Sono un gigione, un gigione, me lo dicono tutti, sono un gigione, leggo da gigione e parlo a volte così; e sono insomma un gigione, e da piccolo vedevo in tivu Topo Gigio, un gigione anche lui, a suo modo; e lui, un altro, lo chiamavo Gigetto quand’eravamo piccoli, anche poco prima che morisse, e non era più piccolo da un pezzo, e lo chiamavo a volte così, ancora; e il cielo di quella mattina, poche mattine fa, rientrando a casa, era grigio, o bigio, non era per niente al mondo un cielo gigione, nemmeno gigioneggiava, voglio dire, per farsi coraggio, per vincere una timidezza, un panico, una follia, un blocco; no, quel cielo era bigio come un pezzo di pane raffermo che viene calato in una tazza di latte davanti a una finestra che dà su quello stesso cielo grigio, o è del pane ed acqua, di un grigio di condanna, grigio di stento e di fine della corsa; e a proposito, c’è il grigio dell’asfalto al Tour de France, il grigio di un paio d’occhi muti che mi guardarono una volta cercando nel mio azzurro un po’ di comprensione, quel grigio che ci sferza fino alle vene battenti con la pioggia; e il grigio del bianco e nero, lustrato di quella stessa pioggia nelle strade bagnate, lunghe strisce di lacrime sballottate in un lavaggio-strade, che sia a Brooklyn o sulla strada sotto casa, che dà a sua volta verso finestre spente da chiazze grigie, che sono in realtà soltanto tende, dello stesso colore; e dietro queste, delle anime grigie in pena, stordite fino in fondo dal terrore, che premono su tutto il grigio che si potrebbe scavare dentro il loro essere per decidere, una buona volta, di farla finita.
[Immagine: FK - Kromaluce #1]


