Scriverò un’altra sfilza
edificante, l’assaggio sale su
chiodato per la gola. Ensor lo vidi
persino al museo, tra
le sue maschere, come
il salumiere tra i clienti fissi.
Vino e birra. Lo sbronzo non
sapeva dov’era. La poesia
è muta come la scala B, calva
come la follia che hai fatto,
sporge come un suicida.
E un operaio sghignazzava.
“Non è valido! Non è valido!
Non è valido! So scrivere meglio io
la lista della spesa! Siete bravi
a mangiare senza muovervi dalla
sedia, io sui tubi grondanti piscio
le rime dell’edilizia franca!”
Sono diventato moralista al cubo,
intubo sentenze e massime
giù nella gola, il cibo liquido,
fino alla fine del componimento.
In alto perciò i cuori di pietra!
In alto i calici del grande sbronzo!
In alto i camici delle infermiere!
E se non conosci Ensor affrettati,
è uno delirante, made in Belgium,
un cantore di corte vuota, solo spettri
che rodono, che pisciano nei vasi
del disumano. Io, qui all’asylum
per prestatori tumefatti, con l’anima
gonfia di preservativi, vado avanti
a cadaverilene malmostato, 100 mg.
Quattro signori pazzi guardano l’aria
cadere, una donna è sdentata, una
volta era bella e sapeva di confettura
alla fragola, mi ha detto il marito
in visita. Il professore è candido
forse per via del camice, e Sonia,
l’infermiera dalle tette lunghe, con
le labbra Gran Riserva, mi suscita
erezioni di tenerezza splendida.
Qui non si sta male. Ricordo di nuovo
l’operaio, che sghignazzava dal ponteggio
mentre nevicava pelle bianca, e gli alberi
simulavano un pestaggio. Erano ridotti
all’osso, come ciminiere smangiate
dal fumo, che lentamente ritornava indietro.
Ricordo che scrivevo molto, le sere
soprattutto d’estate, il notes
sulle ginocchia color malva, i testicoli
introflessi dall’angoscia, le murene a percorrere
la mia schiena con un fischio di treno
sgozzato da coltelli di lamento.
Poi mi spensi come un sigaro rubato,
venni portato qui da una Citroen bianca,
familiare, ardimentosa a scantonare
nel traffico topesco della sera.
Dai polsi sudavo stigmate di nonsense
aperto, a liquidare il mio sangue
di santo apposito, di santo curioso
non ufficiale, fustigato dal male.
Qui si sta bene. Il ronzio della mente
fa buon brodo sullo sciacquio dei sensi
sedati. Fissato alla parete, prendo la dose
elettrica e mi scuoto come un cane
nella pioggia, le gocce sparano dal bianco
della camicia, nell’ombra lieve separata dal corpo.
(Immagine: James Ensor – Autoritratto con maschere. Pubblicato su Lpels.)

Franz, sai che mi sono già espressa su questo testo,tuttavia,dopo attenta rilettura,
c’è una quartina che mi lascia perplessa e non certo per lo stile,per altro…
“dai polsi sudavo stigmate di nonsense….”
ti abbraccio
jolanda
Commento by jolanda catalano — gennaio 10, 2008 @ 12:43 pm
Jolanda dimmi, perchè ti lascia perplessa?
Un abbraccione.
Commento by Franz Krauspenhaar — gennaio 10, 2008 @ 1:53 pm
te lo dirò con una mail
ciao
jolanda
Commento by jolanda catalano — gennaio 10, 2008 @ 2:13 pm
A posto. A dopo.
jc
Commento by jolanda catalano — gennaio 10, 2008 @ 4:02 pm
Completely understand what your stance on this matter. Though I might disagree on a number of the finer details, I think you probably did an awesome job explaining it. Sure beats having to analysis it on my own. Thanks. Anyway, in my language, there aren’t a lot good supply like this.
Commento by viec lam tphcm — gennaio 13, 2011 @ 6:44 pm