Marianna Loy recensisce EMP per Mangialibri
Milano, giugno 2007. Franz Krauspenhaar, scrittore italiano e autore su Internet di/in diversi blog, decide di scrivere un libro sul padre a sedici anni dalla morte, avvenuta in treno da Milano verso la Svizzera. Carl “Karlo” Krauspenhaar (che spesso firmando abbreviava in Kraus con sommo fastidio del giovane Franz) era nato a Sanremo nel 1926 ma il padre Ernst, direttore del fascinoso Hotel des Anglais, era tedesco di Aussig, nei monti Sudeti, e lì portò a crescere il piccolo Carl. Carl che poi fece la guerra nella Wehrmacht, le forze armate di Hitler, e sopravvisse per miracolo, che s’innamorò pazzamente di una calabrese, la sposò, e ci fece tre figli, tra cui lo stesso Franz. Franz, che in un’estate calda e afosa com’è sempre il caldo a Milano, quando non scrive di Carl attraversa le strade della sua città, incontra gli amici, mangia di tutto e si fa leccare anche le ferite dalle amiche, tante, e tutte affettuose. C’è lo spettro della sua ex, certo, ma è più urgente quello di “Karlo” e pure quello del fratello: compaiono nei suoi sogni, Franz ci fa addirittura a pugni. Quella mattina di metà dicembre lo aveva accompagnato proprio lui in stazione, fin dentro alla carrozza, e in effetti aveva lo sguardo un po’ perso… ma quel padre così forte, lui come avrebbe potuto immaginare?
Alla sua quarta prova con il romanzo Franz Krauspenhaar sceglie di narrare la biografia del padre, che è un po’ anche la sua, e lo fa con l’animosità che gli è propria. Il suo libro non è solo una densa invettiva contro di sé e contro un padre fortissimo, severo e in definitiva uomo d’altri tempi, ma anche e soprattutto l’intenzione di resuscitare una storia più vasta, vecchia di un secolo ma ancora, purtroppo, così simile alla nostra di adesso sul piano mentale: lo dimostrano le critiche mosse all’autore a proposito della sua opinione sull’attentato di via Rasella e il consequenziale eccidio delle Fosse Ardeatine, avvenuti nel 1944. Che il romanzo sia stato scritto nell’arco di pochi mesi si vede, ma solo su un piano formale e linguistico. Su un altro piano ancora, Krauspenhaar risponde a ipotetici critici e/o concessori di uno status di scrittore più o meno bravo – quanti autori si sono cimentati nello scrivere un libro sul proprio genitore? Ci interessa davvero, nel momento in cui abbiamo in mano questo libro? – con un altro proposito ancora, personale e generoso come il resto del romanzo: “Non può che essere chiarissimo anche a chi queste cose per sua fortuna non le ha provate, che quando se ne va un padre se ne va anche il sogno innato dell’immortalità, e questo sogno è proprio qualcosa che ci sta dentro fin da prima del primo giorno, è un istinto tra i più forti e fondamentali”. [marianna loy]
(Nella foto: uno dei miei scrittori preferiti, Samuel Beckett. FK)

mi piace questa recensione schietta, diretta, senza troppi giri di parole ma/e soprattutto con un finale che coglie il succo più profondo del romanzo. è vero non è un romanzo perfetto ma credo che questa sia stata una scelta volontaria dell’autore, c’erano sue spalle delle esigenze/urgenze più importanti di una bella posa: la Verità si disinteressa della grazia, ha l’esigenza solo di esplicitarsi. è un rischio per uno scrittore, scegliere una via narrativa di questo genere, perché la letteratura è per sua natura ontologica futile e falsa, quindi assumersi la responsabilità di attraversare questo paradigma non credo sia un fattore da poco conto, anzi.
Comment by a. — August 5, 2008 @ 4:17 am
Ho letto da qualche parte, Il Giovane Holden se non sbaglio, che a rimanerti davvero dentro sono i libri che una volta finiti vorresti che l’autore fosse tuo amico per potergli telefonare quando ti pare. Era Mio Padre è uno di questi libri. E’ un pugno nello stomaco, l’urlo discreto di un uomo che sembrerebbe essersi chiuso in casa per piangere via il suo dolore ed invece lo ha impresso per sempre su carta stampata. Uno dei libri più belli che abbia mai letto. Grazie F.K.
Comment by Novanta9 — August 5, 2008 @ 12:47 pm