off/on
off
Con quella maglia di Snoopy
versante calamaro
mi viene da piangere Warhol
minestra, da una siepe maestra
nasconditrice di falsi.
Sembri uscita da una lavatrice,
da una confezione Zuegg
o cornflakes, da una piramide
di latte, da un fiore esploso.
Mi sembra di conoscerti:
non giudiziosa, cadaverica,
spongea, matrale, cutrunuta,
ringhiosa e arbitrale.
E arrabbattona, succulenta ai
soldi, leccalecca ai non fastidi.
Semplice da bere, come sciroppo
d’acero abbattuto.
Mi sembri scemunita con scimmie
da zoo calvo, da zio indegno,
da Pino Insegno blatta.
Quando morì Stefano l’unico
che mi scriveva lettere era un nazi.
Non dimenticherò questo,
che nel male c’è un pugno di bene
a volte. Ascoltando Ladyhawke
parlare, mi pareva di sentire
una lavanderia a gettoni frinire
male, con getti d’aria calda.
La Nuova Zelanda è il paese
del pesce bollito. Il brodo di serpente
è il tuo prossimo beverone per pulirti.
on
Come zio Renny, berrò beveroni al cacao
prima del tennis, fino alla morte
lancio dell’anima nello spazio
1999, a 80 anni. Se ci sei
batti un colpo, solleva una coscia
al mare monstrum dei ricchi, allo yacht
di George Clooney. Si alza la matrace
curvilinea mossa del mare sporco
in una estate di scogli avanzati,
di ciclopiche isole-davanzale
davanti a tramonti-mare estate 2008,
con trent’anni di ricordi subissanti.
Sei nell’oblio-mutanda fiore. Non hai
che da scegliere il lingotto dove fondere
le tue catene forza otto. La chiglia
del mio orologio d’oro balena al sole,
come orafo squillo di luce nel ricordo
d’un padre Nettuno, spoglio a falcata
doppia dalle acque. Kalabrian sound
nella sera sola, rimembro il decollare
dei sogni già finiti, confezione famiglia.
Era leggendo il vittimario blog,
pieno di raspe leccanti e velenosi
piccanti ambasciatori del nulla,
che mi venne l’idea del taglio.
Stop, finis, Ende, The end, il curtain
velo pietoso, su tutto e anche tutti.
Tristesse bonjour, arrivederci Poma
nel senso della via del delitto
della mela bacata d’ingiustizie
di giudizi trancianti da robespierri
letterali. In culo al kilo, tutti quanti
pieni di bile e di bava d’impotenti
l’ultimo cazzo ritto fu quello del padre
quando ve lo sfaccimme.
E così, quando il libro fu scritto
e pronto alla distribuzione,
si riaccese la pera della luce.
On, su tutta la mia vita bigia
altezzosa, bassofondalica.
Venne dalle rocce papà, nero
tedesco e muto, fantasma
d’acqua marina sorto dai
fiumi centroeuropei, scuri,
dall’Elba. Comignoli tra l’acque,
fumo di ciminiere e nere coltri
di passato esploso in una guerra.
Oggi lo sogno ancora. Faccio -così-
a cazzotti con i morti.
Picchio mio padre, e mio fratello
che lo seguì, quasi dieci anni dopo,
nel loro triste regno, triste per chi
non c’era. Morti che sorridono
oltre la schiuma della vita, e dentro
piangono. Quei morti siamo noi.
****
Fino al peso morto, stecchito
della storia. Fino ai noi, tutti
superstiti. Dai Sessanta io
vago per il quartiere. Ora
polpa di estraneità, cuori
neri, gialli Cina e Indocina,
come pesci tra coralli e gomma,
e nei bar, verso San Siro, Marocco, Algeri
gutturale. Voi non ci siete più, da tempo.
E’ una piramide di parole secche e di ciglia, di gesti,
mentre mani gonfie toccano michette dei frati
alla mensa dei poveri. Il venditore indiano di fiori,
il barista cinese col nome italiano, mai vacanza,
mai imparata la lingua, e il marocchino sbronzo
alle sette: mi dice che siamo della stessa razza,
chissà, e parla di Lampedusa, come di una storia
a fumetti. Che pena, questo quartiere polpa di vecchi
che sputano artrosi dalle vene, di stranieri ubriachi
nel giardino, urlanti a notte brilla, dove noi bimbi, al dribbling
successivo, sognavamo Pelè. Tempi smunuzzati,
voi c’eravate, giovani e assolati. Ora non siete più.
Quartieri senza più quartiere, stranieri e vecchi smessi,
vino che piscia dai cartoni, rosso come il corallo falso
del sole a picco sulla cera di mani sbianchite. E voi
non vedete più, morti e ciechi rimproverati dal tempo
che scorre, che è scorso, che è morto.
Non voglio più morire, qui
qui non sono mai nato.
(Immagine: Gene Davis - Untitled, 1985. In contemporanea su Nazione Indiana)


la versione definitiva è quella messa su nazione indiana.
Comment by Franz Krauspenhaar — August 11, 2008 @ 9:07 am
ma che ci fai fare i percorsi ad ostacoli? ;-)
in fondo sempre dritto poi svoltare sulla destra…
Comment by a. — August 11, 2008 @ 9:11 am
Carissimo Franz, in questi versi sento odore di rivoluzione interna al
tuo spirito. Stanchezza, dolore, nuova consapevolezza, nuovi progetti.
ti abbraccio
jolanda
Comment by jolanda catalano — August 12, 2008 @ 11:17 am
on/off, lasciamo che si alternino senza opporre resistenza. Senza soffrire l’off senza insofferenza per l’on.
buon ferragosto SignorFranz.
E.
Comment by elisabetta — August 14, 2008 @ 2:28 pm
bello on/off
da
Era leggendo il vittimario blog…
ripeti e chiosi e troppo ti lagni
baci
Comment by Miss M. — August 14, 2008 @ 7:29 pm
forse hai ragione. anche se volevo proprio
ottenere - più che la lagna - la dimostrazione
di una certa, vera,sofferenza. vabbè, non si
può sempre centrare il buco…:-)
Comment by franz krauspenhaar — August 15, 2008 @ 8:30 am
Buon Ferragosto a Elisabetta, soave, sensibile, intelligente
e brava, a Jol, sempre attenta, vigile soldatessa a difesa
della rocca FK, Miss M. anche lei attenta e sapida come
un minestrone d’intelligenza (anzi un minestrun), la simpatica
e sagacissima a.
Un bacione GRANDE a voi e a chi altri segue questo blog.
Franz
Comment by franz krauspenhaar — August 15, 2008 @ 8:32 am
eh quante volte la sofferenza vera una volta scritta diventa lagna…
non crederai all’ingenua pretesa della verità nello scrivere?
buon ogni cosa a tutti dal potage!
anche ratatouille se vuoi
Comment by Miss M. — August 15, 2008 @ 8:56 am
Beh, Miss, sì, credo nella verità dello
scrivere, certo. Credo fermamente nella verità
parziale della letteratura. Non ci credessi, non
fossi così “ingenuo”, come dici tu, farei altro.
Comment by franz krauspenhaar — August 15, 2008 @ 8:52 pm