The FK experience

April 12, 2006

MODESTA CRONACA-SOGNO DEI FUNERALI DI MARIO LUZI (In sedici parti)

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 10:41 pm

di Stefania Bufano

(A poco più di un anno dalla scomparsa del poeta Mario Luzi ricevo e pubblico questo racconto-cronaca. Buona lettura. F.K.)

***

Come sta, Maestro? Che fa, qualche restauro, gli esercizi come vanno?
(…)
Ah, ma un n’avea detto che di violini un n’avrebbe più fatti?
(…)
Ah, ho capito… Senta me: e pensavo di passare oggi a riportarle il libro. È solo che vo al funerale di Luzi (viene anche Ciampi, lo sa?).
(…)
E fa bene, sì. Pensi che ieri al TG1 gli hanno dato la notizia così, come se fosse morto un cane o un dirigente dei loro, della RAI, sì, a volte e lo fanno; sa, come quando mandano sul video una cartolina triste, intanto i’ giornalista diceva du’ paroline…: “È morto i’ Senatore, avea novant’anni”. Fine.
(…)

Ma sì, lasciamo perdere. Però qui a forza di lasciar perdere…
(…)
Solo che lei va a pranzo a mezzogiorno, forse un fo in tempo.
(…)
All’undici, che io sappia.
(…)
Magari e vengo domani.
(…)
Viene anche lei?
(…)
Perché un viene con me, la passo a pigliare se vole, tanto son du’ passi da lei.
(…)
Sicuro?
(…)
Ma con tutta quella gente, o come si fa a vedessi.
(…)
Va bene via, ni’ caso e ci si vede lì e sennò verrò domani per il libro.
(…)
Scappo allora: forse fo in tempo pigliare subito un treno.
(…)
A dopo o a domani, ‘rivederci, ’rivederci.
Clic.

***

Sono un po’ in ritardo, ma sono fortunata: ho già con me il biglietto del treno ed eccolo che sta arrivando.

***

Alla stazione di Firenze un “normale” via vai di persone (a volte persino dentro la stazione questa mi pare una città fantasma, giustamente abitata da fantasmi); le edicole al loro posto; le code alla biglietteria.
“Ma com’è possibile? Credevo che a Firenze oggi tutti sarebbero stati fermi!”. Un gruppo di turisti mi guarda in silenzio.
È la sensazione che si ha quando ci si sente, o si è veramente, in lutto: noi siamo fermi, gli altri continuano a vivere normalmente. Ecco allora che per attimi gli altri ci paiono strani: automi o fantasmi o ancora comparse che recitano una parte loro assegnata; fanno finta di niente (è chiaro!), ma sanno.

***

Fuori, il grande orologio Solari della stazione, nel piazzale, ha le palette su: undici, zero, zero. Cammino in fretta. Sta arrivando un autobus numero 14, potrei prenderlo al volo, desisto, tra pochi minuti, a passo molto svelto, arriverò al Duomo. Sull’angolo fra la Piazza del Duomo e Via de’ Cerretani quasi non si passa. Non capisco, penso che devono essere arrivate molte persone. Un attimo d’incertezza, poi con determinazione cerco di farmi largo ed ecco: questa folla è composta di giovani turisti in visita organizzata. Un pullman (o più d’uno, a giudicare dal numero) deve averli or ora scaricati lì; sento una o due parole in tedesco. Non c’entrano nulla coi funerali. Superata l’apparente barriera si ritrova il normale spazio, si può proseguire il cammino a lato del Battistero. Il Duomo vuoto e coi grandi portali chiusi sul davanti è inquietante: nonostante lo si possa ammirare meglio, respinge, allontana, sembra avvertire che da oggi resterà chiuso per sempre. Sulla destra, all’altezza della Misericordia, hanno transennato, polizia e vigili da una parte e dall’altra; un metro di spazio lasciato per il passaggio. Passo e raggiungo l’entrata laterale. Finalmente movimento, affluenza. Le persone, all’entrata, davanti ai poliziotti, si ricordano di spegnere i cellulari. Sono dentro: c’è un certo via vai, nonostante debba essere le undici e cinque e qualcuno deve appena aver finito di parlare. La corrente umana tende a spingersi in avanti, pur restando molte persone in piedi, in fondo sono rimasti invece ancora molti posti vuoti. Mi siedo.

***

Il Duomo oggi dentro mi sembra più piccolo, meno magnificente, spoglio. Non vedo neanche i bei gonfaloni colorati, non vedo niente laggiù. L’acustica è pessima, le voci dell’arcivescovo di Firenze, Ennio Antonelli, del figlio di Luzi, Gianni, mi giungono con tale eco, che son pochissime le parole che posso udire chiaramente. L’arcivescovo: “Uomo geniale” (l’eco: geniale, geniale, geniale…), “La fede, per Luzi, era una cosa difficile” (l’eco: difficile, difficile, difficile…). Il figlio: “Verità, giustizia, diritti” (diritti, diritti, diritti…); “Cose mai negoziabili per lui” (lui, lui, lui…). Il suono fugace e inatteso delle chiarine ha il potere di richiamarmi al sogno. Il Poeta è ora non disteso, ma quasi seduto nella bara come fosse in un letto, il viso rivolto a noialtri presenti. L’arcivescovo si trasforma, diventa il Santo Padre, venuto in persona a rendergli omaggio; gli pone sul capo una corona, cerco di capire di che corona si tratti e quale significato possa avere: è una semplice stoffa attorcigliata e bianca, allora m’accorgo che il Poeta è morto, eppure è vivo. Non capisco, è vivo e morto insieme, ha persino un poco gli occhi aperti, come quando si è appena spirati, oppure ci si è appena risvegliati. Come si potrebbe ora richiudere la bara, se il Poeta sta ora quasi seduto, ha (anche se poco) gli occhi aperti, ancora respira, tutto comprende? Il suono delle chiarine!

***

Sbatte continuamente una porta dell’entrata laterale superiore; da quella inferiore, invece, passa e m’arriva un freddo intenso, come una neve che cade, e precisa mi colpisce, sfiorandomi il collo solo in un punto. Squilla il telefono cellulare della ragazza che mi siede davanti, due uomini si voltano a guardarla stizziti, lei lo cheta subito spegnendolo. La zona in cui io siedo deve aver pochi credenti, quasi nessuno sembra conoscere (o voler mettere in pratica) i ritmi e i gesti della cerimonia: quando alzarsi, quando rispondere, quando sedersi, quando segnarsi. Un uomo soltanto, a noi del gruppo di vicini, forse per questo quasi pare voler pregare per tutti, a notare da come manda alta la voce. Ha un mazzo di chiavi appeso al pantalone che ogni volta che si siede sbatte sulla sedia. Le persone sedute sono di varia età, ma ecco, mi volto intorno, verso il centro della navata: si è formato un corridoio tra le parti, passano soprattutto giovani. Studenti con lo zaino in spalla, le sciarpe avvolte al collo in maniera casuale, le giacche un po’ scomposte, il passo strascicato, qualche ragazza, semplice ma più curata, sta bene eretta dentro a un cappotto che la squadra. Vanno in su e poi tornano in giù. Gianni, il figlio del Poeta, gentile, grato, dice “siete venuti in tanti”, ma a me non sembra, chissà perché. Forse lassù, con tutti vicini e stretti, sarà un’altra cosa. Quaggiù sembriamo quelli che probabilmente siamo: duecento o trecento persone. Il Duomo non mi pare piccolo perché siamo in tanti, stranamente. Il Duomo è piccolo perché oggi è spoglio, in fondo. Obiettivamente mi pare vuoto per buona parte. Le sedie sistemate, che arrivano alla sua metà, non sono neanche tutte occupate. Oltre le ultime due file, dove mi trovo, voltandomi vedo il portale chiuso e il vuoto: non c’è nessuno là. Questo vuoto e questo portale chiuso alle mie spalle mi opprimono quanto a pensare qualcuno vivo dentro a una bara chiusa. Se almeno avessi altra folla che dietro di me respira! Il dolore fisico che sento a tratti non posso spiegarlo bene: una sensazione di vuoto e assieme stritolamento, che mi prende tra pancia e stomaco, non riesco a descriverlo, se non ricordando la perdita di un caro, o quel senso di tristezza, per un forzato letargo, che mi prendeva da bambina quando mi veniva la febbre e non potevo più uscire all’aperto, a correre e baciare l’aria.

***

L’arcivescovo dice bene: dice soprattutto i versi del Poeta. Il figlio dice bene: volendo dare ancora “la parola a lui”. È lui che ancora dice e consola! Oh, non mi aspettavo di rivederlo, e così presto! Oh, eccolo tra le persone che passano da una parte all’altra, lo vedo e me ne stupisco. Se lui è qui ovunque che passa e io lo saluto con lo sguardo, chi è l’uomo nella bara? Non lo so, davvero non lo so.

***

Ecco, mi sono distratta e me ne dispiaccio (”scambiatevi un segno di pace”): la signora che mi è accanto mi già ha porto la sua mano per stringere la mia. Mi tolgo il guanto che avevo rimesso addosso per il freddo. Ci sorridiamo. La ragazza che aveva spento il telefono cellulare si alza per andarsene, ma non ci riesce subito perché la cintura del suo cappotto si è incastrata tra sedia e sedia, deve dedicare lunghissimi secondi a far scorrere la fibbia della cintura da una parte all’altra, prima di riuscire a liberarsi definitivamente. Tutti quanti ci sediamo e alziamo ancora altre volte, finché non si capisce più bene l’ordine da tenere, qualcuno rimane seduto, qualcuno in piedi; finché un uno stesso momento forse tutti mi sembrano farsi il segno della croce, e questo fatto, paradossalmente, mi consola. Immaginare un mondo di soli credenti, mi apparirebbe spaventoso, fasullo, tirannico. Vedere un mondo con persone tutte prive di una qualche religione, m’intristirebbe tanto da convincermi d’esser già probabilmente morta.

***

“Andate” ed ecco che le persone si alzano in fretta come se dovessero andare a un appuntamento importante che hanno rimandato, ma invece non se ne vanno. Vanno a formare un corridoio umano per il passaggio del Poeta: approfittano del vuoto che c’era, e c’è ancora, oltre le ultime file di sedie. Alcuni, è vero, escono, sgattaiolano dalle porte laterali: vogliono vedere il Poeta uscire, stando sul davanti.

***

Sono minuti lunghissimi e brevissimi. Due altissimi corazzieri portano due corone di fiori, il feretro è seguito da numerosi religiosi. Le persone, nel corridoio umano, muovendosi a fisarmonica paiono ora una folla che confonde l’ordine del corteo. Il portale è aperto, stordisce la luce del raggio solare che c’inonda, ma senza scaldare il mezzogiorno troppo glaciale.

***

Sono fuori sul sagrato, smarrita, abbagliata, impacciata per non saper che fare e dove svoltare. Davanti a noi, anziché il carro funebre, automobili blu già pronte a una veloce partenza; poco dietro, la postazione degli operatori televisivi. Il traffico è reso immobile per istanti dai vigili urbani e dalle forze dell’ordine. Le macchine blu scompaiono in Via de’ Cerretani e come per crudele magia, tutto ciò che era stato trattenuto a forza, automobili, autobus, passanti, si riprende: dopo il silenzio e l’immobilismo, ecco la marcia, il consueto orrendo putiferio.

***

Son capitata davanti a un po’ di folla trattenuta e ordinata dietro le transenne per il passaggio del Presidente della Repubblica; di nuovo impacciata per non saper che fare, senza sapere perché sono finita quasi all’angolo di Via Cavour. Da qui si potrebbe, volendo esser logici, solo andarsene: allungare il percorso tagliando per San Lorenzo oppure tornare dritti alla stazione, ma i dinosauri meccanici m’affrontano, s’impennano prepotenti. No, non ce la faccio, non tollero questo frastuono tutto insieme: d’impulso ripiego di nuovo verso il Duomo, lo riattraverso, trovo riparo presso un cantuccio. Ecco, suonano adesso le campane a morto, ma si sentono così poco che bisogna mettere tutte le forze per concentrarsi su di loro, seguirle fino in fondo.

***

Nel mio angolo stanno turisti con la testa rivolta verso l’alto: ammirano la facciata del Duomo, sembrano in attesa di poter visitare la chiesa. I fiorentini che sostano o passano, guardano il carro funebre fermo davanti al sagrato, ma non si capisce bene se sappiano o se si stiano chiedendo: “Chi è morto?”. Alcuni che hanno partecipato alla cerimonia, sono rimasti a parlare sui gradini della chiesa, altri sono prossimi al feretro, qualcuno si guarda intorno. Mi sono incamminata e sto ripassando davanti al carro funebre, un uomo anziano sta facendo riprese del feretro, mi pare, con un modernissimo telefono cellulare. Questa cosa m’infastidisce terribilmente, il che è assurdo, dato che la “televisione” lo fa regolarmente. Basta, me ne vado.

***

Tremo ancora adesso, nonostante il sole ormai altissimo: ho patito freddo. L’amico mio, il Maestro, non l’ho visto. Pensandoci, non ho visto nessuno che conosco, nemmeno che conosco appena, ma che sono certa conosceva il Poeta. Va bene che io non è che conosca granché… Magari c’erano e io non li ho visti, anche se davvero mi pareva esserci così poche persone, d’averle potute guardare quasi una a una. Mah, Firenze è una città strana, abbastanza piccola: non è rarissimo incontrare qualcuno che si conosce, per esempio ancora andando nel quartiere di San Frediano, oppure in una libreria. Poi, se vai al funerale di un Poeta che qui ha vissuto quasi un secolo, non incontri nessuno, ma proprio nessuno, che conosci almeno di vista. “Ha un bel dire con tutti i suoi platani Firenze”, e sono già in Via de’ Cerretani.

***

“Misericordia di Rifredi”, dice una non troppo grande scritta sul carro funebre. No, non ci credo, di fronte al Duomo non riuscivo più a rivederlo un momento, ed eccolo qua: è il Poeta che passa (vorrei poterlo seguire, accompagnarlo in silenzio fino al cimitero, ma sono sola a piedi). Finalmente riesco a fare un sorriso, dopo tanta tristezza altera! Com’è silenzioso, discreto, il suo passaggio, in quest’inferno gelido. Quante volte avrà percorso questa via, come me adesso, e questa sarà l’ultima, con me che la vedo! Com’è possibile che i fiorentini non sappiano chi c’è là dentro? Fermateli, fermiamoci! Fermiamo quel carro! La immonda Firenze, assurdo Rinascimento!

***

Cercando un posto nella carrozza del treno vedo X, politico toscano, seduto da solo. Sono sicura che era presente al funerale, seppure non l’ho visto. Lo guardo, mi guarda. Non capisco perché questa “Misericordia di Rifredi”, proprio non capisco: il Poeta non doveva esser portato in Santa Croce? Il treno si ferma: stazione di Rifredi. Riparte. Si riferma: stazione di Castello. Guardo fuori. Il Poeta è qui che è nato. A quest’ora, facendo un po’ di calcoli, potrebbe benissimo essere arrivato qui, o star passando, di là dalla ferrovia, sulla strada. Superata la stazione di Firenze, avranno percorso i Viali, tagliato per Via Statuto, proseguito ancora per Via Reginaldo Giuliani, e qui già ci dovevamo essere sfiorati alla stazione di Rifredi… Il treno riparte dalla stazione di Castello. È una piccola stazione, rimessa a nuovo. Chissà come doveva essere ai tempi in cui ci lavorava il babbo del Poeta, ferroviere. Scopro che no, niente Santa Croce, niente Firenze centro storico. Il Poeta Mario Luzi, per sua volontà, “riposerà nel cimitero di Castello, accanto alla madre”. Castello, oggi parte del Comune di Firenze, un tempo frazione di Sesto Fiorentino, dove scendo.

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www.unita.it
“Erano davvero tanti martedì mattina nel duomo di Firenze, a salutare Mario Luzi. Gente comune mescolata al Capo dello Stato Ciampi, a molti senatori. (…) All’uscita la folla pressata contro le transenne ha salutato la bara portata a spalla con un applauso lungo e spontaneo (…)”.

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www.adnkronos.com
Firenze, 2 mar. (Adnkronos) - Duomo gremito a Firenze per i funerali del poeta Mario Luzi. (…) Al termine dei funerali la salma di Luzi è uscita tra gli applausi dei circa cinquemila presenti. (…)

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Ha un bel dire con tutti i suoi platani Firenze.
Non è uguale la musica, non può esserlo.
Ma uguale a che, la stessa di quando –
discetta perdutamente il senso
non trovando fondale a quel risucchio
di mancamento o rimorso.
Né so cosa m’intenerisce di lei,
se davvero la spina che le è infissa della mia vita
o quell’aria di congedo in lei da me, in me da lei. O il niente di questo.

(Mario Luzi)

2 Comments

  1. Grazie, Stefania, per quell’aria di congedo che ci hai restituito.
    Quel giorno io ero a Firenze, ma altrove: sempre nella poesia, però, ché ero a presentare il mio Corpo Esposto alle Giubbe Rosse.
    E poi, non scorderò mai l’understatement con cui la notizia della morte di Luzi è passata in tv, specie a Mediaset: una meschinissima vendetta per le parole del poeta sul caudillo di qualche mese prima.

    Comment by marco rovelli — April 14, 2006 @ 2:38 pm

  2. Grazie a te, Marco. Anche alla RAI non è che si siano sprecati (come ho raccontato: ho visto dare la notizia dal TG con la cartolina triste e le due paroline). Potrei dire, vista la freddezza che ho sentito a Firenze, che forse non ci siamo sprecati in Italia, per un poeta italiano. Anche questo (ahimè, in senso negativo), significherà qualcosa.

    In ogni caso: solo la poesia ci salverà :-)
    Ciao

    Comment by Stefania Bufano — April 18, 2006 @ 9:27 am

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