Quell’uomo
Era freddo, e tarlo
era accudirla, la fame, e carezzare e leccare la lama,
era sussurrare che ci sarebbero state cose morte.
C’era da trovare il precipizio, e accettare la spinta
nel punto più ventoso, come un gelo gridato,
urlo bianco da non poterne più, allo scarico
dei giorni, nel gorgo sibilante, nello stop.
Si spinge il filante cadavere
del giorno, feto ritorto di topo delle cantine,
in un freddo da soffocamento.
Non c’è a saldare nulla che lo tenga, non è tenaglia.
E’ la fine calda d’un uomo seduto,
e una primavera nera veglia fuori,
e guarda la morte, ingoiata dalla vita.
E questa gli pare uno schiaffo del padre.
C’è uno, seduto in una casa fredda,
che ha brividi lunghi ore, e soffre pene di pietra,
e non urla, perchè il soffrire gli viene dalla testa.
Si sente uscire, non sospetta alcun miglioramento.
Lui, una volta, sono stato anch’io.
(Immagine: Lucien Freud - A painter, 1962)
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Estrarre freddo dal freddo, morte dalla morte.
bello.
Ciao.
P.
Comment by Paolo Cacciolati — January 14, 2008 @ 12:58 pm
Grazie Paolo. E’ vita vissuta, purtroppo.
Un saluto,
Franz
Comment by krauspenhaar — January 14, 2008 @ 6:42 pm
…brividi lunghi ore..
Lui,una volta,sono stato anch’io.
abbracci,Franz
jolanda
Comment by jolanda catalano — January 14, 2008 @ 7:59 pm