta del ‘segno’ alimentare della nostra esistenza. Ora leggo con affascinato terrore empatico il tuo viaggio nel grasso dell’anima e ti sono grata per aver cominciato a narrare le peripezie della Tuc-Generation, il suo hin und her tra tentazione Twiggy e abbrutimento bulimico.

    Commento by Anna Maria — giugno 6, 2009 @ 7:58 am

  8. grazie a te cara anna maria, e perdona il ritardo nel rispondermi. molto contento che tu abbia letto “era mio padre”.

    un caro saluto.

    Commento by franz krauspenhaar — giugno 14, 2009 @ 12:57 am

  9. risponderTI, scusa:-)

    Commento by franz krauspenhaar — giugno 14, 2009 @ 12:58 am

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