The FK experience

November 5, 2008

Linnio Accorroni recensisce EMP su L’indice dei libri.

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 10:45 am

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Franz Krauspenhaar (il ramo paterno della famiglia è originario dei Sudeti, quello materno ligure-calabrese) è stato, prima di questo Era mio padre, autore di altri tre romanzi, l’ultimo dei quali agevolmente collocabile nella categoria eterogenea e ospitale del noir. Questa sua nuova opera sorprende non solo per la netta cesura rispetto alle precedenti “frequentazioni”, ma anche perché si sottrae alla stolida medietas di tante uscite recenti; infatti, anche se per lunghi tratti quasi incondita e rozza, questa è un’opera che turba e scuote, che irrita e disturba: “Voglio che ti prendi una vacanza dall’intrattenimento, dalle storielle sordide di morti ammazzati di carta, dallo stile ben temperato, dalle passioni inventate di sana pianta, in interni borghesi indecenti di sozzura e pulizie di primavera”.
Ma di questo si è grati all’autore; in fondo si continua a leggere per scovare quelle opere capaci di spezzare quel “mare gelato che è dentro di noi”, di cui parlava Kafka nella celebre lettera a Oskar Pollak. Così Krauspenhaar ama definire questo testo, rischiando l’ambiguità di una collocazione spuria, romanzo “bioautografico”. In questo caso, la prolessi non è mero mot d’esprit, ma il grumo semantico da cui si innesca una ricognizione spietata della propria inadeguatezza esistenziale, rinvenuta nel recupero-sofferto e nella rilettura-dolorosa del proprio passato. Il racconto in presa diretta che caratterizza buona parte dell’opera sembra fatto per placare un’insopprimibile urgenza narrativa, tanto che il libro pare, in molte sue pagine, quasi trascurato a livello di editing. Per fortuna, però, tanta ruvida asprezza stilistica non scade mai, o quasi, nel birignao manieristico. L’autore non sa (forse non vuole: è il diario di un inetto a Milano) chiamarsi fuori da un passato tragico e vischioso, da una materia ancora molto viva da cui si sprigionano furori acri e immedicabili, inquietudini e odi inveterati che il tempo, invece di esulcerare, ha rinvigorito. Scrive infatti Krauspenhaar: “Come pensare che il passato possa svanire? Il passato è passato, si dice. Come si può credere a un’idiozia del genere? Il passato è qui, ora, perché noi siamo passato, noi siamo il passato, il passato passa all’esterno ma rimane nel nostro interno notte e giorno – giorno e notte; il passato ci sveglia nei sogni”.
Una confessione scontrosa e arrabbiata, che non consente qualsivoglia indulgenza o pietas, anzi; volentieri l’autore colleziona e cataloga quantità considerevoli di disprezzo e di odio, elargendone dosi multiple all’esercito di macchiette, comparse e replicanti che attorniano l’io narrante e che assistono alla sua esistenza, alle sue storie grottesche e febbrili. Un libro fatto di sventatezze e menzogne, di lapsus e pigrizie, di un dolore recitato ed esibito, impudicamente. Una specie di mon coeur mis à nu dei tempi nostri in una Milano la cui alienante disarmonia riesce ad amplificare malanni e rancori irranciditi. La città qui non è mero orpello urbanistico, quinta decorativa ed estetizzante, ma luogo che impedisce l’accesso a qualcosa che, anche solo vagamente, possa assomigliare alla felicità.
Sin da subito, per evitare ogni possibile fraintendimento, l’autore ci prospetta un assioma che fatica a essere condiviso soprattutto da coloro che vedono nella letteratura l’aspetto ludico-artificioso, l’esercizio di stile che sublima e trasfigura. Per Krauspenhhar, invece, “i libri fatti con le viscere e col sangue sono sempre utili: a chi li scrive e, ancora di più, a chi li legge con la giusta partecipazione”. Essendo beatamente in partibus infedelium, mi si consenta di nutrire seri dubbi sulla veridicità della seconda parte. Ma sicuramente questo romanzo (?) rientra nella categoria delle opere fatte con le viscere e il sangue, corrosivo e urticante, conto aperto con il passato e il presente (e anche il futuro, sicuramente) di chi l’ha scritto.
Come recita il titolo, il tentativo è quello della costruzione di un mémoire incentrato attorno a una figura paterna, ingombrante e non addomesticabile: un tedesco nato nel luogo (Italia) e nell’epoca sbagliata (anni venti), combattente della Wehrmacht, che, tra mille travagli, compie una scalata sociale che non lo salva però da una specie di dolorosa coscienza del vivere, riflessa nei figli. Dal coacervo di storie che si enuclea attorno alla figura di questo combattente, sempre vocato alla sconfitta, si generano, quasi per filogenesi, una serie di vicende che ricadono pesantemente sull’autore, la cui esistenza è sotto il segno di una precarietà affettiva e sentimentale proposta quale modello unico di vita. Le giornate dell’io narrante sono contrassegnate da una serie di vuoto letargico da ozio infinito, l’ennui di chi si trova a fine corsa senza essere mai partito, che non può essere tacitato attraverso espedienti tipici dell’epoca delle passioni tristi: gli amorazzi, gli aperitivi, le telefonate e gli sms, i post sul blog (Krauspenhaar è redattore del blog collettivo Nazione indiana), i film porno scaricati da internet, il soffocante edipico rapporto con una madre panoptikon.
C’è una scena, in particolare, che mi sembra sintetizzare compiutamente il mood di quest’esistenza banale, asfittica, tormentata, che suscita tenerezza e affetto nel lettore: l’io narrante che accompagna verso casa l’ennesima “fidanzata” e, preso da una specie di raptus incontrollabile, “le abbranco una tetta, la tolgo dal vestito leggero in mezzo alla strada e mi ci attacco con la bocca come un bambino si attacca al morbido e vitale biberon”.

[Immagine: FK - Franzmicrowelle - 2008]

9 Comments »

  1. l’ultima frase a un senso disperato. Non condivido tutto dell’articolo che trovo eppure interessante nella riflessione di tristezza odierna. Per la scrittura, la trovo nel ritmo del cuore e del corpo, nella scossa, non rozza, ma febrile, dura.
    Franz parla del dolore che aspetta dei libri, e nel suo libro mi sono ritrovata il cuore scoppiato.

    Franz, dimmi, che ne penso del testo che scritto del romanzo. Ero vicina del tuo pensiero o no?
    Non scrivo la seconda parte, perché ignoro se mi trovo nella verità della lettura o no.

    Baci

    véronique PS bella l’immagine

    Comment by véronique vergé — November 5, 2008 @ 3:03 pm

  2. Questa recensione non è molto covincente, ma a tratti è interessante.

    Un carissimo saluto a Franz

    Gena

    Comment by Gena — November 5, 2008 @ 7:56 pm

  3. Recensione che non so ancora definire dato che la lettura è ancora in corso.

    Franz, quella foto, in cui sembra tu abbia le labbra di un negro di quelli neri neri, te la sei fatta al cellulare, confessa!

    Lorenzo

    Comment by lorenzo galbiati — November 7, 2008 @ 12:54 am

  4. Ciao Franz, un caro saluto e tante belle cose per i tuoi passati e futuri lavori.

    Comment by Michele — November 7, 2008 @ 12:18 pm

  5. sì cara verò, attendo la seconds parte per pubblicarlo integralmente. intanto un grand
    merci.

    grazie a gena, natuelich. lorenzone mio, me la son fatta con una digitale, veramente!

    rispondo appena possibile alla tua bella mail.

    ciao michele, grazie mille, un caro saluto a te,

    Comment by franz krauspenhaar — November 7, 2008 @ 1:10 pm

  6. Franz: ricordati: questo:

    http://literae.eloyed.com/henry-miller.htm

    Comment by Kung Fu Panda — November 8, 2008 @ 1:39 am

  7. Aspendando la seconda parte, saluti e abbracci

    jolanda

    Comment by jolanda catalano — November 8, 2008 @ 11:50 am

  8. NA TUR LICH

    Comment by er pajata — November 8, 2008 @ 2:57 pm

  9. SignorFranz, io questa rece la trovo bella. Profonda e sofferta. Credo anche piena di stima per te e per il tuo lavoro. Come sai, ognuno di noi, nei libri degli altri ci vede quello che vuole, è il bello di scivere anche. Vedere poi cosa c’è negli altri che tu riesci a portare alla luce ;o)
    abbraccio
    Liz

    Comment by elisabetta — November 8, 2008 @ 3:56 pm

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