The FK experience

July 31, 2008

Francesca Matteoni recensisce EMP su alleo.it

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 8:00 am

black-panther-70.jpg

Franz Krauspenhaar definisce la sua ultima opera “bioautografia”, coniando un neologismo che ben racchiude l’intreccio narrativo tra il presente dello scrittore, la storia del padre e la nascita stessa di una scrittura densa e irregolare, squadernata in presa diretta nel suo prendere forma, di volta in volta lirica, grottesca, nervosa, che fa dei due protagonisti un ibrido troppo umano, vitale e impuro. Se l’opera fosse un comune romanzo biografico il nucleo principale sarebbe senz’altro da identificare nel racconto della vita di Carl Krauspenhaar la figura paterna, un uomo qualunque travolto e dimenticato dal tempo. Carl, tedesco dei Sudeti, di terra di confine, nato in Liguria, orfano troppo presto del padre, chiamato appena diciottenne nella Wehrmacht, al chiudersi del secondo conflitto, sopravvissuto alla disastrosa campagna di Russia, di cui porta le cicatrici insanabili nell’età adulta, quando fa ritorno in Italia, si sposa e si trasferisce a Milano, dove nascono i suoi tre figli maschi, di cui Franz è il maggiore. Ma il libro prende appunto un’altra strada, seguendo l’urgenza spiazzante dello scrivere per “dire la verità”, procedendo per continui ritorni, interrogativi irrisolti, confronti impietosi allo specchio tra padre scomparso, eppure fin troppo concreto, e figlio quasi intrappolato nell’amore familiare, nella “verità” del genitore, un reale fantasmatico dove i morti sono più forti dei vivi, succhiano via il colore dalla quotidianità. La vicenda del padre è evocata più che narrata linearmente, gli episodi, le storie di famiglia emergono nella mente dello scrittore, e sulla pagina, come onde d’urto epifaniche, mescolate alla routine giornaliera, al flusso discontinuo dei sentimenti, dalla rabbia alla tenerezza, alle immagini ed i luoghi in cui l’esistenza del figlio è come impressa, fermata – siano essi la solitudine estrema del Travis Bickle di Taxi Driver proiettato nel salotto di casa dal piccolo schermo, le tele dei grandi pittori, le foto in bianco e nero di un passato quasi fiabesco nella distanza, l’ossessiva stazione di Milano, cui l’autore torna suo malgrado, come spinto da un meccanismo perverso, un sortilegio. La vita e la morte del padre diventano segni di una premonizione, di una sorta di mistero che non sarà risolto che nelle ultime pagine, ma che determina il destino dei figli: dal suicidio del minore, magistralmente rivisitato tramite un’altra fatale suggestione artistica, la scena conclusiva de Il soprasso, alla ribellione al mondo grigio del lavoro, del posto sicuro, dell’autore, alla sua stessa depressione, come un “filo rosso” che lo avvolge, all’incapacità di creare legami affettivi duraturi, spezzare la presa atrofica del passato.
La lettura di un presagio è centrale in uno dei passi più belli, visionari ed emotivamente lucidi del libro, l’ingresso di Carl nella battaglia, dentro un bosco ungherese, ai cui alberi pendono i cadaveri dei disertori, “manichini di carne morta”, corpi smagriti, stregati, che trasformano la giovinezza del soldato in un incubo tangibile, ben oltre la fine della guerra. E come una cartina tornasole del dolore l’unico corpo che viene tumulato è quello del padre, mai tanto riconoscibile nel suo valore come nell’assenza, nel risveglio contuso del figlio alla perdita di un pezzo stesso della sua persona, affondato nel buio dove origine e mortalità coincidono. Noi vediamo bene solo i nostri morti. Punti fissi carnali, perni a cui giriamo attorno, sgretolandoci nel loro sembiante. La tentazione di assomigliare ai propri defunti, di concluderne un tragitto, che in realtà ha già percorso il destino per quanto ingiusto possa apparirci, diventa allora lo spettro con cui l’autore combatte, perfino nei sogni. È a questo punto che diventa necessità la scrittura, la prosa come salvezza e distanza, dove, in un altro passaggio indimenticabile, il genitore viene seppellito, il suo ossame tradotto nell’impianto solido di una nuova identità – non più il padre, non il figlio, ma il libro. Come continuiamo ad amare al meglio i nostri morti? Sembra chiedersi Krauspenhaar e la domanda perfora la parola scritta, riecheggia in quella Milano, la sua città, che lo accompagna ovunque silenziosa, che è amante, giudice, nemica o conforto, che è soprattutto pubblico, l’altro che assolve, condivide o talvolta rifiuta il seme del nostro essere. Ecco che dalla figura di Carl, il presunto uomo qualunque, si delinea il padre in senso lato, la riflessione sull’eredità, lo sguardo non su ciò che è stato, ma su ciò che siamo. La capacità di accettare che l’impronta del disperso non si allarga in uno strenuo tentativo di somiglianza, ma nell’adempimento di se stessi. Solo così la memoria diventa spinta propulsiva e l’adulto disincantato sigilla il cerchio ad abbracciare il bambino sognante, lasciando al lettore il sospetto di non aver appena chiuso un libro sul recupero del passato, ma sul significato ultimo del presente.

Francesca Matteoni -Luglio 2008

(Immagine: Gene Davis - Black panther, 1970)

3 Comments »

  1. –La lettura di un presagio è centrale in uno dei passi più belli, visionari ed emotivamente lucidi del libro, l’ingresso di Carl nella battaglia, dentro un bosco ungherese, ai cui alberi pendono i cadaveri dei disertori, “manichini di carne morta”, corpi sagriti, stregati, che trasformano la giovinezza del soldato in un incubo tangibile, ben oltre la fine della guerra.–

    la recensione di f. matteoni mi ha fatto venire in mente quanto la “bio-autografia” di franz abbia degli aspetti in comune con “Dissipatio H.G.” di Guido Morselli: entrambi sono riusciti a trasmettere la propria reale disperazione attraverso la storia di un dissolvimento, in un mondo dove la paura e la disperazione non si affidano più al sogno ma a una –realtà– alla deriva. anche se per quanto riguarda “Era mio padre” la rievocazione delle figure-centrali del passato costituiscono non più, e non solo, un attaccamento al dolore ma la volontà “di accettare […] l’impronta del disperso[…]nell’adempimento di se stessi”

    Comment by a. — July 31, 2008 @ 11:29 am

  2. Splendida recensione, questo libro è una zattera che attraversa i crinali del tempo, dove chi scrive come Ulisse cerca la sua Itaca, persa, forse per sempre, costretto a navigare senza senza bussola nella notte più oscura.
    gena

    Comment by Gena — July 31, 2008 @ 3:55 pm

  3. Imprescindibile.

    Comment by Critico doc. — July 31, 2008 @ 11:33 pm

RSS feed for comments on this post. TrackBack URL

Leave a comment

Powered by WordPress