The FK experience

aprile 26, 2009

Un discorso molto serio [remix con depurazione]

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 8:27 pm

 luxembourg-alba.jpg

I due giovani – li conosco, sono due **** ,ci ho fatto metà anno al linguistico sail**** quando, non mi ricordo – entrarono nel bar all’ora dell’aperitivo. Lui era alto e magro, lo ****, che testa di ****, e indossava una camicia a fiori e jeans sdruciti, aveva capelli lunghi e lo sguardo svagato. Lei, la ****, era molto magra ma non molto alta, capelli lunghi e biondi, indossava una camicetta antracite su pantaloni militari a vita bassa e aveva lo sguardo duro.
“Sediamoci”, disse lui. “Qui”.
“Va bene, ma poi basta”, disse lei, “sono stufa. Hai rotto il ****”.
“Lo so” disse lui, “ma dobbiamo parlare”.
“Parlare parlare, sempre parlare”, disse lei “”ma non ti stufi mai?”
“No”, disse lui “io devo spiegarti. E poi sei tu quella che parla a raffica, di solito”.
“Ah si?”, disse lei” io sarei quella che parla a raffica? Tu invece… Ma lascia stare va, sei proprio uno **** di ****, guarda”.
“Smettila e ascolta: io sono pronto a prendermi le mie responsabilità. Il mese prossimo porca **** c’ho 30 anni. Vivo ancora con la mamma – si, grazie, lo so che è una stronzata, prima che me lo ripeti tu per l’ottocentocinquantesima volta – ma insomma, mi prendo le mie responsabilità. Per cui ti aiuterò, in tutto e per tutto”.
“Non mi fido. Che vuoi dire? Dove vuoi arrivare?”, disse lei.
“Voglio dire che ti aiuterò. Farò la mia parte”, disse lui.
“Non ci credo” disse lei, “tu non sei il tipo, ti ho capito, sai? Sei un egoista senza palle, uno smidollato completo. Non hai i ****, brutto ****. Ti ho capito bene, e mi sono lasciata fare da te come una **** lo stesso. Ma ****, tutta colpa tua. E meno male che è passata.” A questo punto ditemi voi: ucciderli? E come? Non avevo il coso, come si chiama, il coso giapponese che ha usato quello **** col nome tedesco, il riccone milanese, coso, che ha tagliato a fette la fidanzata solo perchè era pieno di coca fin qui… Eh no, io con quelle cose lì giapponese per il sushi o roba del **** così mica ci vado in giro. Comunque io assistevo alla scenetta, amico di entrambi, anche se amico è una parola grossa, diciamo che lei me la ero **** almeno quattro volte e lui aveva tentato di farmi il **** una volta e s’era rimediato un ceffone, ****.
“Lascia stare le colpe. L’abbiamo fatto insieme, mica ti ho violentata. Anzi, se ti guardi dentro devi ammettere che sei stata tu la prima che… Meglio chiudere qui ‘sto discorso, va… Va bè, io non rinnego niente. Allora, che mi dici?” disse lui.
“Sul fatto che mi vuoi aiutare?”, disse lei, “non so, mi pare strano. Per te, dico. Per quella **** che sei. Veramente, fai schifo. Non vali un ****. Proprio strano. La cosa puzza, mio caro. Se eri uno con la testa sulle spalle era un conto, ma tu…”
“E piantala, dai”, disse lui “ e parla a voce più bassa, ****, che **** ci trovi a darmi addosso sempre così?”
“Te lo meriti”, disse lei, “non vali un ****. Quando ti ho conosciuto facevi tanti bei discorsi, facevi l’intellettuale impegnato, sempre a leccare il **** a quei tipi di Minimum Fax, e poi si è visto.”
“Tu invece… ****, non farmi girare i **** o ci mettiamo a litigare di nuovo, porca ****…”, disse lui.
“E allora, pezzo di ****?… Ma ****!” disse lei. Si avvicinò il cameriere. “Che **** prendi?”
“Niente, non mi va un **** di niente, ordina tu”, disse lui.
“A me un te verde, per cortesia”, disse lei al cameriere senza guardarlo. Poi, rivolta di nuovo a lui: “Comunque non me la conti giusta, per me c’è sotto qualcosa, troppa grazia, ****, sento odore di fregatura”.
“Allora non hai capito”, disse lui “ti ho appena detto che mi prendo le mie responsabilità. Stavolta è così, e dobbiamo essere responsabili e tolleranti a vicenda, dobbiamo capire tutti e due che è venuta l’ora di crescere, di prenderci le nostre rispettive responsabilità. Credevi che ti lasciavo sola in un momento come questo?”
“Non lo so”, disse lei, “così a parole mi sembri abbastanza sincero, ****; ma poi? Se all’ultimo momento te ne freghi e te la batti al solito tuo?”
“Io?”, disse lui, “allora non mi conosci, ****, veramente non mi conosci. Te lo devo scrivere in carta bollata, tesoro? Dai, fai uno sforzo.. Mi prendo le mie responsabilità. Punto. Siamo una coppia sposata, io e te. O te la sei dimenticata, ‘sta storia?”
“Sposata per modo di dire”, disse lei, “sposarsi con te è stato come andare a farsi ammazzare, porca ****. Comunque, la **** l’ho fatta e in fondo ci conviene a tutti e due, no?…”, disse lei. “Ma non è questo il punto, pezzo di ****. Il punto è che oggi dici così e magari sei anche convinto, e poi domani ti **** sotto o te ne **** e mi lasci sola. Come faremo? Quelli sganciano solo se…”
“Faremo, faremo”, disse lui. “ Faremo tutto per bene e mia madre sarà contenta. Immagino anche i tuoi, no?… Non erano loro che insistevano di brutto con questa storia del bambino? Adesso saranno contenti, ‘sti ****. Contenta mia madre, contenti i tuoi, contenti tutti”.
“Si, ma solo se manterrai la promessa. Me lo prometti?… Giuralo, ****”, disse lei.
“Lo giuro”, disse lui. “Ecco il tuo tè. Quant’è, scusi?”
“Ventisei e cinquanta”, disse il cameriere.
“Prego, tenga”, disse lui senza guardarlo. Poi, rivolto a lei: “Allora, ****? Sei contenta? Mi credi?”
“Tienimi stretta la mano”, disse lei “e dimmi che è tutto vero. Dimmi che non ti tirerai indietro all’ultimo momento… Un bambino è un bambino, ****”.
“Lo so, lo so, **** ****”, disse lui. “Sarò in ospedale con te, come adesso. Ti stringerò le mani, forte forte, per tutto il tempo”.
“Va bene, ti credo”, disse lei. “Ma attento a te, se fai il furbo ti faccio picchiare a sangue dai miei amici della palestra”.
“Sta tranquilla” disse lui. “Senti, quasi quasi per festeggiare prendo una birra media. **** alla dieta. Eh?… Cameriere? Una media chiara”. Si grattò la testa. “No, piccola”.
“Allora prenoto l’intervento per la prossima settimana?” disse lei.
“Si, si” disse lui. “Tutto a carico mio”.
“Di tua madre e dei miei…”
“Va bene”, disse lui” di mia madre e dei tuoi. E allora? L’importante è non lasciarti sola. Prendersi le responsabilità. Io me le prendo”.
“Grazie”, disse lei.
“Figurati”, disse lui.
“Come sta Giorgio?”, disse lei.
“Bene, in grandissima forma”, disse lui. “Ti saluta, a proposito. E Lucilla come sta?”
“Benissimo, grazie. Ti saluta anche lei” disse lei. “Senti, pensavo che la prossima settimana, dopo l’intervento, potremmo festeggiare tutti e quattro al giapponese… Sushi?”
“Sushi, sushi… ****, vado matto per il sushi. Al Kenzagoro Teshuki ti va ?”
“Si, andiamo al Kenza, dai. C’è un sacco di bella gente”.
“Si, hai ragione. C’è un sacco di bella gente lì, fighi pazzeschi”.
Il cameriere arrivò con la birra. Lui pagò senza guardare il cameriere e fece il gesto del brindisi rivolto a lei. Poi si prese il primo piccolo sorso sorridendo felice.

[Già pubblicato, in versione non depurata e senza l'intervento diretto del narratore su questo blog quando si chiamava Markelo Uffenwanken GmbH & Co.KG. Immagine: FK - Luxembourg, alba.]

9 commenti »

  1. Brividi.

    Commento by Donatella — aprile 26, 2009 @ 11:31 pm

  2. Adrenalico!!!

    Commento by gena — aprile 27, 2009 @ 3:51 pm

  3. A me quello che colpisce Franz, e che mi fa riflettere, è l’ambientazione, il fatto che l’inferno domestico della coppia descritta qui si svolge in un bar dell’aperitivo. Ovvero constato che nelle grandi città il bar sembra essere in pratica il vero centro, l’unico teatro possibile delle relazioni umane, un luogo emblematico, in quanto terra di nessuno, di rapporti provvisori, neutrali, tristi, schizzati, di incontri tra solitudini, un luogo dove si consuma appunto e si formalizza la volontà di mantenere separate le esistenze di ciascuno. Un luogo dove non è veramente possibile prendersi le proprie responsabilità, ma al massimo condividere qualcosa di molto superficiale, giusto un aperitivo a non si sa quale “pasto”, dando per scontato che dentro questo cellofan non c’è altro che il vuoto al posto della vita vera.

    In fondo questa è la polaroid di due personaggi figli della Milano da bere, e non solo in senso metaforico (quella che tanto andava in voga negli anni Ottanta…), che sono però naif, perché alla fine non contano nulla, annaspano come piccoli rapaci che si predano da soli, sono solo molto stupidi , due che non scelgono nemmeno, perché esistenze vuote e passive di una mentalità che li ha fabbricati così, con lo stampino di plastica.

    Secondo me, nel racconto lo sguardo ironico viene fuori proprio là dove c’è il momento più assurdo, quando alla fine per tirare le fila del “discorso”, il tipo propone di ritrovarsi tutti insieme al ristorante nippo dopo il famoso intervento.
    Nel loro inconsapevole e candido cinismo, nella loro totale alienazione emotiva questa nota di “ottimismo” da parte dei due giovani, il loro desiderio persino affettuoso di festeggiare insieme, il loro non cogliere il lato tragico della situazione, è talmente fuori luogo e schizofrenico che un contrasto così stridente tra realtà e percezione della realtà, crea una situazione comica, ancorché grottesca. “Senti, pensavo che la prossima settimana, dopo l’intervento, potremmo festeggiare tutti e quattro al giapponese… Sushi?” Questa frase buttata là, con quel “senti” (come dire: guarda che bella idea che mi è venuta!) a me sinceramente ha fatto ridere!

    Una piccola quisquiglia a parte. Anche secondo me l’inserto del narratore toglie un poco di fluidità. Non ne colgo bene la funzione narrativa, se non per permettere al lettore di poter dire a commento (sì, un po’ stile fb…): Toh! tieni il coso…, ma sì il coso, il… katana e falli a fette tu questi due pirla!
    Gli asterischi disturbano un po’ anche perché concentrano su di se l’attenzione nel momento che mentalmente si deve fare una sostituzione di parole corrispondenti, distogliendola dal resto del dialogo… ;-) Tant’è che ho cercato disperatamente il post originario, quello di Markelo Uffenwanken , che però non ho trovato. E’ possibile avere il link Franz di quel post ante 2005? Esiste ancora?
    PS: Bello bello era quel “fabbricone” di parole! non lo conoscevo. peccato che è chiuso…)

    Commento by fiamma — aprile 27, 2009 @ 7:23 pm

  4. Concordo con Fiamma, anch’io sono stata disturbata dagli asterischi!

    Commento by gena — aprile 27, 2009 @ 7:30 pm

  5. Un ritmo serrato, due ‘sfigati’ d’autore e lontane, ma non troppo, reminiscenze carveriane. In ogni caso un signor scritto, fila via che è un piacere.
    Unico punto di domanda. 26 euro e cinquanta per un the verde?
    se è voluto, va messo un cordone sanitario, intorno a Milano.
    Un abbraccio

    Carlo Capone

    PS Dovremmo proprio aprirla ‘sta scuola di scrittura :-)

    Commento by Carlo Capone — aprile 27, 2009 @ 8:11 pm

  6. una bella analisi – che mi permetto di condividere in pieno – di fiamma. ciao carlo, io sono qui, sarebbe bello; te lo dissi quasi tre anni fa e te lo dico anche ora!

    Commento by franz krauspenhaar — aprile 27, 2009 @ 10:01 pm

  7. Franz, il progetto ce l’ho in testa. Ci vogliono:
    - un locale a Milano dove svolgere le lezioni (quanto costa mensilmente?). Dalla mia esperienza le librerie medio piccole possono essere molto interessate
    - un sito web destinato alla scuola con relativa mail di gruppo
    - un otto- dieci relatori ( da pagare, ovvio, anche se amici)per ogni ciclo di tre mesi. In un anno tre cicli, e ti assicuro che è tosta: i proprietari della scuola devono essere sempre presenti).
    - soldi per annunci dell’inizio corsi sui maggiori quotidiani .

    Il punto cruciale sta nei reperimento dei relatori, poi tutto fila liscio e si può fare davvero un grande lavoro, molto serio.

    Vabbè, vado a dormire.

    Un caro saluto

    Carlo

    Commento by Carlo Capone — aprile 29, 2009 @ 11:02 pm

  8. parliamone dopo il ponte del primo maggio, d’accordo?

    un caro saluto a te.

    Commento by franz krauspenhaar — aprile 30, 2009 @ 10:53 pm

  9. Mi candido per un corso monografico.
    (E sono compiaciuto nel vedere che anche Capone nota quant’è caro quel bar!)

    Commento by riccardo ferrazzi — maggio 1, 2009 @ 3:00 pm

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