Jolanda Catalano recensisce EMP per questo blog
Nudo di fronte a un’assenza. Nudo di fronte al lettore. Così si presenta Franz Krauspenhaar nella sua ultima fatica letteraria. Perché proprio di fatica si può parlare. Un percorso a ritroso nella memoria di sentimenti, emozioni, accadimenti, gesti e parole di non facile decifrazione quando il tempo è stato avaro e la vita si è stretta dentro ingarbugliate maglie da districare. Fatica ostinata e incalzante perché non si può scrivere di un’assenza, importante e fondamentale, senza farsi ferire e tormentare dal ricordo, un ricordo non sempre nitido che proprio per questo fa più male. Era mio padre è il canto di un figlio che insegue la memoria del padre morto in circostanze tragiche, ma è memoria anche di se stesso, della sua evoluzione, dei suoi intoppi e conflitti in un’osmosi letteraria che coniuga con sapienza la vita di chi fu con quella di chi resta. E’ un rincorrersi discontinuo, a lampi di luce, echi ormai andati ma che ancora martellano le tempie, voglia di affondare con la scrittura tutto il dolore del prima, tutto il dolore lacerante del dopo. L’autore parla con generosità implacabile e le pagine sembrano scaturire da un film dell’assurdo, un film dove le scene non hanno sempre una sequenza logico-temporale, ma si coniugano in tutti i tempi e modi di cui il ricordo è capace, a briglie sciolte, con un andirivieni di suoni-parole-immagini che danno corpo vivo alla narrazione. La narrazione, appunto, un viaggio che Franz compie da solo, senza rete, senza avvalersi di supporti storici che gli avrebbero facilitato il compito laddove i ricordi erano appena percettibili. Da solo, in balìa di se stesso e delle sue ombre,chiaroscuri della mente e dell’anima che si apprestano a un viaggio dove l’unico bagaglio necessario è la memoria, qualche telefonata a una zia lontana, qualche lettera della stessa, qualche foto sbiadita.
Ed ecco stagliarsi la figura del padre, Karlo, un gigante buono e forte agli occhi di Franz bambino, un gigante che perde la sua forza e quindi degno della più calda compassione, agli occhi di Franz adulto. Ecco il padre sul fronte russo nel ’44, appena diciottenne, combattere quegli ultimi maledetti scampoli di una guerra già persa,tra una moltitudine di soldati e di sangue, di ferite, di fame, di corpi che non somigliano più a niente se non alla ferocia della guerra, una guerra che gli lascerà quell’impronta di fragilità e terrore che si porterà dietro per la vita. Ed ecco Franz che scava tra le macerie della mente, la sua, quella del padre, nel tentativo di riportare alla luce qualunque elemento utile che lo riavvicini al padre, a quelle radici necessarie e amare in ugual misura. E ancora Karlo alla stazione di Milano, un viaggio di lavoro in Svizzera, eccolo sul treno mentre offre una sigaretta al figlio che lo prega di non andare o, almeno, di accettare la sua compagnia. Ma il treno parte e il loro saluto sarà l’ultimo che Franz potrà più ricordare.
Milano, la stazione, luoghi che ritornano nel libro e nella vita dell’autore, un punto di partenza e di ritorno attraversato infinite volte perché luogo anche e soprattutto di memoria. Milano dolce-amara quando la fatica per la stesura dell’opera si fa più dolorosa e febbrile con notti insonni strizzate nello sforzo di penetrare la memoria, di spingersi oltre i confini del possibile per recuperare dal padre gocce pungenti che gli appartengono, perché la memoria può anche questo : attraverso il ricordo di chi non è più, apre uno squarcio in chi resta per riappropriarsi di se stessi, per ricostruire dalle rovine un nuovo alito di vita. Percorso difficile e pericoloso per chiunque ma che Franz, col coraggio della disperazione, si avventura e, più il sentiero si fa tortuoso, più la sua voglia di capire, di trovare un nesso tra la miriade di accadimenti, si fa tenace, lui, soldato di un’altra guerra altrettanto crudele : la vita. Un padre andato via troppo presto, un fratello, Stefano, andato via anche lui troppo presto, diecimila lire chieste una sera e poi più nulla. Dolore e morte, troppo dolore, spade che lo trafiggono e gli squarciano il ventre man mano che i ricordi incalzano e il libro va avanti, e la vita va avanti senza più possibilità di ritorno.
Ed ecco ancora il padre, Karlo, amorevole e severo, prendersi cura di Franz, primogenito, nel tentativo di avviarlo a un’istruzione che gli avrebbe consentito un futuro dignitoso. Ma ecco il figlio, ribelle come quasi tutti i figli, al rientro dopo una notte brava, sferrare un cazzotto al padre mandandolo disteso per terra. Ed ecco il padre emergere dalle acque della Tonnara di Palmi, luogo natale della madre Teresa, un dio agli occhi di Franz bambino. E ancora Franz in macchina col padre, tra vie e sentieri reali e memoriali, fare mille domande, aspettarsi mille risposte rassicuranti e benevole. E poi Franz adulto che dovrà trovare da solo le risposte ai perché che un’assenza non potrà esaudire, perché le domande fatte ai morti hanno risposta solo nell’anima dei vivi. Ma quando il figlio potrà affrancarsi da un padre così amato e temuto se i sensi di colpa bussano, anche se non dovrebbero, per quel viaggio in Svizzera che non ha potuto evitare? Forse mai, perché, come l’autore stesso dice a pag. 140, “ …quando se ne va un padre se ne va anche il sogno innato dell’immortalità “. E le domande, e i colloqui col regno dei morti, e la stesura stessa di questo libro, servono a Franz, forse, per esaurire quel debito che sente di avere col padre, per sentirselo ancora vicino, ma con più chiarezza, con la consapevolezza di aver scavato col sangue per ogni dove, e, quindi, adulto, ricucire ferite mondate ormai dall’incertezza, poiché la memoria ha svolto un ruolo salvifico e tornare al presente si può e si deve con uno sguardo diverso, più compassionevole per il padre e per se stesso.
Ma le persone, gli ambienti che ruotano attorno a queste due figure così forti, sono molteplici e Franz ce li racconta in tutta onestà, senza omissioni, così come lui stesso si consegna a chi legge senza ipocrisie o artifici letterari per indorare gli avvenimenti. Così, sul palcoscenico dei ricordi, sfilano, oltre la famiglia, amici, scrittori e non; donne che a Franz danno e si concedono in ore di sesso, l’ebbrezza dei sensi vibranti e palpitanti, quasi un allontanarsi dalla continua ossessione della morte, di troppe morti. Donne che comunque, spesso, gli lasciano l’amaro in bocca e, più si avvicendano, più si percepisce la solitudine di un uomo con un rimpianto che poi diverrà quiete: S. , probabilmente l’unica che abbia rivestito nella sua vita un ruolo predominante, ma anche lei persa nel turbine dei conflitti che lacerano la stabilità di un rapporto e della vita stessa.
Ma in questo teatro di ombre e luci c’è un protagonista invisibile eppure determinante per l’opera: la scrittura, rovello interiore e bisogno urgente di dire, la scrittura per la quale Franz ha abbandonato, a un certo punto della sua vita, ogni possibile lavoro mortificante la creatività e la dignità di una persona. La scrittura, si diceva, questo fuoco che lo avvampa, lo brucia ma lo rende vivo e pronto a medicare le sue ferite. Ci sono, in questo testo, pagine di una bellezza sconvolgente, pathos e poesia, da attingere a piene mani. Una scrittura sapiente, scorrevole, viva, accattivante. Una scrittura che intrappola il lettore che si fa parte integrante della narrazione soprattutto quando l’autore, mettendosi in gioco come scrittore, con una autoironia tutta sua, con una serie di voli pindarici, cui seguono sempre altrettanti ritorni, dialoga col lettore mettendolo al corrente dei suoi dubbi e progetti, facendosi domande sulla letteratura e dandosi risposte, cosicché il lettore, quasi spiazzato da questo procedere, non può che prendere atto di ciò che è, di ciò che Franz vuole che sia. Romanzo struggente, dunque, necessario non solo all’autore per i motivi già espressi, ma anche al lettore che in ogni frase, girando pagina, soffermandosi sulle infinite e significative riflessioni dell’autore, può certamente trovare, seppure in modi diversi, un po’ di se stesso. Così è fatta salva l’universalità della scrittura, la coralità dell’opera, perché se è vero che questo libro rimanda sempre alla memoria padre-figlio, è pur vero che le pagine sono impresse a fuoco da quella realtà molteplice, ambivalente e contraddittoria che è la vita.
(Immagine: Gene Davis - Pink stripe, 1960)

brava e sensibile Jol
ma io credo che questo, per fortuna, non sia completamente vero:
Nudo di fronte al lettore
qualche foglia di fico qui e là c’è… e ci sono “furbizie”, tecnica, mestiere, “finzione”, trasposizione e detournement di fatti e di verità, come sempre nella scrittura, ed almeno due o tre romance contemporaneamente. uno è il mio preferito. raggiunge vera grandezza. taglierò con la lametta le altre pagine… :-)
scherzo eh…
Comment by Miss M. — August 3, 2008 @ 1:08 pm
ma chi credete di prendere per il culo??? il franz la guerra l’ha solo letta sul bignami…. che segaioli…..
Comment by Anonymous — August 3, 2008 @ 1:25 pm
c’è chi di guerra fa quella dei fegati ingrossati
Comment by foie gras — August 3, 2008 @ 1:58 pm
Cara Miss, è naturale che qualche foglia di fico rimanga, ma, e lo sai bene,
questo nulla toglie alla superba narrazione di Franz.
cari saluti
jol
Comment by jolanda catalano — August 3, 2008 @ 6:38 pm
Anonymous, pensi veramente che per scrivere un libro come EMP
serva tutto lo scibile di questo mondo?
Un bel bagno gelato ti schiarirà le idee. Idee?!!!
Comment by jolanda catalano — August 3, 2008 @ 6:43 pm
foie gras, come sopra.
Comment by jolanda catalano — August 3, 2008 @ 6:44 pm
“Nel serbatoio delle forme giacciono macerie a cui in parte teniamo ancora. Esse offrono materia all’astrazione”.
Paul Klee, Diari, 1918-1938, trad.it.il Saggiatore, Mi 1976, p. 316
Comment by arianna — August 3, 2008 @ 9:59 pm
il libro è brutto, la recensione brutta uguale…..
lei è parziale e acritica, un’amica che regge la candela…. se la faccia lei una bella doccia svedese, la puzza della menzogna si sente fino in abissinia
Comment by Anonymous — August 4, 2008 @ 10:26 am
senti un po’ anonymouus, non saresti degno di risposta ma ti rispondo uguale
per dirti e ribadirti che la doccia gelata serve sempre a te, io in vita mia
non ho mai retto la candela a nessuno, il libro è splendido e pure la
recensione. Sarà la puzza della tua invidia e vigliaccheria che supera i
confini dell’imbecillità.
Comment by jolanda catalano — August 4, 2008 @ 10:56 am
ai morti di fame le patate lesse riempiono la pancia!!!
c’è del tenero fra voi….. perdonate……. ecco come stanno le cose
Comment by Anonymous — August 4, 2008 @ 12:54 pm
hai finito di scrivere baggianate?
se il libro non t’ è piaciuto ok, ma lascia stare
le patate lesse e le candele.
Comment by franz krauspenhaar — August 4, 2008 @ 1:13 pm
Anonymous le patate lesse bisognerebbe tirartele! leggili i libri così impari pure a scrivere oltre che a pensare!
Comment by a. — August 4, 2008 @ 2:14 pm
spalare carbone e pula a pancia vuota è pesante…..
franza, le piacciono in umido o arrosto le patate?
che caratterino!!! non se la prenda così, non ho niente da imparare….
parlate a vanvera, è questo il guaio di quelli come voi
Comment by Anonymous — August 4, 2008 @ 6:24 pm
E invece il guaio di quelli come te è che la mattina si alzano
già “fatti”. Poveraccio/a, mi fai solo pena. Sei proprio un perdente.
Comment by jolanda catalano — August 4, 2008 @ 6:55 pm
franza, ce l’ha ancora il brutto vizio di tenere il volante come fosse alla guida di un trattore? a giudicare da come scrive, sì
Comment by Anonymous — August 4, 2008 @ 8:17 pm
franza? che vorrdì? ci conosciamo? (non credo). cmq non ho l’auto
dal 2000, tranquillo/a.
Comment by franz krauspenhaar — August 4, 2008 @ 10:06 pm
io dalla scarica di gelosia (vedi n.10) ho la netta sensazione che Anonymous sia una donna. anzi ne sono sicura.
Comment by a. — August 4, 2008 @ 11:47 pm
……………………………!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Comment by jolanda catalano — August 5, 2008 @ 12:19 am
Franz, ma lo sai che questa recensione, assieme a quella di Isabella Borghese
mi è proprio piaciuta? Strano per una villica come me, ma così è!!
A proposito, quand’è che manderemo le partecipazioni di nozze a questi cari amici?
Non ricordo se avevamo deciso per l’autunno o per Natale :-))))
bacioni
jol
Comment by jolanda catalano — August 5, 2008 @ 5:35 pm
tranquilla iol poi per l’ave-maria ingaggiamo loro:
http://it.youtube.com/watch?v=peH-Z_S55HI
(Ghghghgh) ;-)
Comment by a. — August 6, 2008 @ 12:06 am
grandi momenti!
eddai che si ride ragazzuole!
Comment by franz krauspenhaar — August 6, 2008 @ 7:46 am