The FK experience

June 2, 2006

# (REPLICA)

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 8:58 am

di Mia Hoffmann

(Il pezzo che state per leggere si intitola #. Non ho capito perchè, ma non importa. E’ una replica, perchè è già stato postato sul blog di Frau Hoffmann un paio di giorni fa. Lo propongo anche qui, perché Uffenwanken non è Paganini e nemmeno Mauro Pagani; e talvolta ripete e si ripete. Il tutto, magari, juvant. Buona lettura. FK)

Scrivo ascoltando di sbieco i rumori degli operai sul ponteggio e la voce fessa di grasso meccanico della gru. Una volta l’ho manovrata anch’io, solo per cinque minuti ma è stato bellissimo. E’ così sottile, ed elevata, con la catena a sbalzo che scende lenta ma sembra veloce tanto oscilla, elegantemente fuori luogo eppure così discreta. Era come avere un braccio proteso nell’altissimo, a smuovere le abitudini di chi sta in basso.

Chi era che qualche giorno fa al telefono mi diceva soffro di vertigini? Io non lo so se soffro di vertigini, perché se è vero che quando sono in altezza e guardo il vuoto mi sento mancare, non basta, la vertigine dev’essere più nauseante. Forse l’unica volta in cui ho provato qualcosa di simile è stato attraversando quel crepaccio in alta quota, quando facevo escursionismo, una decina d’anni fa. Il mio compagno era già passato, e mentre ero a metà della traversata, quando le distanze annullano il libero arbitrio equiparandosi, perché non ha più senso tornare indietro dato che il rischio è il medesimo, improvvisamente ho sentito il vuoto impossessarsi della mia pancia e tirarmi giù, in una scivolata dolcissima, senza gambe. E per un momento, ovattato, ho fissato quei cerchi di plastica che montano le racchette da sci, e la neve ghiacciata in cui non riuscivo a infilzarle, e la punta degli scarponi di cuoio - quelli pesanti, che prima di partire bisogna ingrassare - come fossero moncherini di elefante, unghie troppo rigide per ancorarsi. E poi, dopo aver pensato: adesso vado giù adesso vado giù adesso vado giù, ho tirato gli occhi di lato lanciandoli in fino alla gola, e niente, era tutto maledettamente immobile. Con un pò più di coraggio ho alzato la testa, giusto in tempo per veder franare un tocco di roccia sul versante opposto, e nel vederlo ho sentito come una risacca, e tornarmi indietro tutto quello che un attimo prima era scivolato via. La scorsa settimana ho provato una sensazione simile svuotando dai raccoglitori la mia collezione di Alias, l’inserto del Manifesto, per usarla come carta da imballaggio per le stoviglie della cucina. Perché ho finalmente realizzato che è piuttosto improbabile che un giorno io riesca ad avere una grande libreria fissa, in una fissa dimora, in una città che sarebbe sempre la stessa a cui tornare. E’ da quando sono nata che continuo a traslocare, e dubito che se avessi l’occasione di fermarmi nello stesso posto fino alla fine dei miei giorni ci riuscirei - anche se mi piace crederlo. Io transito, in attesa della prossima scadenza. Ed è un pò come vedere un genitore invecchiare, che ti ricorda che non incontrerai le stesse facce per sempre, che la quotidianità non durerà in eterno e che il mondo non è un’abitudine su cui contare. E anche questa mattina, quando ho tolto le placche agli interruttori per prepararmi all’imbiancatura, per qualche secondo ho avuto la stessa sensazione di vertigine di quand’ero lassù, alla metà esatta dell’attraversamento, all’azzeramento del libero arbitrio. Perché se la mia vita va avanti, non mi permette di correrle dietro per vedere dove andrà a parare, vuole che le salti in groppa, per guardarla passare dall’alto - e anche questo è vertiginoso.

7 Comments

  1. Che bello Mia! Vertiginosamente bello! Ha fatto bene Franz a riproporlo anche qui. Probabilmente lo conoscete, l’unico autoritratto fotografico di Luigi Ghirri. Leggendo il finale di questo pezzo ho pensato a quell’immagine, lui seduto in una panchina di una piccola stazione ferroviaria emiliana, con sopra l’orario dei treni e qualche vecchia e dimenticata scritta di innamorati sul muro scrostato. Sembra dirci che l’io è un luogo di transito, gente che va e gente che viene, occasioni colte e perdute, come tutti i treni che sono passati da lì. Io sono un sedentario, mi piace mettere radici, il mio motto è “hic manebis optime”, ma il tempo non lo fermi lo stesso, non c’è rimedio alla maledizione di Eraclito; a meno che esista una memoria dell’universo, come hanno congetturato i teosofi. Grazie ancora Mia, è un peccato che non si viva vicini, sarebbe bello vedersi con Franz ogni tanto invece di scriversi e basta.
    Buon trasloco.

    Comment by sergio garufi — June 2, 2006 @ 11:11 am

  2. Sei un tesoro, Sergio, grazie. Se vieni a Roma avvisami.
    L’autoritratto di Ghirri rende bene l’idea, si. Con quel “Partenze” scritto in rosso sul foglio ingiallito, e la porta che sembra incastrata in apertura come un biglietto di sola andata, e per contro la stufa ad angolo come si fosse nella cucina di famiglia, con il tavolo di legno spesso che ricorda quel ritornello: aggiungi un posto a tavola. Più o meno è così, un transito tra l’andata e il ritorno.

    (Il cancelletto del titolo è appunto un cancelletto, Herr Franz, che separa ben poco il dentro dal fuori : )

    Comment by Mia — June 2, 2006 @ 12:23 pm

  3. Ah, adesso ho capito, Frau Hoffmann:-)

    Comment by Herr Franz Krauspenhaar — June 2, 2006 @ 12:28 pm

  4. Vaffanwanken, Herr Kraus : )))

    Comment by Frau Hoff — June 2, 2006 @ 12:47 pm

  5. La vertigine come punto di equilibrio nel flusso incontrollabile dell’esistenza. Nella sua ossimorica essenzialità, questa considerazione apre imprevedibili squarci di senso nella dinamica profonda che ci guida, inconsapevoli, attraverso le correnti, quando basta magari una piccola “crepa” nel muro (della coscienza) per accorgersi che anche il mondo “non è un’abitudine su cui contare”. Credo tu abbia poeticamente fermato, di fronte a quel “cancelletto” (metafora evidente dello sguardo che annaspa senza centro al riparo delle sue misere certezze quotidiane), l’attimo preciso di una “rivelazione”: come se la tua mano avesse tratto a riva, dal flusso incessante e monotono dei giorni, quasi per un miracolo casuale, per una sorta di distrazione del nulla, il senso profondo della vita. Un testo molto bello, di inconsapevole e incontrollato stupore montaliano.

    Comment by fm — June 2, 2006 @ 5:00 pm

  6. la vertigine e la paura e il crepaccio ed è stra/ordinario sto pezzo
    che Sergio Garufi ha detto: vertiginosamente bello;
    che poi disfarsi di cose è importante ed anche giusto,
    e anche delle copie di Alias,
    ed ho apprezzato il bello che non è per i soliti stantii motivi ideolgici
    ma che tanto uno non se li porta dietro….

    Mario

    Comment by cf05103025 — June 2, 2006 @ 11:26 pm

  7. siami consentito pure bellina l’illustrazione del tipo
    davanti agli scatoloni sulla scaletta

    Comment by cf05103025 — June 2, 2006 @ 11:28 pm

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