DOPO LO TSUNAMI (CANTO PER LA NOTTE DI CAPODANNO)
rovine aperte al nulla del risveglio
aborti di rose nel grembo umido dell’alba
che rampica latrine e
accende lumi su terre di naufragio –
un faro
dove solitario frange
il canto veggente dell’onda
l’eco che dilegua
del suo piumato alfabeto di semi
la schiuma che resta
un attimo e non dura…
solo ieri il diluvio
era una corsa di mani accalcate
a liberare lacrime dal ciglio
e i poeti
spargevano coriandoli di versi e di cordoglio
dai loro scranni di scribi senza voce
(il padrone
solenne
pagava profumate antologie da tramandare ai posteri
che hanno già smarrito l’arte di leggere
pensare
coniugare un fiore)
il diluvio – ricordi?
ora è un’acqua che consola
scivola tra le cosce e i seni
di vite patinate per la cena del perdono –
grasso e merda
fusi in un’unica colata di passione
miscela di accelerazioni senza nessun tormento
guardali –
ora hanno un altro cielo che li può sentire
un orizzonte nuovo
disteso ad arco sull’ultima disfatta
e un paradiso dove si può svernare
dimenticando i passi che pestano la fame
lontano dagli occhi che si aggrappano
come edere al balcone
gli occhi che parlano dal braccio della morte
dai tumuli di un mare costruito ad arte
tra un monte di lava e le sabbie di catrame
…
anche oggi
Mahmud
inciampava in uno sputo –
il primo rantolo del sole
al levare del giorno
una sferzata d’odio dalla gola del mattino
per celebrare l’avvento
per annunciare al mondo altre stirpi
di uomini e di ali
schiere fedeli di pellegrini traboccanti d’estasi
le carte di credito strette alla cintura
e voglie infami in voli transatlantici
tra l’oriente e il samba –
(dio intanto urinava beato nelle ampolle
al coro plaudente degli eletti
al canto degli schiavi liberati)
… ho raccolto lo sguardo intravisto
solo immaginato
del bambino che camminava al suo fianco a testa bassa –
l’ho conservato come una reliquia
per il compleanno di mio figlio
una candela accesa al cambio d’equinozio
a illuminare la tavola imbandita dei suoi giorni
insegnami con quante lettere si scrive la parola memoria
conto i millenni a manciate
le epoche riaffiorate dalla polvere dei libri e mai
la terra è stanca
di restituire alla pietà dei solchi semine di vite
sacrificate per il pasto dell’abisso
raccontami di tuo padre delle cifre stampate a caratteri di fuoco
sul suo braccio – delle miniere di carbone e fame
della paura che m’assale prima di dormire
delle favole che non acquietano il grido delle fonti…
ti parlerò del tuo nome Gabriele dei sogni
che custodiscono l’impronta del seme e
la risposta –
è fiore pietra carne respiro sangue
voce
che non tace –
gridalo contro il vento
che frana la radice dei ricordi
contro le mani insozzate di crimini e pietà
la pietà
che cancella la giustizia e
oscura anche gli astri dei cieli che verranno –
grida il tuo passato d’esule
quando il tuo nome era Mikhal o Ismail
Jeoshua o Salomon
grida Gibril
stanotte sei tutti i nomi che la storia ha cancellato –
grida
stringili nel pugno sillaba per sillaba
strappali alle sabbie raggelate della lontananza
falli riemergere dai fondali sbarrati della morte –
questo è il tuo destino il tuo domani
la sorgente l’oasi
il cammino –
imporre ai deserti
di fiorire
(Da: “Ballate eretiche”)
Bella, davvero bella questa ballata eretica. Si legge e si divora, con un susseguirsi di immagini, suoni, memorie. Imporre ai deserti di fiorire, già una eresia, nell’eresia.
Comment by luca — May 22, 2006 @ 1:18 pm
grida, anche se letta in silenzio.
è bellissima, Franz. grazie.
Comment by Mia H. — May 23, 2006 @ 1:40 pm
Prego cara.
Un bacione.
Comment by F.K. — May 23, 2006 @ 2:41 pm
Grazie di cuore, Franz. E un grazie affettuoso a Mia e Luca per le loro parole.
francesco
Comment by fm — May 23, 2006 @ 5:02 pm
Un libro in libreria dura tre mesi, dicono. E un post quanto dura? Solo oggi ho letto questa poesia, che spero presto di vedere stampata insieme al resto delle “Ballate eretiche”. Veramente grande l’ampiezza di respiro, da “Waste Land” dei giorni nostri. Meriterebbe un’analisi dettagliata, in tempi lunghi, per penetrarne le varie parti; al momento mi preme dire che ci vedo un forte pensiero, che non pesa sulle parole, e immagini e suoni che rendono il respiro delle cose, come deve essere in poesia. Grazie a Francesco e a Franz: e a quando la prossima?
Comment by Giorgio Morale — May 27, 2006 @ 1:22 pm
Grazie molte, Giorgio, per il tuo commento. Posterò presto altre “ballate eretiche”, non inferiori, secondo a me, a questa.
Un caro saluto.
Comment by F.K. — May 27, 2006 @ 1:31 pm