Sergio Garufi recensisce Era mio padre su Liberazione
PRENDERE A CAZZOTTI I MORTI NON E’ FACILE SE SCRIVI DI TUO PADRE. (LIBERAZIONE 11.5.2008)
La migliore letteratura autobiografica, quella che evita di rappresentare la propria vita attraverso una lente deformante che tutto abbellisce, non ha mai giovato ai rapporti familiari dell’autore.
Lo dimostra la recente pubblicazione in Francia de L’innocente,un libro di Lucie Ceccaldi, la madre del noto scrittore Michel Houellebecq, in cui questa gli rivolge pesanti insulti e gli contesta il ritratto impietoso fattole anni fa nel romanzo Le particelle elementari. Anche nella nostra illustre narrativa novecentesca esempi di questo tipo non mancano.Gadda e Manganelli dichiararono addirittura di aver atteso la morte della madre per pubblicare i loro testi più intimi e sofferti. Altro caso clamoroso è quello di Kafka. Max Brod riferisce infatti che lui avrebbe voluto dare alla sua opera il titolo globale di Tentativo di evasione dalla sfera paterna, cosa che evoca l’eterno regolamento di conti fra padre e figlio, quasi un necessario rito di passaggio alla condizione di adulto.
C’è sempre una certa insolenza nell’atto della scrittura, una fastidiosa mancanza di riguardo, perchè quel gesto non può che costituire una sconfessione dell’ordine tradizionale. Nelle intenzioni di Franz Krauspenhaar, Era mio padre doveva essere appunto questo:”Un libro fatto con le viscere e col sangue”, tutto meno che “un’agiografia”, che “un santino letterario”; e ciò soprattutto in odio alla “falsità romanzesca”, perchè oggi “il romanzo è divenuto un genere di conforto”. Giunto alla sua quarta e più ambiziosa opera, Krauspenhaar ci racconta la travagliata vita del padre, un tedesco dei Sudeti nato in Italia, che partecipò alla Seconda Guerra Mondiale sul fronte russo, si sposò con una calabrese, andò a vivere a Milano, ebbe tre figli e morì su un treno mentre si recava per lavoro in Svizzera.
La narrazione della storia del padre è intervallata dagli incontri e dagli amori del figlio durante l’estate e l’autunno della stesura del libro, e i ricordi riaffiorano carsicamente da colloqui con parenti, dall’accensione di una sigaretta o dalla visione di fotografie (meravigliosa quella del padre-bambino in copertina). La scrittura padroneggia molti registri:a volte è dolcissima e disarmata, altre volte è rabbiosa, altre ancora malinconica, e il ritmo serrato non è però frutto di un’evoluzione narrativa, di un progredire della storia in qualche direzione, bensì di un ipnotico movimento circolare, quasi un ossessivo rimuginare sui pesanti sensi di colpa generati da quell’assenza. I momenti più alti e struggenti sono la rievocazione del suicidio del fratello Stefano e certe accensioni liriche, come quella su “Milano non mi ama” o “Affonda nella prosa”, in cui l’occasione del trasferimento della salma paterna dalla tomba all’ossario chiarisce la segreta volontà del figlio di andare ben oltre il mite pensionamento della decomposizione, di scendere giù, più giù, fino all’inferno, dove non si mettono radici se non di souffrance.
Le obiezioni di un immaginario lettore antipatico, di quelli che intervengono sempre alla fine di una presentazione libraria, inglobate nella narrazione quasi a prevenirle, sono quindi totalmente infondate. Non è certo perchè Krauspenhaar è meno noto di Kureishi, o di Amis, o di Auster, che la storia del padre può risultare meno interessante. E neppure osta qualcosa il fatto che alla figura paterna spesso si sovrapponga quella del figlio, con le sue angosce e i suoi desideri di pacificazione. E’ semmai l’eccessiva preoccupazione di esser stato troppo crudo, “di non avere trattato papà nel giusto modo”, tanto da attendere “la lettura della mamma e del fratello Ernesto con una certa preoccupazione”, ciò che impedisce forse un’autentica resa dei conti, che in quanto tale non può prevedere sconti. A tratti, insomma, si ha l’impressione che all’autore sia mancato il coraggio di dire fino in fondo “le cose come stanno”, di fare davvero “a cazzotti con i morti”, come gli succede in sogno con il padre e il fratello; ma pur con questo limite Era mio padre resta una delle testimonianze più profonde e sofferte sul senso dell’esistenza che la letteratura italiana ci abbia dato in questi ultimi anni.
ERA MIO PADRE
Franz Krauspenhaar
Fazi
pp.281, euro 16,50.
(Nella foto - di Diderot, mica pizza & fichi - Il vs affezionatissimo accolto giovedì dal grande Marino Magliani alla stazione di Diano - per la serie “Magic Moments”)
Sergio Garufi dice “E’ semmai l’eccessiva preoccupazione di esser stato troppo crudo, […] tanto da attendere “la lettura della mamma e del fratello Ernesto con una certa preoccupazione”. A tratti, insomma, si ha l’impressione che all’autore sia mancato il coraggio di dire fino in fondo “le cose come stanno”, di fare davvero “a cazzotti con i morti”.
Oltre al fatto che non credo sia trattato di mancanza di coraggio semmai di RISPETTO per la figura paterna, parola al giorno d’oggi decisamente sconosciuta. Cmq credo che franz abbia già risposto a questa impressione del sig. Garufi nell’intervista di Gian Paolo Serino. Ne metto qui una traccia:
“D-Paradossalmente va alla ricerca del padre per dimenticarlo…
R- Ho cercato di chiudere i conti con un padre amato. E forse è anche più difficile che farlo con un padre odiato.”
Ai lettori piace sempre leggere storie terribili, per vari motivi (esorcizzare il loro fantasmi, o anche per riempire un vuoto di vita che non si è in grado di capovolgere). Ma qui la differenza sostanziale che non si sta parlando di finzione ma di REALTA’. E chiunque, anche avendo il genitore più contorto di questo mondo cercherà, in fondo, sempre di riabilitarlo, fino magari anche arrivare all’arresa. Ovviamente tutto questo è possibile solo se esiste una possibilità di confronto. La morte tronca di netto questo dialogo! e la capacita di franz è stata quella di oltrepassare questa frontiera. E non credo per dimenticare. per me questo è coraggio.
Comment by a. — May 17, 2008 @ 2:27 pm
Cara A., direi che hai detto molto bene,
e ti ringrazio molto.
Nonostante la bella e importante recensione di Garufi,
un critico che stimo moltissimo, pare poco
chiaro ad alcuni che non è necessario affondare
il coltello laddove la vita ha già fatto da par
suo. Che il regolamento di conti può avvenire
in vari modi.
Un bacio.
Comment by Franz Krauspenhaar — May 17, 2008 @ 7:44 pm
ciao franz, grazie della segnalazione e della stima, come sai ampiamente ricambiata. un solo appunto: al testo della recensione manca l’incipit. grazie ancora e un abbraccio. a presto
sergio
Comment by sergio garufi — May 18, 2008 @ 1:05 am
Caro Sergio, grazie mille della segnalazione. Credevo che il pezzo
iniziale fosse una specie di “catenaccio” a lato dell’articolo.
Sono abbastanza rincoglionito, dunque la tua stima è a rischio:-)
Un abbraccio, e ancora grazie!
Franz
Comment by Franz Krauspenhaar — May 18, 2008 @ 6:46 pm