di Carlo Salina
(Ricevo e pubblico questo monologo-confessione. Buona lettura. F.K.)
Li ho conosciuti i cattivi maestri. Ne raccolgo i volti, a sera, quando la malinconia si apre e il tempo divora immagini e sensazioni, possibili esistenze che avrebbero potuto essere anche mie. Non erano, i cattivi maestri, così cattivi, all’inizio. Potevo accompagnarmi loro senza sospetti o maldicenze.
Non frequentavano, ad esempio, i luoghi dove la vita sa essere e diviene cosa spietata, rude, volgare, ma diretta: non li ho mai visti all’osteria, pulire a terra pavimenti, scaricare casse, bestemmiare -mai li ho uditi- o uscire da una fabbrica, dal ghetto nero di un ufficio, da un incontro furtivo ed occasionale, mercanteggiare un prezzo, una prestazione. Se lo avessero mai fatto non so certo dirlo, né immaginarlo, ma certo sentivo e sento tuttora che determinate esperienze erano, sono, loro da sempre precluse: le sole umiliazioni sofferte diventavano quelle derivate dalle offese al loro amor proprio, al loro sufficiente orgoglio. Non erano persone da vita di tutti i giorni. Non indossavano mai i vestiti dei giorni feriali. Odoravano di nuovo, scintillavano di lucido. Erano stranieri, tra noi stessi. Lo sono, spesso, anche ora.
I cattivi maestri salivano sui palchi, montavano in cattedre con i vestiti puliti della festa, con i fazzoletti bianchi nei taschini, con l’odore di brillantina e muschio da quattro soldi nella pelle, con le lenti spesse e gli occhiali di tartaruga che conferivano un’aura di sacralità alla loro stessa presenza corporea, fisica. Si erano materializzati, per pochi attimi, a noi, mortali. Accondiscendevano al linguaggio, il loro, beninteso, al pari di sacerdoti nella cerimonia della messa, con tutti i carismi del rito, della chiusura, degli occhi che si spalancavano solo alla fine, cessata l’estasi introdotta dalle loro stesse parole. Parlavano, parlavano eccome, i miei vecchi maestri. Parlavano in modo preciso e suadente, con tutti gli aggettivi e gli avverbi giusti, con le proposizioni principali, secondarie, subordinate, coordinate tra loro come coincidenze dei treni. Quelli d’allora, si capisce, quelli del periodo nel quale la maggior parte di loro era nata, si era formata, aveva appreso la paziente arte del compromesso e dello stile vuoto. Anche chi era venuto più tardi, al mondo ed alla realtà delle cose, aveva respirato, di solito, quella stessa aria stantia dell’Italia del dopoguerra- antifascista nella facciata, per calcolo e sopravvivenza atroce ed atavica- ma, nella sua natura più profonda, intima, piccolo borghese, cattolica, nel suo prolungamento dei sogni di ordine e pulizia, di minuscole Svizzere moltiplicate tra Alpi e Mediterraneo, di incensi che si spargevano sui sagrati delle chiese, nelle piazze vuote delle domeniche, nei rigagnoli mentali del posto universitario assicurato, del concorso vinto grazie alle fedi, soprattutto democratico-cristiane.
Ranocchie d’acquasantiera, parroci spretati, in attesa di collocazione, i miei maestri. Non ho altre esperienze, non posso scrivere che di me e di quello che io so, ho provato. Altri sapranno, com’è giusto, necessario, altro e meglio. Altri potranno con più pacatezza e spirito critico scriverne, parlarne. Io no, non ancora, per lo meno. Troppo forte è, in quello che divento e sono, l’amarezza. La ferita è ancora così aperta che anche il pensiero cerca di illudersi, nel tentativo di cauterizzare il disincanto. Perché io me li sono cercati, i miei cattivi maestri, con tenacia ed ostinazione.
Io ricordo i loro vestiti, l’odore delle tintorie, degli armadi dove sapiente era la lotta contro le tarme. Io ricordo bene i loro sorrisi, gli sguardi compiaciuti che vagavano nel vuoto, rasentavano i muri delle aule, si fissavano sui neon dei soffitti, passavano sui contrafforti e sugli architravi: tutto, pur di non guardarci direttamente negli occhi. Io pensavo fosse timidezza, o per potersi concentrare meglio. Sbagliavo, ovviamente: era solo arroganza e disinteresse, distanza tra noi e loro, tra mondi che si sfioravano e che avrebbero potuto intersecarsi solo nello scambio, ineguale, nel compromesso. Non avevano che interessi morti e stanchi, sfibrati dal non comprendere, dall’ottusità.
Portavano, quasi tutti, il segno del lutto non sulla giacca, ma negli interstizi mentali dove si raggranellavano i loro più sordidi e segreti pensieri, che, di solito, vertevano su di un unico, perenne tema fisso: il loro disprezzabile ma essenziale potere, la loro provvisoria autorità. Del resto, molti, ed uno in particolare, si erano formati come storici della chiesa, del partito popolare, dei movimenti cattolici e di quel mondo sgranavano i rosai ad ogni ora di lezione, con l’incedere gesuitico dei collegi romani. Erano i miei anni di formazione, quelli, non ne avrei avuti altri, con eguale intensità, con la stessa ingenua cattiveria nel farmi le ossa. Ed invece mi spolpavano, loro. Mi davano incarichi e cose da scrivere, da fare: la sottile lusinga di essere un prescelto, un pre-destinato. Scoprivano vocazioni, loro, elargivano promesse di immortalità.
Erano i miei maestri all’università, quegli uomini, di professione storici, nati negli anni quaranta del secolo che è passato, ed io li adoravo, a quel tempo. Sapevano tutto, o quasi. Mostri, dei mostri del sapere, nel senso più antico, terribile della parola. Erano inarrivabili, per me, un provinciale chiuso nel suo dialetto di paese, un friulano mal masticato, una lingua, quella italiana, pre-televisiva, appresa ed amata come una lingua straniera, della città. Una lingua lontana ed assente, che parlo bene, ora, senza influssi dialettali, perché, in fondo, straniera, estranea. L’avevo studiata sui libri, con l’ostinazione del recluso, con l’amore- reale e vero amore, totale- di chi teme il rifiuto, il no netto e definitivo, l’esclusione dal paradiso. Era leggera la sensazione di padroneggiare un idioma che, anche se simile al tuo lessico di ogni giorno, se ne distanziava per la separazione dei luoghi di consumo, di utilizzo, prima che nelle singole parole, nelle costruzioni verbali. Mai, in classe, avrei potuto parlare friulano, la lingua che avevo succhiato bambino; mai avrei potuto, con mio fratello, con i miei genitori, con gli amici, i complici nei giochi, essere credibile, sincero, appena avessi parlato in italiano. Diventavo bravo anche con le bugie: le pensavo in una lingua e le raccontavo in un’altra. Ero sicuro che così non poteva crescermi il naso. Una lingua talismano, quella dei miei maestri, da utilizzare come un acrobata la sua fune, un giocoliere le sue sfere sgargianti. Mi avrebbe salvato, occasionalmente. In lei sarei sprofondato come in un rigurgito di latte materno, come in una rinnovata placenta uterina.
Mi divertivo da matti, a quel tempo. I miei modelli ideali, del resto, mi coccolavano e mi preparavano alle gioie ed ai piaceri della maturità, quando sarei sprofondato nell’abisso della banale e sciatta erudizione, fine a sé stessa, spenta. I miei peggiori maestri li avrei, infatti, incontrati all’università. Un tempio per eccellenza, sin dalle marmoree scalinate piacentiniane, o almeno in quello stile, oggi necessariamente e banalmente riabilitato.
Non tutti, sia chiaro, pendevano dalla parte del disastro. C’erano, eccome, i capaci, quelli che esercitavano una vera funzione critica, quelli che avevano sgobbato sul serio negli archivi e sulle fonti di prima mano, non sul già detto e scritto : ero io che mi avviluppavo ai demiurghi più stantii e repressi, a coloro che sembravano spalancare universi ed invece erano pallide sirene che rinfocolavano il mio odio al mondo, la mia chiusura alla vita, alla realtà. Divoravo libri, allora, montagne di carta stampata, mi gettavo su tomi inesplorati e vergini, solo per il piacere di possedere una citazione, una pagina in più letta, una fonte bibliografica da poter esibire come una prostituta con un corpo siliconato e innaturale. Mi incensavo e ne ero ripagato: ponti d’oro sul mio futuro, lavori e pubblicazioni, l’odore fragrante della carta stampata con impresso il tuo nome. Ne gioivo, forse perché non mi rendevo conto del prezzo che avrei dovuto pagare, negli anni.
I cattivi maestri sanno tutto sui libri, consultano e aggiornano, mentalmente, intere biblioteche, passano ai raggi x i depositi ed i magazzini di case editrici e di distributori, percepiscono la presenza della carta stampata anche per strada, si accalorano nella scoperta di un banale refuso, si aggrappano alle tesi che hanno espresso per la prima ed unica volta nella loro vita, in gioventù, e mai hanno modificato per intima coerenza con il nulla. Ti raggiungono in ogni luogo per propinarti l’ultima loro scoperta o per rivenderti un libro che loro hanno già letto o ricevuto gratuitamente. Si tengono aggiornati, si abbonano a riviste dai nomi esotici e multiformi, protesi intellettuali nella mistica greco-latina con echi teutonici.
Ti chiedono piccoli favori, continui: un passaggio in macchina per una conferenza o un seminario dapprima in luoghi vicini, poi sempre più lontani; se hai uno spazio a casa dove possono lavorare o utilizzare per ore il tuo computer con il relativo collegamento ad internet è fatta: si possono piazzare per interi pomeriggi, con la scusa che da te si può farlo con tranquillità, senza presenze estranee. Diventi, con il procedere del tempo e delle concessioni, il loro autista, confidente, cameriere, cuoco, portaborse: ti definiscono un amico, uno dei più cari, sino a quando non cominci a dare la risposta di Bartleby, lo scrivano, davanti alle loro richieste.
Sono formidabili, in questo. E terribilmente patetici. Lo so molto bene. Io li conosco: ne ho avuto per anni esempi quotidiani. Di gente incapace di legarsi le scarpe, di farsi un caffè con la moca, di sistemarsi un giaciglio per la notte, di cucinarsi un uovo, di accorgersi se una persona ti sta usando per il suo personale interesse e tornaconto oppure ti è sinceramente affezionata. Conoscono i sentimenti che muovono gli esseri umani come un cieco può conoscere i colori. Sanno tutto sul concilio di Calcedonia o di Costantinopoli, possono spiegarti per giorni interi i passaggi essenziali del congresso di Berlino, ma non riescono a capire perché la loro donna li schivi, non solo e forse non tanto a letto, ma nella dimensione della quotidiana condivisione, nel ritmo di una normale giornata, eguale a tante altre, ma nella quale bisogna inventarsi l’acrobazia della vita in comune, e darne ragione a sé stessi e all’altro.
Per questa impossibilità hanno bisogno della loro piccola corte di ammiratori, generalmente allievi o ricercatori, con i quali creare una sorta di nucleo familiare surrettizio e innaturale, dal quale trarre linfa vitale per concupire un altro giorno, un’altra settimana, un altro congresso, conferenza, che siano salvagente al loro fallimento. Si inventano lavori, libri da scrivere, manuali, pur di evitare il peggior incontro possibile, e funesto. Si muovono come se avessero i minuti contati e si agitano se qualcuno non comprende che effettivamente è vero: hanno davvero i minuti contati. Non per nulla il tempo- Clio, la loro assente musa- è spesso il loro mestiere, o almeno di quelli che mi hanno formato, e possono spegnersi in ogni istante che ricordi loro ciò che avrebbero potuto essere, una volta e per sempre, forse.
Ho imparato a capirli al volo, ormai, i cattivi maestri, a riconoscerli a vista. Ne scorgo i segnali chiari e netti, con la precisione chirurgica di chi si è già scottato per bene, e non vuole più ricascarci. Ma per gli altri? Per chi non è stato così fortunato come me, da viverci accanto per un decennio e continuarlo a fare, per sopravvivenza, ancora adesso? Come scampare in tempo? Come poter essere avvertito a tempo del disastro ed evitare la disillusione, l’amarezza, la noia?
Non mancano i segnali, i gesti premonitori, le allusioni non così velate sul tuo valore, sul ruolo che potresti avere in un progetto, per una pubblicazione che aspetta solo il tuo contributo. Non mancano gli indizi che ti confermano del vuoto, del niente al quale vai incontro. Non disprezzano la compagnia di laureande ventenni, con le quali intrecciare storie parallele di disperati ricatti emotivi, credendole manifestazioni e pegni di devozione eterna. Ma c’è un sistema che io giudico infallibile, sicuro, al pari di un condom rispetto all’ogino-knaus.
Guardare con attenzione come accavallano le gambe, e i calzini: se sono corti e ignobilmente abbinati con la cravatta, il soggetto è fortemente a rischio. Provare per credere.
Se in calzini corti fa anche all’amore urgono cuneo e martello.
Commento by Carlo Capone — maggio 19, 2006 @ 4:41 pm
Questo è un bello scrito che mi piace,
ma ho la vaga impressione che costoro non fossero cattvi maestri
ma scioccoloni deambulanti, piuttosto;
ovvero:
ciascuno ha il cattivo maestro che si merita,
mi vien da dire cattivamente
( parlando a me stesso)
MarioB.
Commento by cf05103025 — maggio 20, 2006 @ 11:20 pm