L’ECLISSI DI DIO
di Carlo Salina
Io non sono nessuno: ci tengo a scriverlo, a precisarlo, a dirlo. Non sono proprio nessuno, non ho nessun potere, non ho soldi, non ho un lavoro che mi permetta una vita serena, dignitosa, accettabile. Vivo in un precariato, da mille euro al mese, e mi considero, solo per questo, un privilegiato, davanti ad altri, magari anche più vecchi, spesso più capaci, che devono arrivare al fine mese anche con meno.
Il meno del meno, il resto di niente, come un libro, bello, sulla rivoluzione napoletana, quando sembrava che anche in questo paese le idee francesi di eguaglianza, di libertà, di giustizia, di cambiamento, potessero davvero attecchire, trovare una loro precisa posizione, visibilità pubblica, accettazione da parte delle masse popolari. Una vecchia storia, che annoia, anche. Illusioni, tragici equivoci: chi ha puntato sul coraggio popolare ha sempre, o quasi, fallito, qui da noi. Meglio, molto meglio, il farsi clienti, il conquistarsi, individualmente, razioni da sopravvivenza, da sussidio e prebenda, in un mondo che ancora risentiva e risente della falsa e ipocrita pietas imposta da un cattolicesimo antico, vera scaturigine di culti, riti, espressioni della miseria sociale, culturale, civile del nostro paese. Ma anche specchio, forse opaco, nel quale riflettere e riflettersi, come parte sociale, comune, identità tramandata nel tempo, nella stratificazione da cipolla della nostra coscienza. Credo davvero, ed in questo mi sento vicino ad un vecchio tedesco che vive a Roma, all’eclissi di un dio, di dio. La vedo, davvero, la percepisco, questa sparizione, questa dissipatio, questa fuga di dio. E mi addolora, ma per motivi probabilmente troppo miei, personali per poterne scriverne, se non con la pena sospetta del non essere creduto, di colui che è un traditore, prima ancora di essere uno che è stato tradito, ingannato, offeso.
La percepisco, questa eclissi, là dove, apparentemente, dovrebbe dimostrare la sua forza, il suo potere, l’intatto e vergine carisma del suo predominio. La sento e la valuto per quello che realmente è, per ciò che vale. E se lo faccio è per un caso, uno solo. Perché io so, io so, alcune cose: le so per il più semplice, banale e tragico, se vogliamo, motivo. Ne sono stato testimone diretto, oculare. Io so dell’omosessualità dei preti, potrei, se lo volessi, fare nomi e cognomi, elencare titoli, prebende, diocesi, parrocchie. Io so come si nascondono e come si rivelano, quando vogliono. Io so, io so bene, li conosco uno ad uno i preti pedofili. Non sono pochi, sono un silenzioso ed attivissimo, esercito. Potrei denunciarli, potrei farne i nomi, smascherarli, tirarli giù dal pulpito, dallo scranno, da dove esercitano un potere subdolo, ma efficace, determinante. Sono, del resto, le stesse famiglie, spesso disastrate, ad affidare loro le future vittime. Lo fanno in buona fede: sono davvero convinti di essere d’aiuto, alla loro ed altrui disperazione. Sono i deserti, i deserti dei condomini, delle periferie casermate e cementificate, dove manca tutto, ma dove c’è sempre o quasi una parrocchia, un campetto sportivo, un oratorio, dove qualsiasi forma organizzata che trasudi significati palesi, accettabili, o rimandi ad altro, viene accolta con una parcellizzata speranza, un’attesa anche. Ma questo non è che un caso, uno dei possibili territori d’azione.
Quando vedo un mio vecchio amico, compagno di ginnasio, con un incarico di docenza teologica in un prestigioso liceo cittadino, accarezzare un volto, sfiorare una guancia, prendere per mano un ragazzo, io rabbrividisco. La pelle mi si contrae, penso al peggio, subito, e magari sbaglio, perché, forse era, è, solo un abbraccio, un gesto semplice ed immediato di affetto, una bella manifestazione di cura e di fiducia. Di speranze per il futuro, di promesse mantenute, di campi aperti sul domani. Eppure la testa mi scoppia, perché anche altro, quell’altro, pensiero mi si fa strada e mi divora. E questo perché io so. So anche che non sarei creduto, che non ho con me prove, prove materiali, ma solo ricordi, immagini, esperienze individuali, perse nel tempo, immagini sbiadite e frammentate, corpi di giovani uomini nudi che si torcevano, di sguardi e mani che si toccavano, nel silenzio. Io so, perché non sono innocente. Non posso tirarmi fuori, eliminarmi, sottrarmi.
Ecco perché io conosco, credo, almeno, il silenzio o l’eclissi di dio. Quale termine sia più efficace, non saprei dirlo. Io, per quello che posso scriverne o dirne, questo allontanamento lo vivo su di me, su quello che sono, su quello che sono diventato. E, aggiungo, forse molto egoisticamente, è anche la sola cosa che mi preme: me stesso. Mi importa di me, questo solo quel mondo mi ha insegnato, quella cattolicità alla quale io sono stato consegnato, perché mi salvasse. Da cosa? Forse da dio, da quel dio che io non conosco e del quale poco o nulla mi importa perché non mi appartiene, né io saprei chi e come sia. So altro, e l’ho appreso da me. So che non riuscirò a farmi una famiglia, una famiglia normale, intendo. Non lo so bene nemmeno io il perché, si tratta di qualcosa che mi è cresciuta dentro, questa impossibilità, questa mancanza. Non mi dispiace. Il mio dolore, ammesso che io possa utilizzare questo termine, è altro. Sta in una tristezza più subdola e feroce: riaccade ogni volta che un vecchio, al quale sono affezionato, come ad un padre, parla di eclissi, eclissi di dio. E lo fa per il più nobile dei motivi, lo so bene. Vorrei accarezzarlo, quel vecchio bianco di capelli, sapiente, immacolato, puro. E sussurrargli in un orecchio, con timorosa riverenza, che anch’io sono parte di quell’eclissi, minima, infinitesimale, inutile sparizione di un dio al quale non abbiamo potuto credere perché ci ha tradito, ci ha consegnato ai carnefici, ai suoi simili, ai suoi fratelli, ai suoi rappresentanti in terra.
“Io sono Caino e Abele e adoro il Senso di Colpa” - l’ho scritto tempo fa. Perché dio fa male, e nemmeno io riesco a scriverlo con la maiuscola. Una volta ci stavo attenta e mi sentivo in colpa se sbagliavo, ora ripensando ad allora mi monta la nausea e mi devo distrarre.
Comment by Mia Hoffmann — June 9, 2006 @ 9:19 pm
Mia, amche per me, lo stesso. Faccio fatica ancora , ma comincio, mi sforzo, a scrivere dio in minuscolo, e il senso di colpa, quel senso di colpa, da poco decresce, si affievolisce, in me, fino a scomparire: solo un resto, un piccolo sforzo residuo, ed è fatta. Non so bene il perché, ma una volta mi sentivo come un ladro o uno che ha fatto qualcosa di cui poi pentirsi. La nausea era il corollario usuale, la distrazione quella di sempre: non ero stato io. Piccole sensazioni provvisorie, esiti di una educazione piccolo borghese, nell’ipocrisia grigia che accetta e digerisce tutto, da struzzi.
Comment by luca — June 10, 2006 @ 10:51 am
Questo testo bello e straziante, disperato e liberatorio, scava tra le pieghe più riposte dell’essere, come solo la grande poesia sa fare. Mi è piaciuto moltissimo, perché in controluce è possibile leggervi tracce dell’unico canto-preghiera che mi sento di condividere: quello dell’umano, libero da ogni incrostazione metafisica, restituito al singolare tragico stupore della finitudine che ci è madre, inizio e fine di ogni parola restituita al suo senso più vero.
Complimenti all’autore, di cui avevo già apprezzato gli “spietati” fotogrammi in bianco e nero sui presunti maestri.
Comment by fm — June 10, 2006 @ 2:22 pm