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July 23, 2008

E Franz Krauspenhaar pose la questione generazionale - Guido Tedoldi su E.M.P.

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 8:35 am

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DA: LA POESIA E LO SPIRITO, 11.7.2008

Recensione a «Era mio padre», romanzo di Franz Krauspenhaar, Fazi Editore, 2008, pp. 281, € 16,50.

Di questo romanzo si sta parlando molto nel web in questo periodo. Lo ha fatto anche qui in Lpels, appena lo scorso 6 luglio, Giovanni Nuscis. Sui mass media tradizionali, invece, quasi non sono state pubblicate recensioni. Quasi niente sui quotidiani, niente del tutto nelle trasmissioni tv.
Il motivo potrebbe essere banale: la scarsa potenza dell’ufficio stampa di Fazi e la blogosfera letteraria italiana che si raggruma intorno a una delle sue voci più rilevanti.
Ma a me pare ci sia dell’altro, ed è il motivo per cui ne parlo ancora qui – in Lpels, in rete. «Era mio padre» porta per la prima volta all’attenzione generale la questione generazionale dei quarantenni. Coloro che sono nati negli anni ’60 (Krauspenhaar è del 1960) e che quindi erano troppo giovani per «fare il ’68» e hanno pagato questa circostanza anagrafica con una durezza mai vista. Al sistema era scivolata di mano una generazione di giovani, e non voleva rischiare che anche la successiva crescesse con chissà quali grilli per la testa; il metodo usato è stato brutale, e di tappa in tappa è sfociato nella flessibilizzazione delle carriere lavorative, ovvero nel precariato di massa.

Le generazioni precedenti hanno avuto un posto, perlopiù fisso e sicuro (e più qualificato di quello dei propri genitori) quando si sono affacciate nel mondo del lavoro. I quarantenni, quando è venuto il loro tempo, non hanno trovato niente. Sono stati i primi a trovare gli stage e i contratti atipici. Sono stati i primi a sentirsi accusare di essere bamboccioni da genitori che «io alla tua età avevo già 3 figli e avevo già pagato metà del mutuo».
Adesso è un dato assodato che un ultratrentenne può non avere la minima idea di quello che farà da grande, e il senso comune si è assuefatto all’idea che a quell’età si è ancora ragazzi e non adulti. Ma quando ad avere 30 anni sono stati i nati nei ’60, la categoria mentale che si usava nei loro confronti era il disprezzo: l’accusa velata di non essere capaci, di essere una generazione muta ovvero senza l’intelligenza per avere qualcosa da dire.

Ma dice davvero questo, Krauspenhaar, nel suo libro? Ma non era mica un ricordo di suo padre, come si intuisce anche dal titolo e dalla foto di copertina?

Sì, «Era mio padre» è un ricordo appassionato di Karlo Krauspenhaar.
Ma leggete qua, alla pagina 50: «Ecco, ora so a chi assomiglio. Lui aveva i capelli neri, io li ho bianchi. Ma per il resto siamo simili, stessa altezza, stessa corporatura. Lui più massiccio, ma non più di tanto rispetto a me. Il ventre teso, la camminata felpata. Lui però portava per le strade del mondo la sua pancia dura come un sasso con disinvoltura, era una specie di segno di distinzione di chi ce l’aveva fatta, di chi aveva superato la fame, gli stenti, la guerra e il suo degno, disperato dopoguerra. La mia pancia è invece il segno tangibile di un uomo che semplicemente si è lasciato andare a rotoli di grasso. Che dopo una storia d’amore finita male s’è buttato a letto e ha dormito, tentando senza successo di dimenticare. E ha mangiato di più, affogando nel cibo il suo dispiacere e la sua nostalgia. E ora si è rialzato dallo sfatto giaciglio e si è accorto di assomigliare a un altro che in fondo non è un vero altro, di assomigliare a lui, il padre».
È un assaggio dello stile retorico usato da Krauspenhaar figlio, quel suo dentro-fuori-dentro-fuori l’epoca del padre, e la sua di scrittore, e tutte le altre epoche di cui sono ambientati gli episodi del libro (che narra pezzi della storia dei Krauspenhaar dall’impero Austro-ungarico al Reich tedesco alla Repubblica italiana).

Il mondo in cui vive Krauspenhaar figlio è quello di coloro che non vanno a letto mai, e quindi dormono la mattina, si svegliano mezzi rincoglioniti al pomeriggio e di notte, santiddio, vivono. È il mondo dei posti di lavoro terrificanti, dove il più bello è quello in cui il mobbing è soltanto leggero invece di essere normalmente umiliante. È il mondo senza dignità in cui nessuno mantiene le promesse fatte, in cui la parola data vale meno della carta igienica, in cui la furbizia vale più di ogni altra cosa.
La generazione dei ’60 è quella degli ultimi ad aver visto dal vero la tv in bianco e nero, quella dei più giovani ad aver fatto il tifo per Neil Armstrong quando fece il suo «piccolo passo per un uomo, ma grande passo per l’umanità» posando il piede sulla luna. La prima che ha usato i computer in modo massiccio, anche senza tirarsela come fanno adesso i nativi digitali.
La generazione dei ’60 è quella che ogni centimetro se l’è dovuto disputare. È quella che per trovare il coraggio di sé ha dovuto ricorrere a risorse dell’umano mai prima sperimentate.

Sentite qua come lo dice Krauspenhaar, alle pagine 177-178: «La mamma dice che sono un pazzo, ma io pretendo di scrivere. È un lusso per gente ricca e annoiata, lo so. Gli scrittori spesso hanno una protezione finanziaria, un ombrello di sicurezza. Mi ha rovinato Henry Miller, i suoi “Tropici”, la sua figura di scrittore quarantenne senza un soldo che non vuole più stare “alla stanga”, come aveva tradotto mirabilmente Luciano Bianciardi nel “Tropico del Cancro”. Miller mi ha fatto diventare uno scrittore. Solo con lui mi sono sentito, a così grande distanza di anni, di generazioni, di esperienze e di lingua, fratello. Della stessa cordata di piccoli eroi della libertà di espressione. Pieno d’amore per le cose, pieno d’un pessimismo cosmico ridondante.
(…)
Mi ha rovinato Henry Miller. Solo lui mi ha dato il coraggio di fare sul serio. Per lasciare completamente, di pieno petto, gli insegnamenti paterni che erano sopravvissuti strenuamente alla morte dello stesso papà: Henry ha battuto Karlo, è stato in grado di farlo con la forza persuasiva delle sua pagine più sfolgoranti. Posso dire anch’io che i libri, certi libri, sono necessari, e che possono cambiare una vita quando questa stessa vita è già iniziata da un pezzo».

Con tutto questo alle spalle sarebbe comprensibile che i nati nei ’60 fossero incazzati come belve, perdipiù scottate di un odio mortale contro tutto e tutti i componenti del sistema.
Ma mica è così.
Krauspenhaar lo sa. Nel dar voce alla sua generazione (per primo e con tanta forza, ma è facile prevedere che sarà seguito da altri) scopre il motivo per cui le cose dei quarantenni non sono le banalità che si dicono in giro.
Ascoltate qua, alla pagina 198: «“Tu cinguetti”, le diceva a volte, che lei parlava spesso ed eccitata soprattutto a Palmi, con le sorelle e i fratelli, 6, 4 femmine e 2 maschi. E quando nuotava in quel mare meraviglioso nuotava dentro la pelle chiara della mamma. È così, ci si innamora anche del luogo del nostro amore, ci si innamora della musica che ascolta, dei libri che legge, delle strade che sono toccate dal suo passaggio, dal passaggio del nostro amore. Così, posso dire che dopo tante durezze e sfortune, e anche in mezzo a queste, papà aveva un amore, uno di quelli veri, che non è vero che non esistono, e l’aveva sposato; e io sono qui, un figlio dell’amore, e forse è anche per questo che resisto nonostante tutto alle tenebre, che sfavillano cerchi neri dentro e fuori di me».

Poi magari i quarantenni non sono tutti così. Come sempre succede, se si spara nel mucchio il pirla lo si becca sempre, e il criminale, a volte perfino il genio.
Ma fateli parlare. Finora è stata una generazione muta.

(Immagine: Rudy Burckhardt - Parking lot, 1970)

2 Comments »

  1. La recensione mi piace.
    E poi il bello è che va al di là del valore letterario formale per andare un po’ dentro alla figura dell’autore e scavarci o scovarci quel che fa davvero diventare scittori, quello che uno da ragazzino si dice innamorandosi di un libro, del suo autore o meglio dell’immagine dell’autore, tipo Miller.
    E’ che, a come la vedo io, al di là dell’opera forte e dura di Franz, i tipi/modelli come Miller (che per altro ho ammirato molto) possono fare anche male, anche Bukowski, poi, può far malissimo, ché ‘n’ingenuo si fa n’interpretazione tutta sua che la vita si confonde con l’arte, che bevo ‘na montagna de birre, scrivo tre poesie, m’arrovello ‘n’altro po’, mi fo trenta cannazze e mi fo poeta & artista maledetto…
    e ciau che ti dico, sei fottuto.
    Franz ha preso, per fortuna, il buono e l’energia, e anche il piglio da affondatore di bisturi, il che fa abbastanza male,
    ma se sei cavare il distillato ti illumina, spesso.

    MarioB.

    Comment by cf05103025 — July 23, 2008 @ 11:38 pm

  2. franz ha ancora tanto altro da dare alla scrittura, questa, per me, è un’inutizione nata dopo avere letto nel giro di poche settimane “era mio padre” “e le cose come stanno”: finora se proprio vogliamo trovargli un filo conduttore è quello del NON-GENERE: la sua onestà nei confronti della scrittura (e verso i protagnisti della storia) lo ha portato a non rendere al meglio alcune parti, solo perché così dovevano essere narrate, (per quello che -effettivamente- furono). –queste non sono scelte da poco–. per me il suo romanzo è un’anti-biografia che sfugge a qls genere. una sorta di mmina vagante i cui effetti collaterali non sono stati ancora sperimentati… hihih!!! a parte le battute spiritose che servono, sempre, mi sembra che se siamo qui a discuterne c’è ancora molto da raccolgliere, e altro ancora.
    bonne nuit a tutti e al franz (pieno-di-vita).
    a.

    Comment by a. — July 24, 2008 @ 12:07 am

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