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17 giugno 2008

Riccardo Ferrazzi recensisce E.M.P. su La poesia e lo spirito

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 08:00

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Era mio padre – La poesia e lo spirito www.lapoesiaelospirito.wordpress.com 11.06.2008

Con questo libro Franz Krauspenhaar ci parla di suo padre, è vero. E di tutta la famiglia. Ma questa è soprattutto la sua storia, l’autobiografia dell’autore.
Dopo l’intermezzo noir di Cattivo sangue, Franz torna alla tematica di Le cose come stanno, e sceglie la strada della biografia per tornare alla domanda centrale della sua poetica: perché siamo imprigionati in situazioni più grandi di noi, che non possiamo capire fino in fondo e alle quali non riusciamo a sfuggire?
La vita secondo Franz (e non solo lui) è un gioco dell’oca nel quale si avanza di casella in casella affidandosi ai dadi e preparandosi a fronteggiare un imprevisto in ogni sosta. Tanto che, alla fine, uno tira quattro conti e conclude che, con tutto il daffare che si è dato, non è riuscito a concludere niente di suo: tutto ciò che può dire di aver costruito (o distrutto) è stato in realtà il prodotto di qualcosa che andava al di là del suo controllo. Sorte, fato, destino, fortuna, scalogna, buona o maligna stella: chiamala come ti pare, il risultato è sempre quello.
Franz indaga il senso, il significato della vita. Va a cercarlo nel Sudetenland, la terra di frontiera dove è nato suo padre, dove slavi e tedeschi si fronteggiano da millenni senza mischiarsi, alternandosi a posare il piede sul collo dell’altro, rovinando la vita a una generazione dopo l’altra con vittorie e sconfitte che non mettono mai fine a una guerra secolare, condotta con spirito da faida, senza mai intravedere un futuro di collaborazione. Carl Krauspenhaar è stato buttato nella fornace del fronte orientale quando la guerra era persa e strapersa. Una zia o una nonna gli scrisse a mo’ di commiato: fa’ il tuo dovere. E lui ha visto la morte in faccia. Forse l’avrà anche data (di queste cose i padri non parlano mai ai figli: non l’ha fatto neanche il mio). È quasi morto di fame: ha perso metà del suo peso, proprio come gli internati badogliani e i forzati della Todt. Ha fatto il suo dovere, come no? E a che prezzo! Ha visto andare in polvere tutte le cose con cui gli avevano riempito gli occhi e le orecchie per i diciannove anni della sua vita di allora. Ha saputo di Amburgo e Colonia e tante altre città distrutte al 95%. Ha saputo di Dresda rasa al suolo. Ha visto la Germania tagliata in due e divisa da una frontiera con reticolati, campi minati e soldati tedeschi che sparavano sui tedeschi in fuga. E ha saputo anche di Auschwitz, di Buchenwald, di Dachau.
C’è un limite negli esseri umani. Da qualche parte, nel corpo o nell’anima, ci deve essere una specie di cassonetto nel quale stivare tutte le delusioni, i disinganni, le vergogne e le sconfitte. Ma la capienza del cassonetto non può essere illimitata, e chi è costretto a riempirlo fino all’orlo semplicemente non ce la fa più. Carl Krauspenhaar, che non si è arreso ai russi, ha dovuto arrendersi a una vita che l’ha saturato di problemi, guai, responsabilità. Una vita che gli ha chiesto più di quanto è umanamente sopportabile.
E, come sempre capita, non ha potuto andarsene chiudendo tutti i conti. Ha lasciato debiti e crediti. Nessuno può dire se il bilancio è attivo, passivo o, magari, miracolosamente in pareggio. Nemmeno Franz. Certo, fra i debiti ce n’è uno che pesa più di tutto il resto: è l’insicurezza, la paura del futuro, l’incapacità di individuare un senso nella vita, la difficoltà di capire qual è “la cosa giusta”. Insomma: l’angoscia esistenziale.
Ne ho discusso con Franz, qualche giorno fa. Era preoccupato. “Non avrò parlato troppo di me?”. No, non mi pare. Al contrario. Sono convinto che Franz abbia bilanciato perfettamente nel testo la sua presenza e quella del padre. E ha sostenuto tutte e due con la sua capacità (rara!) di scrivere interessando il lettore anche quando gli parla di cose così lontane da apparire un po’ ritoccate, come la Montagna incantata o un film neorealista.
Sono stato contento di sapere che Franz e Marino Magliani hanno presentato insieme a Firenze i loro ultimi libri. Sono convinto che, in due modi diversi, ma allo stesso ottimo livello, Era mio padre e Quella notte a Dolcedo segnano una svolta qualitativa nella letteratura italiana contemporanea.

(Immagine: Otto Dix – Fiandre, 1934)

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