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August 15, 2008

Guido Michelone recensisce EMP per La poesia e lo spirito

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 9:52 am

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di Guido Michelone (12.08.2008)

Fra diario, autobiografia, rievocazione storica

Il rapporto padre/figlio è fra i temi più frequenti, contorti, discussi, controversi, nella storia del pensiero e della letteratura: aggiungere qualcosa di nuovo, dopo Sigmund Freud e dopo il Thomas Mann di Tonio Kröger sembra una missione impossibile, invece un altro tedesco, sia pur di lingua italiana, ci è riuscito: Franz Krauspenhaar. Al suo quarto libro, dopo i romanzi Avanzi di balera (2000), Le cose come stanno (2003), Cattivo sangue (2004), con Era mio padre, infatti, compone un’opera a metà fra diario, autobiografia, rievocazione storica, non senza divagazioni metaletterarie che spaziano dai massimi sistemi a una quotidianità talvolta psicanalitica.

Ma è il lavorio sulla parola scritta che, a sua volta, mette in scena, tra consapevolezza e autoironia, il debordante ego di un Autore finalmente ‘libero’ di manifestare (e giustificare) il proprio sofferto (e sofferente) narcisismo, in una gamma di sentimenti che, a livello di prosa, va dal compiacimento al virtuosismo, dalla cronaca intima alla lettura della realtà globale.

Arduo riassumere Era mio padre, libro che di proposito, evita di narrare in ordine cronologico la storia paterna, tentando invece, di preferenza, di ricostruire una biografia oggettivamente incompleta, attraverso frammenti e flashback; e Franz Krauspenhaar raccoglie i cocci, quasi alla rinfusa, nell’arco di tempo di una stagione che, inesorabile, scorre tra il caldo torrido milanese e i primi echi autunnali.

La trama sembra quindi complessa, mentre, la vicenda in sé risulta semplice (ed emblematica), forse perché fabula e intreccio divergono fin da subito, separandosi su ogni fronte, dalla forma al contenuto, dai significanti ai significati. Franz Krauspenhaar narra dunque di decidersi a scrivere un libro su suo padre a circa vent’anni dalla tragica scomparsa di quest’ultimo: lo fa per chiudere definitivamente i conti con il passato, nonostante la ragione familiare diventi altresì specchio tanto lucente quanto opaco di due generazioni storiche e di una lunga epoca transitoria (mezzo ‘secolo breve’, come direbbe Eric Hosbahwn) su cui alcuni eventi pesanti hanno già posto la parola fine.

Era mio padre, per altri versi, è un flusso di coscienza dove il figlio e lo scrittore Franz Krauspenhaar tentano di ricostruire la storia pubblica e privata del genitore, cercando di illuminare i periodi oscuri, relativi al Secondo Conflitto Mondiale, che hanno poi gravato sull’esistenza di un uomo tranquillo, una persona intelligente di positiva normalità. Così come viene presentato, senza inutili psicologismi, è il racconto ‘incompleto’ attorno a un padre autorevole (e quasi mai autoritario), un medio borghese forse più intransigente verso se stesso che con i figli, la moglie, i parenti, i colleghi, i superiori. La biografia del padre Karl scorre dunque, come un romanzo sperimentale, attraverso la tragedia della guerra, il boom economico (coincidente con la nascita dello stesso Franz Krauspenhaar, primo di tre figli maschi), il crollo del Muro di Berlino e la fine dei regimi comunisti europei.

Per il figlio/autore, la Storia va vista soprattutto con il mito dei ‘favolosi’ anni Sessanta, interrotti bruscamente con quelli di ‘piombo’, per lui, adolescente, coincidenti in una momentanea adesione al movimentismo di estrema destra, presto ripudiata a favore di un’anarchica weltanschauung riflessa pure nello stile di vita, per forza o per gioco assimilabile al flaner del Guy Debord situazionista. In tal senso Franz Krauspenhaar è l’esatto contrario del padre: si dipinge scomposto, insicuro, irregolare, depresso, ma anche geniale, libertino, artistoide, autoironico, donnaiolo, pornografo, insomma ostile alla routine del lavoro, della tranquillità, dello status quo.

Dunque, per tutto questo l’autore/deuteragonista è affamato o voglioso di quanto sa di bohèmes, scapigliature, frequentazioni di maledetti e di celebrità: lo strampalato bagaglio che oggigiorno occorre alla sua genuina vocazione di vero scrittore. In tal senso, nel libro, sul ricordo del padre spesso prevale l’autoanalisi che quasi si risolve in una riflessione su quanto accaduto a se stesso in quarantasette anni di vita vissuta onestamente border line. In altri termini Era mio padre è anche un autoritratto di figlio, ancora giovane, dove i sensi di colpa rifiutano il lettino dell’analista o l’ordine della logica narrativa, per diventare un patchwork con pagine brillanti, passaggi tormentosi, periodi intensissimi, in cui il disordine della scrittura, in definitiva, non fa altro che simboleggiare il declinare dei mondi moderni e delle civiltà occidentali.

Franz Krauspenhaar, Era mio padre, Fazi Editore, Roma 2008, pagine 281, Euro 16,50.

4 Comments »

  1. Come ho sempre detto qui e altrove,la recensione di Guido centra il bersaglio.
    Su Era mio padre, non si discute, dovrò contare quante volte l’ho detto! :-)

    In questa torrida giornata di metà agosto auguro a tutti un quintale di relax.
    Non abbuffatevi perchè fa caldo.

    ciao ciao ciao
    jol

    Comment by jolanda catalano — August 15, 2008 @ 12:35 pm

  2. maddài… iol non si era mica capito…
    ‘nsomma non è che tutte le volte che l’f-k posta una recensione tu parti col solito disco!
    almeno fai qualcosa di nuovo, che so potresti mandare un video mentre balli il boogie-woogie… ;)) [whoou]
    ciao! buon agosto anche a te! ;)

    Comment by a. — August 17, 2008 @ 12:17 am

  3. carissima a. ,
    io credo che le parole spese per Era mio padre non siano
    mai abbastanza. Si,qualche volta mi cimenterò in qualcosa
    di nuovo e diverso, ti dedicherò una manciata di versi.
    Per quanto riguarda il video…potrei anche mandarlo,
    ti assicuro che so ballare benissimo.
    buon fine agosto anche a te e mille sorrisi :-)))))))))))))
    jolanda

    Comment by jolanda catalano — August 17, 2008 @ 1:07 am

  4. no ti prego le elagizioni poetiche non le reggo! io penso che l’automatismo verbale-comportamentale non sia mai positivo. e il silenzio è più Nobile di una parola ostentata con l’elmetto. “un” romanzo non ha bisogno -di certo- di questo!
    salut, :))
    a.

    Comment by a. — August 17, 2008 @ 12:29 pm

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