[Giorgio Morale è uno scrittore e poeta siciliano che vive e lavora da molti anni a Milano. Persona sensibile, di grande cultura e umanità, mi ha fatto il grande piacere di leggere Era mio padre e di spedirmi questa lettera aperta anche alla lettura del pubblico, per la quale lo ringrazio molto. FK]
Caro Franz,
sì, come tu dici: “siamo vivi”, e forse è per questo che siamo sempre in formazione. Ho pensato a questo leggendo in Era mio padre come il quarantasettenne Franz viva ancora, pagina dopo pagina, la sua formazione. Quarantasettenne ma non ancora pacificato. Egli stesso nello stesso tempo il soggetto – e l’oggetto – di un esperimento. Giorno dopo giorno, sempre impreparato nel suo corpo a corpo con la vita. Sarà perché, come dice Wislawa Szymborska, “Nulla due volte accade/né accadrà. Per tal ragione/si nasce senza esperienza,/si muore senza assuefazione”.
Ed è per questo che mi piace l’idea di scrittura che esprimi: una scrittura fatta “di carne e sangue”, perché corrisponde al suo creatore, al suo “essere uomo su questa terra”. Affermazione a cui è legata l’altra: “L’ego è lo spettacolo più affascinante… Non c’è altro… di cui siamo i testimoni più attendibili”.
Ambedue le affermazioni comportano l’esporsi in prima persona e rimandano alla modalità della confessione, la quale, come dice Maria Zambrano ne La confessione come genere letterario, realizza “il movimento contrario alla cacciata dal paradiso, quando Adamo si nascose per la vergogna di udire la voce divina”. Difatti tu ti esponi, nel bene e nel male, con la depressione e gli scatti d’ira; le vere e false sicurezze e i sensi di colpa; le virtù e i vizi da “quarantasettenne debosciato” e la solitudine insopprimibile, che per alcuni aspetti fa tutt’uno con questa città difficile che è Milano; le polemiche letterarie di cui cogli la futilità ma in cui pure ti coinvolgi e il divenire da quattordicenne nazistoide a “teppista della giustizia” aspirante all’amore universale. E mi pare di intravedere nella tua scrittura ancora una evoluzione, me lo fanno pensare alcune delle ultime cose che hai proposto su Nazione Indiana, in particolare le pagine sul lavoro precario e sulla Milano vista dalla 90, la filovia che ne congiunge le periferie.
Mi sembra anche importante, in un momento storico in cui il libro è considerato o una merce su una bancarella o un bene inutile, dire che “i libri fatti con le viscere e col sangue sono sempre utili: a chi li scrive e spesso, ancora di più, a chi li legge con la giusta partecipazione”. Sono anch’io dell’idea che quello che si scrive, se sta ugualmente a cuore a chi scrive e a chi legge, non può non provocare conseguenze in chi scrive e in chi legge; e se parla di questo mondo, non potrà in qualche modo non avere qualche effetto su di esso.
L’atto di scrittura diventa per ciò stesso un gesto di cui ci fai partecipi, attraverso cui vediamo farsi al contempo il libro e l’uomo. Infatti man mano che costruisci il racconto consegni alla pagina tuo padre, confessi il dolore e il senso di colpa per la perdita e i modi in cui essa si è consumata; e così compi il tuo tentativo di affondarli nella prosa, di salvarli e al contempo distaccartene. A ciò giova una scrittura che tu stesso definisci “fatta d’impulsi, di accelerazioni improvvise, di accensioni liriche, di ricordi impastoiati dalla colla adesiva del presente che tutto sovrasta come un controllore d’eternità”. Un uso dell’io felicemente sbilanciato. Una metanarrazione di non facile gestione che riesci a tenere per quasi 300 pagine. Un linguaggio che tutto accoglie e non esclude nessun registro o sottoregistro. Un caos apparente che ha le sue simmetrie e sapiente nel riservare lo scioglimento alle pagine finali.
Un’ultima considerazione vorrei fare, a proposito del tuo star male, e del male che ha condotto tuo fratello e prima ancora tuo padre alla morte, riuscendo dove non erano riuscite la guerra, la povertà, le sconfitte. Mi pare che la virulenza di questo male abbia a che fare con la mancanza di un universo di senso in cui si possa dare senso anche al dolore. Mi vengono in mente dei versi di cui non ricordo la provenienza: “Se il fuoco a sé d’intorno esca non trova,/divora un po’ se stesso e poi si spegne”. Forse a qualcosa del genere pensi anche tu, quando dici che “Siamo vivi, e siamo su questa terra anche per riconciliarci, tutti”. Ma, in questo caso, il divenire occorre che investa l’uomo e tutta quanta la società. Un abbraccio
Giorgio

SignorFranz, leggo e condivido, solo mi chiedo con una certa apprensione, come sia possibile dare sempre un senso al dolore. So che mi comprendi.
buona settimana
liz
Comment by elisabetta — September 22, 2008 @ 9:33 am
Franz, questa lettera di Giorgio è davvero bella, l’ho letta
con vero piacere. Penso che un libro come Era mio padre possa
smuovere l’animo del lettore in molte direzioni.
Le parole di Giorgio sono la testimonianza di chi si è tuffato
anima-corpo nella tua lettura.
Il dolore è una brutta bestia ma, forse, la nostra grandezza
sta nel tentativo cruento per superarlo.
un forte abbraccio a entrambi
jol
Comment by jolanda catalano — September 22, 2008 @ 10:05 am
Una lettera magnifica che trova eco in me, nel buoi del cuore.
Era mio padre è lo specchio perfetto dell’anima di Franz.
Un libro specchio dove il lettore riconse la sua propia vulnerabilità.
C’è una nudità splendida che mi fa pensare agli alberi in invierno, quando il gelo fa rose bianche nel ramo.
Il dolore rende la scrittura più limpida, luminosa nella sua nudità spietata.
Un abbraccio a franz.
véronique
Comment by véronique vergé — September 22, 2008 @ 12:14 pm
riconosce
Comment by véronique vergé — September 22, 2008 @ 12:15 pm
Certo, Jolanda, che, se ogni libro crea i suoi lettori, il libro di Franz crea un lettore partecipe.
Sul dolore: Elisabetta, non so se è possibile dare sempre un senso al dolore, Giobbe sta lì a indicarci un dolore incolmabile. Però mi riferivo a questo: nella cultura occidentale la gioia è “insieme”, il dolore è “da soli”, basta guardare l’iconografia relativa: ho presente il celebre quadro fiammingo “Il re si diverte” e le tanti raffigurazioni del dolore. Invece in altre culture, ad esempio quella ritratta nei film di Kusturica, un funerale può essere celebrato stando insieme in una festa. Ecco, noi occidentali abbiamo perso una dimensione in cui vivere anche il dolore con gli altri, in unmodo che non sia solo o espellerlo e ignorarlo, o sprofondare nella solitudine e nell’umor malinconico.
Comment by Anonymous — September 22, 2008 @ 1:12 pm
Grazie, la tua riflessione mi convince. Ciò che andrebbe recuperato o inziato ex novo, è un modo di partecipare al dolore, di condividerlo. Questo può conferirgli un nuovo senso, proprio (e soprattutto) quando il “suo” senso originario appare incomprensibile.
Elisabetta
Comment by elisabetta — September 22, 2008 @ 2:28 pm
Al n. 5 ero io, Giorgio, mi scuso per la dimenticanza.
Sono d’accordo con quanto dici, Elisabetta. Pensavo anche a quanto dice una mia amica, Livia Candiani, dell’India: “In India dove ho vissuto per un po’, quando ti succede, quando ti muore qualcuno, vengono a trovarti, le donne soprattutto, e siedono con te, ti circondano le spalle con un braccio, scuotono un po’ la testa, sussurrano: “Mmm, nnn, ntc, ntc…” sai quei piccoli versi per dire “Eh, non doveva andare così, ma è così che va…” e ti fanno il tè o ti mettono uno scialle sui piedi. A nessuno verrebbe mai in mente di toglierti il dolore, ma solo di ascoltarlo, sentirlo… non si può far smettere nessuno di urlare e perché salvarsi è opera personale e personale risveglio, ma si può mettersi in ascolto, mettersi al fianco. insieme”.
Ma perché questo si dia, nel caso fosse possibile, occorre un grande rinnovamento sociale e culturale.
Comment by Giorgio — September 22, 2008 @ 2:49 pm
[...]
non ripetermi che qui è una foresta,
[...]
che il verbo del poeta è la pietà:
una rondine sottratta alla corrente.
E un giorno non capirai.
Entrerò nella turba dei Falliti
con l’umiltà che sempre mi ha distinto;
brucerò tanta rabbia nel mio cuore
che l’inferno tremerà per riscaldarmi:
e avrò anch’io un duro contrappasso:
sarò il bullone d’un ponte americano.
Massimo Feretti, tratto da Lode d’un amico poeta
*************
Ho strappato l’ortografia dei deterivi
aperto farfalle tra il melodramma dei titoli
verificato le astuzie sui denifrici
scavato le consolazioni dell’amarezza
sovrapposto i ricatti della bontà–
ho mutato gli avvisi di morte in repertori di colore.
NO: chi ha visitato la mostra dei miei collages
non pensi a un gruppo di amici
tornato tardi dal cinema!
Ma i miei visitatori
sono
i funzionari del distacco
gli esecutori della distrazione–
gli addetti alla rampa di lancio delle pasticche inodori:
da qui si irraggia la bestia del sonno
(il flusso bonario che rende tranquilla la morte),
da qui emigra la logica del nulla
(il nulla è pedagogia telegenica). [...]
Massimo ferretti, da I versi urbani III
a.
Comment by a. — September 22, 2008 @ 11:48 pm
Franz, dove sei???
véronique
Comment by véronique vergé — September 24, 2008 @ 5:36 pm
grazie mille a giorgio, per la sua lettera e le sue parole supplementari.
Spero di poter ricambiare in occasione del suo prossimo libro.
Véronique cara, sono qui. più tosto che mai.
Comment by Franz Krauspenhaar — September 25, 2008 @ 9:01 pm
a denti stretti!!! ;)))
Comment by a. — September 25, 2008 @ 9:48 pm